TRENDS 2.0.36: economia USA più forte del previsto, ma i tassi…

TRENDS -  Analisi tecnica intermarket

Il dato più importante della settimana è stato quello sul PIL USA, un dato molto atteso perchè poteva dare un forte segnale di inversione di tendenza. Che invece non c’è stata. L’economia USA continua a tirare e va meglio del previsto. Il primo trimestre del 2017 si chiude con un +1,2%, decisamente meglio delle attese. E quindi bisognerà rivalutare tutto il mercato? Forse si, anche se è evidente che qualcuno non si sta fidando di questa crescita…E lo vedrete in questo video, spiegato e documentato.

Quindi… benvenuti al nuovo numero di TRENDS, con tanti grafici e tante analisi intermarket che vi aiuteranno a capire le dinamiche dei mercati finanziari, sempre più correlati ed interessanti.

Riprendetevi i post di questa settimana, credo ne valga proprio la pena e poi, se possibile, sostenete questo progetto di cultura finanziaria e di consapevolezza operativa. Inoltre, se offrirete la fatidica “pizza con birra”, riceverete, se vorrete, anche l’Outlook 2017 (redatto ad inizio anno) di IntermarketAndMore, oppure avrete l’accesso a questo (più eventualmente altri video) di TRENDS. La registrazione è stata fatta in modo abbastanza impulsivo e diretto, cercando di sintetizzare e velocizzare i ragionamenti. Spero di essere comunque comprensibile. Come sempre critiche e commenti sono ben graditi. Lascio massima libertà ai lettori di contribuire (se vorranno) all’iniziativa, cliccando qui sotto, in modo tale da capirne anche il livello di gradimento. Sappiate che il Vs sostegno è MOLTO importante per la continuazione di questo progetto che vive solo grazie al Vostro sostegno.

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Danilo DT

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Ora anche Padoan “vede” la possibile fine dell’euro (da QuiFinanza)

Proponiamo qui di seguito un articolo di oggi, 26 maggio 2017, pubblicato su QuiFinanza, dal titolo “Ora anche Padoan “vede” la possibile fine dell’euro”: http://quifinanza.it/soldi/ora-anche-padoan-vede-la-possibile-fine-delleuro/122848/?ref=libero

 

26 Maggio 2017 – Cogliendo al volo l’occasione dell’elezione di Emmanuel Macron in Francia, il ministro delle Finanze italiano Pier Carlo Padoan ha cercato una sponda Oltralpe per condividere le politiche europee del prossimo futuro. E per la prima volta anche Padoan – in una lunga intervista col Financial Times – ha parlato dei problemi legati al paradigma dell’austerità, della necessità di crescita e persino della possibilità della fine dell’euro senza un cambio di rotta.

Padoan – come nota Paolo Annoni su ilsussidiario.net – ha avvertito l’Europa dei rischi che si potrebbero correre se ci si limitasse a politiche fiscali restrittive perché “correremmo gli stessi rischi del 2010 e del 2011”. A cinque anni di distanza è ormai pacifico, anche per Padoan, che l’austerity è stata controproducente e tutti, o quasi, concordano che senza gli effetti devastanti sull’economia oggi gli indici di finanza pubblica sarebbero migliori. Sicuramente quelli dell’Italia, che ha subito prima una recessione senza precedenti e poi le sue conseguenze sul sistema bancario: cinque anni di depressione e crisi di fiducia grazie all’austerity.

Macron ha richiesto la possibilità di un budget comune europeo che riduca le differenze tra le economie, perché “queste divergenze hanno creato le tensioni di cui ha sofferto l’Italia recentemente”. Padoan aggiunge: “L’incubo dell’elettore medio tedesco è perdere i soldi dandoli ai terribili europei del sud. Siamo seri: la storia ci dice che l’integrazione monetaria richiede qualche forma di redistribuzione. Altrimenti l’aggiustamento che verrà presto o tardi sarà molto più dannoso per tutti i Paesi”.

Dunque, dice Padoan, non può esserci un’unione monetaria, con la stessa valuta, la stessa banca centrale e le stesse leggi in cui ci sono Paesi con la disoccupazione al 25% e altri al 5%, in cui alcuni hanno un surplus finanziario e altri un deficit.

La crescita delle divergenze in Europa non è un incidente dell’euro, ma la sua inevitabile conseguenza nella misura in cui si impone una rigidità a Paesi diversi senza nessun meccanismo di redistribuzione interna. “L’aggiustamento dannoso” di cui parla Padoan senza la redistribuzione si chiama rottura dell’euro.

Se si vuole continuare l’esperimento dell’Unione europea e dell’euro devono accadere due cose simultaneamente: che i Paesi del sud si adeguino alle richieste dell’Europa e che l’Europa, in quanto tale, si faccia carico della crescita e della redistribuzione. Questo implica che il cittadino tedesco accetti che l’Europa raccolga tasse per dare un sussidio di disoccupazione a un greco o per costruire una fabbrica o un ponte ad Atene, come faceva un veneto per la Calabria. Al di fuori di questo è pura follia ipotizzare che la distanza tra Grecia e Germania si possa accorciare quando, via austerity, è ormai chiaro a tutto il mondo che può solo allargarsi.

Senza questo cambiamento – si legge ancora – non solo l’euro finisce, ma finisce malissimo con la Germania circondata dalle macerie in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia (140 milioni di europei – mezza Europa) e forse anche in Francia. Se l’Italia accetta di inserire in Costituzione il pareggio di bilancio trasferendo sovranità alla Germania via Europa, la Germania deve accettare che l’Europa tassi i tedeschi per pagare i sussidi di disoccupazione, deve accettare che i greci abbiano qualcosa da dire sulle tasse dei tedeschi esattamente come i tedeschi decidono le riforme in Grecia. Altrimenti la Germania si tiene, lecitamente, i suoi soldi e l’Italia ritorna alla lira con cui ha dimostrato di saper vivere benissimo con i suoi pregi e i suoi difetti.

Articolo pubblicato oggi, 26 maggio 2017, su QuiFinanza

Fonte: http://quifinanza.it/soldi/ora-anche-padoan-vede-la-possibile-fine-delleuro/122848/?ref=libero

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CINA: “Uh mamma, mi hanno taLiato il Lating”!

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Che la Cina potesse subire anche la “scure” delle agenzie di Rating non è che sia una cosa che dovrebbe stupire più di tanto. Stupisce di certo il fatto che è dal lontano 1989 che la Cina non subisce un downgrade. E se ci pensate, è un lasso di tempo impressionante, tenuto anche conto del fatto che il Celeste Impero non è mai stato così trasparenti sui dati reali della sua economia.

Siamo comunque rimasti in area “investiment grade”, passando da Aa3 ad A1, quindi un arretramento di uno scalino che, alla fine, non va a modificare le dinamiche del mercato.
E se permettete, le giustificazioni del taglio del rating sono anche decisamente difendibili: secondo Moody’ c’è infatti «l’aspettativa che la forza finanziaria della Cina sarà erosa nei prossimi anni, mentre il debito aumenterà e la crescita potenziale rallenterà».

Che la Cina rallenti progressivamente (maturando come economia) è un dato risaputo. E sulla situazione debitoria della Cina già vi avevo detto in passato un sacco di volte, mavi faccio un ripassino rapido rapido, tanto per non cadere in dubbi…

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Questo grafico rappresenta e ricorda a tutti il rapporto tra il PIL prodotto dalla Cina, che come ben sapete è cresciuto enormemente, ed il debito aggregato, che è cresciuto ben di più. Quindi il messaggio è chiarissimo: la Cina negli ultimi anni è cresciuta in modo inverosimile grazie alla leva del debito, che oggi ha raggiunto livelli che per Moody’s sono preoccupanti.

Ma attenzione, dobbiamo essere onesti. Sono numeri che non sono nemmeno lontani da quelli visti come debito aggregato in molti altri stati anche dell’Unione Europea, ma con una differenza. Pechino batte moneta propria e quindi ha un’esposizione nei confronti di un eventuale “default ” che la mettono in una posizione più privilegiata.

La Cina è un caso unico, dove troviamo un forte controllo governativo sulla maggior parte dei settori chiave. E questo dà sicuramente alla Cina un livello di tolleranza del debito più alto Inoltre, noi tutti sappiamo che la Cina ha le spalle molto larghe, che le risorse pubbliche sono notevoli, che la Cina “i panni li lava in casa” e quindi molte problematiche magari verranno risolte senza nemmeno darne troppo risalto a livelli internazionale, e sappiamo anche che buona parte di questo debito corporate è generato da imprese parastatali.
Ed ecco che allora capiamo come mai la Cina è stata così irritata da un taglio del rating che sulla carta, era ininfluente. Essendo sceso il rating dello Stato, tutte le varie banche ed imprese parastatali saranno costrette a subire “automaticamente” un downgrade che obbligherà loro un maggior costo del canali del finanziamento. Quindi diventerà più oneroso finanziarsi. E visto che il grafico illustra il peso del debito aggregato, questo potrebbe diventare alla lunga un problema, visto che la crescita è finanziata, come detto, col debito. Inoltre, alcune indiscrezioni che ho raccolto mi anno indicato che ben tredici di queste aziende parastatali, di cui una buona parte sono banche, rischiano di finire in area junk bond. Il che potrebbe rappresentare lungo andare un bel problema.

Inoltre, indovinate un po’ chi sono tra i maggiori acquirenti di debito cinese? Proprio loro, gli americani, e buona parte dello stesso debito è proprio espresso in USD.
Quindi, ecco che la globalizzazione scatena i suoi effetti e rischia di tramutare un problema di un paese in un problema assolutamente globale.

Ma calma e sangue freddo, non è successo nulla e queste mie elucubrazioni vogliono solo spiegarvi il motivo per cui questo downgrade è stato accolto da Pechino con tanto disgusto.
Ma sia chiaro, e lo ribadisco: la Cina, oggi, ha ancora le spalle sufficientemente laghe per difendersi. Ma lungo andare, questa sua forza, come dice Moody’s, potrebbe progressivamente logorarsi.

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Danilo DT

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