L’economia di “seconda mano” : un mercato che vale 18 mld

Autore: Finanza.com Blog Network Posts

L'economia di seconda manoL’economia di seconda mano, la “Second Hand Economy“, prende sempre più piede in Italia. E se l’usato, il vintage e il collezionismo da sempre rappresentano una passione degli italiani nell’arredamento e nella moda, questo fenomeno ora si sta via via tramutando in una vera e propria scelta di consumo che guida lo stile di vita delle persone.

La Second Hand Economy è oramai una forma di mercato rinnovata che contribuisce a ridefinire il paradigma economico sociale dei consumi, e l’usato ha assunto un ruolo più centrale negli acquisti dei consumatori e nell’economia domestica.
Secondo una indagine Doxa realizza per Subito.it, il 44% degli Italiani sceglie l’usato per passione, unicità, eco-sostenibilità, ma anche per risparmio. L’acquisto e la vendita del Second Hand sta crescendo e il digitale sta contribuendo ad accelerare questo fenomeno che oggi vede tre italiani su dieci che acquistano/vendono usato utilizzare il canale online.

L’online si sta ritagliando un ruolo importante, affiancandosi ai tradizionali mercatini come canale di acquisto per il mercato dell’usato dove il 30% di chi compra/vende lo fa in Rete, prediligendo l’acquisto di beni usati nelle categorie casa&persona (28%) ed elettronica (32%). La motivazione per cui gli oggetti legati all’arredamento, alla moda e alla tecnologia stanno diventando protagonisti dell’usato in digitale è correlata alla possibilità di cambiare velocemente, avere sempre cose nuove e seguire gusti e tendenze, oltre al bisogno di coltivare le proprie passioni stando al passo con i tempi.

Second Hand Economy in cifre

Il volume d’affari generato nell’ultimo anno in Italia si attesta sui 18 miliardi di euro, (l’1% del Pil), di cui il 47% generato dalla compravendita online, dove chi ha venduto oggetti usati ha guadagnato in media in un anno 1.050 euro, incrementando così il proprio budget di spesa e di consumo e chi lo ha fatto solamente online ha guadagnato mediamente di più, con un’entrata media annua di 1.290 euro.

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“Rottama Italia”, un instant book di Altreconomia contro il DL Sbocca Italia


Autore: QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari

Altreconomia pubblica un instant book contro il DL Sbocca Italia dal titolo “Rottama Italia”. Sottotitolo: Perché il decreto Sblocca-Italia è una minaccia per la democrazia e per il nostro futuro. Sedici interventi per la tutela del territorio, la legalità e per un futuro sostenibile.

Altreconomia pubblica un instant book contro il DL Sbocca Italia dal titolo Rottama Italia (scarica pdf, 57 pp.). Sottotitolo: Perché il decreto Sblocca-Italia è una minaccia per la democrazia e per il nostro futuro.

Sono 16 interventi per la tutela del territorio, la legalità e per un futuro sostenibile a cura di Tommaso Montanari, Vezio De Lucia, Salvatore Settis, Paolo Berdini, Anna Maria Bianchi, Edoardo Salzano, Carlin Petrini, Domenico Finiguerra, Pietro Dommarco, Anna Donati, ecc.

Nell’introduzione al libro si legge:

Il decreto Sblocca-Italia è un doppio salto mortale all’indietro. Un terribile ritorno a un passato che speravamo di aver lasciato per sempre. Un passato in cui “sviluppo” era uguale a “cemento”. In cui per “fare” era necessario violare la legge, o aggirarla. In cui i diritti fondamentali delle persone (come la salute) erano considerati ostacoli superabili, e non obiettivi da raggiungere …

… La prima, e più importante, resistenza allo Sblocca Italia passa attraverso la conoscenza, l’informazione, la possi-bilità di farsi un’opinione e di farla valere. Discutendone nelle piazze e nei teatri, nelle televisioni e alla radio.

Richiamando al progetto della Costituzione i nostri rappresentanti in Parlamento. E, se necessario, anche ricorrendo al referendum: se -alla fine e nonostante tutto- questo sciagurato decreto “Rottama-Italia” diventerà legge dello Stato.

Perché non siamo contro lo Sblocca Italia. Siamo per l’Italia.

L’Alfabeto della NUOVA ERA dei mercati finanziari ( e dell’economia)

Autore: Finanza.com Blog Network Posts

the new era begins mariah

Qualche giorno fa ho scritto un post dove ho illustrato la volatilità dei mercati, crescente (ma non a livelli di pericolo), e l’andamento del rendimento di alcuni bond a 10 anni.
Per una volta ho “giocato” nel dire solo “mezze parole” senza esprimere totalmente il mio parere e sono riuscito a suscitare un po’ di curiosità su quella che io ho definito come “LA NUOVA ERA”.
Ma cosa significa per il sottoscritto “NUOVA ERA”?

E’ evidente che il mercato NON sarà più lo stesso. E questo ragionamento vale sia per le obbligazioni e sia per l’azionario. Dimentichiamoci di quanto è successo negli ultimi anni.
Stiamo entrando nella “nuova era”. Dovremo adeguarci.”

Questa frase non era certo sufficiente per spiegare il significato di “Nuova Era”. Ma ecco che un vecchio amico del blog, Lampo, gioca d’anticipo e prova lui stesso a dare la definizione e di nuova era.
Devo ammettere che il buon Lampo ha illustrato in modo splendido quella che è la teoria su cui regge il mio ragionamento. Ma con delle precisazioni che devono essere fatte.

Il commento di Lampo a cui mi riferisco lo potete leggere cliccando QUI. 
Andatelo a riprendere, è veramente ben scritto ed è molto interessante.
Ad un certo punto, Lampo dice:

“Adesso dovremmo trovarci in mezzo al guado, dove appunto inizia il primo rialzo dei tassi di interesse.”

Vero, ma facciamo alcuni ragionamenti:

1) la maggior parte dei risparmiatori continua ad avere un portafoglio costruito con molti bond a lunga scadenza, parte dei quali ormai hanno un rendimento reale addirittura negativo.

2) Di certo il pericolo NON si chiama inflazione ma DEFLAZIONE, visto che di tensioni inflazionistiche all’orizzonte proprio non se ne vedono, tantomento sui salari.

3) Se parliamo di crescita economica, è evidente la grande disomogeneità della stessa a livello globale. USA che, come scritto, crescono, Asia che rappresenta un buon mercato ma resta sempre una scommessa, soprattutto valutando il grave fenomeno dello shadow banking che ha portato il bubbone inarrestabile sull’ascesa incontrollata del credito privato. E poi c’è l’Europa, con tutti i suoi problemi e disequilibri. Ma anche la sua valutazione, storicamente molto interessante (riprendetevi il post di ieri!)

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4) Infine: siamo sicuri che i risparmiatori siano coscienti del rischio NON prezzato dal mercato sui bonds in generale, visto che in molti, per ottenere rendimenti migliori, addirittura accettano ancora oggi di aumentare la duration delle scadenze?

Detto questo, è ben noto che oggi il mercato nasconda tanti rischi, a causa dell’abbondante liquidità che finora hanno fornito, FED, BoE, BoJ e che in futuro vedrà come protagonista anche la BCE (sostituendo la FED).

E le opportunità? Sempre meno. Ecco perché parlo di NUOVA ERA: fino a qualche mese fa, si poteva comprare un qualsiasi bond, e bene o male si guadagnavano soldi. Per assurdo, chi ha rischiato di più, ha avuto senza grandi problemi ritorni economici migliori.
Ma questo mondo perfetto sta per finire.

Ne è l’esempio lampante il mercato obbligazionario, un mercato che ci ha abituati benissimo, visto che negli ultimi decenni, fateci caso, ha sempre portato rendimenti positivi grazie alle cedole e al trend di abbassamento dei tassi.
Ma ora…i tassi sono ovunque a zero. Quindi: potenzialità di aumento del valore del bond uguale a ZERO ( o poco ci manca). guadagni cedolari MINIMI.
Morale: capacità di continuare a fungere da “zoccolo duro” del portafoglio con fini prettamente difensivi, senza rimetterci un centesimo, praticamente ridotte al lumicino.

E quindi? Bisogna vendere tutti i bond?
Ma assolutamente no! Però si deve innanzitutto avere la consapevolezza di quanto stia accadendo (e che qui vi ho descritto) e poi ognuno agisca di conseguenza. E se poi avete bisogno di una mano, qui sotto trovate l’email del blog. Vedremo se potremo esservi utile (visto che stiamo per partire con alcune importanti novità, finalmente).
Inoltre l’invito è sempre quello di alzare il livello di allerta sul rischio non prezzato dal mercato in tutti i mercati (no solo quello obbligazionario). Tutte le asset class (commodity a parte) sono in fase di RISK ON. Ma lo saranno ancora per poco.

E quale futuro ci aspetta?
Beh, semplificando il tutto all’ennesima potenza e facendo anche alcune banali considerazioni intermarket, possiamo dire che:

alfabetoa) le materie prime sono generamente molto deboli
b) non ci sarà rischio inflazione
c) la crescita globale resterà abbastanza anemica
d) molte banche centrali hanno finito le munizioni
e) e comunque ormai le grandi economie hanno portato TUTTE i tassi di interesse a ZERO
f) nel frattempo però la popolazione invecchia sempre di più
g) la disoccupazione continua ad aumentare
h) e il numero degli occupati (quelli che lavorano) invece continua a decrescere, con tutte le conseguenze sociali che ne deriveranno
i) il debito pubblico sembra non fermarsi, anche perché spesso quando si è parlato di deleveraging, si è trattato di un vero e proprio “switch” da debito privato a debito pubblico
j) quindi le banche centrali dovranno fare molta attenzione ad aumentare i tassi sennò..come faranno a ripagare debiti ed interessi crescenti? Ovviamente il discorso è ancora più valido per chi ha un debito ormai insostenibile. Inoltre occhio agli USA. Lo scenario secondo me sta cambiando e la Yellen potrebbe tergiversare ancora un po’…
k) La classe media, anche se in molti non sono d’accordo, continua ad impoverirsi e la sperequazione sociale continua la sua corsa nel separare sempre in modo più netto i ricchi (sempre più ricchi) ed i poveri (sempre più poveri)
l) Il sistema ormai è tarato su queste coordinate che “fanno comodo” ai potenti, alle grandi banche, ai governi. Un sistema che è legato alla FINANZA e non all’economia. Ecco perché i mercati azionari (USA in primis) sono ai massimi con un’economia che non rispecchia pienamente la situazione di benessere. Oppure, se preferite, vi sembra normale che con la situazione economica italiana, il nostro BTP a 10 anni rende nemmeno il 2.5% lordo?
m) Ma questo gap tra economia e finanza non può continuare all’infinito…
n) Cosa succederà quando il sistema perderà il controllo della situazione a causa di un evento esogeno ed imprevisto? Oppure semplicemente perché “il troppo stroppia”?
o) Tutto questo porterà innanzitutto più VOLATILITA’
p) Non dimentichiamo mai che VOLATILITA’ = RISCHIO
q) Dimentichiamoci quindi i mercati come li abbiamo visti negli ultimi anni, sia in ambito obbligazionario che azionario.
r) Diventerà IMPRODUTTIVO avere un portafoglio totalmente STATICO, se si cercheranno dei ritorni
s) In ambito obbligazionario bisognerà ritornare a ponderare i rischi e l’effettivo valore presente negli emittenti e nelle emissioni
t) In ambito azionario occorrerà valutare con attenzione eventuali revisioni al ribasso degli UTILI, soprattutto negli USA. E voi sapete benissimo che la borsa USA è la più cara in assoluto e che…non ha ancora scontato questo scenario
u) Per esempio… guardate questa infografica di Reuters. Il mercato la sta scontando?

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v) Il fai da te rischia di diventare un tremendo BOOMERANG, proprio perché i mercati subiranno un’evoluzione ( o meglio, un’involuzione) che li trasformerà nell’andamento, nella volatilità e nelle logiche.
w) Ci sarà il rischio di trovarci con nuovi tipi di guerra: vi ho già parlato della guerra del petrolio, usata anche come arma contro Russia e ISIS. Ma non solo. Pensate alla guerra valutaria. Quando gli USA si accorgeranno che l’Euro si starà indebolendo troppo e le esportazioni USA inizieranno a scendere, secondo voi gli americani accetteranno di buon occhio questa situazione?
x) Ed infine…il conflitto sociale. Non scordiamocelo MAI…
y) Senza poi dimenticare il rischio geopolitico, che oggi i mercati non stanno prezzando
z) Chiudiamo questo alfabeto (ci sarebbe ancora molto da dire ma non voglio annoiarvi oltre) con un’ultima precisazione. Il risparmiatore dovrà farsi un “bagno di umiltà” e capire che il futuro sarà molto più difficile di quanto si possa pensare, tanto che molti portafogli, se NON gestiti correttamente, non solo NON porteranno performance ma subiranno anche sonore perdite in conto capitale. Per certi versi, sarà un incentivo ad investire in denaro anche in altri settori (vedi immobiliare) anche se tanti elementi (imposte in primis) continueranno a disincentivarne l’acquisto. Però credo sia meglio affidarsi a validi consulenti. Oppure…continuate a seguirci.

Infine, se parliamo di Italia, sia ben chiaro, per poter avere la “RIPARTENZA” occorrono tutte quelle cose che ho menzionato QUI. Ma al momento mi sembra tutta utopia…

STAY TUNED!

Danilo DT

(Clicca qui per ulteriori dettagli)

Questo post non è da considerare come un’offerta o una sollecitazione all’acquisto.
Informati presso il tuo consulente di fiducia. Se non ce l’hai o se non ti fidi più di lui,contattami via email ([email protected]).
NB: Attenzione! Leggi il disclaimer (a scanso di equivoci!)
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Cina: il Pil sottovalutato della prima economia al mondo !

Autore: Finanza.com Blog Network Posts

Notizie sulla Cina
Il Pil cinese dovrebbe nel 2014 superare come dimensioni globali quello
degli Stati Uniti. Ma come funziona l’apparato statistico cinese? Pubblichiamo il primo di quattro articoli dedicati all’analisi di alcuni sviluppi recenti che riguardano il mondo cinese

Qualche mese fa, come è noto, un’organizzazione del gruppo della Banca Mondiale ci ha informato che il pil cinese dovrebbe nel 2014 superare come dimensioni globali quello degli Stati Uniti, almeno utilizzando per il calcolo relativo il criterio della parità dei poteri di acquisto; e da allora non è successo niente che possa far pensare ad
una qualche modifica nella previsione. Secondo un’agenzia statunitense, The Conference Board, tale evento si sarebbe forse già verificato nel 2012.
Da rilevare peraltro che i cinesi, come risulta dalle notizie di stampa, hanno cercato di impedire la pubblicazione dell’informazione della Banca Mondiale, mentre anche gli Stati Uniti non ne hanno comunque avuto grande piacere. Il fatto è che ambedue i paesi hanno interesse a non sottolineare notizie di questo tipo, i cinesi per una tendenza di fondo a mantenere una scarsa enfasi sui loro crescenti successi economici, gli statunitensi per una ovvia questione di prestigio e, in prospettiva, di potere. La notizia, anche per questo, non ha avuto comunque il clamore che meritava e così il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti si sta nella sostanza svolgendo in questi anni in sordina, come ci ricorda Martin Jacques (M. Jacques, 2012).
Ricordiamo a questo punto come negli anni della guerra fredda, quando i russi annunciavano che in un certo anno l’economia sovietica era cresciuta del 7% e più, in realtà essa era aumentata di molto meno, ma gli Stati Uniti, che conoscevano la verità, facevano finta di credere all’informazione ufficiale del nemico perché essa sosteneva gli interessi della loro politica di potenza e faceva marciare a ritmo molto sostenuto il loro complesso militare-industriale.
Questi episodi ci portano a ricordare come le statistiche economiche, come più in generale quelle politicamente sensibili, sono soggette ad essere manipolate dal potere politico per evidenti ragioni strategiche.
Un esperto di economia industriale, Michael Kami, diversi decenni fa sottolineava come i governi mentano sistematicamente per quanto riguarda la divulgazione di statistiche importanti ed egli arrivava a calcolare il lie factor caratteristico di ogni governo; se ricordo bene tale fattore, per quello statunitense, era calcolato intorno al 20%. Il che significava che se l’allora presidente in carica, Ronald Reagan, annunciava che il livello di inflazione in un certo anno si era collocato intorno al 4,0%, aggiungendovi il 20% di menzogna si otteneva la cifra vera, che era quindi quella del 4,8%.
Da allora, comunque, la situazione potrebbe essere migliorata, ma la questione aleggia sempre nel mondo. Per esempio, alle statistiche ufficiali argentine degli ultimi anni relative alla crescita del pil o dell’inflazione nessuno crede più, mentre alla veridicità di quelle greche di qualche anno fa tutti hanno semplicemente fatto finta di credere. Per altro verso, qualcuno forse ricorda gli attacchi che i membri dei governi Berlusconi ogni tanto rivolgevano all’Istat per la pubblicazione di dati piuttosto scomodi.
A volte, peraltro, le statistiche di un paese tendono ad essere distorte anche semplicemente per l’esistenza di carenze nell’apparato tecnico dello stesso paese. Così, nell’ultimo periodo alcuni stati africani hanno rifatto i conti relativi alle loro economie con delle metodologie più moderne e hanno quasi sempre trovato che il loro pil era notevolmente superiore a quanto precedentemente si pensasse. La Nigeria, dopo la rivalutazione dei suoi dati, è diventato il paese africano con il pil più alto, superando il Sud-Africa, che era precedentemente valutato come il più ricco paese del continente.
Le statistiche cinesi
E veniamo di nuovo alla Cina. Ricordiamo come agli inizi del Novecento un geografo anarchico di grande valore, Elisée Reclus, dopo un soggiorno in Cina, valutava che nessuna cifra di tipo economico sul paese appariva attendibile. L’osservazione di Reclus metteva l’accento in realtà sul fatto che tradizionalmente nella cultura cinese le statistiche non avevano grande valore né erano seguite con molta attenzione. La situazione da allora è certo migliorata, culturalmente ed operativamente, ma essa permane per molti versi complicata.
Intanto, i cinesi stanno forse comportandosi come i russi qualche decennio fa? Nel caso del paese asiatico le spinte ad abbellire la realtà, almeno a livello di statistiche nazionali relative al pil, non sembra essere veramente molto presente (Yukon Huang, 2014); piuttosto si può parlare, almeno sul fondo, oltre che di qualche reticenza, di persistenti debolezze nell’apparato statistico nazionale, anche se esse sembrano in via di superamento.

Se c’è una qualche malizia nella pubblicazione delle statistiche cinesi, essa è stata, almeno sino a qualche anno fa, quella di “attenuazione delle punte”, nel senso che negli anni di crescita economica più forte le statistiche ufficiali tendevano a ridurla, mentre negli anni di sviluppo più debole si tendeva a incrementare un poco le stime; ma il trend di fondo mostrato ufficialmente appariva probabilmente abbastanza coerente con le informazioni possedute dalle autorità. Va comunque sottolineato che qualche volta, per quanto riguarda alcune informazioni sensibili, i dati sono molto carenti ed approssimativi, come ad esempio se ci si chiede su quanto sia elevato il numero dei lavoratori migranti o come si presenti nella realtà la distribuzione del reddito tra gli abitanti del paese.
Esistono apparentemente dei punti deboli nelle statistiche cinesi anche più recenti. In termini generali va sottolineato che in realtà il livello del pil cinese è probabilmente e tradizionalmente sottovalutato in misura rilevante. Per tenere conto di questo fatto ci sono state in passato delle rivalutazioni una tantum dello stesso. Così nel 1993 nuove stime hanno portato ad aumentare il pil del 10% e nel 2004 la crescita media del pil del precedente decennio è stata portata dal 9,2% annuo al 9,9% (Yukon Huang, 2014).
Così la Morgan Stanley, ancora nel 2008, affermava che il pil cinese era sottovalutato del 30%.
Se queste valutazioni fossero corrette questo significherebbe, tra l’altro, che la previsione fatta qualche tempo fa da alcuni esperti, secondo la quale nel 2030 l’economia cinese potrebbe risultare più grande come dimensioni quantitative di quella statunitense e di quella dell’Unione Europea messe insieme appare a questo punto un po’ meno improbabile di come poteva sembrare a molti qualche tempo fa.
La sottovalutazione del pil nelle statistiche cinesi sembra dovuto essenzialmente al fatto che tradizionalmente le metodologie impiegate erano basate su di una cultura che mirava soprattutto a misurare il livello della produzione industriale tangibile e quello degli investimenti, mentre trascurava fortemente il settore dei servizi e quello dell’economia informale. Ora la Cina ha adottato le metodologie delle Nazioni Unite e quindi dobbiamo aspettarci, dopo un necessario periodo di perfezionamento ancora in atto, dei valori più attendibili.
Così la sottovalutazione del pil appare legata a delle carenze tecniche più che a tentativi di manipolazione.
Una cosa che colpisce da molto tempo nelle statistiche cinesi da molto tempo appare il basso livello dei consumi, che si aggirerebbero, secondo le cifre ufficiali disponibili sino a qualche tempo fa, intorno al 35% del pil, mentre corrispondentemente risulterebbe un altissimo livello degli investimenti, intorno al 48% dello stesso pil. In particolare appaiono sottovalutati i consumi personali.
Una struttura di questo tipo appare anomala per un paese del livello di sviluppo cinese. Così studi recenti sembrano suggerire che il livello dei consumi si aggira in realtà intorno al 45% mentre corrispondentemente quello degli investimenti verrebbe ridimensionato al 38%, cifre che sarebbero più ragionevoli e del resto sarebbero in linea con informazioni a portata di mano tutti i giorni, informazioni che vedono la forte crescita dei consumi di lusso nel paese ed in particolare di beni di consumo durevoli.
Conclusioni
Certo molte statistiche economiche cinesi sembrano non molto solide, più apparentemente per incuria metodologica che per una volontà deliberata di nascondere la realtà. Provando a tener conto di questo fenomeno, delle valutazioni abbastanza equilibrate portano a pensare che la Cina, dopo essere diventato il primo paese esportatore del mondo, poi il primo commerciante globale, sia ormai diventata anche la prima economia del mondo; e molti altri primati dovrebbero seguire nei prossimi anni. Questo pone, come sempre in casi analoghi nella storia, un oggettivo rischio di conflitti anche pesanti con l’attuale potenza egemone, gli Stati Uniti, che sono oggi ben lontani dall’immaginare di poter perdere il primato economico, politico, militare.
L’articolo che seguirà cercherà di dar conto di alcune tematiche legate a questo possibile contrasto tra le due potenze. source
Testi citati nell’articolo
-Comito V., La Cina è vicina?, Ediesse, Roma, 2014
-Jacques M., When China rules the world, Penguin books, Londra, 2° ed., 2012
-Yukon Huang, China misleading economic indicators, www.ft.com, 29 agosto 2014

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10 MOTIVI PER CUI E’ SBAGLIATO COMPRENDERE NEL CALCOLO DEL PIL L’ECONOMIA CRIMINALE

Autore: Finanza.com Blog Network Posts

Come sapete, l’Istat, in ottemperanza alle nuove modalità di calcolo del Pil previste da Eurostat, nelle settimane scorse, ha provveduto a ricalcolare il Prodotto Interno Lordo dell’Italia dal 2009 al 2013, includendo anche alcune componenti delle attività criminali, quali il contrabbando, la prostituzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti. Del tema, in questi pixel, ce ne siamo occupati già qualche mese fa con QUESTO post, ma anche con altri.
Per via del ricalcolo effettuato dall’Istat, come avevamo già anticipato, la dinamica del PIL migliora notevolmente, incidendo sia sul rapporto debito/Pil che sul deficit.
Tanto per offrirvi la misura del miglioramento, ho prodotto un grafico nel quale si evidenza la dinamica del PIL dal 2006 al 2013, calcolato sia con le vecchie regole, sia con i nuovi criteri (dal 2009) stabiliti dal Sec-2010 approvato da Eurostat.
Nei giorni scorsi, dall’amico Saverio Berlinzani, ho ricevuto alcune illuminanti riflessioni che voglio condividere con voi. Saverio, per chi non lo conoscesse, oltre ad essere il Presidente diAprimef (Associazione Piccoli Risparmiatori e Investitori), è uno dei migliori cambisti operanti in Italia, con alle spalle numerose e qualificanti esperienze che, tanto per vostra conoscenza, potete trovare nel breve curriculum in fondo all’articolo.
Scrive Saverio Berlinzani:
10 MOTIVI PER CUI E’ SBAGLIATO COMPRENDERE NEL CALCOLO DEL PIL L’ECONOMIA CRIMINALE !
1. Il pil misura la ricchezza e il benessere di una paese, e includere nel calcolo l’economia derivante da attività illecite vorrebbe dire sommare attività che producono un forte disagio sociale, senza creare ricchezza.
2. Non è vero che gli altri paesi includono le attività illecite nel pil ! Stati Uniti, Cina e Giappone non le comprendono; Per l’Europa occorrerà attendere il 30 settembre per sapere quale sarà la lista dei paesi che si adegua a questa regolamento. La Francia ha già fatto sapere che ne resterà fuori.
3. Verrebbe compromesso un indicatore importante per valutare l’efficacia delle politica economiche del Governo, senza più garantire una corretta comparazione con le economie degli altri Paesi,
4. Non è vero che si tratta di somme irrisorie. Secondo le statistiche dell’Istat, il pil criminale è pari a 15 miliardi di euro, pari all’1% del pil. L’Italia non ha una crescita superiore all’1% da almeno 3 anni, il 2013 è stato chiuso a -1,8%.
5. Verrebbero ridotti tutti i finanziamenti e gli aiuti concessi dall’Unione Europea calcolati in rapporto al pil. I fondi europei vengono infatti ripartiti su base regionale, e siccome aumenterebbe il pil teorico del sud, le regioni meridionali riceverebbero meno denaro in quanto avrebbero un pill maggiore.
6. Le attività criminali non sono misurabili scientificamente ma si tratta di pure stime! Ciò crea problemi di comparazione del pil italiano con quello degli altri paesi, rendendo il dato sul prodotto interno lordo completamente aleatorio.
7. Il pil serve anche per misurare la capacità di un paese di far fronte ai suoi debiti. Includere queste risorse è puramente illusorio in quanto le attività criminali non creano entrate per lo Stato, anzi spesso sono fonte di uscite. Molti dei proventi di questo settore, infatti, sono trasferiti e occultati all’estero.
8. I benefici in termini di contabilità nazionale sarebbero in ogni caso circoscritti solo al primo anno di applicazione; di contro si creerebbe un pericoloso precedente nell’alterazione degli indicatori statistici economici del paese.
9. Un paese che soffre come il nostro, dei danni che l’economia illecita provoca in vaste aree del territorio, non può far entrare nel calcolo del pil le pseudo risorse provenienti dalle attività illecite che mortificano invece lo sviluppo dell’economia, alterano la concorrenza e scoraggiano gli investimenti.
10. Dal punto di vista razionale si produrrebbero dei risultati paradossali: ogni caso di successo nella lotta alla delinquenza si trasformerebbe in un danno valutabile sotto il profilo macroeconomico. Dal punto di vista sociale verrebbe così mortificata l’attività di migliaia di uomini e donne delle forze dell’ordine e della magistratura impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata.

Sempre sul tema, vi segnalo anche l’ottimo articolo di Marcello Esposito, pubblicato su“LaVoce.info”

L’IMPORTANZA DEL PIL
A partire da settembre un certo numero di paesi europei, tra cui l’Italia (ma non la Francia), inseriscono nel calcolo del Pil alcune forme di economia “criminale(contrabbando, prostituzione e droga). Stando a quanto comunicato da imbarazzati funzionari, la decisione proviene motu proprio da Eurostat, l’agenzia statistica della Comunità Europea, che in questo modo obbliga i paesi membri a recepire indicazioni metodologiche risalenti addirittura al 1996 e ribadite nel 2013. (1)
Stendiamo un velo pietoso sul modo in cui la stima verrà effettuata.(2) Cerchiamo invece di capire le distorsioni economiche, prima ancora che morali, implicite in una scelta apparentemente “tecnica” ma sostanzialmente “ideologica”.
Il Pil, tra tutte le statistiche economiche, è una delle più importanti e ha assunto una valenza che va ben al di là delle classifiche tra paesi o della semplice misurazione della “ricchezza” materiale prodotta in un determinato lasso temporale. Una valenza che nel caso dell’Unione Europea è sancita da trattati internazionali che vincolano i comportamenti dei paesi membri, influenzando reciprocamente la vita, le speranze e il benessere di 500 milioni di persone. Ci riferiamo principalmente al Trattato di Maastricht e agli accordi successivi, attraverso i quali è stata creata la moneta unica e si sono coordinate le finanze pubbliche dei paesi membri. In questi accordi e nella loro applicazione pratica, il Pil svolge un ruolo determinante perché è da una sua corretta misurazione che discende un’interpretazione appropriata di alcuni rapporti chiave, come quello del deficit/Pil e quello del debito/Pil.
Perché in Maastricht si è deciso di usare il Pil e non qualche misura alternativa di benessere o di felicità? Perché non sono state incluse forme di attività come il lavoro casalingo?Il motivo è che serve una misura della potenziale “base imponibile” su cui i governi possono contare per rispettare gli impegni assunti nei confronti degli investitori, privati e istituzionali, che, acquistando il loro debito, hanno finanziato la quota di spesa pubblica non coperta dalle tasse. Il Pil, se calcolato correttamente, rappresenta la misura più affidabile della capacità di un’economia di produrre reddito “imponibile”.
Visto nell’ottica dell’investitore, basta anche solo l’inserimento dell’economia “sommersa” (attività perfettamente legali ma non dichiarate, come le somme versate in nero al dentista o all’idraulico) nel calcolo del Pil per sporcarne la capacità segnaletica:il reddito dell’economia sommersa per definizione sfugge alle autorità fiscali del paese e quindi è inutile ai fini della determinazione della sostenibilità delle finanze pubbliche. Se gli abitanti di Evadolandia hanno tutti la Mercedes, ma risultano nullatenenti per il fisco, il ministero del Tesoro pagherà uno spread salato sui suoi titoli di Stato anche se sulla carta il deficit/Pil dovesse risultare inferiore al 3 per cento a causa di un Pil gonfiato dalla stima del reddito evaso.
Forse qualcuno ricorderà che nel 2006 la Grecia rivalutò nottetempo del 25 per cento il proprio Pil, includendo stime fantasiose circa la dimensione dell’economia sommersa e dell’economia criminale. In quel modo riuscì a mascherare lo sforamento nel rapporto deficit/Pil che era in atto. Come è andata a finire, lo sanno tutti.Per la cronaca, anche l’Italia (“una faccia, una razza”) è famosa per un’operazione analoga voluta da Bettino Craxi nel 1987, limitata tuttavia all’economia “sommersa”, che ci illuse per qualche anno di aver spezzato le reni alla Gran Bretagna.
LA DIFFERENZA TRA “SOMMERSO” E “CRIMINALE”
Se oltre all’economia “sommersa”, si include anche (una stima) dell’economia “criminale” all’interno del Pil, si rischia invece di compiere un vero e proprio errore di logica economica. Se il “sommerso” potrà venire alla luce del sole con una più efficiente lotta all’evasione e con una legislazione fiscale più semplice, l’economia “criminale”, invece, non potrà mai emergere.
L’economia “criminale” viene combattuta ogni giorno dalle forze di polizia, dalla magistratura, dalle istituzioni. L’obiettivo è quello di azzerarla, non di farla emergere, perché il nostro comune sentire ha decretato che quelle attività sono dannose e distruggono capitale umano, sociale ed economico.
Tra l’altro, questo implica che anche le attività lecite che dipendono dall’economia “criminale” sono a rischio. Quanto maggiore la quota di Pil criminale, tanto più fragile è l’economia “lecita” del paese. Volendo usare una metodologia di ponderazione presa a prestito dai modelli di risk management delle banche, l’economia “lecita” dovrebbe avere un peso del 100 per cento nel Pil, la stima dell’economia “sommersa” un peso inferiore al 100 per cento, a testimonianza della difficoltà di farla emergere. La stima dell’economia criminale dovrebbe invece entrare nel calcolo del Pil con un peso negativo. Per capirne il motivo, facciamo un semplice esempio. Prendiamo il caso di una cosca mafiosa che impiega i soldi del traffico di droga nell’economia del proprio territorio acquistando auto di lusso, ristrutturando ville, pagando vitto e alloggio alle famiglie dei carcerati, e così via. Cosa succederebbe se un magistrato come Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, arrestando la cupola della cosca, azzerasse l’afflusso di denaro? Il Pil del territorio si sgonfierebbe non solo per l’ammontare “criminale” ma anche per quello “lecito” che le attività criminali avrebbero reso possibile.
E veniamo all’arte divinatoria che devono applicare i poveri sventurati a cui tocca il compito impossibile di inventarsi una stima del valore aggiunto delle attività criminaliPrendiamo il caso della dimensione internazionale del traffico di droga. Alcune, come l’eroina e la cocaina, non sono prodotte in Italia, ma sono importate dall’America Latina o dall’Asia. Bisognerebbe dedurre dalla spesa dei consumatori domestici il costo della merce alla frontiera. Una parte della merce che entra in Italia viene poi esportata in altri paesi europei. Il margine nell’attività di import-export, che pare rappresenti una parte importante dei guadagni delle mafie italiane, in quale settore del Pil sarà inclusa? Per quanto assurdo possa sembrare, stando allo studio recente dell’inglese Office for National Statistics, il margine degli spacciatori nella rivendita di droga importata dall’estero dovrebbe essere classificato tra i proventi dell’industria farmaceutica.
E come fa l’Istat a calcolare quale parte del valore aggiunto creato con il traffico di droga o la prostituzione rimane in Italia? Se i soldi spesi dai consumatori italiani, in droga o prostitute, vengono spediti all’estero per sfuggire ai controlli della polizia e della magistratura italiana, questi non dovrebbero entrare nel Pil italiano se non per la parte relativa al sostentamento della “rete di distribuzione” e dell’apparato “militare” in loco. Sarebbe poi curioso capire come l’Istat aggiornerà le stime del Pil in base alle operazioni di polizia e all’azione della magistratura. In teoria, l’Istituto di statistica dovrebbe poi mettere in correlazione il livello dell’attività criminale in Italia con l’attività legislativa in materia (“svuota carceri”, “Severino”, “41bis”, per esempio) o con fenomeni come l’imporsi di nuove droghe e trend di consumo.
L’inclusione dell’economia criminale o di parti di essa all’interno del Pil avrebbe quindi un senso “economico” solo se l’Europa avesse intenzione di legalizzare quel tipo di attività. Poiché non è così rappresenta solo una fonte di errori statistici incommensurabili.
E, quel che è peggio, rappresenta il frutto di una interpretazione “ideologica”, spesso errata anche dal punto di vista scientifico, del concetto di “domanda di mercato” e “comune accordo tra le parti” per discriminare tra le attività criminali che fanno parte del Pil e quelle escluse.(3)
TRAVISATI I PRINCIPI DELL’ECONOMIA DI MERCATO
L’accettabilità sociale dell’economia di mercato si basa sulla libertà degli individui di acconsentire a una determinata transazione a un determinato prezzo . Gli individui non devono subire coercizioni, se no non è più un’economia di mercato. Si può parlare di “comune accordo” tra un drogato e uno spacciatore? Come si può considerare “libero scambio” quello tra un uomo e una prostituta, se questa è stata costretta con le sevizie e la violenza a fare una scelta di vita così degradante?
E volendo ragionare per assurdo, perché escludere il “pizzo”, la “mazzetta” o l’ usura dalla definizione di libero scambio? Qualcuno potrebbe considerarle forme primitive ma efficaci di offerta di servizi di sicurezza, di consulenza e di peer-to-peer lending. Per non parlare della massima espressione della libertà individuale: la speculazione edilizia sul territorio del demanio, dove più che il “comune accordo” vale il principio del “silenzio- assenso”.
Un’ultima domanda per Eurostat (e Istat): quando considereremo Pil anche la “libera compravendita” di organi e lo scambio di materiale pedopornografico?
(1)Eurostat (1996): “European System of Accounts 1995”, Luxembourg: Office for Official Publications of the European Communities; Eurostat (2013): “European System of Accounts 2010” , Luxembourg: Office for Official Publications of the European Communities.
(2)Un assaggio divertente si può trovare in Abramsky J., Drew S. (2014), “Changes to National Accounts: Inclusion of Illegal Drugs and Prostitution in the UK National Accounts”, Office for National Statistics.
(3) Eurostat (1996), section 1.13 stabilisce che devono essere incluse nel calcolo del Pil le transazioni illegali nelle quali le controparti sono consenzienti.
Nel 1989 inizia il suo percorso lavorativo nel mercato valutario come spot trader per il Banco Lariano. Dal ’91 per la Banque San Paolo di Parigi come trader su lira e Franco francese. Dal ‘92 presso il Banco Lariano di Milano spot trader su tutte le valute SME. Dal ’95 per Swiss Bank Corporation capo cambista – Lugano, Ginevra, Londra.

In questi anni, oltre alla specializzazione sul mercato dello spot come market maker ha sviluppato conoscenze del mercato dei derivati come trader di posizionamento per l’Istituto (Opzioni vanilla ed esotiche), nonché conoscenza diretta delle valute legate ai paesi emergenti (carry trades).

Dal 2009 ad oggi, trader indipendente nel mercato valutario fondatore del sito www.saveforex.it, community di traders con cui condivide quotidianamente in tempo reale la sua operatività forex attraverso una chat e un webinar live. Ha partecipato settimanalmente e partecipa tutt’ora a trasmissioni televisive come esperto del mercato dei cambi e dal 2014 è Presidente di APRIMEF, associazione che tutela i piccoli operatori e risparmiatori del settore finanziario, ed è intervenuto più volte nel dibattito politico per sostenere i risparmiatori contro tobin tax e contro l’aumento delle rendite finanziarie
Dal ’99 è rientrato in Italia come Libero professionista in qualità di Consulente Finanziario e patrimoniale – Presidente e socio fondatore di una società broker in forex.

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