Autore: Il Fatto Quotidiano

Si è diffuso un senso di attesa, dopo i risultati sorprendenti delle elezioni. Fino a poche settimane fa tutti concordavano sul fatto che fosse urgente intervenire per contrastare la grave crisi economica e sociale italiana. Oggi sembra che non ci sia più questa emergenza e che quindi si possa aspettare. Questa illusione si basa in parte sulla tregua che nei fatti ci hanno concesso i mercati sul fronte dei titoli pubblici e quindi dello spread. Ma è chiaro che il mercato del debito è calmo non perché le cose vadano bene, ma perché confida sulla determinazione della Banca centrale europea nella difesa dell’euro e quindi nella sua volontà di scongiurare crisi di panico sui titoli dell’area dell’euro.   

La crisi italiana è tuttavia molto grave. Secondo la Banca d’Italia il Pil è caduto del 2,1 per cento nel 2012, il secondo peggior dato del dopoguerra, e nel 2013 subirà un ulteriore calo dell’1 per cento. Gli italiani sono più poveri. Il reddito procapite nel 2012 è stato inferiore del 10 per cento rispetto a quello del 2007. Centinaia di migliaia di posti di lavoro vengono distrutti. La situazione sul mercato del lavoro è di vera emergenza, ogni mese si perdono circa 100.000 posti di lavoro. Per qualche mese avremo ancora fondi per finanziare la cassa integrazione ma poi? La disoccupazione giovanile è su livelli record. I dati Cerved segnalano che nei primi 9 mesi del 2012 hanno chiuso 55.000 imprese, il dato peggiore degli ultimi dieci anni. Qualcosa non ha funzionato nelle politiche economiche di questi anni. A dicembre del 2011 il governo Monti presentava il decreto Salva Italia nel quale si prevedeva un calo del reddito nazionale, per il 2012, pari a (solo) -0,4 per cento e una ripresa dell’1 per cento per il 2013. Come abbiamo visto i fatti hanno smentito drammaticamente queste previsioni. Anche sui conti pubblici il governo Monti ha fatto errori molto significativi sull’andamento del deficit.   

È quindi il momento di una riflessione profonda. Olivier Blanchard e David Leigh in un recente paper (gennaio 2013) dimostrano come nei Paesi nei quali il consolidamento fiscale è stato più severo la crescita è stata minore rispetto a quella attesa. Vi è insomma un errore sistematico di previsione. I due economisti sostengono che questi errori siano dovuti alla sotto-stima del valore del moltiplicatore fiscale che è implicito nello schema dei governi e alla base delle misure di austerity. Le politiche di aumento delle tasse e i tagli stanno riducendo la crescita in gran parte dei Paesi europei. L’industria italiana però ha sperimentato risultati positivi sui mercati esteri (quelli che crescono). Il fatturato industriale italiano è cresciuto di circa il 3 per cento sull’estero nel 2012 e precipitato di quasi l’8 per cento sul mercato nazionale. Insomma, dove la domanda tira i nostri prodotti vanno bene. Lo ripete da oltre un anno ripete anche Sergio Marchionne. Vi è un problema di bassa domanda in Italia e nell’area dell’euro. Le politiche di austerità stanno generando un circolo vizioso: minore crescita, peggioramento dei conti pubblici, misure di ulteriore consolidamento fiscale e così via. Va data priorità alla crescita economica, prima che sia troppo tardi. Serve farlo a livello di Ue innanzitutto e a livello nazionale. É indispensabile a questo punto dare all’Italia un governo. La forte affermazione del Movimento 5 Stelle potrebbe rappresentare un’occasione per ripensare la politica economica. Non è pensabile, d’altro lato, che la terza forza politica della nazione resti alla finestra. La tregua da parte dei mercati è solo apparente. Il baratro è molto vicino.   

La soluzione auspicabile sembra un governo di salute pubblica con un programma di emergenza minimo: 1. Nuova legge elettorale e tagli ai costi della politica (azzeramento rimborsi ai partiti, dimezzamento degli stipendi dei politici, etc.); 2. Abbattimento del cuneo fiscale per il lavoro, pagamenti rapidi degli arretrati della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese; 3. Rinegoziare gli accordi con l’Ue; 4. Definizione di un programma di vendite dei aziende e attività pubbliche. Siamo davanti a un bivio: c’è l’opportunità di fare alcuni interventi politici ed economici e in questo modo dare un senso al voto di milioni di italiani che chiedevano il cambiamento; c’è, però, il pericolo di finire nella voragine. Se l’accordo fallisse, se non ci fossero le condizioni per un governo, se la situazione italiana si dimostrasse di totale instabilità politica è chiaro che saremmo di nuovo sottoposti al “plebiscito permanente” dei mercati: gli spread salirebbero rapidamente e ci si troverebbe davvero vicini al rischio di default. L’intervento europeo e del Fmi a nostro sostegno in uno scenario del genere sarebbe condizionato a una cessazione forte di sovranità, dovremmo impegnarci a fare quello che la troika ci chiederebbe con costi impensabili e terribili per il paese. Chi è stato eletto in Parlamento deve aver chiaro un simile scenario catastrofico ed essere pronto a renderne conto.

Il Fatto Quotidiano, 7 Marzo 2013