Morire per Maastricht? No, grazie! Considerazioni populiste sull’euro “irreversibile” (2a parte)

di LUCA RUSSI (FSI Arezzo)

Passiamo allora a cercare di capire quali sarebbero i vantaggi della permanenza del nostro paese nell’Eurozona per le classi dirigenti attualmente al potere, ovvero perché queste ultime dovrebbero ritenere di poter ancora ricevere dei benefici nel mantenere il paese in una situazione che per loro sembrerebbe incominciare ad essere perfino rischiosa, in un quadro che va deteriorandosi sempre di più.

Perché, vista l’eventualità che tensioni sociali sempre più forti possano scaricarsi anche sul ceto politico comincia a diventare sempre più probabile e che, insomma, il popolo potrebbe alla fine chiedere loro il conto per la catastrofe che queste dissennate politiche economiche hanno determinato?

Ci avete mai pensato? Sono diventati proprio tutti scemi i nostri politici, o c’è qualcos’altro in ballo? Sì, i “poteri forti”, sicuramente (che poi sono quelli di cui si parlava poc’anzi e che coincidono con il “finanz-capitalismo”, come lo ha ribattezzato Luciano Gallino, uno tra i sociologi italiani più autorevoli, considerato uno dei maggiori esperti italiani delle trasformazioni del mercato del lavoro), ma non è tutto.

Ebbene: da una parte è evidente che, come ebbe modo di dire un certo Mario Draghi in un soprassalto di sincerità proprio parlando dell’irreversibilità dell’Euro, sulla moneta unica sono state fondate luminose carriere politiche e non. Infatti l’immane apparato tecnico, burocratico e amministrativo reso necessario dalle esigenze riconducibili alla semplice esistenza e permanenza dell’Unione Europea a Bruxelles, Strasburgo, Francoforte e in tutte le altre capitali del vecchio Continente, ha fornito ad una sterminata plètora di politici e funzionari europei, e dunque anche italiani, l’occasione di beneficiare di un gran numero di incarichi prestigiosi a tutti i livelli per generazioni a venire.

Dall’altra parte, e da un punto di vista più strettamente politico, la ragione del crescente panico delle nostre attuali classi dirigenti diventa sempre più evidente nel momento in cui sembra sempre più concreto il rischio di perdere la caratteristica saliente del potere “parolaio” conferito loro dall’europeismo, vale a dire la semplice possibilità di potersi riferire ad un Potere più alto e sommamente “Giusto” per definizione, quello del famigerato “ce lo chiede l’Europa” (vale a dire ce lo chiede l’Entità portatrice di Progresso, Pace e Benessere per eccellenza), per qualsiasi schifezza abbiano voluto imporci negli ultimi venticinque anni almeno.

Mi spiego meglio.

In questo particolare momento storico i parlamenti nazionali di un intero continente sono stati ridotti ad “aule sorde e grigie”, o meglio ad assemblee il cui compito principale non è più quello di fare le leggi sulla base di maggioranze parlamentari risultanti da libere elezioni (in forza delle quali i cittadini-elettori possano esercitare tramite un mandato rappresentativo la sovranità popolare) ma quello di ratificare, approvare ed implementare a vario titolo a livello territoriale tutto quello che viene deciso “in alto loco” (cioè dalla Commissione europea che, come è noto, non è un organo i cui membri siano eletti dai cittadini dei paesi che ne fanno parte).

In forza di queste stesse modalità decisionali, quello che viene di volta in volta deliberato sarà messo al riparo dai “rischi” propri delle moderne democrazie parlamentari (rischi derivanti dal fatto che un provvedimento avente forza di legge si possa normalmente ed eventualmente modificare, o addirittura rifiutare): allora sarà evidente che i ceti politici di cui stiamo parlando non solo non sono più rappresentativi di nessuno ma, molto banalmente, stanno esercitando un potere che non ha più nulla a che fare né con «l’interesse esclusivo della Nazione», né tantomeno con la sovranità popolare ma con un governo che è proprio più dei viceré e dei governatori. Costoro – come si sa – non esercitano la propria sovranità sul territorio nel proprio nome o in quello del popolo, bensì si limitano ad amministrare quel territorio e a governare su quel popolo in nome e in rappresentanza del vero sovrano, il quale però risiede altrove.

E’ sufficientemente chiaro che non stiamo parlando più di uno stato nazionale sovrano, ma di una sorta di provincia dell’ Impero, o meglio di una colonia, e che i cittadini sottoposti a questo tipo di potere non possano più definirsi tali (nel senso più moderno del termine, cioè titolari di diritti oltre che di doveri), ma semplicemente “sudditi”?

Ecco: di questo tipo di potere ha beneficiato la classe politica attuale. Di un potere che non è più fondato su un mandato popolare che non può per nessuna ragione ritenersi disgiunto dal dovere di essere fedeli alla Repubblica e alla sua Costituzione (la quale, come è noto, assegna al popolo la sovranità che quella stessa classe politica sarebbe chiamata a tutelare e difendere tramite l’istituto della rappresentanza parlamentare), ma su una sorta di mantra: “ce lo chiede l’ Europa”, appunto. Esso ha fornito, tramite la forza coercitiva dei suoi Trattati, la necessaria cornice ideologica, politica e giuridica per legittimare la asserita necessità di fare una serie di cose (tra cui le famigerate e sempre necessarie “riforme”) sulle quali, in nome di un interesse superiore, non fosse più consentito esercitare il diritto di dissenso, pena l’ essere giudicati di volta in volta “euro-scettici”, “populisti”, “xenofobi” o perfino “anti-democratici” e “fascisti” (da che pulpito!).

Di tutto ciò, l’Euro costituisce ovviamente la pietra miliare, in quanto consente alle “Istituzioni” (quelle con la “i” maiuscola, termine che i Greci hanno imparato a conoscere molto bene quale sostituto di un’altra parola che per loro era diventata sommamente odiosa, cioè “Trojka”, che sta ad indicare l’insieme di Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) di ricattare interi popoli tramite la micidiale tenaglia costituita dalla combinazione tra il potere esclusivo di emettere moneta – oramai sottratto agli Stati nazionali – e quello di condizionare i mitici “Mercati”, dai quali gli Stati nazionali ormai dipendono come gli esseri viventi dall’aria che respirano per poter vivere.

Da tutta questa situazione, che spero di aver contribuito in una certa misura a chiarire, derivano tutti i mali peggiori del Paese, compresa una sempre più odiosa forma di corruzione che in un certo senso è ancora più grave di quella alla quale eravamo già abituati. Essa infatti non è in grado “solamente” di pregiudicare il buon funzionamento dell’Amministrazione dello Stato ma di minare alle basi la fiducia nelle istituzioni più alte della Repubblica, dal momento che queste ultime sarebbero in buona sostanza rappresentate da uomini molto attenti a tenersi ben stretti i vantaggi in termini di gestione del potere.

Uomini che, però, si guardano bene dal farlo con quel che la cosa comporterebbe in termini di responsabilità. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa non funzioni, potrà sempre essere attribuito al fatto che, “purtroppo”, i nostri cosiddetti rappresentanti hanno le mani legate dalla continua emergenza in materia di finanze pubbliche alla quale debbono necessariamente porre rimedio pena la “sfiducia dei Mercati” e l’eventualità di essere sanzionati “dall’Europa”; qualsiasi obbrobrio, spacciato come riforma, sarà dipinto come inevitabile e sommamente necessario per modernizzare il Paese, per farlo uscire dalla crisi rendendolo più degno della fiducia dei mercati e degli investitori internazionali, e, insomma, ancora una volta perché “ce lo chiede l’ Europa”; e così via).

Siamo insomma di fronte al paradosso di una intera classe dirigente malata di esterofilìa che, abbracciando e facendo propria la “necessaria cornice politica, ideologica e giuridica” di cui sopra (l’ideologia europeista, appunto), ha ritenuto di poter conseguire una legittimazione politica di natura completamente diversa, che l’ha resa succube del desiderio inconfessabile di rendersi più autorevole attraverso lo stratagemma di potersi riferire ad un’entità “altra”, per definizione migliore, e perciò capace di mondarla dagli endemici vizi dai quali si considera affetta.

Però, al tempo stesso, questa ideologia l’ha resa irrimediabilmente ricattabile, mettendola nelle condizioni di dover progressivamente rinunciare, né più né meno, ad esercitare la sua stessa funzione, che sarebbe quella di guidare il Paese con “senso di dignità ed onore” e nel segno di quell’interesse esclusivo della Nazione di cui si diceva qualche riga più su.

E’ per questo ordine di motivazioni che, a dispetto di tutto ciò che potranno dire o fare da qui in avanti di fronte all’inevitabile peggioramento della situazione, gli esponenti di questa classe politica non sono più nemmeno lontanamente credibili: perché ormai sono un tutt’uno con le ragioni stesse della crisi, ed è inevitabile che la fine dell’euro (e dell’Unione europea) sarà anche la loro fine.

Ora, però, non fermiamoci sulla riva del fiume ad aspettare che da un momento all’altro tutto quanto venga giù come un castello di carte senza che noi si debba muovere un dito, perché non sarà così (e il famigerato spread che non a caso proprio in questi giorni, giorni di crisi senza precedenti per la storia dell’UE, sembra rialzare la testa – «un avvertimento sgarbato dei mercati» lo ha definito Padoan – sta lì a dimostrare che “lorsignori” non ci molleranno tanto facilmente).

Ma se vogliamo davvero incominciare a prendere in mano i nostri destini (per non pregiudicare tutto quello che di buono e a prezzo di indicibili sacrifici hanno fatto per il Paese le generazioni passate, che lo hanno liberato più volte dall’invasore e che hanno costruito tutto quello che oggi siamo chiamati a difendere), sarà bene darsi una mossa e passare dalle chiacchiere sulla difesa della “Costituzione più bella del mondo” ai fatti, cosa che si potrà fare nell’unico modo ancora possibile: dare forza con la militanza politica ai soggetti del tutto nuovi che stanno nascendo, quelli che con un termine che tutti quanti impareranno presto a conoscere si riveleranno autenticamente sovranisti, vale a dire autenticamente rivendicativi della sovranità popolare (e della sovranità nazionale senza la quale la prima non è nemmeno pensabile).

Sovranità popolare sulla quale dovrebbe fondarsi la Repubblica nata dalla Resistenza, la cui storia è in piena continuità con l’altro grande movimento di liberazione del nostro popolo, quello del Risorgimento. Allora come adesso, i cittadini saranno chiamati a mobilitarsi, questa volta con le armi della Politica, per salvaguardare la libertà e l’ indipendenza della propria Patria.

Tutte le traversie che come popolo dovremo ancora affrontare si renderanno allora forse un po’ più sopportabili, se si considera che ogni lotta di liberazione necessariamente comporta dei sacrifici. Ma questi ultimi saranno ancora peggiori se non troveremo la forza di reagire: abbiamo forse alternative?

[fine]

Qui la prima parte dell’articolo

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Morire per Maastricht? No, grazie! Considerazioni populiste sull’euro “irreversibile” (2a parte) ultima modifica: 2017-03-12T14:00:08+00:00 da admin

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