Autore: Il Fatto Quotidiano

Ci sono volute alcune ore, molti silenzi e altrettante facce scure, poi è arrivata anche la dichiarazione di Beppe Grillo a commento dell’elezione di Pietro Grasso: “Nella votazione di oggi per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso, l’eletto deve rispondere delle sue azioni ai cittadini con un voto palese. Se questo è vero in generale, per il Movimento 5 Stelle, che fa della trasparenza uno dei suoi punti cardinali, vale ancora di più. Per questo vorrei che i senatori del M5S dichiarassero il loro voto”. Le parole sono apparse sul sito di Grillo in tarda serata e si riferiscono ai tredici eletti al Senato del Movimento 5 Stelle che avrebbero votato a favore della candidatura proposta dal Partito Democratico. Una scelta che il leader politico non ha mandato giù. A sangue freddo ha deciso di intervenire, rifacendosi alle norme firmate dagli stessi rappresentanti prima della candidatura. “Nel Codice di comportamento eletti Movimento 5 Stelle, sottoscritto liberamente da tutti i candidati, al punto “trasparenza” è citato: 
votazioni in aula decise a maggioranza dei parlamentari del M5S.
 Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze”.

Un messaggio veloce dal titolo “Trasparenza e voto segreto”, che intende riportare compattezza nello schieramento di Beppe Grillo. Parole che arrivano dopo una seconda giornata in Parlamento tutt’altro che facile. E ora la caccia è al nome di chi potrebbe aver fatto il grande gesto. Anche se le facce dei potenziali dissidenti potrebbero già essere chiare nella testa dei senatori: molti non erano presenti al momento del voto in aula, mentre già durante l’incontro del pomeriggio i malumori erano stati espressi senza timore da altri. Nell’occhio del ciclone gli eletti siciliani che, appena usciti dalla riunione pre-voto in Senato, avevano espresso le loro perplessità: “Se vince Schifani quando torniamo in Sicilia ci fanno il mazzo”. Proprio Orellana, il nome che era uscito dalle fila dei 5 Stelle per la presidenza del Senato, aveva fatto trapelare le tante rotture interne: “Non c’è stata unanimità nella decisione del nostro gruppo. Grasso e Schifani come persone non sono equivalenti, hanno una storia e un passato diversi. Una è una scelta in continuità con il passato, l’altro non lo so. Mi sono espresso personalmente contro la scelta di Schifani”.

Gli eletti a 5 Stelle vanno incontro così alle prime difficoltà di un gruppo che testa la sua autonomia in termini di pratica e intenzioni. La scelta del Partito Democratico di candidare Laura Boldrini alla Camera e Piero Grasso al Senato ha creato problemi per la linea ufficiale espressa da Vito Crimi e Roberta Lombardi, i portavoce del Movimento, da sempre convinti della necessità del “voto ai propri candidati esclusivo”. Nel corso della giornata i pochi eletti a 5 Stelle che hanno parlato con i giornalisti erano stati chiari: “Non siamo cambiati, siamo sempre noi. Non è che appena entrati in Parlamento cambiamo faccia”, diceva Manlio Di Stefano, ma anche Massimo Artini, Mattia Fantinati e molti altri. Una compattezza smentita nella pratica. A poche ore dall’episodio, i conti bisogna farli con i vertici del gruppo e con un regolamento interno che a priori chiede trasparenza.