Autore: Il Fatto Quotidiano

Il richiamo del vicepresidente del consiglio Alfano al processo contro Gesù di Nazareth non è soltanto inopportuno e presuntuoso per l’accostamento, ma l’ex Guardasigilli cita un precedente storico che dimostra tutti i rischi di una riforma della giustizia che assecondi gli umori del popolo.

In questi anni abbiamo più volte sentito teorizzare che uno dei mali della nostra giustizia sia la mancanza di legittimazione popolare dei magistrati e quindi la loro irresponsabilità politica…

Anche di recente Berlusconi, credendo di denigrare la categoria, ha parlato di giudici e pm come “impiegati dello stato che hanno fatto un compitino e vinto un concorso”. In questa logica al contrario e populista dovrei quindi vergognarmi di essere un servitore dello Stato che sta al suo posto solo per merito…? Sarò antropologicamete diverso ma per me questi sono motivi di orgoglio e credo siano rassicuranti anche per i cittadini italiani.

Il punto è che per Costituzione la nostra unica legittimazione è tecnica e professionale e deriva solo dalla preparazione giuridica.

Questo non per un vezzo snob e antidemocratico ma per garantire che i magistrati siano sottoposti solo alla legge e alla Costituzione e quindi indipendenti da Governo e Parlamento, essendo il terzo potere dello stato e non un ordine amministrativo al guinzaglio della politica.

Questo principio non è solo alla base dello Stato di diritto, dove tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e anche i potenti devono rispettare le regole, ma è un tratto caratteristico fondamentale del nostro ordinamento perché nessun Paese come il nostro, inquinato da corruzione mafia e terrorismo, ha bisogno di una magistratura indipendente che possa ed anzi debba indagare tutti, oserei dire in particolare i potenti… non per persecuzione, le indagini vanno sempre ancorate su fatti e verificate, ma perché chi ha potere economico o politico ha una maggiore responsabilità e i suoi abusi possono ricadere con maggiore peso sulla collettività.

Per questo anche nel codice fascista i reati commessi da chi riveste un incarico pubblico sono puniti più gravemente del medesimo fatto realizzato da un privato (vedasi peculato e appropriazione indebita per esempio…).

Ma torniamo al processo svoltosi a Gerusalemme, il primo processo “democratico della storia” come ricorda provocatoriamente Zagrebelsky nel suo splendido saggio “il crucifige e la democrazia”…

Quel simulacro di processo non dimostra i limiti della giustizia in assoluto, come vorrebbe Alfano affiancando l’evasore miliardario di Arcore a Gesù di Nazareth, ma semmai insegna che cosa accade in un processo se questo viene deciso assecondando gli umori manipolati da una massa ignorante invece che facendo decidere la vicenda a tecnici indipendenti selezionati per merito che devono acquisire le prove secondo regole prestabilite.

Era il nazismo a invocare il rispetto del sentimento del popolo nella giustizia, mentre il buon giudice condanna quando ci sono le prove e assolve se queste mancano, a prescindere da qualsiasi volontà popolare o desiderata di parte politica e senza fare distinzioni per le condizioni personali ma attenendosi solo ai fatti (si giudicano questi, infatti…e non le persone…).

La giustizia umana è un procedimento perfettibile e limitato ma è anche indispensabile per difenderci dagli abusi e dai reati rispettando i diritti degli accusati e cercando di arrivare il più possibile vicini alla verità (con la v minuscola); i tre gradi di giudizio sono il baluardo di garanzia contro possibili valutazioni errate.

Se non si accetta l’approdo finale del processo si mina alle fondamenta la democrazia perché si pretende che la legge non sia uguale per tutti e che il potere giudiziario sia al servizio degli altri e non sentinella indipendente della legalità.

Il processo di Gesù ci dice in sostanza (almeno come lezione laica) che quando prevale il populismo sulle regole viene liberato Barabba.