Vacuum Chamber High Voltage Argon Gas


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L’esportabilità del modello italiano del Biogasdoneright®

A Biogas Italy, evento organizzato dal CIB, sono stati presentanti i risultati dello studio internazionale che spiega come dal modello italiano si ottengano più cibo e più energia. Un team di 5 docenti internazionali ne valuterà presto l’esportabilità. Le potenzialità e il quadro normativo del biometano.

La filiera italiana del biogas e del biometano in agricoltura è sempre di più un caso di scuola internazionale.

Se ne è parlato nel corso della terza edizione di Biogas Italy – “L’alba di una rivoluzione agricola”, l’evento annuale del CIB, Consorzio Italiano Biogas, nel corso del quale si sono svolti anche quest’anno a Roma gli Stati generali del settore.

Se l’Italia è da tempo uno dei principali produttori di biogas in agricoltura, quarta al mondo dopo Germania, Cina e Stati Uniti, con una potenza elettrica installata di oltre 1000 megawatt (equivalenti a 2,4 miliardi di metri cubi di gas naturale), da un punto di vista prettamente qualitativo, il modello e disciplinare di produzione promosso dal Consorzio Italiano Biogas, denominato ‘Biogasdoneright®’ (Biogasfattobene), sembra avere pochi eguali al mondo.

Tale modello, basato sull’uso prevalente di sottoprodotti e sui doppi raccolti, in modo da non essere in competizione con le produzioni alimentari e foraggere, consente di produrre di più in modo sostenibile, contribuendo al contempo alla crescita delle energie rinnovabili.

A rilevarlo ora anche uno studio (vedi in fondo all’articolo) condotto da Ecofys, società internazionale leader nella consulenza energetica e climatica, in collaborazione con l’Università di Wageningen (Paesi Bassi) e con il CRPA, Centro Ricerche Produzioni Animali di Reggio Emilia, e la decisione di 5 docenti internazionali di costituirsi in un team che valuterà l’esportabilità del modello del ‘Biogasdoneright®’.

“La produzione di biogas e biometano secondo princìpi del Biogasdoneright® ha ricadute positive misurabili non solo con l’aumento delle produzioni alimentari e foraggere ma anche con il miglioramento di livelli di biodiversità, qualità e nutrienti del suolo grazie all’uso del digestato”, sono le conclusioni dello studio condotto da Ecofys.

“Il modello italiano si basa sul criterio delle doppie colture: una coltura invernale denominata ‘di copertura’ viene aggiunta a quella convenzionale del periodo estivo, senza necessità di irrigazione o fertilizzazione aggiuntiva, grazie alle condizioni di umidità favorevoli”.

Ecofys ha dimostrato che l’utilizzo di doppie colture con tecniche agronomiche innovative come la minima lavorazione, la fertirrigazione e il precision farming è un modello che può essere diffuso vantaggiosamente anche in altre regioni.

Anche alla luce di tali risultati, cinque docenti di fama internazionale, coordinati dal professor Bruce Dale della Michigan University, già consulente del governo degli Stati Uniti, hanno deciso costituire in occasione di Biogas Italy un team internazionale per valutare la scalabilità del modello italiano nei vari contesti internazionali oltre ad acquisire nuove conoscenze.

Del team faranno parte i professori Jorge Hilbert dell’INTA Argentina, Jeremy Woods dell’Imperial College di Londra, Tom Richard della Penn State University (USA) e Kurt Thelen della Michigan State University (USA).

“Sin dalla nostra costituzione 10 anni fa – spiega Piero Gattoni, presidente del CIB, Consorzio Italiano Biogas – ci siamo posti l’obiettivo di promuovere un percorso di sviluppo della digestione anerobica in azienda agricola che permettesse di continuare a produrre cibo e foraggi di qualità, in modo ancora più sostenibile e a costi minori, utilizzando sottoprodotti e colture di integrazione, come quelle di secondo raccolto che altrimenti non avrebbero avuto mercato. L’interesse di importanti studiosi internazionali per approfondire scientificamente quello che noi stiamo sperimentando nella pratica della gestione delle nostre aziende ci motiva a continuare lungo una strada che può portare le nostre aziende ad essere più competitive e sostenibili”.

Il biogas e il biometano prodotti secondo i principi del Biogasdoneright® sono oltretutto carbon negative, come emerge da un’analisi di ciclo di vita (LCA) condotta dal CIB con il supporto del CRPA su un campione di quattro impianti di digestione anaerobica.

Dallo studio emerge che l’elettricità prodotta dagli impianti sotto esame genera emissioni clima alteranti prevalentemente negative, in un range da -335 a 25 g CO2eq per kWh. L’elettricità prodotta oggi nell’Unione Europea (UE) ha emissioni pari a 752 g CO2eq per kWh distribuito all’utilizzatore. Il biometano, invece, ha emissioni che stanno in un range da 10 a -36 g di CO2eq per MegaJoule (MJ), mentre quello prodotto da un impianto convenzionale (non da Biogasfattobene) è di 34g CO2eq per MJ. I

l gas naturale in UE produce 72 g CO2eq per MJ, mentre il combustibile fossile di riferimento in UE genera 115 g CO2eq per MJ.

Le potenzialità del biometano

Il biometano è il risultato di un processo di upgrading del biogas che a sua volta si ottiene dalla digestione anaerobica di biomasse agro-industriali, quali sottoprodotti agricoli, reflui zootecnici, colture di integrazione, dalla frazione organica dei rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata.

In Italia sono operativi più di 1500 impianti di biogas, dei quali circa 1200 in ambito agricolo, con una potenza elettrica installata di circa 1.200 MW, equivalente a una produzione di biometano pari a 2,4 miliardi di metri cubi l’anno.

Potenzialmente il nostro Paese potrebbe produrre entro il 2030 fino a 8,5 miliardi di metri cubi di biometano, pari a circa il 12-13% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale. La filiera del biogas-biometano risulta inoltre il settore a maggiore intensità occupazionale tra le rinnovabili con 6,7 addetti per MW installato e ha già favorito la creazione di oltre 12 mila posti di lavoro stabili e specializzati.

Il ruolo del biometano nella Strategia Energetica Nazionale

Il CIB ha presentato una proposta che porterà al Ministero dello Sviluppo economico tesa a valorizzare la flessibilità del biogas, fonte energetica rinnovabile in grado di produrre energia elettrica, termica e biocarburanti.

Lo scorso novembre nel corso di Ecomondo Key Energy si è costituita Piattaforma Tecnologica Nazionale sul (Bio)metano alla quale prendono parte Anigas, Assogasmetano, CIB – Consorzio Italiano Biogas, CIC – Consorzio Italiano Compostatori, Confagricoltura, Fise-Assoambiente, Legambiente, NGV Italy, Utilitalia ed Ecomondo Key Energy.

Ai lavori di Biogas Italy hanno preso parte anche Greenpeace e rappresentanti della FAO. Il CIB ha avviato da tempo, inoltre, una collaborazione con il gruppo Snam, con Fca e con CNH Industrial finalizzata ad approfondire l’importanza del biometano nei trasporti e nei mezzi agricoli e per il greening della rete del gas, infrastruttura strategica per la transizione energetica.

Utilizzato nell’autotrasporto, il biometano presenta livelli di emissioni paragonabili all’elettrico ovvero 5 gC02eq/Km, il 97%  in meno di un analogo veicolo alimentato a benzina. Nei motori alimentati a metano e biometano sono praticamente assenti le missioni di PM10 e gli ossidi di azoto sono ridotti del 70%.

Il quadro normativo

Il biometano è stato disciplinato per la prima volta con l’approvazione del decreto interministeriale 5 dicembre 2013, che ne ha autorizzato l’utilizzo nell’autotrasporto, nella rete nazionale del gas e nella cogenerazione ad alto rendimento.

L’immissione nella rete nazionale del gas non è stata, tuttavia, pienamente regolamenta e ora si attende l’approvazione di un nuovo decreto (le consultazioni pubbliche si sono concluse lo scorso gennaio) che dovrebbe prevedere la revisione dell’intervallo temporale per l’accesso agli incentivi; un target annuo minimo di immissione di biometano in rete; un sistema di contabilizzazione che valorizzi maggiormente i benefici ambientali prodotti dalla digestione anaerobica.

Per informazioni: www.consorziobiogas.it

(dal comunicato CIB – Consorzio Biogas Italiano)

Autore: QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari

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Smart home: così l’internet delle cose è entrato nelle case italiane

Smart home: così l’internet delle cose è entrato nelle case italiane

(Rinnovabili.it) – “L’Internet delle Cose sta iniziando a entrare nelle case degli italiani, ma quello a cui stiamo assistendo è solo l’inizio di un percorso di crescita dal grande potenziale”. Angela Tumino, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things, non ha dubbi: il mercato delle soluzioni IoT, declinate nella versione “domestica”, ha messo radici in Italia, raggiungendo un valore, nel 2016, di ben 185 milioni di euro. Oggi un quarto dei consumatori italiani possiede almeno un oggetto intelligente e connesso nella propria abitazione e poco più della metà progetta di acquistarne uno in futuro. Ma rispetto alle reali potenzialità del settore, siamo ancora indietro.

La causa? Come mostrano i dati dell’indagine realizzata dall’Osservatorio Internet of Things in collaborazione con Doxa su un campione rappresentativo degli utenti Internet dai 25 ai 70 anni, gli italiani non ritengono ancora sufficientemente pronta l’offerta Smart Home: chi non dispone già di oggetti connessi nella sua abitazione nel 50% dei casi è “in attesa di soluzioni tecnologicamente più mature” per acquistarli. E c’è scarsa fiducia sulla possibilità che i dati personali siano protetti da eventuali attacchi da parte di hacker: il 67% dei potenziali acquirenti è preoccupato per i rischi di accesso o controllo degli oggetti connessi da parte di malintenzionati.

La sicurezza si conferma al primo posto anche tra le preferenze dei consumatori che hanno già acquistato prodotti (13%), seguita da climatizzazione (8%), riscaldamento (8%) e gestione degli elettrodomestici da remoto (6%).

Sono diverse le tecnologie IoT a corto raggio per la Smart Home, a cui si aggiungono i protocolli LPWA (Low Power Wide Area), che aiutano a coprire esigenze specifiche. Almeno nel breve periodo non si intravede una convergenza verso un’unica soluzione, ma l’eterogeneità delle tecnologie di comunicazione non rappresenta necessariamente un ostacolo a un’esperienza omogenea e fluida per l’utente, che si può ottenere con diverse soluzioni.

“La frammentazione delle soluzioni per la Smart Home, una delle principali barriere per gli utenti che vogliono acquistare dispositivi smart, è un fenomeno che appare in contrazione – spiega Giovanni Miragliotta, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things –. Le aziende si alleano tra di loro, si consolidano alleanze e consorzi (come l’Open Connectivity Foundation che può contare sulla presenza di oltre 300 membri) e oggi è possibile integrare i servizi a livello cloud con un’interfaccia unica verso gli utenti – ad esempio lo smartphone o un assistente vocale per la casa – superando la necessità di una reale interoperabilità tra i dispositivi fisici”.

Autore: Rinnovabili

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Le gigafactory di Tesla diventeranno cinque? I nuovi piani di Elon Musk

L’ultima lettera agli investitori evidenzia che il colosso americano dell’auto elettrica è interessato a costruire altre super-fabbriche. Nei prossimi mesi l’azienda deciderà dove e quando. Intanto la Model 3 si sta avvicinando alla prima fase produttiva. Costi delle batterie al centro del piano industriale.

Le gigafactory di Tesla saranno cinque? Il futuro del colosso americano dell’auto elettrica e non solo – ormai la sua è un’offerta integrata di mobilità, produzione da fotovoltaico e stoccaggio energetico – si gioca sulla capacità di abbattere i prezzi delle batterie.

Non a caso l’ultima lettera agli investitori sul quarto trimestre 2016 e le prospettive del 2017 (allegata in basso) annuncia la costruzione di nuove super-fabbriche.

La prima gigafactory, realizzata in Nevada in joint venture con Panasonic, ha appena iniziato a produrre batterie al litio, con l’obiettivo di ridurre del 30% il costo per kWh; quando sarà completata nel 2018, sfornerà 35 GWh l’anno di dispositivi di grande formato per l’accumulo elettrochimico, destinati alle diverse applicazioni di storage, domestico e di rete.

Gli stessi dispositivi saranno impiegati sulla vettura Model 3, il cui programma di lancio prevede una produzione limitata partendo dal prossimo luglio, per poi salire a 5.000 veicoli settimanali negli ultimi mesi del 2017 e 10.000 nel 2018.

Più avanti nel corso dell’anno, si legge nella lettera, Tesla pensa di decidere dove installare le gigafactory 3, 4 e, possibilmente, 5. Con ogni probabilità, almeno una di queste sarà in Europa, forse in un paese dell’Est che potrebbe essere la Repubblica Ceca o la Polonia.

Certo è che l’azienda USA sta valutando di aprirsi al mercato continentale, anche per rispondere ai piani della concorrenza, con Samsung SDI, LG Chem e BMZ tutte impegnate nei rispettivi progetti di grandi stabilimenti produttivi (vedi anche QualEnergia.it).

Già a dicembre circolavano indiscrezioni sulla futura fabbrica di Tesla in Europa; ora è bene precisare, per evitare confusioni alla luce di quanto affermato nella lettera agli investitori, che per gigafactory 2 Tesla intende quella di SolarCity nello stato di New York.

Come sappiamo, con la recente fusione delle due aziende, Tesla-SolarCity, è nata una compagnia energetica in grado di offrire un pacchetto completo di soluzioni eco-sostenibili, dalle tegole solari all’auto a zero emissioni, passando per l’accumulo domestico e la ricarica delle vetture.

Un’altra acquisizione decisiva ha riguardato Grohmann Engineering, società tedesca specializzata nelle tecnologie di automazione industriale, che così ha cambiato nome in Tesla Grohmann Automation. La sua esperienza sarà fondamentale per incrementare la capacità produttiva delle fabbriche, riducendo i costi unitari delle batterie e migliorando i margini di profitto.

Com’è facile intuire, è davvero tanta la “carne al fuoco” messa dal vulcanico Elon Musk dopo la presentazione, nei mesi scorsi, del nuovo masterplan Tesla. Produzione, stoccaggio e utilizzo dell’elettricità sono i tre pilastri che reggono la sua visione della transizione energetica.

La batteria al litio è il cuore della strategia commerciale: dovrà alimentare auto elettriche sempre più economiche e con maggiore autonomia, immagazzinare l’energia elettrica generata dai tetti solari e renderla disponibile quando c’è bisogno, non soltanto per ricaricare le vetture, ma anche per altri usi e servizi, magari a livello di rete.

Ma senza nuove gigafactory sarà molto difficile realizzare tutto questo.

Autore: QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari

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Pale eoliche ispirate agli insetti: sono il 35% più efficienti

Pale eoliche ispirate agli insetti: sono il 35% più efficienti

(Rinnovabili.it) – La biomimesi viene ancora una volta in aiuto alle tecnologie rinnovabili. Vincent Cognet, fisico dell’Università Sorbona, a Parigi, è ricorso all’archivio di “brevetti” di Madre Natura per migliorare l’efficienza delle turbine eoliche. Replicando la flessibilità delle ali degli insetti nelle pale eoliche è riuscito ad incrementare le prestazioni del 35%.

 Aumentare l’efficienza di un aerogeneratore non è semplicemente una questione di ottenere più giri nel rotore. L’angolo delle pale è progettato per mantenere la rotazione a una velocità ottimale. Tuttavia, le lame sono in grado di mantenere la velocità solo in un determinato intervallo di vento. A velocità particolarmente elevate, infatti, le turbine sono più soggette a incidenti e rotture, dal momento che le pale agiscono come un muro, portando la produzione energetica anche a zero.

Attualmente esistono turbine in grado di cambiare il loro angolo di attacco in risposta alla modificazione dei venti per massimizzare l’efficienza. Ma questi sistemi, pur permettendo agli impianti di lavorare con condizioni meteo differenti, non consentono di ottenere la quantità massima di energia possibile.

Le ali degli insetti non hanno questo problema perché sono flessibili e sono quindi in grado di dirigere il carico aerodinamico nella direzione del volo, aumentando la potenza. E dal momento che si piegano naturalmente nel vento, possono ridurre al minimo la resistenza per evitare danni.

Per capire se tale flessibilità potesse migliorare l’efficienza delle turbine eoliche, Cognet e il suo team hanno costruito dei prototipi di aerogeneratori di piccola scala con tre diversi stili del rotore. Uno completamente rigido (fatto con una resina sintetica), uno semi-flessibile e uno molto flessibile (ottenuti da un materiale plastico chiamato polietilene tereftalato). Nei test in galleria del vento, le pale più flessibili hanno dimostrato di essere un po’ troppo “flaccide”, ma la via di mezzo invece ha sovraperformato le prestazioni delle lame rigide, ottenendo fino a 35% in più di energia e riuscendo ad operare in modo efficiente in una più ampia gamma di condizioni di vento.

Autore: Rinnovabili

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