Lo stanno santificando

Autore: Byoblu.com

Matteo Renzi Santo Beppe Grillo

Il sistema, messo sotto pressione dall’ascesa dei Cinque Stelle, ha lavorato duramente alla sintesi di un vaccino e ora crede di aver trovato l’antidoto: un piccolo ometto della vecchia politica riverniciato a nuovo per sembrare tale e attirare, come lo scintillio della volgare bigiotteria attira i merli, quella parte di protesta che ha caratterizzato il voto delle scorse elezioni politiche. Grillo fa il tour in camper? Renzi fa il tour camper. Grillo vuole l’abolizione dei rimborsi elettorali? Renzi vuole l’abolizione dei rimborsi elettorali. Grillo vuole abolire le province? Renzi vuole abolire le province e anzi lo sfida a farlo (lui che è stato presidente di Provincia, mentre Grillo alla Provincia non ha mai candidato nessuno). E tali banalità da fotocopiatrice inceppata vengono riprese da blasonatissimi editorialisti come se fossero un distillato delle migliori pratiche di pensiero politico dal Macchiavelli in poi. La stampa celebra quotidianamente l’avvento del nuovo messia. A Washington hanno Obama, a Londra Cameron, a Berlino la Merkel e noi abbiamo Renzi, un prestanome amico della grande finanza che ha cominciato a frequentare Cologno Monzese sin dai tempi in cui partecipava alla Ruota della Fortuna (con Mike Bongiorno) e non ha mai smesso, arrivando perfino a farsi ricevere ad Arcore (per aiutarlo a pianificare la exit strategy in vista delle future condanne?) e ad accettare la collaborazione di uno dei manager di punta della Fininvest, quel Giorgio Gori che era direttore delle reti di Berlusconi ai tempi della discesa in campo di Forza Italia.

Come sia possibile che un signore che ha preso meno di due milioni di voti, nella migliore delle ipotesi solo tra i suoi stessi tesserati, abbia uno spazio abnorme sui media rispetto a quello esiguo dedicato a chi di voti ne ha presi 9 milioni, di cui almeno 8 in più rispetto ai suoi “tesserati” (gli attivisti certificati), resta uno di quei gaudiosi misteri della fede cui la patria del berlusconismo ci ha abituati fino quasi a farlo sembrare normale.

Tant’è che sul principale quotidiano nazionale, quello che dovrebbe essere super partes per vocazione, non passa giorno che editoriali cazzulliformi non occupino la prima pagina riscrivendo il teatro dell’assurdo. E’ proprio Aldo Cazzullo, ad esempio, un falsario seriale dell’informazione politica, a scrivere tre giorni fa un pezzo che sfida la salute mentale di chi prova a leggerlo. Si intitola “La generazione dei bravi ragazzi”, e uno pensa subito che si riferisca ai Cinque Stelle, dei quali tutto si può dire tranne che siano politici scafati avvezzi alle trame di palazzo. Anche perché dice:

In politica — titolano tg e giornali — è l’ora dei quarantenni. Ma, a ben vedere, è un ricambio più profondo quello che si annuncia, è un’altra generazione ancora quella che si affaccia alla vita pubblica.
La generazione che si potrebbe definire dei «bravi ragazzi». […] Avanzano i veri giovani, volti più freschi di quelli — da tempo entrati nella sfera mediatica — di Matteo Renzi o di Giorgia Meloni.  I volti che andiamo scoprendo in questi giorni non sono semplicemente di bell’aspetto; dietro ci sono persone normali, di modi garbati, di buoni studi, insomma ragazze e ragazzi come quelli che vediamo festeggiare le lauree nelle città universitarie, cercare tra grandi difficoltà un lavoro, tentare di costruirsi una famiglia e un futuro. Non figli d’arte né del Partito. Volti in cui i nonni possono riconoscere i propri nipoti, i padri i propri figli.

E invece no. Il pezzo che avrebbe dovuto scrivere dopo l’insediamento di 160 parlamentari che mai avevano calcato il suolo istituzionale prima d’ora, Cazzullo lo scrive dopo l’annuncio dei componenti della nuova segreteria di Renzi, che include novità multi-incarico del calibro di Debora Serracchiani, ad esempio. E poi si lancia nell’apoteosi del grillismo a sua insaputa:

I parlamentari sono visti come alieni che vivono un’altra vita e discutono di altre cose rispetto alla gente normale. In queste circostanze, investire di responsabilità giovani che hanno appena compiuto trent’anni, che hanno figli piccoli o in arrivo, significa finalmente distogliere lo sguardo dalle contrapposizioni ideologiche, e rivolgerlo a un avvenire che non sia l’eterno ritorno di cose già viste e già sentite. […] Abituati come siamo a classi dirigenti inamovibili, distanti, talora disoneste, avvezze a cooptare figli e famigli tagliando fuori tutti gli altri, sbaglieremmo a liquidare come inadeguati i compagni di strada di Renzi — compresi quelli che non appartenevano alla sua corrente — e coloro che emergeranno dallo scouting in corso a destra.

Tutto, dalla critica alle classi dirigenti distanti e inadeguate, alla condanna del nepotismo fino al superamento dei concetti di destra e sinistra (distogliere lo sguardo dalle contrapposizioni ideologiche) ci parla del Movimento Cinque Stelle ma Cazzullo, dopo averlo denigrato quando avrebbe dovuto esaltarlo, come un Robin Hood al contrario lo deruba per riscrivere la storia e attribuire i principi grillini alla pecora Renzi, il miglior tentativo di imitazione di Grillo che proprio la vecchia classe dirigente sia stata capace di partorire.

Non va meglio con l’editoriale di oggi, a firma di un altro che alle soglie del 2014 finalmente ha capito tutto e mette in guardia dalle “rivolte dei milioni di italiani che ogni giorno siedono in cucina e cercano di far quadrare i conti”, ma che nel 2011 dalle pagine dello stesso giornale avvertiva che internet è “uno strumento perfetto per diffondere pericolose falsità travestite da dubbi”, Beppe Severgnini.

In un pezzo che campeggia sempre in prima pagina, intitolato “La geografia del malessere”, Severgnini inanella una serie di paragoni inaccettabili e di insinuazioni sofisticate.

Sono passati dieci mesi dal trionfo elettorale del Movimento 5 Stelle, e qualcuno sembra aver dimenticato la lezione. […] È una fortuna che, negli ultimi vent’anni, siano stati megafoni e non manganelli: dal referendum di Segni alla Lega di Bossi, dalle promesse di Berlusconi ai vaffa di Grillo. Nessuno di questi, per motivi diversi, ha saputo diventare un partito. […] Matteo Renzi non ha solo il diritto di guidare il Partito democratico: ne ha il dovere. […] E potrebbe risultare meno innocuo dei Forconi, meno velleitario di Beppe Grillo. […] Chi pensa che i problemi d’Italia si risolvano con sputi, vaffa e forconi…

Inoculare la convinzione che il voto a Grillo sia stato una “lezione”, implica la derubricazione di quella che attualmente è una forza parlamentare costantemente sopra al 20% a un mero gesto distruttivo privo di qualunque dignità politica. E comporta anche una sorta di casta superiore al quale la lezione sarebbe indirizzata, che dovrebbe dunque farne bonariamente tesoro e consentire generosamente ad alcune magnanime concessioni. Il concetto di “tutti a casa” è ancora lontano anni luce dal Severgnini-pensiero. Accostare poi vent’anni di mala-politica, mettendo nello stesso calderone (e nella stessa frase) la Lega di Bossi, le promesse di Berlusconi e i “vaffa” di Grillo (appena arrivato) è un’operazione chirurgica degna di un Frankenstein inchiostratore di rotoli Tenderly che partorisce chimerici mostri del giornalismo miope e allineato, il quale si svela nel trattamento speciale riservato a Renzi, che dopo avere dimostrato di non sapere né volere fare il sindaco di Firenze, ora secondo Severgnigi avrebbe invece le carte in regola per risollevare le sorti del Paese. Il meschino e vile tentativo poi di associare il Movimento Cinque Stelle al movimento dei Forconi (cui dichiaratamente il M5S non partecipa in alcun modo) è un’esemplare dimostrazione di quanto a volte nelle liste di proscrizione ci si iscriva da soli: quelle della disonestà intellettuale che non dovrebbe trovare dimora nella patria di una professione nobile come quella del giornalismo.

Ma non basta. Recenti ricerche, pubblicate su tutti i media, dimostrano e confermano che oltre il 60% degli italiani non riesce a comprendere il significato di un testo scritto, anche se non è analfabeta. Un mondo approssimativo dove i titoli sono l’unica cosa in grado di colpire l’immaginario di 6 italiani su 10. E cosa campeggia sulla prima pagina del Corriere, oggi?

Corriere Matteo Renzi Beppe Grillo

Di tutte le motivazioni argomentate nel post di Grillo in risposta a Renzi, a fronte di righe e righe dedicate alle posizioni di Renzi, come sono liquidate quelle di Grillo? “Con te non dialoghiamo”, poi ristretto nel testo sottostante a un ancor più stringato “La risposta: niente dialogo”. Perché? Semplice: perché il leitmotif da ripetere come un mantra finché non diventi una verità assodata è che il Movimento 5 Stelle è il movimento del “NO”, dell’assenza di qualsiasi propositività, il movimento della protesta vuota e fine a se stessa che non serve a nulla se non a “dare una lezione”, finalmente raccolta da una novità come Renzi che, da esperto amministratore della cosa pubblica (basta guardare i conti di Firenze), saprà al contrario lavorare per offrire soluzioni, con il suo team di “giovani e bravi ragazzi”.

E dove vengono spiegate le posizioni di una forza politica da 9 milioni di voti? Forse a pagina 2? Forse a pagina 3? A pagina 4 o 5? No. Dentro al giornale, nelle pagine successive, ci sono solo lenzuolate di cazzullate pro Renzi. Quello che ha scritto Grillo? Non viene spiegato fino a quando non compare un timido articoletto di Emanuele Buzzi, confinato in alto a pagina 6, nel quale per di più trovano spazio anche le posizioni critiche dei contestatori, in una sorta di redivivo rispetto della par condicio. Ma che senso ha ricordarsi della par condicio solo alla fine, nel breve riquadro dove si confinano le ragioni di 9 milioni di elettori? Semmai, ci sarebbe da riequilibrare in senso inverso, considerato lo spazio abnorme e a senso unico che il Corriere riserva a Renzi. E invece, come nei regimi, per salvare la faccia si riporta una posizione lievemente difforme dalla verità ufficiale, posta al limitare dell’universo conosciuto, immediatamente minimizzata, neutralizzata dalle obiezioni di chiunque abbia da dire qualcosa (dalla casalinga di Voghera al cane del vicino di casa), come se neppure una piccola incrinatura nella tela della propaganda possa essere tollerata senza dover essere subito confutata, ricoperta da una mano di vernice. Il titolo, ancora una volta, è una lezione di manipolazione: “Il No dei Cinque Stelle: Parlamento abusivo, non può fare le regole”. Quel 60% di italiani che non sanno andare al di là dei titoli è servito: ciò che ricorderanno è ancora una volta un “no” : M5S non sa dire altro che “no”.

Ora vi domando, al di là delle posizioni legittime di ognuno (sempre che argomentate con onestà intellettuale e senza manipolazioni subliminali del tipo di quelle descritte), è normale che tra gli editorialisti di un quotidiano a vocazione equilibrata come il Corriere della Sera non si riesca a trovare mai, neppure per sbaglio, una minchia di editorialista che dopo aver mangiato pesante la sera prima la pensi come la pensano 9 milioni di cittadini di questo fottuto Paese, e che ogni tanto, per distrazione, venga pubblicato da De Bortoli in prima pagina? Da chi devono essere rappresentate le ragioni del 25% dei votanti alle elezioni politiche di un grande Paese democratico? La risposta è nel crollo verticale delle vendite e dei profitti dei quotidiani. E si capisce bene perché Letta cerchi di compensare le perdite degli editori, come ha fatto per decreto nell’ultimo Consiglio dei Ministri, tentando di addebitarle all’unico grande media ancora libero, in procinto di essere chiuso: la rete.

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