Autore: Il Fatto Quotidiano

Il mio amico Enrico, che vive e lavora in Italia, diceva oggi che noi italiani, che tanto accusiamo i parlamentari, non ci rendiamo conto di essere esattamente come loro. In questo senso, in nessun luogo al mondo, così come in Italia, i politici sono “rappresentanti” del popolo che continua a votarli per poi trovarseli al potere e sputargli addosso. 

Il fatto è che non proviamo più indignazione, né ribellione, né disgusto ma sopratutto non crediamo possibile cambiare le cose. Non ci rendiamo conto che la forza del nostro voto, la forza della nostra maggioranza potrebbe finalmente trasformare l’Italia in un paese normale. Democratico. Perbene. 

Invece, incapaci di opporre qualsiasi resistenza, indifferenti allo squallore di una scena politica che farebbe rabbrividire chiunque sia minimamente abituato ad un contesto civile, completamente persi ad inseguire gli show di un guitto di cabaret di quart’ordine che, dopo aver messo a soqquadro la nostra realtà e rapinato il nostro futuro per una ventina d’anni a venire, va quotidianamente in televisione a parlare come se ancora ne avessero diritto. E nove milioni di persone ascoltano come se ci fosse ancora qualcosa da ascoltare. Come se quel guitto, con il cerone cadente, grottesco e patetico, avesse ancora il diritto civile a volerci rappresentare. A meno che non pensiamo di essere come lui. E forse, come dice Enrico, lo pensiamo.

Cambiare, purtroppo, significherebbe rimboccarsi le maniche, noi prima di loro. Significherebbe smetterla di sentirsi inutili e di indossare finalmente i panni di cittadini e con questo assumersi enormi responsabilità. Accettare che per essere degni di questo nome, bisogna lavorare sodo, non scendere a compromessi, non accettare oboli, non barattare la propria dignità con la “libertà garantita ai servi”.

Cambiare significa smettere di essere qualunquisti e dare peso e valore alle cose e pretendere che ci siano differenze fra destra e sinistra, fra conservatori e liberali, fra chi ha una visione di uno stato più “sociale” e chi meno. Fra chi ti dice che combatterà per i diritti civili dei gay, degli immigrati e delle donne e chi invece i gay, gli immigrati e le donne li vorrebbe rintanati in una cuccia. 

Cambiare significa dire al signor Giuseppe Grillo, in arte Beppe, leader e capo del Movimento a 5 Stelle, che, se si è antifascisti, perché questo paese dovrebbe essere tale, sempre e comunque, perché il fascismo è fuori legge (ma ve lo ricordate che i fascisti hanno deportato ebrei, zingari, omosessuali nei campi di concentramento?), non si può dire che “vabbè apriamo a Casa Pound“. E quelli di voi che hanno visto in questo movimento una speranza, dovrebbero riflettere su questo perché il nostro paese è già stato fascista e io, personalmente, credo che quella vergogna sia ancora viva e superiore persino a quella di essere stati per diciassette anni berlusconiani e di, ahimè, esserlo ancora fin dentro le ossa. Anche quando, pensando di non esserlo, si decide di seguire chi giudica un rappresentante di Casa Pound, un perfetto candidato del proprio partito.