MMP BLOG 3: SALDI SETTORIALI USA RECENTI: GOLDILOCKS, IL GLOBAL CRASH, E LA TEMPESTA FISCALE PERFETTA

Autore: Economia

di L. Randall Wray

 Nel blog precedente abbiamo fatto un po’ di lifting pesante. A meno che siate un nerd dell’economia o della contabilità, l’avrete trovato piuttosto noioso. Questa settimana ci prenderemo una piccola pausa dalla contabilità pura, e applicheremo quello che abbiamo imparato ad un esempio del mondo reale. Ormai, i lettori di lunga data sono abbastanza familiari con l’approccio NEP [New Economic Perspectives, NdT] alla CFG (crisi finanziaria globale).

Vediamo di rivisitare la Goldilocks economy [un’economia “né troppo calda né troppo fredda”, con un tasso di crescita moderato tale da non generare inflazione e da rendere quindi il mercato non restio al ricorso alla politica monetaria; fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Goldilocks_economy, NdT] dell’epoca Clinton per ritrovare, usando il nostro approccio dei saldi settoriali, i semi della CFG.

Per essere chiari, quanto segue usa la nostra identità dei saldi settoriali insieme a qualche dato relativo al mondo reale per fornire un’interpretazione delle cause del crollo. Come sempre, le interpretazioni sono soggette a disaccordo. L’identità e i dati invece no (potete sempre iniziare l’analisi con altre identità e altri dati, ovviamente). La prossima settimana torneremo alla contabilità.

Nel 2002 scrissi un paper in cui annunciavo che le forze erano allineate in modo tale da creare la tempesta fiscale perfetta (noto che in tempi recenti qualche analista – compreso Nouriel Roubini – ha ripreso quella terminologia). Ciò di cui stavo parlando era una crisi di bilancio a livello delle amministrazioni statali e locali. Ho riconosciuto che l’economia dell’epoca era in una bolla, spinta da ciò che percepii come un’insostenibile spesa a deficit da parte del settore privato – che stava spendendo più del proprio reddito sin dal 1996. Come ora sappiamo la annunciai troppo presto – il settore privato continuò a spendere più del proprio reddito fino al 2006. Poi l’economia crollò – vittima degli eccessi. Ciò che non avevo capito una decina di anni fa era quanto corrotta fosse diventata Wall Street. Lasciò che la bolla di debito superasse ogni sorta di frode creditizia; ora ne stiamo pagando le conseguenze.

Tuttavia, vale la pena tornare al cosiddetto periodo “Goldilocks” (da metà a fine anni ’90, descritti come “semplicemente perfetti”, con un tasso di crescita abbastanza forte da mantenere bassa la disoccupazione, ma – allo stesso tempo – non tanto elevato da causare un aumento del tasso di inflazione) per osservare perché gli economisti e i policymaker ancora se la prendono male. Come feci notare in quel precedente paper,

È ironico che il 29 giugno 1999 il Wall Street Journal pubblicò due lunghi articoli, uno millantando che i surplus di bilancio pubblico avrebbero spazzato via il debito nazionale ad aumentato il risparmio nazionale – e l’altro domandandosi dubbioso perché il risparmio privato fosse divenuto negativo. La didascalia di un grafico che mostrava [l’andamento del, NdT] risparmio privato e i deficit/surplus pubblici proclamava “Mentre lo Stato risparmia, la gente spende” (la prima pagina del Wall Street Journal è riprodotta qui sotto). Quasi nessuno all’epoca (né da allora!) riconobbe la necessaria relazione tra queste due [variabili, NdT] che è implicata dai bilanci aggregati. Sin dal rallentamento economico che cominciò alla fine del 2000, il bilancio pubblico ha invertito la sua tendenza, chiudendosi con un deficit che lo scorso trimestre ha raggiunto il livello del 3,5% del Pil, mentre il saldo finanziario del settore privato è migliorato, raggiungendo un livello di deficit dell’1% del Pil. Finché il deficit della bilancia dei pagamenti rimane nel range del 4-5% del Pil, il settore privato non si potrà realizzare un surplus finché il deficit di bilancio federale non aumenterà oltre il 5% del Pil (come vedremo tra un momento, l’amministrazione statale e locale continuerà a realizzare surplus aggregati, aumentando il livello di deficit federale necessario). Durante una recessione il settore privato registra normalmente un surplus di almeno il 3% del Pil; considerato il deficit della nostra bilancia commerciale, ciò implica che – se il futuro riserva una profonda recessione – il deficit federale aumenterà al 7% o più. A quel punto il Wall Street Journal castigherà senza dubbio: “Mentre la gente risparmia, lo Stato spende”, reclamando un atteggiamento fiscale più austero per aumentare il risparmio nazionale!

Rivolgendo l’attenzione allo scenario internazionale, si dovrebbe notare che la crescita Goldilocks degli USA non è stata unica nella sua tipologia. I bilanci del settore [p]ubblico in gran parte dei Paesi OECD si sono ridotti considerevolmente nell’ultimo decennio – almeno in parte a causa di tentativi di essere in linea con il Washington Consensus (e per l’area Euro, in linea con i dettami dei criteri di Maastricht) (il Giappone, ovviamente, si erge come l’abbagliante eccezione – ebbe grandi surplus di bilancio al finire degli anni ’80, prima di collassare in una prolungata recessione che spazzò via le entrate dello Stato e diede luogo ad un deficit pubblico di circa il 9% del Pil). Bilanci pubblici ridotti implicarono un deterioramento dei saldi del settore privato. Ad eccezione dei Paesi che poterono realizzare surplus commerciali considerevoli, l’austerità fiscale nel mondo ha dato necessariamente luogo a saldi più fragili del settore privato. Infatti Canada, Regno Unito ed Australia ad un certo punto, quasi all’inizio del nuovo millennio, ebbero tutti il settore privato in deficit. (Fonte: L. Randall Wray, “The Perfect Fiscal Storm” 2002, disponibile a http://www.epicoalition.org/docs/perfect_fiscal_storm.htm)

 

Rivisitiamo “Goldilocks” e vediamo che lezioni possiamo imparare da “questa tipologia di sistema economico” che ci aiutino a comprendere il Collasso Finanziario Globale che iniziò nel 2007. Come ora sappiamo, le mie proiezioni di breve periodo che predicevano la caduta di Goldilocks in una recessione non erano troppo distanti [dalla realtà, NdT], ma le proiezioni di medio termine erano errate. Il deficit di Bush aumentò al 5% del Pil, aiutando l’economia a recuperare. Ma poi il settore privato tornò ad avere fortissimi deficit, mentre la frode creditizia alimentò un boom degli immobili del settore immobiliare e dei consumi [finanziato dagli home equity loan [un mutuo in cui il debitore usa come collaterale il valore “home equity” della sua abitazione, ossia la differenza tra il suo attuale valore di mercato e quello del debito restante sull’acquisto della stessa; fonte: http://www.businessdictionary.com/definition/home-equity-loan.html, NdT]. Si veda il grafico seguente (ringrazio Scott Fullwiler). Notare che abbiamo diviso ciascun saldo settoriale per il Pil (poiché stiamo dividendo ciascun saldo per lo stesso numero – il Pil – questo non modifica le relazioni; semplicemente “ridimensiona in scala” i saldi). È un utile ridimensionamento, che useremo spesso nel MMP [Modern Money Primer, NdT]. Poiché gran parte dei dati macroeconomici tende a crescere nel tempo, dividerli per il Pil rende più semplice la loro rappresentazione grafica (e anziché avere a che fare con migliaia di miliardi di Dollari – così tanti zeri! – esprimiamo ogni cosa come percentuale della spesa totale).

Questo grafico mostra l’”immagine speculare”: un deficit pubblico dal 1980 fino agli anni Goldilocks è l’immagine speculare della somma del surplus del settore privato nazionale con il nostro deficit delle partite correnti (mostrato come numero positivo visto che riflette un saldo positivo in conto capitale – il resto del mondo ha un saldo finanziario positivo nei nostri confronti) (Nota: il grafico conferma ciò che abbiamo imparato nel Blog #2: la somma dei deficit e dei surplus dei tre settori dev’essere pari a zero). Durante gli anni di Clinton, siccome il saldo pubblico era in surplus, era il deficit del settore privato ad essere immagine speculare del surplus di bilancio più il deficit delle partite correnti.

Quest’immagine speculare è quella che il Wall Street Journal non riuscì a cogliere – e che quasi nessuno capisce eccetto coloro che seguono l’approccio della Moneta Moderna, così come i ricercatori del Levy Economic Institute che hanno usato l’approccio dei saldi settoriali di Wynne Godley. Dopo il collasso finanziario il settore privato interno si spostò bruscamente in direzione di un ampio surplus (ciò che fa normalmente in recessione), il deficit delle partite correnti crollò (visto che i consumatori acquistarono meno prodotti importati) e il deficit di bilancio [pubblico, NdT] aumentò, principalmente perché i proventi delle tasse collassarono con il crollo delle vendite nel mercato interno e dell’occupazione.

Sfortunatamente, proprio come i policymaker hanno imparato le lezioni sbagliate dai surplus di bilancio dell’amministrazione Clinton – pensando che i surplus del bilancio federale fossero una gran cosa, quando erano semplicemente l’altra faccia della spesa a deficit del settore privato – ora essi stanno imparando le lezioni sbagliate dal crollo globale successivo al 2007. Sono riusciti a convincersi che tutto sia stato provocato dallo spreco del settore pubblico. Questo ha spinto a sua volta a prevedere tagli alla spesa (e, più raramente, aumento delle tasse) per ridurre i deficit di bilancio in molti Paesi del mondo (in particolare negli USA e nel Regno Unito).

La realtà è differente: l’eccesso di Wall Street ha portato ad un eccessivo debito del settore privato, che ha fatto crollare l’economia e ridotto il gettito fiscale. Questo ha provocato un terribile aumento dei deficit pubblici a livello federale {In quanto emettitore di valuta sovrana, il Governo federale non è soggetto a vincoli di solvibilità (per ora i lettori dovranno prendere questa affermazione per buona – è l’argomento di prossimi blog del MMP)}. Tuttavia, la recessione ha colpito le entrate pubbliche statali e locali. Perciò essi hanno risposto tagliando la spesa, licenziando lavoratori, e cercando gettito.

La tempesta fiscale che ha ucciso i bilanci statali è la stessa tempesta fiscale che ha creato i deficit di bilancio federale mostrati nel grafico precedente. Un’economia non può perdere l’8% circa di Pil (per via di tagli alla spesa da parte di famiglie, imprese e amministrazioni locali e statali) ed oltre 8 milioni di posti di lavoro senza impattare negativamente sui bilanci pubblici. Il gettito fiscale è collassato a un ritmo storico. I deficit federali, statali e locali non scenderanno fino al ritorno di una robusta ripresa –concludendo la tempesta fiscale perfetta.

La robusta ripresa ridurrà il deficit complessivo del settore pubblico via via che il settore privato ridurrà il proprio surplus di bilancio. È probabile che il nostro deficit delle partite correnti aumenterà un poco quando ci riprenderemo. Se volete tirare ad indovinare come apparirà la nostra “immagine speculare” nel grafico qui sopra, dopo la ripresa economica, io azzarderei che torneremo vicino alla nostra media di lungo periodo: un surplus del settore privato del 2% del Pil, un deficit delle partite correnti del 3% del Pil ed un deficit pubblico del 5% del Pil. Nella nostra semplice equazione apparirà così:

Saldo Privato (+2) + Saldo Pubblico (-5) + Saldo Estero (+3) = 0.

E così siamo tornati al concetto di zero!

Postato il 19 giugno 2011, di L. Randall Wray

Traduzione di Andrea Sorrentino

MMP blog #1

MMP blog #2

WARREN MOSLER HA INDICATO LA STRADA, PER USCIRE DALLA CRISI DOBBIAMO FARE COSÌ

Autore: Economia

di Alessandro De Salvo

 

Warren Mosler, sostenuto dall’economista francese Alain Parguez, durante un incontro pubblico a Vibo Valentia, evento previsto nell’ambito del festival per l’economia che si è svolto in Calabria il 16,17 e 18 Aprile scorsi, ha lanciato un’articolata ma chiara proposta per uscire dalla crisi economica.

Occorre innanzitutto aumentare la spesa in deficit dello Stato attraverso una riduzione dell’imposizione fiscale e/o un incremento della spesa pubblica.

In tale maniera si genera un risparmio privato più ampio di quello attuale che aumenta il reddito disponibile rilanciando la domanda interna, i nostri consumi in beni e servizi. A ciò conseguirebbe, grazie anche ad un correlato effetto di incremento della produzione industriale, il miglioramento dei fondamentali macroeconomici del Paese. I vincoli di bilancio europei devono essere quindi sforati realizzando deficit più ampi, nell’ordine dell’8%.

Se l’Europa non consentisse politicamente lo sforamento e se i mercati negassero fiducia a un piano del genere sarebbe necessario tornare a spendere e a tassare in una nuova valuta nazionale tanto quanto basta a realizzare il deficit che serve. In tale ipotesi i depositi in Euro non andrebbero convertiti automaticamente nella nuova valuta, bensì a richiesta. Così si determinerebbe una situazione in cui i cittadini, per far fronte al pagamento delle tasse, chiederebbero spontaneamente la conversione (quindi la vendita), da euro a nuove lire, di almeno una parte dei depositi. Si scongiura così il timore del deprezzamento della nuova valuta, poiché la stessa verrebbe fortemente richiesta. I depositi peraltro, se denominati, sempre a richiesta, nella nuova lira andrebbero garantiti dallo Stato, tornato monopolista della valuta. Tale garanzia farebbe ulteriormente crescere la richiesta di convertire i depositi denominati in euro in nuove lire.

Inizialmente la spesa in deficit dovrebbe essere orientata a perseguire la piena occupazione attraverso i piani di lavoro transitorio offerti dallo Stato, tramite gli enti locali, a tutti i disoccupati ad un salario minimo. La conseguente ripresa economica, determinata proprio dalla spesa in deficit, consentirebbe al settore privato di riassorbire i lavoratori coinvolti nei piani di lavoro transitorio offrendo loro un salario dignitoso e adeguato.

ORA DITEMI VOI SE È POSSIBILE CONTINUARE COSÌ

Autore: Economia

di Alessandro De Salvo

In eurozona uno Stato può effettuare un pagamento solamente se esiste un saldo finanziario positivo sul conto che tiene presso la Banca centrale europea (Bce). Tale conto viene alimentato, cioè riceve contabilmente un accredito, quando lo Stato incassa tributi o colloca sui mercati finanziari bond sovrani (bot, cct, ecc. nel caso dell’Italia); di contro viene addebitato quando lo Stato sostiene una spesa, per esempio quando paga lo stipendio ad un insegnante o l’appalto ad un impresa oppure quando, sempre per esempio, liquida la cedola di un btp o lo rimborsa.

Ciò, in sintesi, vuol dire che un qualsiasi Stato che adotta l’Euro, nessuno escluso, è capace di sostenere delle spese solamente nella misura in cui riesce a tassare e a ricevere credito sui mercati dei capitali privati.

E se arrivasse un terremoto e lo Stato dovesse finanziariamente far fronte alla ricostruzione? La musica non cambierebbe, lo Stato sarebbe costretto a finanziarsi a debito (vero) sui mercati o a raccogliere con le tasse la liquidità necessaria. Non c’è via di uscita. In nessun caso, nemmeno di estrema necessità, gli Stati aderenti al sistema Euro possono ricevere sul loro conto accrediti direttamente dalla Bce o operare su quel conto grazie ad uno scoperto che, appunto, non è assolutamente concedibile.

In pratica l’architettura europea condanna gli Stati a modelli di austerità permanente deprimendo il Welfare e costringendo le nazioni di cui sono espressione ad adoperarsi in un feroce mercantilismo cui consegue una forte compressione della domanda interna e, quindi, del benessere di interi popoli. Inoltre c’è da dire che il sostegno dei mercati finanziari è fondamentale, non può mancare. Gli Stati, pertanto, sono costretti ad adottare ogni decisione che abbia impatto sui conti pubblici nell’ottica di conquistare, mantenere o rafforzare la fiducia degli investitori istituzionali. L’azione degli Stati, in tale contesto, non può essere indirizzata al public purpose (finalità pubbliche) bensì tende a soddisfare interessi privati elitari e fortemente globalisti. E la chiamano Democrazia! Ora ditemi voi se è possibile continuare così.

21 APRILE – UNA BRECCIA NEL MURO

Autore: Economia

di Redazione

Workshop interuniversitario ieri all’Università di Bergamo, che dimostra come il dialogo tra le voci eterodosse può aprire una breccia nel muro del pensiero economico mainstream. Punto di partenza del seminario il paper “Piena occupazione e stabilità dei prezzi“, di Warren Mosler (1997). La prof.ssa Anna Variato (Università di Bergamo) ha progettato e coordinato la giornata che ha visto la mattina come relatori, in ordine temporale di intervento:

Warren Mosler con l’intervento “Massimizzare la stabilità della valuta in un’economia monetaria“;

Daniele Basciu, ReteMMT, con “Piena occupazione e stabilità dei prezzi: l’impossibile razionalità dello Stato“;

Prof. Stefano Lucarelli, (Università di Bergamo) con “Employer of last resort, alcuni passi in avanti, a partire dall’approccio MMT“;

Prof. Damiano Silipo (Università della Calabria) sui Limiti dell’approccio mainstream nel prevedere e comprendere la crisi finanziaria del 2008, e l’importanza del contributo MMT;

Prof. Riccardo Bellofiore (Università di Bergamo) con un intervento su Relazione tra conflitto di classe, instabilità, intervento dello Stato nell’economia e Employer of last resort.

Nel pomeriggio la giornata di studi è proseguita con maggiori approfondimenti di alcuni punti discussi nel corso della mattinata.

Last modified on Thursday, 23 April 2015 05:14

Economia canadese sotto pressione, verbali del Copom, NFP

Autore: Finanza.com Blog Network Posts

Seppur defilate, oggi arriveranno anche le cifre sul lavoro canadese. Il tasso di disoccupazione canadese dovrebbe salire al 6,9% dal 6,8% di marzo e l’occupazione dovrebbe calare di 5 mila unità (rischio al ribasso) rispetto all’incremento di 28.700 unità registrato il mese scorso. Si stima che la debolezza dei dati sul lavoro sia causata dai nuovi tagli nell’industria petrolifera e nelle spese per gli investimenti. Nel complesso, l’economia canadese continua a soffrire per il calo dei prezzi del petrolio e il rallentamento negli USA. Il PIL del primo trimestre è rimasto piatto allo 0,0%; la contrazione è stata evitata grazie alla solidità della distribuzione e dei servizi finanziari, che sono riusciti a compensare la debolezza del settore energetico. Nonostante il rallentamento economico e i forti venti contrari, il governatore della Banca del Canada Stephen Poloz ha ripetuto che la ripresa economica è dietro l’angolo, perché ci si sta riprendendo dallo shock per il crollo dei prezzi del petrolio. Le previsioni ottimistiche aiutano a capire perché ad aprile la banca centrale abbia deciso di mantenere il tasso di riferimento overnight invariato allo 0,75%. Dai verbali emerge anche che sono diminuiti i rischi di un ulteriore taglio del tasso per l’anno in corso. Tuttavia, le previsioni di Poloz sono tutt’altro che stellari e i costanti prezzi bassi del petrolio e il rallentamento negli USA si sono rivelati più ostinati di quanto previsto dai più (un dato NFP debole oggi rafforzerebbe questo quadro). La crescita e la disinflazione continueranno a colpire il Canada. La previsione della banca centrale per una crescita pari all’1,9% per il 2015 appare aggressiva. La brusca correzione del settore immobiliare a Toronto e Vancouver potrebbe inaspettatamente intaccare la crescita, oltre a rischi più ovvi, come il calo degli investimenti. È interessante notare che, sebbene il CAD debole sostenga le esportazioni, esso frena le importazioni di macchinari e attrezzature critici, necessari per nuovi investimenti. L’USD/CAD rimane in una fascia ribassista compresa fra 1,2061 e 1,2165, mentre i prezzi del greggio languono. Una violazione ribassista dell’area di supporto a 1,1945 innescherebbe un’estensione delle vendite, il cui obiettivo sarebbe il manico a 1,1800. Rimaniamo ribassisti sul CAD contro l’USD, visti i dati economici sommessi e le banche centrali accomodanti. Sarebbe necessaria una forte sfida della resistenza a 1,2300/50 per opporsi all’attuale trend ribassista e costruire una solida base di supporto.

IPC svizzero in calo

L’inflazione svizzera è risultata leggermente più bassa del previsto. L’IPC a/a si è attestato al -1,1% a fronte del -0,9% previsto, mentre i dati su base mensile sono scesi al -0,2% dallo 0,3% del rilevamento precedente. I dati odierni rimettono in discussione i recenti sviluppi positivi dell’inflazione svizzera. L’IPC debole di oggi probabilmente non spingerà la BNS a intervenire di nuovo (soprattutto considerando la solidità della crescita e dei dati sul lavoro), ma la metterà sul chi va là. I dati sui depositi a vista e del FMI lasciano intendere che la BNS stia intervenendo sul mercato dei cambi, molto probabilmente per rallentare la svalutazione dell’EUR/CHF nella fascia 1,04-1,0250 e non per fermare o addirittura capovolgere il movimento. Sospettiamo che la BNS non abbia voglia di altre misure aggressive vista la perdita di 30 miliardi di CHF e le crescenti critiche della politica sui tassi d’interesse negativi. Tuttavia, la minaccia di un intervento della BNS renderà cauti gli operatori del CHF, anche se non prevediamo nuovi interventi nel prossimo futuro. Continuiamo a prevedere un test della parità per l’EUR/CHF nel breve termine.

Sempre rimanendo in Svizzera, il tasso di disoccupazione continua a migliorare: ad aprile è sceso al 3,3% dal 3,4%. Negli ultimi sei mesi, solo la regione svizzera del Ticino ha perso posti di lavoro.

Brasile: prevedibili nuovi aumenti del tasso (di Arnaud Masset)

Dai verbali della riunione di aprile del Comitato di politica monetaria (Copom) pubblicati ieri emerge che la BCB è fermamente decisa a raggiungere l’obiettivo del 4,5% nel 2016. Le previsioni d’inflazione sono aumentante sensibilmente alla riunione di aprile, dal 7,47% all’8,26% per il 2015 e dal 5,5% al 5,6% nel 2016, di gran lunga superiore alla media obiettivo. Riteniamo quindi che la BCB continuerà a restringere la sua politica monetaria aumentando il tasso Selic al 13,50% alla prossima riunione (2-3 giugno). Il Copom sembra però ottimista sulle previsioni di crescita dell’economia brasiliana poiché prevede che la domanda esterna migliorerà grazie alla maggiore crescita globale. La BCB non vuole sorprendere negativamente il mercato, aumentando i tassi bruscamente, ecco perché prevediamo un aumento di 25 punti base alla prossima riunione. L’USD/BRL continua a scendere gradualmente verso quota 3,00 dopo il balzo di lunedì e al momento si aggira intorno al supporto a 3,0224 (38,2% di Fibonacci sul rally da gennaio a marzo). Rimaniamo ribassisti sull’USD/BRL vista la potenziale ripresa dell’economia brasiliana.

Grandi aspettative per i dati NFP negli USA (di Yann Quelenn)

Oggi sarà diffuso il rapporto sul lavoro USA, che include anche il cruciale dato NFP. Secondo il sondaggio di Bloomberg, sono stati creati 228 mila nuovi posti di lavoro, rispetto all’ingannevole risultato debole di marzo, pari a 126 mila unità. Le stime non hanno subito grosse variazioni, dopo che il debole rapporto ADP pubblicato mercoledì ha fatto registrare il minimo da 15 mesi. Gli operatori avranno sicuramente in testa il rischio al ribasso. A nostro avviso, la previsione sul dato NFP dovrebbe essere molto inferiore alle stime attuali. Anche se negli ultimi mesi l’ADP ha riservato errori spettacolari, spesso ha fornito previsioni piuttosto accurate sulla variazione del dato NFP.

Un dato debole sul lavoro farà scendere il biglietto verde e lievitare i principali indici azionari, perché la debolezza dell’economia USA rinvierebbe la discussione sul taglio del tasso della Fed. Riteniamo che l’EUR/USD potrebbe tornare sui livelli intorno a 1,1300.

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