Autore: Byoblu.com

GIulio Andreotti GIulio Cavalli

È morto Giulio Andreotti, e questo era prevedibile, perché la biologia è sicuramente l’arma più tagliente anche rispetto alla prescrizione giudiziaria. È morto Giulio Andreotti; io credo che però l’andreottismo in realtà sia in ottima saluta, a differenza di Giulio, e questa è una pessima notizia per l’Italia. Perché nella morte di Giulio Andreotti, in queste ore, in queste ultime 24 ore, si sta perpetuando quella macchina infernale che Andreotti è riuscito per primo a praticare, trovando degli ottimi allievi, in primis Silvio Berlusconi. Ovvero quello di dividere, fondamentalmente, l’aspetto dell’etica da quello giudiziario; e non solo: permettersi di mettere in discussione le carte giudiziarie manipolando la sentenza.

Cosa dice la legge italiana? Cosa dice la sentenza della corte d’appello [di Palermo] confermata poi in Cassazione? Che Giulio Andreotti ha dimostrato un’ampia disponibilità con la mafia fino alla primavera del 1980, cioè si è seduto con i più importanti uomini della Cupola mafiosa, ha ascoltato le loro richieste, e sicuramente ha preso delle decisioni – scientemente o no, questo lo deciderà la storia, e non la storia breve di questi giorni in cui Andreotti può permettersi di utilizzare anche da morto alcuni studi televisivi come suoi bidét, di questi suoi ululanti censori in continuazione – e ha preso delle decisioni che sicuramente sono state convergenti con gli interessi di alcuni uomini di Cosa Nostra. Questo cosa significa? Significa che noi in Italia, ancora oggi, non sappiamo che essere amico di un mafioso, non è un reato. E quindi se si riesce a spostare – come è riuscito Andreotti, come continuano a riuscire i suoi allievi – a spostare l’aspetto dell’opportunità sul campo giudiziario, be’, mai nessuno sarà condannato perché è amico dei mafiosi. Non sarà mai condannato perché – io credo – i nostri padri costituenti non avrebbero mai pensato che un popolo potesse sopportare e tollerare una classe del genere con amicizie del genere, provate. E poi perché la legge è stata, nel corso degli anni, sempre sfiancata da questo punto di vista per cercare di depenalizzare le amicizie, e per rendere sempre più difficile, dal punto di vista giudiziario, la prova certa di eventuali scambi di favore.

E allora cosa succede? Che noi abbiamo celebrato Giulio Andreotti come assolto, quando in realtà semplicemente è stato prescritto, cioè significa che dal punto di vista giudiziario il suo reato, che risulta commesso, non è punibile, perché è passato il periodo che lo rende, dal punto di vista giudiziario, punibile. In un Paese normale sarebbe stato punito dalla memoria; in questo Paese che di normale ha poco, invece, è stato premiato con il ruolo di senatore a vita. E oggi si piange un amico dei mafiosi come se fosse uno statista. Dimenticando, secondo, tutte quelle che sono le sue mediocrità: che non sono solo quelle di essere profondamente bugiardo – questo, diciamo, noi Italiani siamo abbastanza abituati a una classe dirigente che, per difesa, racconta delle enormi palle, rendendole assolutamente credibili soprattutto perché sparate dai cannoni  delle trasmissioni in prima serata e molto spesso da una stampa compiacente.

La cosa che a me colpisce più di tutte è che Andreotti ad esempio è ritenuto un buon cattolico, quando ha bestemmiato in realtà Dio nel suo agire politico, tradendo la fiducia del bene comune, del bene pubblico, anzi molto spesso si è interessato a un bene che interessava tre o più persone, e che danneggiava nei suoi risultatati amministrativi il bene pubblico. Abbiamo premiato come cattolico – e in questi giorni basta leggere i giornali di oggi, i coccodrilli, viene addirittura celebrato come uomo di Chiesa – un uomo che si è permesso di infangare la memoria del generale Dalla Chiesa, raccontando e giustificando la sua assenza al funerale, dicendo che aveva sempre preferito i matrimoni ai funerali. Oppure l’Andreotti che sull’avvocato Ambrosoli, disse che era uno che, in romanesco, se l’andava a cercare. Oppure l’Andreotti che tiene un atteggiamento, perlomeno con qualche ombra su Aldo Moro, e che da Aldo Moro viene raccontato, secondo me in una delle descrizioni letterarie più belle, come un uomo grigio, ma di quel grigiore che viene scambiato ogni tanto per una virtù politica, cioè nel sapere stare in mezzo, e invece è in realtà un grigiore che è figlio di mediocrità. Quando Aldo Moro dice: “Si può essere grigi ma onesti, grigi ma buoni”, dice: “Le manca proprio il fervore umano”. E, visto che è una delle ultime lettere scritte da Aldo Moro nella sua prigionia, penso che sia davvero difficile pensare che ci possa essere un dibattito politico dietro, e non un semplicemente giudizio profondamente umano.

La cosa che mi preoccupa più di tutte è che c’è una generazione intera in questo Paese – ho letto anche una dichiarazione di un deputato del Movimento 5 Stelle che diceva, appunto. “Io sono molto giovane, quindi non ho potuto conoscere la vita di Andreotti, però mi è stato passato, diciamo così, come statista” – insomma un Paese che ha sempre premiato i mediocri. Cioè che crede che quella capacità di star nel mezzo, cioè di non prendere posizione, sia una virtù politica. E mi fa molto paura, perché se Pericle diceva che gli indifferenti sono pericolosi per la politica, e sono i cittadini che stanno nel mezzo che sono dannosi per la democrazia, be’, Giulio Andreotti è stato quello che lì, in mezzo al guado, s’è permesso e ha potuto usufruire di quell’ombra che gli ha garantito degli incontri che non sono proprio leciti e nemmeno opportuni, e soprattutto è quello che riuscito a convincerci che la mediazione ad ogni costo, anche se puzza di compromesso, in realtà è un intelligente agire politico.

Del resto Andreotti muore sotto un governo che vuole raccontarsi, con una letteratura, il grande governo delle grandi intese, e invece non è nient’altro che un enorme compromesso che ci viene rivenduto, nel nome della responsabilità, come negli ultimi anni sta succedendo in questo Paese. E allora io credo che se non si capisce che mentre noi, ogni tanto, ci stupiamo o rabbrividiamo leggendo di questi sindaci di alcuni paesi del Sud, ma anche del Nord ultimamente, che si siedono al tavolo della mafia e stringono accordi, ecco non si capisce perché un amministratore di Andreotti che ha dimostrato di non essere capace di amministrare secondo le regole, ma in modo molto patetico ha avuto bisogno, molto spesso, di governare fuori dalle regole, o con rapporti fuori dalle regole, invece non debba meritare gli stessi brividi, lo stesso disgusto.

Poi secondo me Andreotti è un grande inventore di una nuova formula di comunicazione, cioè della pubblicità applicata alla politica. Cioè del riuscire sa rivendere solo gli stimoli ottimi di un prodotto, nascondendone i difetti in una sorta di comunicazione comparativa per cui si urla cercando di raccontare i difetti degli altri, per poter godere di un’impunità dei propri:è il berlusconismo. Non è nient’altro che la figura del berlusconismo, e ovviamente il berlusconismo ha modernizzato questo modo di fare, però se ci pensiamo Andreotti è stato il primo che ci ha detto che alcuni rapporti, anche abbastanza scuri, sono inevitabili per chi fa politica anche a grandi livelli. Ed è il modo migliore per riuscire a creare quel fossato tra i politici e i cittadini, che è quello che poi oggi è diventato, secondo un certo stile narrativo, la Casta, o, secondo un altro stile narrativo, l’incomprensibilità di certe di alcune dinamiche politiche. Dipende poi dalle accezioni di ognuno. Ecco, Andreotti è quello che ha convinto le nostre nonne che il voto dovesse essere una delega totale, e per cui che il politico non dovesse dare delle spiegazioni: questo è un passaggio che, in questi giorni, è molto poco analizzato, ma la lontananza della politica è stata creata proprio nel momento in cui la Democrazia Cristiana ha raccontato, ad esempio, che le alleanze non dovessero avere per forza un principio di idealità e idealismo comune, ma dovessero rispondere anche a dei termini algebrici. Non vedo grandi differenze con il governo Letta, in questo momento.

E allora io ero certo che i coccodrilli di Andreotti oggi avessero questo tono. Ero certo che il servilismo su Andreotti si è sempre dimostrato veramente apicale, e ancora oggi venisse esercitato in modo così intenso. Mi preoccupa non tanto Giulio Andreotti: oggi muore un amico dei mafiosi, tra l’altro molto mediocre anche nelle sue amicizie; muore una persona assolutamente anaffettiva, che viene a sapere della morte programmata di Piersanti Mattarella e decide di non salvarlo, per cercare di salvare gli equilibri di corrente del proprio partito; non muore neanche, se ci pensiamo, una persona che ha raccolto enormi consensi, perché in realtà la corrente andreottiana, all’interno della Democrazia Cristiana era piccola, assolutamente minoritaria, semplicemente era una di quelle correnti che era disposta a svendersi al miglior offerente, e quindi che più di tutte ha fatto in modo che i valori della politica fossero una questione di somma, piuttosto invece che una comunione d’intenti. La cosa che mi preoccupa è che l’andreottismo, invece, parlo dell’andreottismo di Formigoni, che si rivende paracattolico con Comunione e Liberazione, e in realtà è solidale tra sodali, che è quello che Andreotti aveva fatto per primo, e quindi una solidarietà che non è più cattolica, ma essendo ristrette ad una cerchia ben definita, in realtà ha le dinamiche del clan; mi preoccupa un Parlamento che onora, da destra a sinistra, un uomo semplicemente perché morto. Ecco, io credo che noi, se ogni volta decidiamo che, in nome di non so quale buonismo, mi sembra un’enorme irresponsabilità, di premiare un defunto indipendentemente da quello che ha compiuto in vita, be’ allora siamo un Paese che non crescerà mai, e che non avrà nemmeno quel briciolo di memoria per riconoscere la ciclicità dell’andreottismo e per dare delle chiavi di lettura collettive per riconoscere i nuovi Andreotti, oggi.

La strategia dei due forni, cioè quando Andreotti diceva: “Andiamo alle elezioni, poi decidiamo se allearci col centrodestra dei suoi tempi, o col centrosinistra”, ecco la strategia dei due forni, se non viene passata di generazione in generazione, non ci può fare capire le dinamiche politiche che sono avvenute oggi.

Poi qualcuno dice: “Sì, be’, Andreotti è sopravvissuto a tutte le repubbliche”. Lui diceva, tra l’altro con questo suo modo molto sardonico: “I miei amici che facevano sport sono morti da tempo. Ho visto la prima repubblica, forse anche la seconda, e mi auguro di vedere anche la terza”. Be’, io credo che il fatto che Andreotti sia sopravvissuto così a lungo come personaggio politico dimostra che i veri colpevoli del processo Andreotti, di tutti i processi Andreotti – ma in primis quello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa – sono gli elettori, che ancora una volta dimostrano di godere di quell’indignazione passeggera che dura un battito d’ali di farfalla e di non andare mai sull’analisi. E soprattutto di non avere voglia di costruire una chiave di lettura collettiva delle inopportunità. Ricordare oggi, in questo modo, Andreotti, sui maggiori quotidiani italiani, significa uccidere ancora una volta Ambrosoli, uccidere ancora una volta, da morto, il generale Dalla Chiesa, ma soprattutto significa uccidere Pio La Torre, o tutti quei politici, mi viene in mente Borsellino, quegli uomini della magistratura, che hanno provato ad urlare che l’opportunità è un confine molto più largo di quelle che sono le responsabilità giuridiche, e non sono state definite dal punto di vista giudiziario perché un popolo maturo, una democrazia matura, deve esser in grado di riconoscere ciò che è opportuno o inopportuno. Ecco, a tarpare e narcotizzare l’opportunità, Andreotti c’è riuscito benissimo. Oggi, secondo me, laggiù – perché non credo proprio che sia andato in alto, seco0ndo me sta ridendo, sempre sardonico, vedendo come il suo meccanismo perverso stia continuando a funzionare.

Sulla questione dell’assoluzione di Andreotti, semplicemente è stato coltivato un analfabetismo di base che fa in modo che in questo Paese le opinioni si creino sulle diversi tesi e opinioni delle sentenze. E questi si sono creati questi due gradi di separazione, che chissà perché fanno in modo che i magistrati debbano improvvisamente diventare degli intellettuali, anche, esponendosi tra l’altro – come abbiamo visto – al cannibalismo politico, perché gli intellettuali, non si sa perché, oltre a Pirandello, ultimamente, sembrano poco interessati a cercare di creare una coscienza comune. E quindi l’analfabetismo è quello che ci dice che Andreotti è stato assolto perché l’ha detto Vespa. Ma attenzione: anche che Andreotti è colpevole perché l’ha detto Travaglio. L’errore di fondo è identico. Perché nel momento in cui noi per delega costruiamo delle opinioni, in realtà pecchiamo nello stesso modo. Poi possiamo avere il 50% delle possibilità di imboccare la strada giusta dal punto di vista giudiziario.

Il farlo per il bene del Pese … è proprio questo: il passaggio culturale di cui cercavo di parlare prima è proprio … quando Craxi dice: “Sì, abbiamo preso tangenti ma le metropolitane a Milano le abbiamo costruite molto più velocemente”, riesce proprio a far passare questo diritto, se non addirittura dovere, della politica, di percorrere non sempre strade lecite, per riuscire ad ottenere un risultato migliore. È quello che nelle regioni del Nord è accaduto da sempre. Questa Lombardia ce lo racconta benissimo: per essere locomotiva dell’Italia è inevitabile che la spericolatezza politica e la spericolatezza imprenditoriale insomma vadano sopportate. Andreotti dice: “Per difendersi dal Comunismo, e per difendersi dall’avanzata coloniale, quasi, degli Stati Uniti, noi abbiamo bisogno di stringere rapporti che non possiamo raccontarvi perché altrimenti si corrompono, e rendono la trattativa politica del tutto molto più difficile. Andreotti, in realtà, è quello che legittima la politica oscena. Andreotti è un uomo fondamentalmente osceno. Un uomo che ha chiesto di essere giudicato per i risultati, risultati politici che giustamente, come dicevi tu, sono preservazione del potere: Andreotti non è un riformista, dal punto di vista – se ci pensiamo anche – politico, non ha attuato nessun progresso, a meno che non intendiamo il progresso nell’accezione ormai medievale delle grandi infrastrutture. Però per chi non crede al Ponte di Messina come progresso del Paese, non è riuscito a portare avanti questa cavalcata dei diritti. Addirittura, quando si ritrova a firmare la legge sull’aborto, lo fa perché la forza spintanea del popolo non gli permetteva di fare altro. È osceno perché decide di prendere delle decisioni fuori scena insieme a due o tre persone. E semplicemente si preoccupa di costruirne, direbbe Vendola, una narrazione democraticamente accettabile, e quindi fare in modo che si potabile la decisione raccontando quelli che sono i passaggi. È come se fosse un trovarobe, che vive soprattutto in camerino, e che in realtà viene scambiato per un grande drammaturgo, quando in realtà si preoccupa di avere solo qualche pupo che entra in scena per rendere digeribile le conclusioni a cui bisogna arrivare. Però non è molto diverso da oggi: cioè oggi capita ancora molto spesso, ma anche nei piccoli comuni, in generale nel percorso politico e di lettura dei fatti politici, capita molto spesso che qualcuno che sia classe dirigente ci dica: “Voi preoccupatevi del risultato. Non è un vostro diritto sapere come ci arriviamo”. E quindi come venga vissuto addirittura come un appetito di ****ografia il volere sapere quali sono i passaggi che portano a qualcosa. È identico, se ci pensiamo, a quello che sta succedendo oggi. Cioè, che Andreotti muoia mentre c’è un governo in cui Miccichè viene riciclato e può permettersi di raccontare di essere fiero delle sue amicizie di uomini condannati per mafia, significa in realtà che l’andreottismo sta benissimo. E indipendentemente dalla mediocrità umana, di sensibilità politica, di intellighenzia dei suoi interpreti, è un meccanismo assolutamente rodato.

La domanda vera è: perché tutti incensano Andreotti? Perché Andreotti ha costruito rapporti politici basati molto spesso sul ricatto. Cioè Andreotti comincia ad affondare, nel processo di Palermo, quando ad un certo punto non erano più ricattabili i suoi referenti mafiosi, che avevano deciso di non essere più ricattabili perché avevano invertito – avrebbero voluto invertire: forse ci sono riusciti e non ce ne siamo ancora accorti – il rapporto di forza e quindi hanno detto: “Noi, Cosa Nostra, non siamo più camerieri della politica; noi, Cosa Nostra, vogliamo che la politica sia nostra cameriera”. A quel punto Andreotti decide di ritirarsi e decide di utilizzare i suoi compagni di partito come scudo. E quindi, io penso che Andreotti si in realtà colpevole anche di un concorso esterno anche in omicidi politici, dal punto di vista intellettuale.

Il problema qual è? L’andreottismo, se ci pensi, è un po’ come Via d’Amelio, è un po’ come Capaci, un po’ come la trattativa: oggi è raccontato per fazioni politiche. Se sei di centrodestra Andreotti è uno statista, se sei di centrosinistra Andreotti è un colpevole. Non ci sono motivazioni reali perché sia uno statista, ma in realtà anche chi lo ritiene colpevole non ha contezza e coscienza di quali siano le motivazioni reali. Nel momento in cui diventa una diatribe prettamente partitica – neanche politica, perché in realtà di politica c’è molto poco – diventa poco interessante per tutte le generazioni che vengono, soprattutto per i più giovani. Cioè, a un giovane non interessa sapere perché quel comunista di cavalli dice che Andreotti è un mafioso; perché per Cavalli Andreotti è mafioso perché è comunista. Riuscire a spostare il confronto politico nella questione di tifo di diverse fazioni, be’ penso che anche qua un grande interprete ultimamente l’abbiamo avuto.

E il livellamento, il nutrire la superficialità del dibattito, anche questo l’ha fatto Andreotti ma l’aveva teorizzato Licio Gelli. E il problema vero qual è? Che Andreotti, comunque sia, io da drammaturgo, non da politico, direi: “è uno troppo sfigato per aver fatto tutto quello che ha fatto”. Troppo sfigato perché, se ci pensi, in tutte le favole dell’orrore che abbiamo avuto in questi ultimi decenni, i cattivi di tutte le storie d’Italia prima o poi son stati fotografati mentre citofonavano a casa sua. E quindi è un po’ come se dentro Biancaneve, o tutti le Biancanevi raccontate a tutti i bambini del mondo, ci fosse un personaggio unico che era sempre parente alla lontana che era amico del lupo. Quindi il vero problema qual è? Che lui è riuscito in modo molto pop, molto popolare, a raccontarsi come perseguitato; dall’altra parte gli avversari di Andreotti, secondo me sono semplicemente i coltivatori della verità, ancora una volta – e questa è una cosa tutta della sinistra italiana – hanno deciso di affrontare in modo molto intellettualoide, pensando di essere intellettuali, i principi di colpevolezza. Quindi lui andava a Porta a Porta e sullo sfondo era scritto “ASSOLTO” e noi continuavamo a fare, più i nostri padri che noi, i nostri convegni nelle sezioni di partito, in cui dicevamo che i compagni dovevano essere consapevoli … Non siamo riusciti a far venire l’appetito alle casalinghe sulla storia di Andreotti; cioè la storia di Andreotti non è stata considerata interessante, e ancora una volta, secondo me, abbiamo perso l’occasione – io c’ho provato con il libro, ci provo con lo spettacolo, direi che ci stiamo provando in tanti in questo momento – oggi mi sento un ambientalista. Cioè cerco di preservare l’ecologia dell’etica di questo Pese: cioè sto cercando di raccogliere veramente tutte le erbacce, le erbe di cani, in quel giardino pubblico che dovrebbe essere il Paese Italia. E oggi invece non solo nessuno ha la paletta per raccogliere le defecazioni di questi giornalisti lecca****, ma addirittura in queste ultime 24 ore stanno arrivando le badilate. E quindi noi siamo gli spazzini: sai quegli uccelli sulla schiena dell’ippopotamo, che cercano di tenerlo pulito? Ecco, oggi l’ippopotamo è questa ********** che sta facendo quest’enorme popmpino alla memoria di Andreotti e noi solleviamo il becco molto fino e cerchiamo di spulciare, facendo molto fatica.

Io Andreotti e i nuovi Andreotti che cercano di fermare il Comunismo riesco anche a sopportarli per i prossimi 50 anni. È questo Comunismo così flebile, che sembra un ruttino di un neonato, che sembra un rigurgito di prima mattina, che mi lascia un po’ perplesso. Perché il problema vero è che lì la battaglia ad Andreotti si faceva fermando le ruspe insieme agli agricoltori per cercare di salvare il salvabile, oggi questo neo-Comunismo che è così andreottiano invece in alcuni suoi spigoli, fa dei grandi convegni sul consumo di suolo, e poi nelle Commissioni vota insieme ai consumatori di suolo. Io credo che la differenza rispetto ad allora è che la sinistra sia molto meno appuntita, e sia molto meno appuntita perché viene il dubbio che sia stata ben pagata nel suo ruolo di moderata opposizione. E quindi oggi fare un’opposizione fare opposizione convinta … oggi Pio La Torre sarebbe un terrorista; oggi Peppino Impastato sarebbe un visionario. Io mi auguro che se si incrociano, e se si incrociano si incrociano solo sul ballatoio, sicuramente, perché non vanno nello stesso posto, però almeno Agnese Borsellino una sberla ad Andreotti gliela possa dare, in questo momento in cui deve più tenere quella forma delle celebrazioni di Stato. E quindi la differenza vera qual è? Prima si occupavano di tenere fuori le forze politiche più spigolose dal Parlamento, oggi invece hanno imparato ad ammaestrarle. O forse la sinistra di oggi ha una classe dirigente che è molto più facilmente ammaestrabile.

Come si esce dall’andreottismo? Pretendendo l’esatta conoscenza di tutti i processi politici che stanno dietro a qualsiasi decisione, e rifiutando, anche nel caso in cui i risultati siano buoni, una classe dirigente che si prende il lusso di non raccontare queste dinamiche. Esercitando il diritto e il dovere dell’opportunità, e quindi decidere che ci sono delle leggi che non state scritte perché probabilmente nessuno avrebbe pensato che avremmo avuto bisogno di una legge che vietasse ad un politico di essere amico dei mafiosi. E poi, secondo me, cercando di raccontare come la politica sia una cosa molto semplice, molto leggibile, e che dovemmo preoccuparci un po’ meno, secondo me, dell’IMU, e rincominciare invece a leggere le mozioni del nostro Consiglio Comunale, cominciare a capire che quegli strumenti – che sono degli strumenti meravigliosi per me che faccio teatro, perché sono la drammaturgia del vivere insieme, se ci pensi, di una comunità, che sia una provincia, un comune, una regione, o a livelli più alti una nazione o l’Europa – ecco, pretendere che dentro la drammaturgia siano considerate anche le nostre parti, e quindi qual è il nostro ruolo, quali sono le battute che dobbiamo portare in scena, qual è la nostra responsabilità in scena. È un percorso che, secondo me, bene o male, si sta avviando. Poi con alcune caratteristiche che io non amo molto, con alcuni grillismi esasperati, ma secondo me il Movimento 5 Stelle, ad esempio, da questo punto di vista ha aperto una ferita di coscienza che può essere assolutamente sana. Insieme e a loro anche alcune forze politiche, poche, che stanno cercando di portare avanti un lavoro politico.