La funzione degli intellettuali

La funzione degli intellettuali

Autore: Blog di Beppe Grillo

Gaber_intellettuali.jpg Intellettuale: “Persona fornita di una buona cultura o cultore di studi per lo più riconducibili a un moderno valore umanistico” (dal Dizionario della lingua italiana Devoto-Oli). La funzione principale degli intellettuali è quella di lanciare appelli. L’appello e l’intellettuale sono imprescindibili. Cosa sarebbe infatti un appello senza una lista di intellettuali che fanno a gara per essere primi firmatari?
Gli intellettuali sono razionali
lucidi, imparziali, sempre concettuali
sono esistenziali, molto sostanziali
sovrastrutturali e decisionali
.” (*)
L’intellettuale italiano è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata.
Gli intellettuali fanno riflessioni
considerazioni piene di allusioni

allitterazioni, psicoconnessioni
elucubrazioni, autodecisioni
.” (*)
L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Se si schiera lo fa per motivi etici, morali, umanistici su indicazione del partito. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre! In fila per sei con il resto di due.
(*) Gli intellettuali — Giorgio Gaber

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5 thoughts on “La funzione degli intellettuali

  1. esiste un qualcosa di questo genere in giro per il web.
    è un libro così denso di concetti che un riassunto generale mi faciliterebbe molto il lavoro di lettura

  2. In altri termini, chi non crede, vede, almeno per quanto mi riguarda, il credente come una persona che pur raggiunta la maturita intellettiva smette di credere alla befana, babbo natale etc ma non alle figure religiose perche’ queste gli permettono di fantasticare su mondi irreali dopo la morte e di sentirsi protetti in queto transito terreno. Questo atteggiamnto che io ritengo infantile e poco coraggioso di affrontare la realta’ oggettivamente offre gli stessi vantaggi che offre la droga, ingannando la mente con una raffigurazione piacevole illusoriia, indimostrata ed indimostrabile.
    Insomma ci crede perche’ conviene a prescindere che sia giusto.
    A parere di chi crede, mi domando invece quale vantaggio porterebbe ad una persona il non credere?

    In altri termini ancora io penso che l’assenza di vantaggi nel non credere conferisca al non credente in maniera ineccepibile una onesta’ intellettuale propria di chi sa discernere tra giusto e conveniente e tra questi sceglie il giusto, cosa che non si puo dire invece con uguale serena certezza per il credente che preferisce ingasnnarsi che cio’ che conviene sia anche giusto.

  3. Attualmente sono al secono anno di ingegneria dell energia. Quando mi sono iscritto a questo corso di laurea l’ ho fatto perchè ero convinto che una volta laureato (ho intenzione di prosegure con la magistrale in energetica o elettrica) avrei avuto la possibiltà di trovare un lavoro che sia un po’ stimolante dal punto di vista intellettuale, e quindi anche un po’ creativo.
    Le alternative che avevo di fronte un anno e mezzo fa’ erano iscrivermi a matematica o a fisica.
    Ho escluso fisica perchè è difficle trovare lavoro con una laurea in fisica. Ho escluso matematica perchè un laureato in matematica, da quello che ho capito, ha sostanzialmente di fronte 3/4 possibilità: lavorare in ambito finanziario/economico, ricerca pura/applicata, insegnamento nelle scuole medie e superiori, altri lavori; l’ ambito finanziario non mi attira per niente, la ricerca matematica mi piacerebbe molto ma so che è quella del ricercatore è una situazione sempre un po’ precaria,l’ insegnamento non mi attira, puntare su “altri lavori” significa affidarsi alla fortuna.
    Ciò detto, se avessi dovuto scegliere in base alle discipline che mi piacciono di più avrei scelto matematica.
    La mia domanda è quella che ho scritto sopra, ma mi sembrava giusto mettervi a conoscenza del contesto in cui la pongo.
    Più esplicitamente dico che ho deciso di postare questa domanda perchè ho appena registrato il mio ultimo esame di matematica e mi rendo conto che un po’ mi dispiace non avere più esami di mate; inoltre mi sto rendendo conto che le materie che si studiano ad ingegneria tendono un po’ a ricondurre le situazioni di studio a casi standard, e lo studente non ha molta libertà di azione nella risoluzione dei problemi(faccio un esempio: per me è molto più stimolante un esercizio di algebra lineare piuttosto che uno di fisica tecnica): per questo mi chiedo se per caso l’ ingegnere quando lavora debba “metterci del suo” oppure applicare pari pari le formule che conosce.

    Domanda contorta, lo so, però provate a rispondere. Citate le vostre fonti o la vostra esperienza per favore.

  4. Mi interessa molto la filosofia , la politica e la psicologia . Le teorie di Marx e dell’estrema sinistra mi sono sempre sembrate affascinanti e interessanti . Però nella realtà ( sopratutto quella contemporanea) non hanno molta validità , e i marxisti ortodossi nell’analizzare la realtà economica e sociale ( o totale come dicono di fare ) si rifanno a categorie ottocentesche superate da qualche secolo .

    Inoltre la concezione di conflitto di classe mi sembra che sia più un concetto psicologico che reale , o meglio : nella realtà esistono conflitti individuali per la verità , da una parte i più ” forti” o magari i più ” stronzi” che diventano oppressori , dall’altra i “deboli” e i più sensibili che sono oppressi e spesso , ma non sempre , i primi appartengono alle classi sociali privilegiate o comunque nei posti di comando ( finanziario , economico e politico di solito ) ma il conflitto di classe in sè non esiste , o meglio c’è una parte di verità nel discorso di Marx ma nel resto c’è da dire che la divisione del lavoro dipende da vari fattori storici e ambientali e non è assolutamente vero che esistono da una parte oppressori e oppressi come viene inteso dai puristi marxisti ( pensare che certi intelettuali marxisti considerano tutti le persone di derivazione borghese ” sfruttatori” mentre chi è d’estrazione proletaria ” sfruttato” ma questa è pura paranoia ) . Ho letto tantissimi intellettuali comunisti , ciò che diceva Marx e noto che ci sono delle somiglianze tra il pensiero marxista ortodosso e il pensiero di un paranoide , ciò che viene chiamato ” delirio lucido ” che è affascinante , realista , parte da cose vere ma finisce per essere estremamente di parte ed inoltre è indimostrabile . Non sto asserendo che i marxisti abbiano problemi mentali ma il modo di pensare ortodosso marxista ( come altre ideologie) tende a semplificare la realtà e finire su concetti dualistici che nella realtà non hanno molto valore . Il pensiero marxista si basa su una concezione dualistica ( tutto bianco o tutto nero) tipica di una posizione paranoide o della fase fallica : da una parte c’è il capitalismo e la borghesia che si deve odiare ed è il male , dall’altra la società vittima del capitalismo che si ama e si deve conquistare dai proletari ( che sono figli giovani del capitalismo e della borghesia comunque ) e farla diventare comunista : l’individuo in questa concezione non esiste autonomamente ma in funzione della società , infatti per il comunismo ortodosso si deve annullare completamente il proprio io , la propria identità e vivere in una società collettivista che soddisferà tutti i bisogni senza ” inutili” responsabilità individuali in poche parole .

    Per quanto riguarda Marx è noto che avesse grossi problemi famigliari e che fosse un grande intellettuale di estrazione borghese . Nei suoi libri comunque compare una sorta di risentimento e pure di odio anche verso sè stesso inconsciamente : Marx nella descrizione del capitalismo e della borghesia , di cui fa parte , tende a dissociarsi e trasferisce un certo suo risentimento personale sull’oggetto del suo studio . Molti intellettuali marxisti vecchi e nuovi sembra che abbiano qualche problema di identità : loro criticano tutta la borghesia e tutti i borghesi ( compresi tutti gli intellettuali ) come sfruttatori e incitano alla rivolta del proletariato : il problema è che la stragrande maggioranza di essi è di estrazione borghese , fa ” lavori borghesi ” , ha “vizi borghesi” e pensieri borghesi e vuole che il proletariato per emanciparsi adotti i suoi pensieri di origine borghese ( Marx era un borghese , Engels era addirittura un’industriuale , ovvero un padrone sfruttatore ) e distrugga con la violenza tutta la società borghese …. al di là del fatto se questo può essere condivisibile o meno , nei discorsi degli intelettuali marxisti c’è un’istinto di morte abbastanza pronunciato e una forte sublimazione verso qualcosa di astratto ( il capitalismo come concetto metafisico ) e si nota un certo risentimento e disagio a vivere nella propria condizione . Boh , che ne dite ?
    Rocco : si ok ma non pensi che dietro i conflitti di classe ( sovrastruttura) la vera struttura della società sia basata su conflitti individuali ? I marxisti sbagliano in questo dicendo che l’individuo non esiste ma esiste solo in funzione della società , ma la società cos’è , se non un ‘insieme di individui diversi tra loro e uniti in modo equilibrato oppure coercitivo ?
    Wanial : ottima risposta , condivido molto di ciò che hai detto . Per quanto riguarda le masse affamate credo che si ribellino per lo sfruttamento dei pochi che dominano . Infatti nessuno nega ciò , il problema del marxismo è proprio il fatto che non considera l’individuo e lo vuole schiavo della società : quello che ci vorrebbe è l’emancipazione di ogni individuo dalle sovrastrutture che lo tengano schiavo per la costruzione di una società autentica e non coercitiva

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