Il muro di Nicosia divide ancora le due Cipro


Autore: Il Fatto Quotidiano

Il 15 Novembre scorso, cadeva il trentesimo anniversario della fondazione della Repubblica turco-cipriota, l’entità giuridica (riconosciuta a livello internazionale solo dalla Turchia) che governa dal 1974, dopo l’invasione delle truppe di Ankara, la regione nord dell’isola. Benchè la notizia sia passata, praticamente inosservata la questione cipriota, rimane una delle più spinose controversie territoriali dell’UE.

30 anni dopo il 15 Novembre 1983,  Cipro è nell’UE, anche se per l’isola, il Trattato di Schengen, rimarrà sospeso finché non verrà risolta la questione del nord. Secondo il protocollo di adesione  all’UE, “suspension of the application of the Acquis Communautaire in those areas of the Republic of Cyprus, where the Government of the Republic does not exercise effective control“. Cipro è nell’Unione ma l’autoproclamata Repubblica turco-cipriota no. O meglio, non come entità statale indipendente. I cittadini turco-ciprioti sono, per l’UE, cittadini europei con pieni diritti anche se l’Unione (e Cipro) distingue tra cittadini discendenti degli abitanti dell’isola di etnia turca e residenti  prima del 1 luglio 1974 e quelli arrivati per effetto delle politiche di “popolamento” volute da Ankara, per alterare l’equilibrio demografico del paese: ai primi è riconosciuta la cittadinanza cipriota (ufficiale) e dal 2008, la possibilità di raggiungere il sud, attraverso la cosidetta “green line” la frontiera smilitarizzata e sorvegliata dalla missione di Peacekeeping delle Nazioni Unite, di stanza sull’isola dal 1964, mentre per gli altri, in gran parte originari delle regioni turche dell’ Anatolia, nulla da fare.

Un rompicapo che ha prodotto non poche, surreali, conseguenze: ad esempio, con un passaporto di Cipro Nord, si può viaggiare in Turchia e nonostante il non riconoscimento del governo, il documento è valido per Stati Uniti, Regno Unito, Francia e addirittura Siria. Inoltre, essendo il Nord un territorio “di fatto” dell’Unione Europea anche ad esso si estendono programmi economici e sociali pur essendo un dato indiscutibile che l’economia locale, si poggia in tutto e per tutto sul sostegno della Turchia. L’embargo imposto al nord dalla comunità internazionale e l’assenza di voli diretti (a causa del mancato riconoscimento internazionale degli aeroporti del nord) non ha impedito un boom nell’edilizia residenziale-vacanziera, monopolizzata soprattutto da pensionati britannici, una grande comunità sull’isola, oggi attratti dai costi più contenuti della zona turca.

L’edilizia è in realtà uno dei nodi cruciali della questione di Cipro, a causa delle rivendicazioni da parte di 170 mila greco-ciprioti, fuggiti al sud, dopo l’invasione turca del ’74; secondo una sentenza del 2009 della Corte di Giustizia Europea, infatti, i greci costretti a fuggire, sono e restano gli unici proprietari legittimi di case e terre. Nel “caso-pilota”, Apostolides vs. Orams  l’organismo giudiziario europeo, ha stabilito un precedente che non potrà non condizionare un futuro piano per la riunificazione dell’isola.

Altra questione spinosa sono Famagosta ed il quartiere di Varosha: principale attrazione turistica dell’isola, prima del ’74, dopo l’occupazione è stata recintata dall’esercito su ordine del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che imponeva all’amministrazione turca de-facto, di non ripopolare la zona, in precedenza a maggioranza greca. Da allora nessuno ha più avuto accesso all’area, oggi “città fantasma” abbandonata e colpita dal degrado. Caso analogo per la minuscola enclave militare di Kokkina, un bastione turco nella regione sud-occidentale del versante greco.

Oggi, segnali di distensione, arrivano soprattutto dalle generazioni più giovani ma il muro di Nicosia, l’ultimo in Europa, come recita una targa posta sul Ledra Palace, un hotel che demarca la frontiera tra le due Cipro, è ancora li. E a ricordare le ferite mai rimarginate del passato, c’è il triste spettacolo delle centinaia di chiese ortodosse del nord, vandalizzate e ridotte a ruderi.
Di strada, insomma, c’è ancora molta da farne.

 

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