Tecno-fascismi e purghe staliniane

Autore: Byoblu.com

Tecno-fascismo purghe staliniane

Nelle comunità primitive, l’appartenenza al gruppo era fortissima. C’era un motivo. Dalla coesione e dall’unità di intenti del gruppo dipendeva la sopravvivenza dei suoi stessi individui. Quando qualcuno la metteva in pericolo, la sua sorte era segnata. Una delle punizioni più severe era l’espulsione dalla comunità. In una ambiente primitivo e ostile, essere cacciati dal gruppo significava andare incontro a morte certa. Nel gruppo si viveva. Fuori dal gruppo, no.

Qualcosa di simile avveniva nelle comunità più avanzate. Romeo fu cacciato da Verona perché aveva assassinato Tebaldo e venne esiliato (il fatto che si tratti di una tragedia di Shakespeare non rende l’esempio meno realistico). Certo, le conseguenze di un esilio erano meno traumatiche. Ma non del tutto indolori. In un mondo fortemente diviso per fazioni arrivare in un nuovo villaggio, un nuovo feudo, una nuova cittadella da esule, da forestiero, senza la protezione del gruppo, o addirittura provare a mettersi al seguito dell’esercito nemico, poteva avere le stesse tragiche conseguenze dell’espulsione da una comunità tribale.

Tra le espulsioni traumatiche c’è sicuramente quella messa in atto da una corte marziale, il tradimento della gerarchia e della fedeltà a un corpo militare, che in tempi di guerra costa frequentemente la morte. Analogamente (per intransigenza e per spietatezza), perdere la fiducia del gruppo in una organizzazione criminale significa andare incontro a una esecuzione. E incontro a morte certa andavano anche coloro che venivano giudicati cospiratori, anche semplici cittadini, che nella Russia di Stalin subivano esecuzioni sommarie (le Grandi Purghe), o i dissidenti sudamericani (i desaparecidos gettati in mare dagli aerei ad alta quota), o coloro che non si allineavano nel periodo fascista. La punizione era sempre la stessa: la reclusione o la morte. Spesso tra le due condizioni ve n’era una terza intermedia: la tortura.

Potremmo andare avanti a lungo, ma sono sicuro che ci siamo capiti. Perché vi racconto queste cose? Perché non è infrequente che alcuni commentatori in mala fede, su media compiacenti, si riferiscano alle espulsioni dal Movimento 5 Stelle come a episodi di tecno-fascismo, a purghe staliniane e così via, con l’unico limite dell’attitudine individuale al solipsismo verbale acrobatico (masturbazioni linguistico-paranoidi in cui il raggiungimento del piacere è legato all’invenzione dell’associazione di idee il più indecente e indecoroso possibile).

E’ utile disperdere la cortina di fumo sollevata ad arte e recuperare la giusta lucidità. Le democrazie moderne hanno superato il rito dell’espulsione fisica, codificando e sublimando la legittima necessità di preservare l’identità di gruppo attraverso una nutrita filiera di ordinamenti giuridici. L’arbitro che espelle un giocatore dal campo non lo condanna a morte, ma sanziona solo un comportamento scorretto rispetto alle regole scritte (come, immagino, il divieto di insultare il ruolo di chi svolge funzioni di garante rispetto al regolare svolgimento della partita) o non scritte ma semplicemente lapalissiane. E’ la giustizia sportiva. Allo stesso modo, un’assemblea condominiale può “espellere” un condomino per morosità, e una qualsiasi associazione privata può fissare le proprie regole e decidere, a maggioranza, sulla permanenza di un membro nel gruppo.

Non è un caso che un gruppo parlamentare sia, di fatto, una associazione privata e abbia uno statuto (o un “non statuto”). Inoltre, il carattere distintivo che lega un parlamentare al suo gruppo è di natura prevalentemente fiduciaria. Sono le regole delle quali la nostra democrazia si è dotata per sostanziarsi in istituzioni che tutelino sia i diritti inalienabili del singolo, sia quelli giuridici dei singoli che si costituiscono in gruppo e che hanno parimenti “diritto” a preservarne le intenzioni, lo spirito, l’attitudine. Cosa resterebbe di una cellula se i suoi mitocondri si mettessero ognuno a divorare ogni giorno un pezzo di dna a piacere?

I gruppi parlamentari sono solo organizzazioni, interne al Parlamento, nate per semplificare e razionalizzare l’appartenenza degli eletti secondo i tratti distintivi comuni. L’eletto, essendo libero da vincoli di mandato, secondo il “regolamento condominiale” chiamato Costituzione (passatemela) è libero di passare da un gruppo all’altro, a seconda di quale sia quello nei cui valori si identifica maggiormente. Se non ne trova uno adatto, può continuare il suo percorso istituzionale nel Gruppo Misto. Allo stesso modo, se un gruppo ritiene che uno dei suoi membri non condivida più i tratti distintivi fondamentali condivisi dalla maggioranza, può decretarne l’esclusione al fine di preservare una chiara identità. E l’identità è tutto, sia nella psicologia individuale come, a maggior ragione, nella dinamica sociologico-politica. Tanto più se parliamo del Movimento 5 Stelle, che si picca di fare della coerenza uno dei suoi punti di forza.

Il Movimento 5 Stelle, nelle sue declinazioni parlamentari, è attraversato da opinioni estremamente diverse, e questo gli conferisce valore e costituisce la rappresentazione plastica degli ideali di democrazia partecipata che persegue. Quando tuttavia queste opinioni minano alle fondamenta la sua stabilità, i suoi valori chiave, i suoi punti di riferimento, rischiando di svuotarlo dall’interno e, soprattutto, di farlo avvitare su se stesso, disperdendo l’energia politica in interminabili discussioni di metafisica istituzionale e spezzando quel legame, quel patto di responsabilità politica basato sui programmi che lega l’elettore ai suoi portavoce, allora è legittimo che il gruppo decida, convergendo a maggioranza, di autopreservarsi, e in questo modo preservare le speranze e le intenzioni dei cittadini che lo hanno votato.

Un senatore o un deputato “espulso” da un gruppo parlamentare non va incontro a un destino orribile: perde solo il diritto di parlare a nome di quel gruppo che non si riconosce più nelle sue opinioni o nei suoi comportamenti, ma continua a portare avanti la sua attività politica nelle stesse aule, spesso senza cambiare neanche di posto (Mastrangeli molto di frequente siede vicino ai parlamentari M5S e chiede a loro come e cosa votare). Di contro, chi non riconosce a un gruppo il diritto di decidere a maggioranza su quali contenuti, valori e forme veicolare, disconosce la Costituzione repubblicana e il senso stesso della politica. E anche, francamente, il senso del ridicolo, visto che le espulsioni (per motivi ben più gravi come l’avere denunciato attività illecite dei propri capi di partito) sono all’ordine del giorno nelle grosse formazioni politiche.

Ma nessuno ne parla. E, soprattutto, nessuno usa termini come “tecno-fascismo” o “purghe staliniane”. E’ più fascista chi usa strumenti istituzionali per cercare di preservare la coerenza del patto elettorale, o chi sui media accusa di fascismo il legittimo utilizzo di una normale pratica codificata dai regolamenti parlamentari, omettendo sistematicamente di guardare alla trave negli occhi dei suoi referenti politici?

Non so se sia giusta l’espulsione individuale di questo o quel parlamentare, ma una cosa è certa: le dichiarazioni che alcuni di loro costantemente rilasciano in televisione e sulla carta stampata, spesso con un tempismo fenomenale, oscurano costantemente l’attività politica di chi alle lamentele e alle luci della ribalta preferisce i lavori delle commissioni e l’attività dell’aula. E questo, con la complicità dei media che si disinteressano dei contenuti (dichiarandolo apertamente, come ha fatto Corrado Formigli durante l’intervista a Nicola Morra) per sollevare cortine fumogene basate esclusivamente sul gossip metapolitico, rappresenta il vero cancro di questo paese.

4 thoughts on “Tecno-fascismi e purghe staliniane

  1. DI QUESTI MOLTISSIMI SONO EX MEMBRI DEI PARTITI , E I CANDIDATI SONO PRESENTATI SENZA DATA DI NASCITA E CURRICULUM VITAE
    “Ecco cosa succede alla Camera con due questori del Pdl e uno del Pd.
    Alla Camera dei Deputati ci sono persone che, pur non avendo fatto il concorso per lavorare nel pubblico impiego, hanno diritto a una strana specie di posto fisso, pagato con fondi statali, ma regolato da contratti di natura privatistica che vengono puntualmente rinnovati allo scadere di ogni legislatura. Questa prassi, iniziata nel 1993 e ormai consolidata, sopravvivendo all’avvicendarsi dei governi pdl-pd meno elle, prevede che i soldi dedicati al pagamento di queste persone provengano direttamente dal bilancio della Camera. Sulla base, infatti, dell’ultima delibera adottata venerdì 21 dicembre del 2012 dall’Ufficio di Presidenza, per il personale compreso nell’allegato A link (103 persone) “ciascun gruppo parlamentare destini almeno il 25% del contributo complessivo ad esso spettante all’erogazione degli emolumenti al personale in questione”. Quand’anche il gruppo parlamentare non dovesse assumerli, ci sarebbe una sorta di sanzione. La delibera specifica che: “nel caso in cui il gruppo non assuma una o più unità di personale ad esso spettanti, si prevede la parziale decurtazione del contributo annuale e il contestuale trasferimento del medesimo ammontare al gruppo misto, per fronteggiare gli oneri conseguenti all’assunzione del dipendente che non abbia trovato collocazione presso altro gruppo”.
    Quindi, se un gruppo parlamentare non assume un certo numero di queste persone “il contributo è ridotto in misura pari ad euro 65.000 su base annua per ciascun dipendente non assunto” e tali soldi finiscono al gruppo misto della Camera, il quale, in questo caso, dovrà assumere coloro che non sono stati scelti dai partiti. Queste 103 persone avranno diritto al mantenimento dello stipendio precedente.
    In aggiunta, ci sono altre 506 persone (i cui nomi sono contenuti nell’allegato B), per lo più assunte dai partiti negli anni passati, che avrebbero difficoltà a trovare un nuovo impiego. L’ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati ha pensato bene, lo scorso dicembre, di deliberare che “ciascun gruppo è tenuto ad assumere almeno un dipendente inserito nell’elenco di cui all’allegato B alla presente deliberazione per ogni 5 deputati appartenenti al gruppo medesimo. A tal fine il gruppo è tenuto a destinare all’assunzione dei soggetti dell’allegato B almeno il 30% dell’ammontare complessivo annuo del contributo ad esso assegnato”. Di questi 506 nomi, almeno 126 troverebbero collocazione. Se ne deduce che il 55% del bilancio dei gruppi parlamentari viene ad essere destinato per pagare gli stipendi di queste persone fortunate, anche se i gruppi stessi non volessero usufruire delle relative prestazioni professionali. Sicuramente, tra costoro, ci sono seri professionisti con molti anni di esperienza alle spalle. Questo sistema, però, non consente di verificarne con esattezza identità (accanto ai nomi non è presente la data di nascita) e curricula (non presenti negli allegati A e B).
    La mancanza di informazioni indispensabili come la data di nascita, non consente di risalire con certezza a molti dei nomi noti contenuti, in particolare, nell’allegato B. Analizzando proprio alcuni di quei profili, tra i 506 spuntano nominativi “illustri” come quelli degli ex parlamentari, Giorgio Stracquadanio, Rino Piscitello, e Roberto Rao, ma anche nomi di deputati in carica come Sestino Giacomoni o addirittura un sottosegretario all’Economia ancora in carica come Gianfranco Polillo. Ciò vale a dire che se i partiti, ancora una volta graniticamente coalizzati, impediranno al Movimento di avere almeno un questore, continueranno ad esistere cittadini di serie A, che potranno lavorare per il Parlamento, a prescindere dalle loro effettive competenze, e cittadini di serie B che, pur avendone tutti i titoli, non potranno essere impiegati dai gruppi parlamentari.”

  2. La proposta di Bocchìno svela chiaramente qual è l’obiettivo reale del nuovo gruppo parlamentare di Fini: far sì che il PDL abbandoni la Lega.
    D’altronde lo si era capito subito con l’avvicinamento all’UDC di Cuffaro che fondamentalmente la questione della legalità da parte di FLi era del tutto pretestuosa.

    La domanda vera e propria è questa: secondo voi se Berlusconi abbandonasse la Lega dando retta alla proposta di Bocchìno, i finiani e l’UDC di Casini avrebbero davvero problemi a votare le ulteriori porcherie di Berlusconi?

  3. Sarei pronto a scommettere che nel giro di poche settimane o comunque pochi mesi vedremo dichiarazioni più distese tra Fini e berlusconi, con la scusa del maggiore interesse nazionale, insomma una cavolata di motivazione di certo la troveranno per riaccordarsi oltre che un bel rimborso economico.

  4. “La campagna elettorale è questa, stare in queste piazze, non è stare in televisione tutte le sere. Questo clima, qualche settimana fa, era impensabile nel centrosinistra: c’è una grande ripresa. La campagna elettorale è scambiarsi questa passione – ha detto Veltroni – stare in questo circuito di persone che sono uscite stasera per venire qui”. La novità introdotta dal Pd è quella di “aver parlato il linguaggio del cambiamento. Tutti parlano di grandi progetti, ma la gente disposta a rischiare non è tantissima. Secondo me la politica non è fare la cosa più tranquilla perché tanto poi le cose si sistemano, ma è anche la capacità di prendere rischi e mettersi in gioco se è utile al Paese”.
    Questa volta non si vota per vincere, ma per cambiare
    “E’ la prima volta che gli elettori possono scegliere un soggetto politico, un gruppo parlamentare, un programma, una leadership, avendo la garanzia che quello che si dice succederà.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


− cinque = 4

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>