Un uomo che cambia, cambia il mondo – Simone Perotti

Un uomo che cambia, cambia il mondo – Simone Perotti

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Simone Perotti Byoblu

 Come opporsi a un sistema economico dove le decisioni vengono prese ad altezze siderali? Una sola, fondamentale domanda cui Simone Perotti risponde presentando un’alternativa affascinante, un cambio di prospettiva radicale. L’unica rivoluzione che possiamo fare è quella interiore, perché un uomo che cambia, cambia il mondo.

Intervista a Simone Perotti – scrittore

 a cura di Valerio Valentini

 Sono Simone Perotti. Sono uno scrittore, scrivo saggi, romanzi. Ho 47 anni e vivo in Italia. “Downshifting” e “scollocamento” sono due parole che ricorrono spesso in quello che scrivo e in quello che faccio. Sono la conseguenza teorica e anche la premessa del cambiamento di vita che ho fatto per cercare di vivere nella maniera più autentica possibile, cercando di avvicinarmi all’idea che ho di me. Quando lavoravo tutto il tempo, quando consumavo in maniera inadeguata alla produzione di benessere per me, quando vivevo in luoghi che non erano adatti a me, quando frequentavo persone che non erano le persone che avrei dovuto frequentare, quando non passavo il tempo da solo che è necessario che io passi per cercare di essere un essere umano, di rimanere il più possibile collegato alla realtà, e tante altre cose che sarebbe lungo enumerare, non ero scollocato e avevo bisogno di cercare la mia rotta. Ognuno ha la sua, io sto tentando la mia, e questo è quello che consente a quello che scrivo e a quello che faccio di essere preso davvero per quello che è.

 C’è un aspetto molto importante in quest’epoca che è quello del collegamento tra il pensiero e l’azione, quella che io chiamo “la catena corta”. È necessario fare ciò di cui si parla, è necessario parlare di ciò che si è. È necessario in qualche modo testimoniare, soprattutto se ci si pone l’obiettivo di avere un impatto politico, come io credo ogni scrittore dovrebbe avere. Perché fare letteratura, anche quando non si affrontano temi spiccatamente politici, è fare politica. Così come vivere è fare politica. E da questo punto di vista mi stupisco sempre un po’ di vedere quante occasioni di politica noi perdiamo, nella nostra vita quotidiana, in ogni nostra azione, magari poi rivendicando la necessità di andare a votare come se fosse un gesto politico. Il gesto politico è fino al giorno in cui si vota, e dal giorno dopo in cui si è votato, non durante.

 Ciò di cui parlo io, ciò che ho fatto, e quello che appassiona anche tante persone a quello che scrivo è la conseguenza, o è un tassello, di un ampio pensiero politico e di un ampio pensiero esistenziale che fanno capo a tanti pensatori, a tanti teorici, e a migliaia di persone che stanno cambiando la loro vita. La grande informazione non dà spazio ai temi della decrescita, ai temi del cambiamento dell’obiettivo e della strategia di vita e di pensiero, che sono necessari in un’epoca in cui il sistema sta implodendo, sta crollando. La premessa che tutti avrebbero avuto parte di questo di sistema, e che il sistema sarebbe sempre cresciuto e avrebbe generato benessere, è saltata. E quindi già da molto tempo, da Latouche a tanti altri, molti intellettuali ragionano su una diversa prospettiva di vita.

Quello che forse rende diversa la teorizzazione abituale con quello che più volte mi è capitato di dire, certamente mi capita di fare, e che spesso mi è capito di scrivere, è che io credo che il grande ostacolo al pensiero della decrescita e di un diverso modo di organizzare la nostra vita sia l’attesa di una costruzione collettiva, sia l’attesa di un movimento ampio che generi massa critica per poter cambiare le cose. Io questo movimento ampio non lo aspetto, non credo molto nemmeno nel suo valore. Penso che l’ampiezza di un movimento sia data dalla quantità di singoli individui che decidono di cambiare vita, e penso che ogni singolo individuo abbia l’unica grande responsabilità di pensare, organizzare, progettare e agire individualmente. Non c’è nessuno ostacolo a farlo: tutti gli ostacoli che noi invochiamo generalmente sono ostacoli fittizi che servono solo a ritardare il giorno della partenza, mentre per la rotta che è giusto fare è possibile salpare ogni giorno. E credo che la fase nuova che ci aspetta sia già alla portata di mano.

Io ho nel mio piccolo – frase che non amo, ma che serve semplicemente a far capire l’orizzonte, diciamo, della mia visuale – ho cambiato il 70/80% del mio approccio con l’esistenza, delle cose che faccio, del mio rapporto col denaro, del mio rapporto con la produzione, col consumo, del mio apparato di relazioni, della mia gestione del tempo e della quantità di sforzo quotidiano nel tentativo di organizzare la mia vita il più possibile in maniera originale e autentica. Da questo punto di vista io sono già salpato. Bella o brutta che sia la mia rotta, non sto attendendo che altri, o un movimento, o un partito, legittimo il mio bisogno e la mia richiesta di cambiamento.

La richiesta, generalmente, è quella di una vidimazione del nostro percorso, di un’autenticazione da parte di un partito, di un movimento, di un apparato ideale di ciò che pensiamo, e in qualche modo del coinvolgimento della nostra storia all’interno di una storia più ampia. Quest’ordine di cose, questo presupposto comunitario e relazionale, è sempre stato un enorme ostacolo: nessuna delle soluzioni che noi attendiamo o di cui siamo alla ricerca verrà dall’alto. Ciò che è accaduto fin qui ci dimostra che nessun processo di cambiamento può esser più affrontato se non correndo il rischio che a guidarlo siano driver economici, finanziari, e quindi politici in seconda battuta. Le grandi decisioni di questo mondo, della nostra cultura, vengono tutte prese ad altezze siderali sopra la nostra testa, non tengono affatto conto della nostra vita come individui, e quindi ci impongono un cambiamento rapido, individuale, sotto la nostra responsabilità, convinti che un uomo che cambia cambi il mondo. Perdere questa convinzione significa perdere il potere dell’azione individuale e significa relegarci in un ambito d’attesa che la storia ha dimostrato non essere più possibile. Nessuna chiamata alle armi funzionerà, nessun movimento organizzato funzionerà. È dimostrato – nel mio caso certamente, ma in tantissimi altri casi – che un uomo può alzarsi, muoversi, prendere una nuova direzione e farlo in questa vita, adesso, sotto la propria responsabilità. Le azioni individuali che sono consentite oggi sono tantissime. E il fatto che il mondo sia orientato in un’altra direzione è la riprova che stiamo attendendo troppo.

Il piacere della vita, il senso della vita è nel tentativo di somigliare all’idea di uomo che si ha, a quell’uomo che ancora non si è, ma che si è certi di poter essere. Quell’uomo noi non lo siamo ancora. Occorre smettere il più possibile, nel mio caso perlomeno, di essere ciò che si è, e tentare di essere ogni giorno un po’ più simili all’idea che si ha di sé. Questa è l’autenticità. L’idea che avevo di me era molto diversa da quella che guardavo quando mi guardavo allo specchio: immaginavo un uomo più libero, più coraggioso, più in grado di intraprendere strade nuove, e un uomo, quindi, che fosse più motivato, più in viaggio e più responsabile. Quando ho tentato di cambiare la mia vita nessuno me l’ha impedito, le uniche cose che me lo impedivano erano le mie paure, e quindi è stato anche molto più semplice del previsto tentare di vincerle.

Buon vento.

3 thoughts on “Un uomo che cambia, cambia il mondo – Simone Perotti

  1. Lavorare e basta. Per tutta la vita
    di Simone Perotti

    Leggo sui giornali di oggi che la riforma Fornero ha “prodotto un progressivo aumento dell’età media effettiva di pensionamento”. Dai dati sembra che nei primi sei mesi del 2013 i dipendenti privati sono usciti per vecchiaia mediamente a 66 anni e tre mesi (67 anni i lavoratori autonomi), le donne a 62 anni e un mese (62,3 le autonome) per una media di 63 anni e 7 mesi. Considerando poi tutte le pensioni liquidate nel settore privato nel primo semestre 2013, sembra che l’età media effettiva di uscita dal lavoro sia stata di 61,4 anni, uno in più rispetto al 2011, l’ultimo anno prima della riforma Fornero. La nostra età media di pensionamento, commentano gli articolisti, continuerà però a salire ogni due anni, agganciata alla speranza di vita. Dalle cronache pare che Antonio Mastrapasqua, Presidente dell’Inps dal 2008, preveda con malcelato giubilo che nel decennio 2012-2021 i risparmi ammonteranno a oltre 80 miliardi di euro rispetto alla normativa previgente e questo tenendo conto anche dell’intervento a favore dei cosiddetti esodati. Evviva…

    Lavoreremo di più, dunque. Più a lungo. Tutta la vita. Per sempre, praticamente, visto che alzeranno progressivamente l’età pensionabile. Quando abbiamo iniziato la partita le regole erano 90 minuti più recupero, ora invece la partita non finirà fino a che non avrà vinto lo Stato. Capirei cambiare a partire dai nuovi futuri assunti (nuove regole: se le firmi accetti), ma quelli con cui si era stilato un accordo, controfirmato da entrambi, avrebbero avuto diritto a finire il match con le regole pattuite. Invece, cambiamento in corsa…cioè la più odiosa delle truffe. Come se mentre prendete un prodotto al supermercato il prezzo aumentasse, e una volta alla cassa doveste pagarlo il doppio. Bello eh?!

    Lo Stato deve risparmiare. Non importa a che costo. Non importa se per farlo deve rendere tutti schiavi, tutti al pezzo, 8-10 ore al giorno, cioè tutto il tempo diurno della vita. Non importa che non vi sia altro che lavorare e guadagnare (poco…) per sempre. Passioni, sogni, libertà, leggerezza sul cuore, cultura, affetti, meditazione… Tutto nei ritagli, quando sei sfinito. Cioè nulla. Solo cartellino, lavoro ripetitivo, stipendio. Per comprare cosa, poi? Il tempo non è in vendita. Lo Stato non lavora per il benessere dei cittadini, del resto. Lavora per sé. E noi per lui. Cioè contro di noi. Basta…

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/28/lavorare-e-basta-per-tutta-vita/669450/

  2. 1) ridurre il mio orario di lavoro a 4 ore (ora ne faccio 6), ma lavorare sempre
    2) stare in cassa integrazione ordinaria per 3 mesi, e poi riprendere a lavorare a turno (3 mesi io tre mesi la mia collega e così via).E’ urgente, rispondete

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