Il giorno in cui la Germania uscì dall’Euro

Autore: Blog di Beppe Grillo

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Se fosse la Germania a uscire dall’Euro invece dei Pigs, chi ci guadagnerebbe? La prima risposta è la Germania, ma è la risposta sbagliata. Nell’articolo di Zeit on line (tradotto dal sito Voci dalla Germania – Un blog per raccontare il dibattito tedesco sull’Eurozona) si spiega il perché.

E se la Germania desse ascolto agli euroscettici ed uscisse dall’Euro?Che cosa accadrebbe se la Germania abbandonasse l’Euro?
Il parlamento tedesco approva con una maggioranza di due terzi l’uscita dall’Euro e la reintroduzione del D-Mark. Solo i Verdi votano contro. Il tasso di cambio è uno a uno. Il presidente della Bundesbank lascia il consiglio BCE con effetto immediato.
I mercati finanziari e dei cambi reagiscono immediatamente all’uscita della Germania. Dal resto dell’unione monetaria arriva in Germania un fiume di liquidità. La nuova valuta si apprezza del 50 % nei confronti dell’Euro. Un marco costa ora 1.5 €. Allo stesso tempo crolla il valore delle garanzie statali offerte per i fondi di salvataggio. La stessa cosa accade per i debiti e i crediti nati dal sistema Target della BCE: la Bundesbank chiede che siano saldati immediatamente. I rischi per il bilancio pubblico, almeno all’inizio sembrano scendere. Circa 200 economisti celebrano la ritrovata libertà della Germania. Thilo Sarrazin dichiara in tv: “La Germania non ha bisogno dell’Euro“.

Nel resto dell’Eurozona i mercati finanziari sono in difficoltà. La BCE dopo l’uscita della Germania ha immediatamente spostato la sua sede da Francoforte a Parigi. Nel frattempo annuncia acquisti illimitati di obbligazioni. In questo modo i banchieri centrali riescono a governare le quotazioni dei titoli. La Nuova Banca Centrale Europea rimborsa tutti i crediti Target della Bundesbank con denaro fresco di stampa. Calcolati in marchi, hanno perso un terzo del loro valore. La Bundesbank è costretta a contabilizzare una grossa perdita. Lo stesso accade con il rimborso dei fondi tedeschi conferiti all’ESM. L’indebitamento pubblico tedesco cresce di un valore corrispondente. Dopo alcune settimane di sollievo dovute all’uscita dall’Euro, numerosi produttori di auto dichiarano che il loro fatturato nel resto d’Europa è crollato. Le auto tedesche per il resto d’Europa sono troppo costose. I costruttori chiedono la cassa integrazione e iniziano a licenziare.Poco dopo, l’associazione degli industriali dichiara che l’economia tedesca a causa dell’apprezzamento del Marco non è piu’ competitiva ed esorta i sindacati tedeschi ad accettare una riduzione dei salari. Dopo appena un trimestre, l’Ufficio Federale di Statistica comunica che gli avanzi delle partite correnti si sono dimezzati e che l’export verso il resto d’Europa è crollato. Thilo Sarrazin dichiara in un altro talk show che anche senza l’Euro si sente molto bene. Il suo reddito non si è affatto ridotto. Nel resto d’Europa, gli altri paesi avranno più tempo per raggiungere gli obiettivi di risparmio e decidono di aumentare i loro depositi nel fondo ESM, per compensare l’uscita della Germania.
La Germania entra in recessione. Il Fiskalpakt viene sospeso e sostituito con un patto di stabilità. I paesi europei si impegnano a rispettare gli obiettivi di inflazione e a evitare che si formino degli squilibri nelle partite correnti. L’ESM diventa un Fondo Monetario Europeo (FME), con il compito di controllare il rispetto dei trattati da parte dei membri. I paesi che registrano un avanzo o un deficit delle partite correnti eccessivo, dovranno cedere una parte delle proprie entrate fiscali al FME.
La nuova BCE comunica che il suo obiettivo di inflazione resta invariato al 2%. La Bundesbank dichiara subito dopo che l’obiettivo di inflazione per la Germania è dell’1%, e aumenta i tassi. Il Marco continua ad apprezzarsi. L’Ufficio Federale di Statistica comunica che la bilancia commerciale della Germania, a causa del crollo delle esportazioni, ha raggiunto il pareggio. La congiuntura in Germania si indebolisce ulteriormente. L’industria dell’export è in recessione e taglia in maniera massiccia posti di lavoro. Anche l’economia interna inizia a perdere slancio per i tassi troppo alti. Nel resto d’Europa la situazione economica a poco a poco si stabilizza. Thilo Sarrazin dichiara in tv: “Questo non ha nulla a che fare con l’Euro“. VW sposta le sue fabbriche Martin Winterkon, amministratore delegato di VW, fa sapere che l’azienda sposterà una grossa parte della sua produzione nel resto dell’Eurozona. “Il mercato tedesco è troppo piccolo per la nostra produzione, e abbiamo bisogno di tassi di cambio più sicuri“, dice Winterkorn. Il valore delle azioni VW cresce vertiginosamente. BMW e Daimler confermano piani analoghi. Nei rinnovi contrattuali dei metalmeccanici, per la difficile situazione nell’industria, viene concordato un aumento dell’1%. Nel settore pubblico, una riduzione delle entrate costringe a tagliare il numero dei dipendenti pubblici. I rinnovi contrattuali portano ad un aumento di mezzo punto percentuale. Un anno dopo l’uscita dall’Euro, la Germania si trova in piena recessione con una crescente disoccupazione. Nel frattempo anche la domanda interna è crollata: i bassi aumenti salariali e i licenziamenti stanno affossando i consumi. Sempre più aziende trasferiscono posti di lavoro nell’Eurozona, in Asia o negli Stati Uniti. La Borsa di Francoforte ha perso molta della sua importanza; quella di Parigi al contrario ha accresciuto la sua influenza. I capitali continuano ad uscire dalla Germania mentre i tassi di interesse tornano a crescere. La rivalutazione del Marco si è fermata. La zona Euro nel frattempo si è stabilizzata e mostra una debole crescita economica. Sta crescendo l’export dai paesi in crisi – soprattutto verso la Germania. VW pianifica l’allargamento dei suoi impianti in Spagna e prende in considerazione la costruzione di uno stabilimento aggiuntivo in Grecia.
Dopo due anni, la crescita nel resto dell’area Euro torna oltre il 2%. L’economia in Germania invece ristagna, la disoccupazione resta alta. Circa 200 economisti pubblicano un drammatico appello per aumentare la competitività della Germania. Il mercato del lavoro è poco flessibile, i salari troppo alti e le prestazioni sociali troppo generose per poter affrontare le sfide della globalizzazione. Grecia e Spagna sono in pieno boom, mentre l’economia tedesca è in difficoltà, scrivono due anni dopo l’uscita dall’Euro. Thilo Sarrazin dichiara in un programma televisivo: “Non ho mai suggerito l’uscita dall’Euro, al massimo mi sono permesso di dire che non abbiamo bisogno dell’Euro“.”

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11 thoughts on “Il giorno in cui la Germania uscì dall’Euro

  1. Una cosa che non mi è mai andata giù è l’esaltazione, a volte bipartisan, della figura di Tremonti. Siccome ha quell’aria saccente e quegli occhialetti da secchione gran parte degli italiani si sono convinti che sia un gran cervellone, il capoccione che ci ha tenuto a galla durante la crisi. E’ sinceramente doloroso, soprattutto dopo la scomparsa di Padoa Schioppa, vedere come vengano usurpati i meriti altrui. Nel 2006 il nostro deficit era del 4,4%, ben al di sopra al tetto del 3% stabilito dalla UE; Arrivato Padoa Schioppa il deficit fu portato in due anni sotto la soglia del 3% (2,7%) rientrando così nei parametri. Questo quando in altri stato, come la Francia, si mettevano in discussione soglie così basse. Contemporaneamente 2006-2007 furono gli unici anni in cui il pil in Italia riprese a crescere sopra l’1,5%.

    Poi tornò Tremonti con un programma di assoluto immobilismo e di tagli indiscriminati che riuscì comunque a farci uscire dalla via tracciata da Tps. Pil a livelli da incubo (-5%) e rapporto deficit pil di nuovo straripante (ben oltre il 4%). Ma oltre a questi conti di sicuro il peccato più grave è stata una politica economica miope, incapace di progettare un qualsivoglia programma di rilancio o di crescita, tutta ancorata al presente. E siamo sempre tra i paesi che crescono di meno.

    Un solo dato: nel decennio 2000-2010 in cui tremonti è stato ministro dell’economia per sette anni l’Italia è stato il paese il cui pil è cresciuto meno al mondo (battuti solo da Haiti). Considerate poi che di questi anni i soli in cui la crescita sia stata superiore al 1,5% sono stati il 2000 (+3,6%), il 2001 (+1,8%), il 2006 (+1,9%) e il 2007 (+1,9%).

    E ritorniamo a Tremonti, questo novello profeta della crisi che solo un anno e mezzo fa negava ci fosse mai stata.

    Si sta tenendo il summit dei ministri dell’economia europei a Davos, in Svizzera. Italia imputata in una sessione a porte chiuse dal titolo “Italia, un caso speciale”. Argomento:”Malgrado la sua storia, il suo patrimonio culturale, la forza di alcuni settori della sua economia, il paese ha difficoltà di governance e un’influenza sproporzionatamente piccola sulla scena globale. Le sue prospettive economiche e sociali appaiono negative”.
    E chi è a tuonare contro Tremonti? Roubini, uno dei pochi economisti che nel 2007 già aveva previsto (per davvero) la crisi.

    Cito uno stralcio da un articolo di oggi della Repubblica:

    Un altro economista, Daniel Gros che dirige a Bruxelles il Centre for European Policy Studies, invita a non illudersi sul fatto che l’Italia possa a lungo sottrarsi al destino di Grecia, Portogallo, Irlanda: “La vostra situazione è preoccupante. Siete il paese più direttamente in competizione con la Cina, per la tipologia dei prodotti. Da dieci anni si sa quali riforme andrebbero fatte. Di questo passo l’Italia potrebbe diventare il prossimo grosso problema dell’eurozona”. Josef Joffe, editore e direttore del giornale tedesco Die Zeit: “Da dieci anni crescete meno della media europea, questo è il problema numero uno”.

    Insomma, dopo dieci anni di stagnazione rischiamo di diventare la palla al piede dell’Europa.
    D’altronde non bisogna andare all’estero per sapere cosa ne pensano della politica economica tremontiana che anche in patria è criticata unanimamente da Draghi (banca d’italia), Marcegaglia (confindustria) e sindacati.
    Quanto ancora dovremo andare avanti con Giulietto?
    A Perclorato: Aumentare le tasse sugli immobili? Ti ricordo che la famigerata ICI fu tolta proprio durante il governo Prodi. Vogliamo andare a vedere come è aumentata la pressione fiscale negli ultimi due anni, durante il virtuoso ministero Tremonti?
    Se la Grecia andava a gambe all’aria senza aiuti Ue l’avremmo di certo seguita a breve. Ma rischiamo grosso ancora oggi se vanno in default Spagna e Portogallo.
    pressione fiscale in Italia:
    2008: 42,9%
    2010: 47%

  2. …ieri pomeriggio, durante la presentazione di un libro di Brunetta (ma proprio tutti scrivono!) e davanti ad una platea amica, in nostro caro Berlusconi, oltre a dire una serie di castronerie (la Germania dovrebbe uscire dall’euro), ha dato chiari segni di alzheimer….chiamando Ferrara, Giovanni e dicendo che il cambio lira/euro è stato di 1927….
    Se questo è un candidato Premier per la prossima legislatura…si salvi chi può…
    @x l’assurdo troll…hai perfettamente ragione…

  3. Leggete tutto l’articolo di questo professore di economia di Pescara, che nel suo blog lo scriveva ancora nel 2011

    http://goofynomics.blogspot.it/2011/11/i-salvataggi-che-non-ci-salveranno.html

    mercoledì 16 novembre 2011I “salvataggi” che non ci salveranno
    Intervenendo su lavoce.info prima della manovra di luglio prevedevo che essa difficilmente avrebbe placato i mercati. La previsione si è avverata e i motivi che ne hanno determinato il successo sono gli stessi che determineranno, purtroppo, l’insuccesso delle attuali strategie di salvataggio della zona euro.

    Lo squilibrio strutturale
    Si parla solo di debiti “sovrani”, ma la scansione dei fatti mostra che la crisi dei PIGS nasce dall’accumulazione di debito privato verso creditori esteri. Dal 2000 al 2007 nei PIGS è cresciuto il debito estero (in Grecia, Portogallo e Spagna per circa 60 punti di Pil; Fig. 1), ma il debito pubblico era stazionario (come in Grecia) o in calo (Spagna, Irlanda, Italia). Il debito estero era quindi essenzialmente privato (questo è chiaro ad esempio a De Grauwe). Certo, il debito “nato” privato è poi “morto” pubblico: dal 2008 la perdita di credibilità dei PIGS chiude il rubinetto dei capitali esteri e i salvataggi pubblici della finanza privata fanno esplodere l’indebitamento pubblico. Ma se non si ricorda che il problema è il debito privato, non si capisce perché le manovre non hanno risolto nulla e perché i “salvataggi” autunnali si avviano sulla stessa strada.

    ..

  4. chi mi spiega in poche e semplici parole il problema della borsa attualmente? no perchè alla tv si sentono tante cose ma se io non so niente di questo mondo, non ci capisco niente..
    cosa sta succedendo? e quali saranno i risvolti futuri secondo voi?

  5. Quando era Premier, ha firmato tutti i trattati voluti dalla Merkel, compreso il famoso “Fiscal Compact” che assieme alle manovre Tremonti, ci obbliga all’austerity da ben prima di Monti, mentre adesso ogni giorno sbraita contro la Germania e minaccia di uscire dall’euro (non capendo tra l’altro che non fa paura a nessuno perchè i tedeschi sarebbero ben felici di togliersi dalle p. l’italia). Ma per favore, solo un povero sprovveduto potrebbe cascarci in questa squallìda propaganda da 4 soldi.

  6. http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/13/crisi-greca-in-attesa-degli-aiuti-atene-si-indebita-ancora-per-4-miliardi-piu-interessi/412343/

    Ennesima giornata sull’orlo di una crisi di nervi, e di debito, per la tormentata Grecia, che è tornata sul mercato alla ricerca di 5 miliardi di euro per ripagare un uguale ammontare di titoli di Stato che scadono venerdì (di cui una parte in mano alla Bce) e scongiurare così un conclamato default. Alla fine è andato, almeno per oggi, tutto bene. Atene ha venduto titoli per quattro miliardi di euro, nello specifico 2,7 miliardi di bond della durata di un mese con un tasso d’interesse del 3,95% e 1,3 miliardi di titoli a 13 settimane e interesse del 4,2 per cento. Giovedì prossimo si replica alla ricerca del miliardo che ancora manca.

    ..

    Il problema è che questi giochetti avvengono mentre la situazione sociale si fa giorno dopo giorno più drammatica e l’economia continua a sprofondare. Le ultime notizie del bollettino di guerra ellenico segnalano una disoccupazione giovanile ormai prossima alla spaventosa soglia del 60% e una situazione del sistema sanitario con le case farmaceutiche che sospendono la fornitura di farmaci anti cancro agli ospedali che non hanno più soldi per pagarli (la Merck –Serono si è però premurata di far sapere che i cittadini possono continuare a comprarsi autonomamente il medicinale salva vita in farmacia alla modica cifra di 4.000 euro per trattamento).

    Intanto il paese è ormai è in svendita. La prossima ondata di privatizzazioni comprende la raffineria Hellenic Petroleum, i porti del Pireo e di Salonicco, la compagnia di acqua pubblica Thessaloniki water , il produttore di nickel Larco, l’aeroporto di Atene, le Poste, la società pubblica del gas oltre a una serie di aeroporti ed infrastrutture minori sparsi nelle isole. Nonostante sforzi e sofferenze quest’anno il Prodotto interno lordo è previsto in calo del 6% mentre nel 2013 contrazione dovrebbe attestarsi al 4,5%. Il deficit oscilla tra l’8 e il 9% del Pil mentre il debito dovrebbe raggiungere il 190% del Pil.

    Persino il Fondo monetario ha recentemente avanzato dubbi sull’eccessiva rigidità e durezza delle richieste che gravano sulla Grecia. Il percorso di aggiustamento del deficit fissato per il periodo 2009-2015 prevede infatti interventi pari al quasi il 20% del Pil a fronte di sforzi chiesti a Irlanda e Portogallo che si fermano al 10 e al 9% del Pil. La Grecia ha sinora ricevuto prestiti per circa 240 miliardi di euro (su cui paga interessi di circa il 3-4% e che andranno comunque rimborsati) ma come si vede la crisi economica non fa che peggiorare e avvitarsi su se stessa.

    Ieri Atene ha strappato a Bruxelles una proroga di due anni (dal 2014 al 2016) per centrare gli obiettivi di finanza pubblica concordati . Non è necessariamente una buona notizia visto che la concessione sembra essere subordinata all’adozione di ulteriori “strette” e che c’è, ovviamente, un prezzo da pagare. Secondo le prime stime lo slittamento avrà un costo quantificabile tra i 30 e i 40 miliardi di euro tra maggiori oneri che graveranno sulle finanze pubbliche, ritardo nell’accesso ai mercati e rallentamento nell’applicazione delle riforme.

    Intanto forte di questi strabilianti successi ottenuti in Grecia, la famigerata Troika (Ue, Bce, Fmi) è sbarcata qualche giorno fa a Cipro, paese a sua volta in gravi difficoltà economiche anche a causa della vicinanza geografica e finanziaria con Atene. Sul tavolo c’è un assegno da circa un miliardo di euro che verrà staccato in cambio di taglio degli stipendi pubblici, abolizione dell’indicizzazione dei salari all’inflazione e privatizzazioni.

  7. A quanto ho capito il veto alla BCE a stampare gli Euro proviene innanzitutto (e forse esclusivamente, a questo punto) dal governo tedesco. Ma continuando così gli Stati del Sud (Spagna, Italia e Grecia) faranno default. È matematico. È solo questione di tempo: 5 anni, 10 anni, magari anche 20 ma non si potranno mai ripagare senza stamparne di nuovi, cioè facendo altri debiti e aumentando l’ammontare complessivo.

    Se forse l’Euro ha qualche speranza di rimanere in vita senza la Grecia, la maggior parte degli Economisti lo ritiene impossibile senza l’Italia. Una moneta unica solo per la Europa del Nord non sarebbe sufficiente a garantire alla Germania quelle esportazioni così competitive, nel nostro Paese come in altri. Questo la Merkel ovviamente lo sa, ma perchè non lo paventa?
    Forse ritiene che i lavoratori italiani accettaranno di lavorare per 400 euro al mese come in Serbia?
    Forse ritiene che rinunceremo al welfare, all’assistenza ospedaliera e a tutto il resto che abbiamo conquistato (nel Diritto) in decenni di lotte sindacali? Probabilmente pensa così, e forse sarà così, ma in tal caso la corrente eurosecessionista diverrebbe la maggioranza, e alla Germania non conviene che l’Italia esca dall’Euro. Giusto? O forse dopo averci dissanguato
    http://it.answers.yahoo.com/question/index;_ylt=Au9KCDSF8g2OZMvMvz68HWfxDQx.;_ylv=3?qid=20130315075344AAjnQqD
    “ci lasceranno cadere come una patata bollente”? E in quale anno si prevede ciò accadrà?

    In tanti dicono che tutta l’Europa cadrebbe, nessuno Stato si salverebbe dal contraccolpo e torneremmo ognuno alla sua moneta. Giusto? È così il ragionamento o è sbagliato?
    Bene, se è giusto il ragionamento, allora per quale motivo la Merkel non permette a Draghi di stampare gli Euro per pagare gli Investimenti Italiani? Ma poi Draghi può stampare gli Euro solo per acquistare titoli pubblici o anche per pagare direttamente voci di spesa?
    Insomma se, poniamo un giorno si dovessero pagare 2mila miliardi di Euro e non ce ne fossero, la BCE può stampare CARTA per 2.000.000.000.000 € e metterla in circolo, creando un po’ di inflazione ma evitando il default, OPPURE non è nei suoi “poteri”?

  8. Quando si mette in discussione l’euro, la reazione indignata e corale è “Non possiamo uscire dall’Europa”, come se l’Europa si identificasse con l’euro. Si può rimanere tranquillamente nella UE senza rinunciare alla propria moneta. Su 27 Stati aderenti alla UE, dieci hanno mantenuto la loro divisa, tra questi Gran Bretagna, Svezia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca che non rischiano alcun default. Un altro trucco è l’utliizzo ripetitivo del termine “moneta unica”, non vi è assolutamente alcuna moneta unica europea, l’euro è limitato a 17 Stati e chi è fuori si guarda bene dall’entrare nella zona euro. Chi è oggi in crisi in Europa? In assoluta prevalenza i Paesi che hanno adottato l’euro con economie cosiddette “deboli”. La domanda è “Deboli rispetto a chi?”, ovviamente rispetto alla Germania. Stati come Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna, Grecia e forse in futuro Francia e Olanda non possono reggere il passo dell’economia tedesca. Una moneta dovrebbe riflettere il valore dell’economia di un Paese, ma l’euro rappresenta al più il valore del marco. E’ necessario un piano B nell’eventualità che si debba tornare alla lira.
    Non si tratta di essere ostili in principio all’euro, ma di poterselo permettere. Per rimanere nell’euro stiamo affamando il Paese, strangolando le aziende, trasferendo la ricchezza privata a copertura degli interessi sul debito pubblico che è (purtroppo) in euro. Se fosse in lire potremmo risolvere il problema del debito con la svalutazione della nostra moneta. Da quando Rigor Montis ha deciso di applicare la sua manovra di lacrime e tasse per salvare l’Italia siamo sprofondati, hanno chiuso circa 140.000 aziende nel primo trimestre, la disoccupazione è alle stelle e gli imprenditori suicidi non si contano più, il valore degli stipendi è ritornato al 1983. L’IMU, l’IMU bis e il Super IMU sono alle porte. L’Italia boccheggia come una balena spiaggiata. Lo ha capito persino Draghi che di fronte alla possibile serrata del Paese ha invocato meno tasse e forti tagli alla spesa pubblica.
    Se per rimanere nell’euro e pagare gli interessi sul debito alle banche, in prevalenza tedesche e francesi, dobbiamo uccidere l’economia del nostro Paese forse è il caso di fermarsi a riflettere. In particolare se il debito pubblico e lo spread aumentano comunque mentre veniamo strangolati. L’euro non può essere un tabù.
    http://www.beppegrillo.it/2012/04/quando_si_mette/index.html

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