Questa è… Sparta!

Autore: Byoblu.com

Pierluigi Bersani Nichi Vendola Partito Democratico Comunicazione Sparta

Una delle caratteristiche distintive del genere umano è quella di riuscire ad operare una razionalizzazione del comportamento sociale, grazie alla capacità di classificare le situazioni e identificare norme generali e condivise che tutti noi chiamiamo regole. E’ grazie alle regole che sopravviviamo. Immaginate di fare una partita a scacchi. Avete studiato a memoria centinaia e centinaia di incontri tra i più grandi campioni della storia, conoscete a menadito ogni possibile apertura e riuscite a prevedere decine di mosse più in là rispetto al vostro avversario. In poche parole: siete un genio. Vi sedete di fronte alla scacchiera, davanti al vostro avversario, il quale a un certo punto tuttavia prende un pedone e inizia a far fuori tutti i vostri pezzi, uno ad uno, senza fermarsi, come se si trattasse di una partita di dama. Poi, indispettito dal vostro sguardo sconcertato, tira una manata sulla scacchiera e fa volare tutto a terra. Se protestate, vi tira una mazzata in testa e vi stende. Ha vinto lui? Se non c’è qualcuno che interviene a sanzionarlo (per esempio le forze dell’ordine), sì: è triste dirlo, ma ha vinto lui. Tutte le vostre abilità, le vostre ragioni, valgono soltanto fino a quando tutti rispettano le stesse regole. Altrimenti non c’è partita.

Ci sono ambiti dove le regole tuttavia non sono scritte, oppure dove è più difficile identificare le violazioni. Ma non producono effetti meno gravi. Avviene costantemente nei gruppi di lavoro, tanto che la legge si è dovuta dotare di nuovi linguaggi e inediti strumenti di lettura. E’  il caso del mobbing: si può cioè rendere la vita di un collega talmente impossibile da costringerlo ad andarsene spontaneamente, quando per contratto lo stesso scopo non sarebbe perseguibile. Neppure tra amici ci si salva: c’è sempre chi nasconde dietro ai sorrisi o a una finta preoccupazione l’intento di danneggiare la reputazione di un terzo che vede come un ostacolo al raggiungimento dei suoi obiettivi. Si va dal pettegolezzo alla diffamazione vera e propria (senza contare la calunnia), e raramente a vincere è la vittima. Come si fa, infatti, a difendersi dagli abili costruttori di menzogne, se non si è altrettanto dediti alla raccolta di prove circostanziate e alla ricostruzione capillare dei fatti? Nel migliore dei casi, si rischia di perdere tempo prezioso che si sarebbe potuto meglio impiegare in attività più edificanti e utili.

E poi c’è il terreno delle opinioni, che rappresenta una vera e propria distesa di spazi liberi dove il giocatore scorretto può imperversare nella quasi certezza dell’impunità. Dietro al paravento delle legittime divergenze nelle interpretazioni date alle cose o ai fatti, si cela chi ragionevolmente esercita una critica di buon senso, ma anche chi malevolmente usa un diritto legittimo e sacrosanto per influenzare in maniera scorretta e moralmente abietta il comune sentire. Avviene continuamente. Uno degli ambiti dove questo fenomeno è più incisivo è certamente quello dei social network. La facilità con la quale ci si può costruire un’identità virtuale può aiutare le vittime di un sopruso a denunciarlo pubblicamente senza esporsi alle inevitabili conseguenze, ma può anche fornire il piede di porco a gente senza scrupoli per scassinare la reputazione di persone innocenti, che certamente hanno difetti – come tutti – ma non tali da giustificare la mole di insinuazioni, di attacchi feroci, di offese, di calunnie e di violenza verbale che gli si riversa addosso in maniera proporzionale alla forza e alla pericolosità (per gli aggressori) del messaggio di cui sono testimoni e per il quale vengono delegittimati.

E quando a comportarsi in questo modo non sono singoli individui, ma intere organizzazioni o gruppi di potere, tanto a corto di idee e ragioni da essere costretti a ricorrere alla strategia dell’intorbidimento delle acque pur di non soccombere all’evidenza, certo la cosa diventa doppiamente disgustosa e rivelatrice della decadenza di un’intera classe dirigente.

Qualche esempio è disponibile nel post “I creatori di Troll“, che inchioda la gestione social network del Pd e di Sel alle loro politiche decisamente poco chiare, per usare un eufemismo. Chiunque abbia un profilo pubblico di grande diffusione, conosce l’importanza di una sua gestione oculata e le conseguenze che derivano da un suo utilizzo sconsiderato. Ne sa qualcosa Francesco Nicodemo, il nuovo consulente di comunicazione di Renzi, che per i suoi tweet eccessivamente espliciti è stato duramente attaccato da Andrea Scanzi, il quale è arrivato a chiederne le dimissioni. Il Partito Democratico stesso, del resto, conta su una task force che dispiega sui social network e che loro chiamano “i 300 spartani”, composta da 10-15 persone che lavorano nella “War Room”, a stretto contatto, e da almeno 300 collaboratori in esterna.

Curioso dunque che cotanto dispiegamento di forze produca sconcertanti fenomeni al limite del paranormale, come profili twitter che spuntano a grappolo, con scarsissimi follower (talvolta nessuno), ferocemente dediti alla critica spietata e denigratoria di tutte le forze politiche, tranne una, ma che inspiegabilmente, nonostante un numero di iscritti che li condannerebbe alla completa irrilevanza, vengono seguiti nientepopodimeno che dai profili dei big della politica, che contano viceversa su un numero di follower enorme, come @pbersani (360mila follower al momento) e @NichiVendola (390mila follower).

Troll Pd Sel Bersani Vendola

E’ possibile, è ragionevole, è sostenibile che un profilo appena aperto, totalmente anonimo, che non esibisce neppure una foto qualunque, con un numero di followers ridicolo (solo quattro fino al momento della screenshot, esclusi i nostri due beniamini), possa essere seguito contemporaneamente dai profili ufficiali di Bersani e di Vendola? Perché lo fanno, se non per conferire un minimo di autorevolezza a marionette digitali usate come ripetitori di fango? A quanti di voi è capitato di aprire account anonimi sui social network, senza nessun iscritto e privi di qualunque spessore contenutistico, e di essere seguiti immediatamente da altri profili con centinaia di migliaia di iscritti? Ed altri esempi sono disponibili qui.

Questa è… Sparta!“, vi risponderebbero forse i 300 soldati del web di cui sopra.  No, “Questa è merda!“, vi rispondo io.  E sono sicuro che perdonerete uno stile a metà tra quello che si impara a Oxford e quello che viceversa viene insegnato a Cambridge.

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