Camere, niente intesa. E nel triangolo Bersani-Renzi-D’Alema il Pd implode


Autore: Il Fatto Quotidiano

Su una cosa nel Pd le voci sono concordi: l’ipotesi esplorata da Pierluigi Bersani di un’intesa col Movimento 5 stelle sulle presidenze delle camere propedeutica al nulla osta nei riguardi di un governo da lui presieduto “è arrivata al capolinea“. Ma, insieme al tentativo del segretario, a sgretolarsi contro il diniego dei parlamentari grillini è lo stesso Partito democratico, le cui componenti interne vanno marcando i distinguo e smarcandosi dal segretario. Lo dimostra il florilegio di candidature per Montecitorio in vista della riunione notturna che deve stabilire la linea di condotta per le votazioni di sabato: accanto al nome di Dario Franceschini, infatti, dall’area renziana salgono le quotazioni dell’ex sindaco di Trento e neodeputato Lorenzo Dellai, mentre i “giovani turchi” (Orfini, Fassina, Orlando) rinnovano la richiesta di una “discontinuità rispetto alea candidature alle presidenze dei capigruppo uscenti” e potrebbero essere in partita con Andrea Orlando.

Dai prossimi scrutini usciranno i nomi dei nuovi vertici delle Camere, i cui assetti dovrebbero a loro volta fornire indicazioni anche in direzione della possibile formazione di un governo. Dopo le prime tornate di schede bianche è lo stesso segretario del Pd a spiegare in Transatlantico che ormai non spera più in una risposta da parte grillina. “Adesso aspetto la risposta di Monti, di Scelta civica”, cambia rotta Bersani, spiegando che “il problema è quello di fare un governo” e anche “di governare, perché ci sono cose da fare subito”.

Ma è proprio nell’ottica del governo che il sentiero di Bersani si sta facendo sempre più stretto e scosceso. Il segretario era infatti uscito dall’ultima direzione del Pd con un mandato unanime legato al tentativo di un’apertura nei riguardi del Movimento 5 stelle a partire dalle presidenze delle Camere. “Siamo alle battute finali di questo percorso”, osservano gli stessi parlamentari di provenienza emiliana fedelissimi del segretario, che adesso temono perciò “una disarticolazione interna a seconda dei scenari che possono aprirsi”.

La presidenza di Montecitorio è un passo cruciale. Perciò la discussione serale dei gruppi “è tutta rivolta all’interno”, come spiega il giovane turco Matteo Orfini. Sconfitto nel tentativo di intesa con i 5 stelle, nel caso in cui Franceschini venisse eletto alla presidenza di Montecitorio il segretario potrebbe contare almeno sulla tenuta del fronte interno. L’ex capogruppo, infatti, è il maggior alleato interno di Bersani. Che a questo punto potrebbe anche puntare su nuove elezioni in tempi strettissimi – Franceschini parla addirittura di giugno – dove ritentare la propria candidatura.

I renziani, però, sono i primi a escludere questa ipotesi. In quanto, come ricorda Angelo Rughetti, “occorre comunque aspettare l’elezione del nuovo capo dello Stato che non inizierà prima della fine di aprile”. Il fatto che il sindaco di Firenze, che finora aveva sempre cercato di tenersi smarcato dal regime correntizio interno al partito, abbia riunito la propria pattuglia di 52 parlamentari alla vigilia dell’insediamento delle camere è emblematico del fatto che “ormai Renzi è in campo a 360 gradi” nella sfida per la leadership. In quest’ottica il sindaco di Firenze preferisce lasciar passare acqua sotto i ponti magari con la formazione di un governo. “Perché occorre al Paese, ai tre milioni di disoccupati e le migliaia di imprese che chiudono ogni mese”, spiega Rughetti. Osservando in proposito che “la fiducia è un passaggio forzato imposto dalla costituzione, ma che non va intesa come verifica della sussistenza di un accordo politico tra i partiti” com’è stato finora.

“Se Napolitano non ravvisa una base parlamentare per Bersani potrebbe dare un altro incarico esplorativo”, nota in transatlantico il dalemiano Paolo Fontanelli. Ipotesi che potrebbe aprire le porte alla prospettiva di un governo istituzionale. In quest’ottica potrebbe essere Anna Finocchiaro, magari dalla presidenza del Senato, a ottenere l’incarico dal capo dello Stato. E per questo già si fanno i conti su una maggioranza grazie al voto di fiducia tecnico della Lega; che insieme a Monti, sudtirolesi, esteri e senatori a vita potrebbe fornire una maggioranza risicata. Un ‘dalemone’, che infatti si dice venga proprio dal sacco dell’ex premier. Ma in questo caso sarebbe la presidenza di Montecitorio a dover essere ceduta ai centristi.

3 thoughts on “Camere, niente intesa. E nel triangolo Bersani-Renzi-D’Alema il Pd implode

  1. Quando lo vedo in tv mi da questa impressione, vedo piu’ sopracciglia piegate in basso o uno sguardo rassegnato, o neutro senza emotivita’, che gioia di ricoprire uno dei ruoli piu’ importanti della politica italiana, egli e’ il primo leader (in generale, statisticamente) della sinistra, non trovate che da parte sua ci debba essere piu’ spirito (come dice Montezemolo alias Crozza) e piu’ voglia di fare?
    Sembra che pensi: “mah, andiamo avanti per quanto ci tocca farlo..”

    ps: parlo di Pierluigi Bersani, magari ad alcuni sorgerebbe il dubbio :)

    Grazie delle risposte.

  2. Perchè in italia non ci sono serie politiche a tutela dell’ambiente e all’uso di energie rinnovabili?
    Clima, rinnovabili e meno petrolio
    con Obama gli Usa si scoprono verdi

    C’è una rivoluzione nella rivoluzione con l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca. Il prossimo presidente degli Stati Uniti è nero, il prossimo presidente degli Stati Uniti ha appena 47 anni, ma il prossimo presidente degli Stati Uniti ha anche un programma energetico e ambientale assolutamente innovativo che fa del “business verde” un tassello fondamentale della rinascita americana e di un riscoperto multilateralismo.

    Centralità che il senatore dell’Illinois non ha mancato di ribadire anche nel primo discorso pronunciato appena avuta la certezza di aver sconfitto John McCain. “Anche se stanotte festeggiamo, sappiamo che le sfide che ci porterà il domani sono le più grandi della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria del secolo”, ha avvisato Obama, aggiungendo però che “ci sono nuove energie da imbrigliare e nuovi lavori da creare”.

    Una speranza offerta innanzitutto a un Paese a terra dopo l’uragano partito con lo scandalo dei mutui subprime, ma che non potrà non avere profonde ripercussioni globali. “Obama ritiene importante che gli Stati Uniti si impegnino nella lotta ai cambiamenti climatici e propone un rientro del paese nelle negoziazioni internazionali sul clima, senza attendere che Cina e India facciano altrettanto, evitando così una paralisi del processo decisionale”, spiega Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club ed ex consulente del ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani.

    “Come strumento d’azione – ricorda ancora Silvestrini – il futuro presidente propone uno schema analogo a quello dell’emissions trading europeo, ma con un pagamento delle quote da parte delle industrie e la destinazione dei proventi (15 miliardi di dollari all’anno) per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Questo meccanismo penalizzerà evidentemente la produzione di energia da carbone”.

    Il programma del candidato democratico non si discosta molto infatti dal pacchetto 20-20-20 elaborato da Bruxelles, ma è tarato sulla cifra 10: mettere fine entro 10 anni alla dipendenza dal petrolio, 10% di rinnovabili entro 4 anni, ridurre in 10 anni del 15% i consumi di elettricità. Per questo il successo di Obama rafforzerà inevitabilmente la determinazione europea ad andare avanti, rendendo ancora più debole e isolato il tentativo italiano di bloccare tutto. Qualche settimana fa, Berlusconi, attaccando la direttiva Ue, aveva sentenziato: “I maggiori produttori di C02, che sono Stati Uniti e Cina, sono assolutamente negativi sul fatto di aderire alla nostra azione”.

    Vero, ma solo nel senso che Washington ora intende fare ancora più di Bruxelles, riconquistando la leadership tecnologica della rivoluzione verde. Se a Roma si insiste nel denunciare i presunti costi delle politiche ambientali, la promessa elettorale di Obama è stata invece quella di creare nel giro di dieci anni 5 milioni di posti di lavoro nel settore dell’energia pulita e di arrivare a un taglio delle emissioni di C02 dell’80% entro il 2050.

    Un piano d’azione che dopo qualche iniziale incomprensione legata al ruolo dei biocarburanti e del “carbone pulito” ha conquistato la stragrande maggioranza degli ambientalisti americani. “La travolgente vittoria di Obama e dei tanti candidati filo ambientalisti in giro per il Paese – esulta il presidente di Friends of Earth Brent Blackwelder – segnala un forte rigetto delle fallimentari politiche energetiche degli ultimi otto anni e un mandato storico per una trasformazione su vasta scala”.

    Trasformazione, per dirla ancora con le parole di Silvestrini, che “rappresenta il ritorno degli Usa sulla scena mondiale per la lotta contro i cambiamenti climatici e un forte rilancio dell’industria delle fonti rinnovabili” rendendo “alla luce delle novità in arrivo ancora più imbarazzante e penoso il balbettio italiano per sottrarsi agli impegni contro il riscaldamento del Pianeta”.

    Analisi che al nostro ministero dell’Ambiente sottoscrivono solo a metà. Il direttore generale Corrado Clini, snodo italiano di tutti gli ultimi negoziati per protrarre il Protocollo di Kyoto oltre il 2012, distingue infatti tra la politica ambientale di Obama e la volontà/possibiltà di sottoscrivere impegni vincolanti in sede internazionale. “Ho incontrato il suo staff nel settembre scorso – racconta Clini – e mi hanno confermato l’intenzione di dare una spinta poderosa alle rinnovabili e all’efficienza energetica, obiettivi resi credibili dal fatto di avere alle spalle settori importanti della finanza e dell’industria americana. Un percorso che innescherebbe un circolo virtuoso molto positivo, con ricadute anche in Cina”.

  3. oppure i suoi collaboratori pigliano tutte le mail e le cacciano nel cestino?qualcuno ha mai provato a scrivere a un politico?

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