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Distruzione Prove Procura Palermo

 di Paolo Becchi
  docente ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Genova, filosofo e giornalista

La Corte si è schierata a favore delle “prerogative” di Re Giorgio. Questo è il verdetto della Consulta, espresso per ora in un breve «comunicato stampa»[1], in attesa del deposito delle motivazioni. Ciò non ha, tuttavia, impedito ad Eugenio Scalfari di spiegare le ragioni giuridiche della decisione della Corte, nell’editoriale pubblicato oggi su “La Repubblica” (E. Scalfari, Le ragioni del diritto, 5-12-2012). Senza neppure che siano state ancora pubblicate – e, presumibilmente, redatte (sono previste, infatti, per Gennaio 2013) – le motivazioni della Consulta, Scalfari svela quello che, a suo dire, sarebbe stato l’iter argomentativo della Corte, a difesa delle “ragioni del diritto” e di Re Giorgio contro i «fascisti di sinistra» che avrebbero preteso di ledere le sue prerogative regali. Pardon, repubblicane, naturalmente…

La tesi di Scalfari, in breve, è la seguente. La Corte avrebbe stabilito che le intercettazioni devono essere immediatamente distrutte in forza della previsione dell’art. 271 del codice di procedura penale che dispone questo trattamento per gli avvocati e per tutti i casi analoghi che prevedano l’assoluta segretezza delle notizie connesse alla loro professione. Le prerogative del Capo dello Stato, scrive Scalfari, avrebbero pertanto «la stessa natura e quindi lo stesso grado di protezione che non deriva soltanto dall’articolo 271 ma dalla stessa Costituzione».

Secondo Scalfari, la Corte avrebbe indicato come la richiesta del Capo dello Stato di distruzione delle intercettazioni sarebbe stata giustificata non soltanto da disposizioni «ricavabili dall’ordinamento costituzionale e giudiziario», ma anche da «specifica normativa», ossia quella dell’art. 271 c.p.p. Ciò confuterebbe, pertanto, la tesi della Procura di Palermo (Messineo – Ingroia) secondo la quale «non esisteva alcuna norma specifica in materia» e che non poteva essere, di conseguenza, compito dei magistrati quello di «cimentarsi con interpretazioni ardue e comunque dubitabili».

La tesi di Scalfari è dunque la seguente:

  1. i Pubblici Ministeri avrebbero tentato, sostenendo l’inesistenza di norme specifiche in materia di intercettazioni del Capo dello Stato, di far valere soltanto «la norma che prevede per la distruzione di intercettazioni non rilevanti ai fini processuali in un’udienza davanti al Gip insieme alle parti interessate e ai loro avvocati. Il che ovviamente equivale a renderle pubbliche facendo diventare pleonastica la loro successiva distruzione»;
  2. il comunicato della Corte «stabilendo invece che una specifica norma esiste, spazza via il ragionamento della Procura di Palermo con un effetto ulteriore e definitivo: la sua sentenza si affianca e addirittura si sovrappone all’articolo 271 rendendone esplicita l’applicabilità anche al Capo dello Stato».

Queste tesi sono, a mio avviso, contraddittorie ed infondate, per una serie di ragioni che – scusandomi anticipatamente per la “cavillossità” cui mi esporrò – ritengo qui di dover precisare.

Anzitutto, a scanso di equivoci, diciamo che la sentenza della Corte non ha avuto ad oggetto l’interpretazione costituzionale dell’art. 271 c.p.p.,  ma un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. In altri termini, la Corte non è stata chiamata a verificare il dettato dell’art. 271 c.p.p. e la sua eventuale illegittimità costituzionale. Diversamente, si è dovuta unicamente esprimere sul quesito se la Procura di Palermo avesse agito in conflitto con le prerogative del Capo dello Stato di cui all’art. 90 Cost. oppure no.

Ma veniamo in ogni caso all’art. 271 c.p.p.. La disposizione è citata nel comunicato della Corte, la quale scrive che alla Procura «neppure spettava di omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271, 3° comma, c.p.p.». Il riferimento è al comma 3 dell’articolo, il quale si limita a prevedere che «in ogni stato e grado del processo il giudice dispone che la documentazione delle intercettazioni previste dai commi 1 e 2 sia distrutta, salvo che costituisca corpo del reato». Cosa significa allora che alla Procura non spettava di omettere di chiedere al giudice la distruzione? Significa, probabilmente, che la Procura non avrebbe potuto seguire, per la distruzione delle intercettazioni, la procedura prevista in caso di «intercettazioni inutilizzabili», ossia la procedura prevista proprio per i casi di cui all’art. 271 commi 1-2 c.p.p.

La legge distingue due ipotesi di intercettazioni che debbono essere distrutte: quelle «non necessarie» (art. 269 c.p.p.) e quelle «inutilizzabili» (art. 271 c.p.p.). Diverse sono, tuttavia, le modalità stabilite per la procedura di distruzione. Nel primo caso (art. 269 c.p.p.), gli interessati possono chiederne la distruzione, a tutela delle riservatezza, al giudice che ha autorizzato o convalidate l’intercettazione, ed egli decide in camera di consiglio. Per quanto riguarda invece le «intercettazioni inutilizzabili», l’art. 271 c.p.p. (cui Scalfari si richiama), indica il giudice competente ad ordinare la distruzione, ma non stabilisce espressamente la procedura che occorre seguire. Ciò si spiega, secondo la consolidata giurisprudenza (Cass. sez. II, 26 maggio 2009, n 25590), con il fatto che «la questione della inutilizzabilità della prova illegittimamente acquisita è una questione processuale che va risolta secondo le regole ordinarie». Ove, pertanto, su di essa sorga contestazione davanti al GIP, la procedura che egli deve seguire non può che essere, anche in tal caso, quella camerale, «l’unica in grado (in questa fase) di garantire il più ampio contraddittorio fra le parti e dal quale non si può prescindere stante la particolare rilevanza ed importanza della decisione che il giudice deve assumere».

Questa è, allo stato, l’interpretazione consolidata in giurisprudenza in relazione alle modalità di distruzione delle intercettazioni di cui all’art. 271 c.p.p. Ed è su questo punto che la Consulta è intervenuta, affermando che, per quanto riguarda le intercettazioni del Capo dello Stato, la Procura non avrebbe potuto seguire quel procedimento, ossia seguire proprio quanto disposto dall’art. 271 c.p.p.. Per questa ragione la Corte specifica, nel comunicato, che la Procura avrebbe dovuto richiedere la distruzione «con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti». La Consulta ha, in questo senso, accolto la richiesta di Napolitano, il quale, nel ricorso, aveva infatti osservato che lo svolgimento di un’udienza per ottenerne l’acquisizione o la distruzione non sarebbe stato «applicabile alla fattispecie, perché produrrebbe un grave vulnus alle prerogative del Presidente della Repubblica, operando senza tenere di esse alcun conto e alterando in concreto e in modo definitivo la consistenza dell’assetto dei poteri previsti dalla Costituzione». In altri termini: Napolitano ha ottenuto che l’art. 271 c. 3 c.p.p. – nell’interpretazione datane dalla giurisprudenza della Cassazione – non trovasse applicazione nei suoi confronti, in quanto un’udienza per decidere sulla distruzione o meno delle intercettazione sarebbe stata lesiva delle sue “prerogative”. Scalfari sostiene invece l’opposto, ossia che le prerogative del Capo dello Stato avrebbero trovato copertura nella specifica normativa di cui all’art. 271 c.p.p. Anche qui, occorre distinguere:

  1. un conto è sostenere che l’inutilizzabilità delle intercettazioni riguardanti il Presidente della Repubblica si giustifichi, oltre che in forza dell’immunità prevista dall’art. 90 Cost., anche ai sensi dell’art. 271 commi 1 e 2 c.p.p. (i quali tutelano le intercettazioni di professionisti su fatti appresi nell’esercizio della loro attività);
  2. un altro è sostenere che la Consulta abbia “smentito” la tesi della Procura di Palermo – secondo la quale non esisteva una disciplina specifica per la eventuale distruzione delle intercettazioni del Capo dello Stato inutilizzabili – facendo applicazione dell’art. 271 c. 3 c.p.p.

Presumibilmente, è avvenuto proprio il contrario. La Corte, cioè, dovrà probabilmente sostenere che l’immunità del Capo dello Stato non consente di ricorrere, per la distruzione delle intercettazioni dirette o indirette di sue conversazioni, al procedimento che l’art. 271 c. 3 c.p.p. richiama.

Questa precisazione sembra poco interessante, ma in realtà svela l’autentico problema che era in gioco nel conflitto deciso dalla Consulta. Era, infatti, molto probabile, se non certo, che la Corte Costituzionale avrebbe dichiarato che il Capo dello Stato non può essere intercettato, né direttamente né indirettamente (ne avevo già parlato in un intervento a Luglio, Napolitano vuole distruggere le prove). Ciò che era in questione era, tuttavia, come le intercettazioni già acquisite andassero distrutte. E questo Scalfari lo spiega bene: se si fosse seguita la procedura dell’art. 271 c. 3 c.p.p., si sarebbe dovuta tenere un’apposita udienza, nel contradditorio tra le parti. E, come Scalfari fa notare, ciò sarebbe, di fatto, equivalso «a renderle pubbliche facendo diventare pleonastica la loro successiva distruzione».

È proprio questo che si è evitato. E lo si è evitato cancellando l’applicabilità dell’articolo al Capo dello Stato. Perché non gli è applicabile? A questa domanda la Corte risponderà solo con il deposito delle motivazioni. Certo è che, contrariamente a quanto scrive Scalfari, siamo davanti non all’applicazione di una norma ordinaria al Capo dello Stato ma, al contrario, ad una deroga particolare di quella norma a favore delle “prerogative” del Presidente della Repubblica.

Non si faccia, pertanto, passare l’idea che siamo tutti uguali di fronte alla legge. Si è trattato di una rivendicazione di “prerogative”, proprie ed esclusive del Capo dello Stato. E tali prerogative gli sono state riconosciute.


[1] Il testo del comunicato è il seguente: «La Corte costituzionale in accoglimento del ricorso per conflitto proposto dal Presidente della Repubblica ha dichiarato che non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, captate nell’ambito del procedimento penale n. 11609/08 e neppure spettava di omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271, 3° comma, c.p.p. e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti».

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