Autore: Il Fatto Quotidiano

Levata di scudi dell’imprenditoria britannica verso un’eventuale uscita dall’Europa del Regno Unito. Nessuna ragione ideologica né slancio europeista, ma semplicemente la paura che una simile mossa possa danneggiare gli affari del Paese, come hanno scritto alcuni protagonisti dell’industria e della finanza britannica hanno scritto in una lettera aperta al premier David Cameron invitandolo a non mettere in dubbio la presenza della Gran Bretagna nell’Ue. Tra i firmatari, Richard Branson della Virgin, Chris Gibson-Smith del London Stock Exchange e Roger Carr, presidente della Cbi (la Confindustria britannica). Ma Londra, vista la forte pressione dei Tories più critici nei confronti di Bruxelles e degli euroscettici dell’Uk Independence Party (in salita nei sondaggi), si avvia verso una rinegoziazione dolorosa dei suoi rapporti con l’Europa.

Restare nell’Ue semplicemente perché ci conviene, è il succo della lettera inviata a Cameron dai big del British business, secondo i quali uscire dal mercato unico europeo assesterebbe un duro colpo all’economia del Paese. “Chiedere oggi un ridimensionamento dei nostri rapporti con Bruxelles metterebbe a rischio la nostra stessa appartenenza all’Ue il che provocherebbe un danno per la nostra economia”, si legge nella lettera pubblicata a stralci dal Financial Times. Gli imprenditori temono, oltre ad una perdita nel commercio con gli altri 26 Paesi Ue all’interno del mercato unico, il trasferimento di altre compagnie sul continente maggiormente attirate da quel mercato e dai rapporti commerciali stretti negli anni da Bruxelles con soggetti terzi come gli Stati Uniti. Nella lettera si legge che soltanto le perdite fiscali di questo spostamento costerebbero a Londra circa 25 miliardi di sterline (30,6 miliardi di euro).

La lettera non è stata scritta da ferventi europeisti, di questi tempi piuttosto scarsi Oltremanica, ma da prestigiosi nomi dell’imprenditoria e della finanza britannica. Tra essi ritroviamo Roland Rudd presidente della Business for New Europe, Roger Carr presidente della CBI, Lord Davies della Corsar Capital, Gerry Grimstone delle TheCityUK, Sir Martin Sorrell della WPP, Jan du Plessis della Rio Tinto, Sir Michael Rake della BT e Malcolm Sweeting della Clifford Change. D’altronde non è la prima volta che pezzi importanti del business britannico si rivolgono a Cameron per frenarne l’impeto euroscettico. Ancora nel dicembre 2011 venti dei più importanti imprenditori britannici scrissero una lettera al Daily Telegraph (quotidiano euroscettico) per chiedere esplicitamente al governo di fare il possibile per mantenere il Paese “in the hearth of Europe”, come diceva Tony Blair, e non certo per altruismo, ma perché ne dipendevano almeno 3 milioni di posti di lavoro.

Ma la posizione di Cameron non è delle più facili. Stretto nella morsa delle frange più euro critiche dei suoi Tories e degli euroscettici di formazioni politiche in costante ascesa come l’UK Independence Party di Nigel Farage, non può permettersi il lusso politico di perdere troppi consensi anche in vista delle elezioni del 2015. Imbeccato dai cronisti, ha ribadito più volte che “ci sono cambiamenti nei nostri rapporti con Bruxelles che sarebbero positivi per noi e anche per l’Europa”. Maggiori dettagli a riguardo sono attesi nel suo discorso sulle linee guida della Gran Bretagna nei confronti dell’Europa verso metà gennaio.

Ma cosa vuole Londra da Bruxelles? Sostanzialmente più libertà di manovra e meno vincoli normativi, insomma un accordo perfetto. Dopo le ultime opposizioni di Londra alla Tobin Tax, all’Unione bancaria e al Quadro finanziario pluriennale europeo 2014-2020, Cameron cercherà di rimpatriare sull’isola altri poteri che negli anni passati sono finiti a Bruxelles. Si va dalla difesa del rebate (risarcimento annuale che Londra si intasca per i fondi strutturali non utilizzati e pagato dagli altri Stati membri tra cui l’Italia) alla piena autonomia in sicurezza e immigrazione (la Gran Bretagna non fa parte dello spazio di libera circolazione di Schengen) al taglio dei contributi pagati a Bruxelles fino ad arrivare, ipotesi non esclusa, a un vero e proprio referendum sull’Ue. Una rinegoziazione che, se portata agli estremi, potrebbe portare appunto all’uscita del Paese dall’Unione. 

@AlessioPisano