Germania delle aste record quale futuro sceglierà per le rinnovabili?

Fotovoltaico a meno di 50 €/MWh nell’ultima gara che ha assegnato oltre 200 MW di capacità solare. I costi delle tecnologie pulite continuano a scendere. Tra le tante voci nell’agenda clima-energia, il prossimo governo di coalizione dovrà decidere se mantenere o eliminare il tetto annuale per le installazioni FV.

In Germania il fotovoltaico ha sfondato un’altra soglia di prezzo: per la prima volta, nella terza asta competitiva del 2017, riservata agli impianti tra 750 kW e 10 MW di potenza, il solare è sceso mediamente sotto 5 centesimi di euro per kWh.

La gara tedesca, che in totale ha assegnato 222 MW di potenza FV, ha premiato 20 progetti con valori compresi tra …

Autore: redazione QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari

L’allarme delle associazioni: pochi sbocchi per gli scarti del riciclo

scarti del riciclo

 

(Rinnovabili.it) – Bisogna mettere in campo nuovi sforzi se si intende chiudere completamente il cerchio dell’economia italiana. La filiera nazionale del riciclo sta crescendo in maniera costante e con ottimi risultati ma sono ancora diversi i nodi da scogliere. Uno di questi è la gestione degli scarti del riciclo, i prodotti residuali provenienti dalle attività di recupero dei materiali. Una gestione che per motivi prettamente burocratici sta divenendo sempre più difficile

A denunciare il problema sono Assorecuperi e FISE UNIRE che attraverso i propri presidenti, mettono in guardia da un problema che, senza le giuste contromisure, rischia di strozzare l’intera filiera. “Qualsiasi attività di trattamento dei rifiuti produce più o meno scarti: ad esempio, per carta, plastica, vetro, legno e organico nel 2014 sono stati complessivamente quantificati scarti dalle attività di riciclo per 2,5 milioni tonnellate (dati ultimo rapporto “Italia riciclo 2016”), che necessitano di una collocazione”, spiega Andrea Fluttero, Presidente di FISE UNIRE.

Le destinazioni possibili per gli scarti del riciclo, oggi, sono solo due: il recupero energetico o la discarica.Le aziende lombarde che ritirano e trattano i rifiuti non sanno più dove smaltire il residuale, – afferma il Presidente Tiziano Brembilla di Assorecuperi – gli inceneritori e le discariche regionali sono saturi e i prezzi per i conferimenti stanno lievitando”.

Il problema, secondo le associazioni, è legato in parte all’entrata in vigore del Decreto Sblocca Italia,  ed in particolare dell’art. 35, con il quale il Governo “ha permesso da un lato di aumentare i quantitativi di rifiuti trattati dagli inceneritori, bypassando le varie restrizioni imposte dalle autorizzazioni rilasciate dalla regione, dall’altro ha imposto agli stessi di dare priorità ai rifiuti urbani extraregionali rispetto agli speciali locali”, continua Brembilla.

 

 

 “Sta diventando sempre più difficile la gestione degli scarti da processi di riciclo dei rifiuti provenienti da attività produttive e da alcuni flussi della raccolta differenziata degli urbani, – aggiunge Fluttero – in particolare quelli degli imballaggi in plastica post-consumo”. Davanti ad un mercato di utilizzo delle materie prime da riciclo, che cresce più lentamente rispetto all’offerta, le due associazioni chiedono misure concrete per non inficiare il percorso già avviato di valorizzazione dei rifiuti attraverso il riciclo e, dall’altro, dare la possibilità alle aziende riciclatrici di smaltire a prezzi sostenibili i materiali di scarto da tali processi.

Autore: stefania Rinnovabili

FER incentivate: banca dati per monitorare verifiche e procedimenti conclusi del GSE

Dalla banca dati GSE si può ottenere una reportistica su base territoriale per tipologia e potenza di impianto, distinguendo le modalità di verifica. I procedimenti di verifica con esito negativo nel 2016 (1.276) hanno portato all’accertamento di importi da recuperare per 183 mln di € e una stima del mancato esborso di 1.137 mln di €.

È on-line da pochi giorni la Banca Dati Verifiche e Ispezioni del GSE per il 2016.

Contiene tutte le informazioni sulle azioni di verifica e controllo svolte dal GSE nel 2016 attraverso controlli documentali, sopralluoghi e scambio di informazioni rilevanti con le Autorità, le Forze dell’Ordine e altri Enti Istituzionali.

Gli accertamenti sono stati finalizzati a verificare o meno …

Autore: redazione QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari

L’addio al nucleare di Seoul trova un muro nella popolazione

nucleare

(Rinnovabili.it) – L’energia nucleare? Troppo economica per rinunciarci. A meno di quattro mesi dall’annuncio dell’abbandono dell’atomo, la Corea del Sud potrebbe esser costretta a fare marcia indietro e rimangiarsi le promesse iniziali. Quando era salito in carica, il nuovo presidente Moon Jae-in aveva fatto grandi promesse, grandi soprattutto per un paese che oggi ottiene dalla fissione un terzo della sua elettricità. “Finora, la politica energetica della Corea del Sud ha perseguito prezzi a bassi ed efficienza. I prezzi di produzione economici sono stati considerati una priorità, mentre la vita e la sicurezza del pubblico è rimasta sul sedile posteriore. Ora è il momento di cambiare. Aboliremo la nostra politica centrata sul nucleare e cancelleremo completamente tutti i piani per la costruzione di nuovi reattori”, aveva commentato il presidente in occasione della chiusura della più antica centrale nazionale, la Kori-1.

A rimpiazzare l’atomo sarebbe dovuto essere un nuovo programma di sviluppo incentrato su gas naturale e fonti rinnovabili.

>>Leggi anche Corea, il nuovo presidente stacca la spina al nucleare<<

Ma la strategia energetica di Moon si è scontrata con una realtà più inerziale e conservatrice del previsto. Un recente sondaggio ha mostrato come più della metà della popolazione sia a favore della realizzazione di due nuovi reattori, i cui lavori di costruzione sono oggi in stallo. Parliamo di due unità– Shin Kori No.5 e Shin Kori No.6 –  da 1,4GW di capacità totale, che dovevano essere originariamente completate, rispettivamente, entro marzo 2021 e marzo 2022 nella città sud-orientale di Ulsan.

Il neo-governo ne aveva annunciato la sospensione, promettendo di consultare la popolazione sul futuro del progetto. E la popolazione, o almeno una fetta cospicua di essa, non sarebbe ancora pronta a rinunciarvi, come spiega Kim Ji-hyung, presidente del comitato organizzato da Seoul per studiare le proposte nucleari. “La nostra raccomandazione è di ricominciare la costruzione“, ha dichiarato Kim. “Il nostro ultimo sondaggio di opinione pubblica ha mostrato che il 59,5 per cento (l’indagine è stata somministrata a 471 cittadini provenienti da varie aree del Paese) è a favore della ripresa dei lavori”.

I gruppi civici che si battono contro l’energia atomica, hanno lamentato, tuttavia, le forti pressioni esercitate in questi mesi dai gruppi pronucleare attraverso ampie campagne pubblicitarie in cui si promuovevano vantaggi del potere nucleare e si metteva in guardia dai possibili danni economici una volta abbandonata la tecnologia. “Dopo 40 anni di energia nucleare, – ha commentato la Federazione nazionale per i movimenti ambientali – le lobby connesse all’industria nucleare sono radicate ovunque nella società sudcoreana, offuscando gli occhi della gente”.

Autore: stefania Rinnovabili

Divest-Invest: la campagna per disinvestire dalle fossili supererebbe i 5mila mld di $

In cinque anni la campagna ha coinvolto 785 organizzazioni. Sulla sua scia e sulla nuova percezione del rischio legato agli investimenti in combustibili fossili, anche istituzioni finanziarie, come Bnp Paribas, decidono di disinvestire e puntare sulla transizione energetica. Ma le cifre in ballo non sono ancora chiare.

Un nuovo soggetto ha deciso di disinvestire dalle fonti fossili: è Bnp Paribas, che ha annunciato di voler escludere dall’accesso al credito bancario quelle aziende che concentrano il proprio business sui combustibili fossili.

In pratica, l’istituto bancario francese non entrerà più in affari con società che svolgono attività di esplorazione, produzione, distribuzione, commercializzazione o negoziazione di petrolio e gas di scisto, o di petrolio provenienti da sabbie bituminose.

Cesserà anche il finanziamento di progetti che sono prevalentemente coinvolti nel trasporto o nell’esportazione di questi combustibili. Inoltre, non finanzierà progetti di esplorazione o di produzione di petrolio e di gas nella regione artica.

“Una banca che finanzia l’economia del 21° secolo deve agire come acceleratore della transizione energetica”, ha dichiarato Jean-Laurent Bonnafé direttore e CEO di Bpn Paribas in un post su Linkedin.

Queste nuove misure integrano una politica aziendale di Corporate Social Responsability più estesa.

Infatti, Bnp si è già impegnata, da una parte, a ridurre il suo sostegno alle miniere di carbone e alla produzione di elettricità da carbone; dall’altra ad aumentare il finanziamento totale per le energie rinnovabili a 15 miliardi di euro entro il 2020.

Cento milioni di euro saranno invece dedicati a investimenti in start-up che lavorano su soluzioni innovative per la transizione energetica. Inoltre, Bnp sta incorporando la valutazione del “carbon risk” all’interno delle sue scelte di investimento, sia misurando e riducendo l’impronta ambientale del suo portfolio, in termini di gas serra, che sviluppando strumenti per finanziare investimenti in energie rinnovabili.

“Le banche hanno sempre agevolato, e anche fornito un impulso, alle varie rivoluzioni che sostengono la vita moderna: dalla meccanizzazione industriale ai trasporti, dall’energia al comfort delle famiglie”, spiega Bonnafè.

La politica di Bpn Paribas è in linea con la nuova strategia della campagna internazionale lanciata da 350.org, che, dal nome “Divestment” è stata rinominata “Divest-Invest”.

Se all’inizio della campagna si intendeva fiaccare l’industria dell’energia fossile togliendole giorno dopo giorno i finanziamenti, adesso si spinge anche a investire le risorse finanziarie così liberate, per convogliarle verso le energie rinnovabili e la transizione energetica.

Nella campagna Divest-Invest ci sono molte tipologie di adesioni.

Alcune sono istituzioni religiose: il 3 ottobre scorso, in occasione della festa di San Francesco, 40 istituti religiosi, tra cui la Caritas e GreenAccord, hanno deciso di disinvestire. Fanno seguito alla maggiore attenzione alle questioni climatiche spronata dall’enciclica Laudato Sì di Papa Francesco e, anche se in alcuni casi l’impatto in termini finanziari è limitato, hanno un valore simbolico molto importante.

Consistenti anche le adesioni di fondi di investimento e di assicurazioni che, oltre agli aspetti etici, considerano anche il rischio crescente connesso all’industria fossile e, in particolare, ad alcuni combustibili come il petrolio non convenzionale e il carbone. Il Fondo Pensioni Norvegese, del valore di 850 miliardi di dollari, ha dichiarato di aver disinvestito da 114 aziende proprio in seguito all’adesione alla campagna.

Sicuramente il movimento sul tema è esteso, ma andare a quantificare le cifre in ballo resta piuttosto complesso.

I promotori della campagna “Divest-Invest” affermano che finora hanno aderito 785 organizzazioni, tra cui anche governi e fondi pensioni, e circa 59.500 persone.

Il totale disinvestimento dichiarato ammonterebbe a 5.500 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra considerevole, ma che comprende in realtà l’intero asset finanziario dei soggetti coinvolti.

Un recente report di Arabella Advisor, commissionato dai promotori della campagna, è andato a indagare sui numeri.

Il report spiega che questo totale comprende ogni impegno pubblico di vendere azioni delle principali società di combustibili fossili e anche altri casi.

In origine, infatti, la campagna Divestment invitava a non finanziare le prime 200 aziende del mondo impegnate nell’industria della fossili (tra cui l’ENI, vedi l’articolo Global Divestment Day, perché il rischio da fossili fa sempre più paura).

Nel tempo si è assistito a una proliferazione di approcci: molte istituzioni hanno abbondonato tutte le società del fossile, impegnandosi ben oltre il ritiro dalle prime 200.

Altre hanno optato per un approccio basato sul settore, con la cessione delle azioni di società che ricavavano una quota significativa delle loro entrate dal carbone.

Altre ancora hanno scelto di cedere solo alcune delle proprie azioni di combustibili fossili, basandosi su una serie di criteri, tra cui la volontà delle aziende di impegnarsi in significativi sforzi per ridurre le emissioni nel futuro.

Il totale di 5,5 mila miliardi di dollari include quindi tutti questi differenti approcci. Le cifre che invece sono state sottratte all’industria delle fossili in modo diretto dalla campagna Divest-Invest sono però impossibili da calcolare.

“Posso comprendere l’approccio di 350.org”, spiega Mauro Meggiolaro, responsabile shareholder engagement di Fondazione Finanza Etica (Banca Etica). “All’inizio la campagna aveva bisogno di farsi conoscere e di far capire al mondo della finanza che si stava parlando di cifre e di investitori rilevanti. Ora però servirebbe uno sforzo in più, per uscire dal marketing e iniziare a parlare di dati in modo rigoroso. È indubbio, però, che già adesso il movimento Divest-Invest sta avendo un impatto insperato sulle grandi società di investimento e sulle istituzioni pubbliche che finalmente iniziano a chiedersi dove è realmente impiegato il loro denaro. E sempre più spesso agiscono di conseguenza”.

Come dimostra anche il caso Bpn Paribas, i combustibili fossili iniziano a collocarsi non solo dal lato sbagliato della storia, ma anche fuori dalle scelte finanziarie e di investimento.

Autore: redazione QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari