Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

referendum Cameron Europa

 di Valerio Valentini, da Londra.

 La prima volta che su questo blog accennai all’imminente indizione di un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’UE era il 7 ottobre 2012. Cioè quando la maggior parte dei giornali italiani non trovavano nulla di più interessante da raccontare dell’Inghilterra che i topless di Kate Middleton. Poi, una settimana fa, la notizia improvvisa, il fulmine a ciel sereno: “Cameron annuncia un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’UE”. E tutti, ovviamente, cadevano dal pero. Ora, a distanza di qualche giorno da quel roboante annuncio, cerchiamo di fare chiarezza.

 

 Innanzitutto, tanto per dovere di cronaca, quella di Cameron non è stata né un’arma segreta bandita contro Bruxelles, né una decisione presa in totale autonomia. La vicenda, volendo trovare una data di inizio, parte nel settembre 2011, quando il premier britannico si vede recapitare una petizione firmata da oltre 100 mila persone. Oggetto: l’indizione di un referendum per decidere se restare nell’UE oppure uscirne. E il Parlamento inglese, che è obbligato a discutere le leggi di iniziativa popolare sottoscritte da più di 100 mila persone (che populisti questi inglesi!), da allora comincia ad affrontare la faccenda con maggiore urgenza e serietà.

 Con l’aggravarsi della crisi economica nell’eurozona, i britannici diventano sempre più scettici. Soprattutto quando la paura della recessione e dell’austerità attraversa la Manica e la propaganda antieuropeista trova uno slogan di assoluta efficacia: perché dobbiamo continuare a sborsare i nostri soldi a Bruxelles, mentre siamo costretti a tagliare in casa nostra? L’UE, infatti, insiste per un rifinanziamento del bilancio europeo 2014-2020 pari al 5%. Gli Inglesi non ci stanno. Non sono disposti a fare sacrifici per pagare il conto della crisi dei PIGS. È così che Cameron, inizialmente titubante circa l’accelerazione dei tempi per l’indizione del referendum, comincia a paventarlo come una possibilità concreta. Fino a quando, la settimana scorsa, annuncia che entro il 2017, qualora il suo partito Conservatore dovesse essere confermato nelle elezioni del 2015, verrà indetto il famigerato referendum.

 Ma perché Cameron decide proprio ora?

 Questione di numeri, fondamentalmente. Diverse società di sondaggi hanno infatti convenuto che la questione del referendum è in grado di spostare, in varie direzioni, circa il 30% dell’intero elettorato. Dunque si tratta del tema politico fondamentale, assieme a quello dell’occupazione, su cui i vari partiti si confronteranno. Cameron ha cercato così di attrarre a sé i milioni di britannici euroscettici i quali stavano, lentamente ma progressivamente, trasmigrando verso lo UKIP, il partito indipendentista britannico guidato da Nigel Farage. I Conservatori, per arginare la deriva di consensi, avevano cercato, nel dicembre scorso, di proporre un’alleanza a Farage, il quale aveva seccamente rifiutato. E allora si sono decisi per il referendum.

 In effetti, anche nella file dei Tories, la fazione degli euroscettici radicali stava diventando sempre più cospicua, tanto da far traballare, in più di un’occasione, la maggioranza parlamentare del loro stesso premier. Quindi sicuramente la scelta di Cameron è dovuta anche ad un pressing interno al suo partito.

 E non si può certo dire che la mossa, almeno per il momento, non stia dando i primi risultati: il partito Conservatore, in drastica crisi di consensi da almeno un anno, ha ridotto il distacco rispetto ai Laburisti, che ora stanno all’opposizione ma che godono di un maggior sostegno nel Paese. Un mese fa lo svantaggio dei Tories era dell’11%: ora i sondaggi accreditano al partito di Cameron il 33% dei voti, e il 39% ai Laburisti di Milliband. Lo UKIP, invece, che solo qualche mese fa era un partito marginale, riscuote ora il 10% dei consensi, divenendo così la terza forza politica al fianco dei Liberal-Democratici.

 Annunciando il referendum, inoltre, Cameron ha cercato di stanare Milliband, costringendolo ad uscire allo scoperto. Da oggi i Laburisti saranno obbligati a dire chiaramente come la pensano rispetto all’UE, mentre finora avevano sempre mantenuto una posizione piuttosto ambigua: programmaticamente favorevoli all’Europa, infatti, non hanno talvolta esitato a criticare l’eccessiva timidezza di Cameron nel far valere gli interessi di Londra ai tavoli internazionali di Bruxelles, e sono addirittura arrivati ad appoggiare delle mozioni degli frangia più euroscettica dei Tories, pur di mandare sotto il governo in Parlamento.

 Detto questo, bisogna anche specificare che il referendum potrebbe rivelarsi per Cameron un’arma a doppio taglio. Di fatto, i sondaggi parlano – ma i dati sono a volte contrastanti – di una lievissima maggioranza di britannici contraria alla permanenza nell’Unione Europea e di una larga fetta di indecisi. Tuttavia, le modalità e i tempi con cui Cameron ha scelto di indire il referendum non convincono troppo. Né gli euroscettici né i loro avversari. I primi, infatti, avrebbero preferito una data più vicina, magari prima della fine dell’attuale legislatura. Al contrario, gli elettori favorevoli all’Europa (e ce ne sono anche tra i sostenitori dei Tories), ritengono quella di Cameron una scelta azzardata che rischia di isolare la Gran Bretagna. Tutti, in ogni caso, sembrano poco convinti dall’ambiguità vagamente democristiana del primo ministro. Il quale ha infatti detto che il suo desiderio sarebbe quello di rinegoziare la posizione del Regno Unito e che, laddove ci fossero margini di trattativa accettabili, si impegnerà “con anima e corpo” per supportare la permanenza in Europa del suo Paese. E tutti, soprattutto, sono preoccupati da eventuali ripercussioni sulla stabilità finanziaria inglese dovuta ai quasi 5 anni di incertezza che si prospettano: il 52% degli elettori conservatori ed il 54% esprimono timori in tal senso.

 Chiunque vinca le elezioni nel 2015, in ogni caso, difficilmente potrà rifiutarsi di indire il referendum: neppure un eventuale (e più che probabile) governo Labour, che verrebbe altrimenti accusato di voler ignorare la volontà popolare. Del resto non sarebbe la prima volta che i cittadini britannici si esprimono direttamente sull’Europa: già nel 1975, a soli due anni dall’entrata del Regno Unito nella CEE, la parola fu data agli elettori, che si espressero favorevolmente: affluenza del 65% e vittoria dei “Sì” col 67% dei voti. Dunque la storia della Gran Bretagna in Europa potrebbe finire come, di fatto, aveva avuto inizio: con un referendum. E questo, comunque la si pensi, è un dato significativo: su questioni di grande importanza nel Regno Unito si ritiene doveroso che sia il popolo ad esprimere l’ultima parola. Da noi chi auspica un referendum su tematiche internazionali viene additato come un terrorista; e quando i referendum vengono fatti, di solito il loro esito viene ignorato, o calpestato, dai partiti.