Il pareggio di bilancia

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Colussi Lombardo Calorie

 Oggi parliamo di un gravissimo attentato alle nostre velleità di raggiungimento del peso forma. Chiunque abbia problemi di peso, vuoi per sedentarietà, vuoi a causa di papille gustative eccessivamente sviluppate, vuoi per colpa di livelli ormonali equilibrati come l’umore di un adolescente, ha familiarità con etichette come quella di cui sopra, che illustrano i valori nutrienti del cibo che, disgraziatamente, ci apprestiamo a introiettare nei nostri tessuti adiposi.

 Sulla base di questi nutrienti, facciamo calcoli complessi, mediante alambicchi tipici del terzo millennio come bilancini digitali e app che gestiscono la nostra dieta, e calcoliamo con la precisione di un alchimista le successive porzioni di cibo che l’infausta, infelice giornata potrà ancora riservarci, senza violare i parametri UE e senza sforare il pareggio di bilancio. Anzi: di bilancia.

 L’immagine che vedete sopra riguarda proprio l’etichetta di un prodotto da prima colazione: i biscotti Colussi Lombardo, che competono nella categoria degli Oro Saiwa e di altre prelibatezze da vorrei-ma-non-posso. Se li mangiate, di solito (a meno che non abbiate una particolare ossessione per i biscotti secchi) è perché per voi le calorie contano. Cento calorie in più, a fine giornata, fanno la differenza tra il potersi permettere un microgrammo di panettone, coltivando l’illusione che in fondo siete come tutti gli altri, e andare invece a letto fingendo indifferenza, con lo stesso disprezzo del cibo di un anacoreta, o più probabilmente con lo sguardo della volpe che disdegna l’uva e chi se ne ciba fino a satollarsi.

 Così inserite nella vostra app (tipo, così a caso, MyFitnessPal) i valori nutrienti riportati per singolo biscotto. Ne avete mangiati 5 e dunque il conto è presto fatto: grassi saturi e insaturi a parte, siamo sulle 130 Kcal. Bene, dite voi. Ma siccome siete tipicamente dei disturbati mentali, vi accorgete che i valori dei carboidrati, degli zuccheri, del sodio e di altri dati di cui non potete assolutamente fare a meno non vengono calcolati bene se inseriti per singolo biscotto, perché il software arrotonda per difetto e dunque resta tutto a zero. Assolutamente intollerabile! Per fortuna, oltre alla colonna che riporta i nutrienti per singolo biscotto, c’è anche quella che si rifà alla razione standard da 100g. Così inserite nella vostra app il nuovo food, basandovi sui nuovi valori di fibre, proteine, lipidi, che al confronto il piccolo chimico vi fa un baffo. Avendo ora, però, le dosi rapportate alla razione di 100 grammi, dovete ben sapere quanti grammi di biscotti avete mangiato (non basta più dire che erano genericamente 5). Così pesate il vostro biscotto sul vostro super bilancino ultra-preciso, pagato una fortuna, che manco al Cern di Ginevra, con i microscopi elettronici, riescono a raggiungere tutte quelle cifre decimali.

 E’ adesso che il vostro mondo va in pezzi. Già, perché scoprite che un singolo biscotto pesa 6.6 grammi o giù di lì. Il che, moltiplicato per 5 (e per sicurezza, non credendo ai vostri occhi, ne pesate cinque tutti insieme, sostituendoli più volte per accertarvi che non vi siano biscotti difettosi nel campione), fa circa 33 grammi. Cosa non torna? Semplice: se calcolate il numero di calorie basandovi sulla razione di 100 grammi (440 Kcal) e ne ricavate il valore relativo a quella sporca cinquina di biscotti, ottenete 145,2 kcal (440:100 x 33). Con orrore, vi accorgete che la razione dichiarata, come da tabellina, e ricavata dalla colonnina dei valori per singolo biscotto, differisce per difetto, e anche notevolmente: 26 x 5 = 130 kcal!

 Attentato! Stavate segnando 130 kcal invece di 145,2. Significa che avete ingurgitato oltre 15 kcal in più rispetto a quelle che credevate, ovvero 106,4 kcal in più a settimana: 471,2 al mese, 5654,4 kcal all’anno! Significano cinque o sei pizze che avreste potuto permettervi, scegliendo un altro biscotto, e che invece avete rifiutato sdegnosamente. Oppure, ancor peggio, significa che ha ragione l’ago della vostra bilancia, e non la vostra app: quegli etti di troppo che tanto vi rattristano quando salite sul piatto della tortura non sono frutto delle batterie scariche, ormai da sostituire, né di un difetto dell’apparecchio, né del fatto che la vostra vescica conservi preziosamente parte del vostro liquame giallo oro, o che il vostro colon non abbia ancora evacuato il suo contenuto nell’ultimo modello di water pesa escrementi (esistono, sapevatelo). No: ha ragione la bilancia, e torto voi. E tutto perché vi siete fidati di un’etichetta.

 Non sapremo mai se la colonna giusta è quella che riporta i valori energetici e nutrizionali per 100 grammi, oppure se è quella che li riporta per singolo biscotto. Sta di fatto che la cosa risulta incresciosa e alimenta il sospetto che la concorrenza si giochi anche su questi piccoli dettagli: quando la casalinga di Voghera (o il manager super attento alla linea) scelgono dagli scaffali dei supermercati i loro biscotti preferiti per la prima colazione, per comodità vanno subito alla colonnina dei valori calcolati per singolo biscotto (chi, infatti, la mattina si mette a pesare i biscotti anziché contarli, se non chi è all’ultimo stadio dell’ossessione alimentare?): leggere 26 anziché 29 può fare la differenza tra comprare i biscotti secchi di una marca anziché di un’altra.

 Ma certo, potrebbe anche essere sballato il bilancino superpreciso del Cern. Si attendono vostri riscontri rigorosi, da effettuarsi nel vostro laboratorio fisico-nucleare di fiducia. Ma non ditelo allo psicoterapeuta che vi segue: potrebbe aumentarvi la dose di Prozac.

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6 thoughts on “Il pareggio di bilancia

  1. 9 goal in 7 partite, media di 1,29 goal a partita

    E’ una media abbastanza scarsa se si considera che, in Germania nel 2006, la media goal a partita era di 2,30 (comunque abbastanza bassa anche questa). La media goal più bassa di un Mondiale risale ai Campionati di Italia 1990 quando il torneo si concluse con il dato di 2,10 goal a partita, supplementari esclusi.

    Qualche pareggio per 0-0 e qualche vittoria di stretta misura hanno contribuito a tenere basso questo dato statistico; solo la Corea del Sud è riuscita a battere con due goal di scarto la Grecia… è pur vero che tante “grandi” devono ancora giocare, speriamo che portino più emozioni.

    Che ne pensate?

  2. per curva ISEV intendo “il luogo geometrico che descrive come variano le soluzioni in i e Y(nominale) del sistema formato dalle curve IS-LM in funzione di variazioni di Er(Equilibrio Reale)

    Equazioni (a prezzi reali) con relativi parametri dentro le parentesi e SOTTO IPOTESI MARSHALL-LERNER / CONDIZIONE DELLE ELASTICITA’ CRITICHE:
    IS: Y= C(Y-V)+I(tasso interesse reale*,stock produttivo k,livello ass. di investimento richiesto pe rmantenere K(stock) costante)+B(Y,Ye,Er)+G
    LM: M/P=V(i)Y
    ISEV: J(i-i*)+PB(Y,Ye,Er)+(F+Bt)=0 Domanda NETTA SPECULATIVA + Domanda NETTA DI COPERTURA = 0
    ————
    V = T-Bt-iD
    Bt= somma dei saldi dei redditi e dei trasferimenti in bilancia dei pagamenti
    Y = reddito nazionale lordo
    Ye= Reddito nazionale lordo di un paese estero
    i*= tasso di interesse estero
    Tasso di interesse reale = calcolato come il risultante della stato dei mercati finanziari e dalle aspettative d’inflazione delle imprese
    livello ass. di investimento richiesto pe rmantenere K(stock) costante = l’investimento faccia crescere lo stock di capitale a un tasso di crescita uguale al tasso di crescita dell’occupazione (supponendo una funzione differenziabile rispetto al tempo Dk/l = l con l tasso di crescita dell’occupazione)
    B = Saldo bilancia commerciale

    N.B IPOTESI MARSHALL-LERNER -> Per cui un deprezzamento reale aumenta il saldo della bilancia commerciale
    N.B Risposte che siano SERIE

  3. Anche in Italia iniziano a farsi sentire le voci degli studiosi ‘dissidenti’ che mettono in dubbio i dogmi ufficiali sulle cause della recessione e sui modi per uscirne: dal pareggio di bilancio fino ai tagli sociali
    La spesa pubblica? Non è il problema principale, conta di più il debito privato di banche e imprese. La ricetta per uscire dalla crisi? Non l’austerity che la Bce sta imponendo all’Italia e agli altri Piigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) ma la crescita, anche finanziata dallo Stato.

    Non sono le tesi di un politico in cerca di consensi ma le convinzioni di una nutrito gruppo di economisti. «Anzi», spiega Alberto Bagnai, docente di economia politica all’Università di Pescara, «è l’opinione maggioritaria della comunità accademica internazionale.

    Che alla base della crisi europea ci siano gli squilibri nella bilancia dei pagamenti tra i Paesi dell’Eurozona e non i loro debiti pubblici lo sostengono quasi tutti gli addetti ai lavori. Con l’eccezione degli economisti legati alla Bce, in chiaro conflitto di interessi. E dei seguaci dei ‘Chicago Boys’, che credono nella capacità assoluta del mercato di autoregolarsi».

    Insomma, secondo Bagnai e gli altri economisti del “dissenso”, Bce e governi stanno seguendo le ricette sbagliate. Con l’appoggio dell’opinione pubblica, influenzata da una classe politica e da un sistema dell’informazione che hanno sposato le tesi dell’austerità..

    Ma qualcosa sta cambiando. Di fronte al perdurare della crisi nonostante tagli e sacrifici, le voci fuori dal coro stanno aumentando. Economisti come Emiliano Brancaccio, che insegna all’Università del Sannio, Alberto Borghi Aquilini, docente alla Cattolica, Sergio Cesaratto, che insegna a Siena, Gennaro Zezza, dell’Università di Cassino, lo stesso Bagnai e altri ancora cominciano ad essere invitati a scrivere sui giornali e ad apparire nei talk-show televisivi.

    La strada però è ancora lunga. Lo conferma Emiliano Brancaccio, autore con Marco Passarella del recente ‘L’austerità è di destra’ (Il Saggiatore, euro 13): «Sostenere che dalla crisi si esce facendo sacrifici è una tesi di facile presa. La gente infatti è portata a guardare al bilancio dello Stato come al bilancio della propria famiglia. Ci sono dei debiti? Basta stringere la cinghia. Invece uno Stato si regge su meccanismi più complessi. Se, in fase di recessione, un Paese stringe la cinghia, cioè taglia la spesa pubblica e aumenta le tasse, la sua economia si contrarrà. Col risultato che il rapporto tra debito e Pil, invece di diminuire, aumenterà. Infatti, con il governo Monti questo rapporto ha raggiunto il record negativo del 126 per cento».

    «Per la maggioranza degli economisti è pacifico che il debito pubblico non sia il problema principale», conferma Bagnai. «Basta pensare che prima della crisi quello italiano stava diminuendo. E che la tempesta attuale ha colpito per primi Spagna e Irlanda che avevano un debito minore di quello tedesco. Quindi, lo spread non deriva dal debito pubblico».

    Da che cosa è causato, allora? In sostanza, dicono Bagnai e gli altri, è un problema di bilancia dei pagamenti: sono deboli, e quindi passibili di alti spread, i Paesi che si indebitano con l’estero perché importano molto più di quanto esportino. E’ quanto è avvenuto dall’introduzione dell’euro allo scoppio della crisi nel 2007: in questo periodo nei Piigs – spiega Bagnai sul suo blog – è esploso il debito privato, spesso verso banche estere, con aumenti dai 31 (Italia) ai 98 punti di Pil (Irlanda e Spagna).

    Quella che ora viene presentata come crisi bancaria causata da una crisi del debito pubblico, sostiene sempre Bagnai, nei dati si presenta in modo opposto: la crisi da debito pubblico è causata dal dissesto finanziario del settore privato. E il debito privato si è accumulato nei Piigs proprio perché la moneta unica ha impedito alle economie meno competitive di difendersi con la svalutazione, come avveniva prima.

    Bravi allora i tedeschi nella gara della competitività? Sì, rispondono i “dissidenti”, i tedeschi sono stati più efficienti. Ma attenzione: la loro competitività è figlia anche del contenimento dei salari pianificato per fare concorrenza ai Paesi periferici dell’Eurozona. «In Germania nell’ultimo decennio i salari sono stati mantenuti sempre al di sotto dell’aumento della produttività», chiarisce Emiliano Brancaccio. «In questo modo i tedeschi hanno potuto aumentare al massimo il loro surplus verso gli altri Paesi Ue, creando uno squilibrio insostenibile in seno alla zona euro. Ora la Bce vorrebbe correggerlo imponendo ai Piigs di abbattere i salari, le spese interne e le importazioni

    http://espresso.repubblica.it/dettaglio/crisi-una-valanga-di-bugie/2194591/10

  4. Il sistema economico del Paese A è caratterizzato da forte inflazione, bassi salari ed arretratezza tecnologica; la bilancia commerciale è da tempo in deficit; per contro, il bilancio dello Stato è tendenzialmente in pareggio. Esso è entrato a far parte di un accordo internazionale fra Stati che prevede aiuti allo sviluppo e libero scambio fra i Paesi aderenti (ipotesi: tasso di cambio flessibile e libertà di movimento dei capitali). In quale modo questo fatto potrebbe essere di aiuto al Paese A? Quali scelte di politica economica da parte di A potrebbero essere utili in questa situazione?

    Poiché il bilancio dello stato è sostanzialmente in pareggio ci si può permettere una riduzione delle imposte. Abbiamo un aumento del consumo e della produzione (poiché aumenta il reddito disponibile) e del tasso di interesse ( la curva IS si sposta verso destra (la LM rimane ferma).
    Gli investitori stranieri saranno interessati a detenere titoli di questo paese a causa del tasso di interesse elevato (vi è ipotesi di libertà di movimento di capitale) e dunque si attraggono capitali necessari a colmare il debito dovuto dal deficit della bilancia commerciale.

  5. Da Il Fatto Quotidiano

    Non è tanto il problema dell’esercito industriale di riserva – i disoccupati secondo il vecchio Marx – quanto quello che l’esercito suddetto si ammassa alle porte di una fortezza vuota. Sono 30mila le imprese che hanno chiuso dal 2009, centinaia i tavoli di crisi aperti a Roma e a livello locale. Insomma, non si sa quali siano i “molti versi” secondo i quali si può dire che stiamo uscendo dalla crisi secondo Mario Monti (stroncato ieri dai sindacati confederali in coro), qui se ne possono però citare certi altri secondo i quali la faccenda s’è messa male e non accenna a migliorare.
    CRISI INDUSTRIALI, si diceva: al ministero dello Sviluppo economico, sinora, si sono aperte 131 vertenze a cui sta appeso il destino di 163mi-la e dispari lavoratori. Per capirci sulla progressione della vicenda, a gennaio 2011 c’erano 109 tavoli per poco meno di 135 mila posti a rischio. Dalla Fiat di Termini Imerese alla Golden Lady, dalla Vinyls alla Indesit alla Pfizer alle Poste addirittura. Un rosario interminabile di aziende che chiudono o spostano la produzione lasciando a spasso centinaia di persone per volta. Nella sola edilizia, dicono i sindacati di settore, sono già andati in fumo 400mila posti in tre anni, che diventano mezzo milione contando l’indotto. La situazione, avverte però la Cgil, che tiene sul suo sito la mappa aggiornata delle crisi, è ancora peggiore di quella che appare analizzando i dati del ministero di Passera: “Le cifre crescono vertiginosamente, è indispensabile ricordarlo, se si considerano gli innumerevoli altri casi di crisi aziendali non ancora giunte a Roma, ma già avviate a livello territoriale, che contribuiscono a mettere in ginocchio il tessuto industriale ed occupazionale di intere regioni”. Un numero preciso non c’è, ma fonti del sindacato stimano che le vertenze locali siano addirittura di più – anche se di più piccola entità – rispetto a quelle già aperte allo Sviluppo. A spanne, dunque, si può dire che in, questo stesso istante, oltre ai 163mila di cui si parla ufficialmente, altri 150-200mila lavoratori rischi-no di vedersi scippare il posto e il luogo di lavoro da sotto il naso. Che cosa, allora. ha tenuto in piedi il paese finora?
    LA CIG (la cassa integrazione nelle sue varie forme) è la risposta semplice quanto preoccupante: nei primi sette mesi del 2012 sono state richieste 640 milioni di ore di Cig tra ordinaria, straordinaria e in deroga. Significa un + 8,76% rispetto ad un anno di crisi come il 2011. In Cassa a zero ore, a luglio, c’erano oltre 525mila persone per un taglio del reddito di oltre 2,4 miliardi di euro (circa 4.700 euro l’anno cadauno). “Vuol dire che la crisi si sta stabilizzando a livelli decisamente negativi, peggiori e più elevati rispetto a quelli del
    L’ULTIMO MODO per capire quanto siamo messi male è l’indice che molti economisti ritengono il più rilevante per giudicare l’andamento di questa crisi europea, quello insomma che più dovrebbe preoccupare il “per più versi” ottimista Monti: lo squilibrio della bilancia dei pagamenti correnti. In sostanza com’è messo il conto delle entrate e delle uscite comparate (capitali e merci) tra noi e gli altri paesi, in particolare dell’eurozona. Per comodità vediamo solo esportazioni e importazioni: nel 2001 l’Italia era sostanzialmente in pareggio, dieci anni dopo risultava in deficit per 70 miliardi (più o meno come la Francia, che però partiva da un attivo di 24 miliardi), mentre la Germania è passata da 0 a + 250 miliardi di surplus e il trend non pare essere cambiato quest’anno. La domanda dunque è: su quali parametri si basa l’ottimismo del premier?
    2011, ha spiegato uno dei segretari confederali di Corso d’Italia, Elena Lattuada.
    IL PIL d’altronde non fa che registrare questo andamento negativo: nel triennio 2009-2012, secondo il Fmi, l’Italia perderà il 3,9% del suo Prodotto. D’altronde le previsioni, rosee, del governo nei suoi documenti ufficiali – una contrazione dell’1,2% – sono smentite dallo stesso ministro dell’Economia Vittorio Grilli (-2%) e dalle istituzioni internazionali (dal meno 2,5% in su), il che contemporaneamente mette in crisi tutte le previsioni sui conti pubblici dei professori. Anche i dati sulla produzione industriale, d’altronde, confermano il tracollo: – 1,8% nel secondo trimestre 2012 rispetto a gennaio-marzo e addirittura – 8,2% se il confronto è con lo stesso periodo del 2011. In sostanza siamo ai livelli di tre anni fa, a distanza siderale rispetto al 2008, l’anno in cui comincia la grande gelata del manufatturiero.

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