Atto di denuncia/querela contro le cessioni di sovranità nazionale (a cura dell’avv. Mori)

Qui di seguito l’atto di denuncia/querela predisposto dall’avv. Marco Mori, contro le cessioni di sovranità nazionale e contro chi le commette o invita a commetterle.

Stampate l’atto qui di seguito riportato, compilatelo negli spazi bianchi con i vostri dati e firmatelo. Dopo di che depositatelo presso la Procura della Repubblica c/o il Tribunale del vostro Paese oppure presso la Stazione dei Carabinieri o il Commissariato di Polizia di competenza del vostro luogo di residenza o dimora: 

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PROCURA DELLA REPUBBLICA

ATTO DI DENUNCIA – QUERELA

Promosso da __________________________________________________ nato/a a _______________________ il ____________________ e residente in____________________________, via ____________________________ ed ai fini del presente atto elettivamente domiciliato presso lo studio e la persona dell’Avv. Marco Mori che condivide in toto il contenuto del presente atto da esso integralmente redatto in ogni sua parte (C.F.: MRO MRC 78P29 H183L – Tel e Fax: 0185.23122 – Pec: studiolegalemarcomori@pec.it), sito in Rapallo (GE), C.so Mameli 98/4.

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–L’art. 1 della Costituzione Italiana recita:“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

-L’art. 11 della Costituzione Italiana dispone:“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle LIMITAZIONI di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

-L’art. 243 c.p. punisce: “Chiunque tiene intelligenze con lo straniero affinché uno Stato estero muova guerra o compia atti di ostilità contro lo Stato italiano, ovvero commette altri fatti diretti allo stesso scopo, è punito con la reclusione non inferiore a dieci anni. Se la guerra segue, si applica la pena di morte; se le ostilità si verificano, si applica l’ergastolo”.

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PREMESSO IN FATTO

1) I trattati europei costituiscono pacifiche cessioni della nostra sovranità, l’art. 3 TFUE infatti dispone un elenco di materie in cuil’Unione Europea ha competenza esclusiva, ovvero:

-unione doganale;

-definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno;

-politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro;

-conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune di caccia e pesca;

-politica commerciale comune;

2) La Costituzione italiana, con il suo art. 11 Cost., non consente la cessione di sovranità, autorizzando unicamente la sua limitazione a fini di pace e giustizia, oltre che in condizioni di reciprocità tra le nazioni, norma concepita espressamente per la sola adesione dell’Italia all’O.N.U;

3) Uno Stato può esistere unicamente se ha i propri elementi fondanti irrinunciabili. Essi sono il popolo, il territorio ed appunto la sovranità del popolo sul territorio stesso. La nostra Costituzione infatti fissa nei suoi principi fondamentali il concetto centrale di appartenenza della sovranità al popolo (art. 1 Cost.);

4) La Corte Costituzionale, da ultimo con la sentenza n. 238/14, ha avuto modo di ribadire che i principi fondamentali dell’ordinamento costituiscono barriera invalicabile all’ingresso delle norme dell’Unione Europea nel nostro sistema giuridico. L’appartenenza della sovranità al popolo è un principio fondamentale dell’ordinamento, che non può essere superato dalle norme dell’Unione;

5) L’Italia non poteva in alcun modo cedere sovranità e tantomeno cedere ad esempio la sovranità monetaria, che oggi appartiene in via esclusiva al SEBC, al sistema europeo delle Banche Centrali, che la esercita in via indipendente (ex art. 130 TFUE) da qualsivoglia decisione dei Parlamenti, europeo e nazionali, con buona pace anche del disposto dell’art. 47 Cost. che prevede che la Repubblica debba invece disciplinare, coordinare e controllare il credito;

6) In merito alla cessione della sovranità monetaria ed alle sue incredibili conseguenze valgano su tutte le parole dell’ex Presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky: “Si parla di fallimento dello Stato come di cosa ovvia.

Oggi, è “quasi” toccato ai Greci, domani chissà. È un concetto sconvolgente, che contraddice le categorie del diritto pubblico formatesi intorno all’idea dello StatoEsso poteva contrarre debiti che doveva onorare. Ma poteva farlo secondo la sostenibilità dei suoi conti. Non era un contraente come tutti gli altri. Incorreva, sì, in crisi finanziarie che lo mettevano in difficoltà. Ma aveva, per definizione, il diritto all’ultima parola. Poteva, ad esempio, aumentare il prelievo fiscale, ridurre o “consolidare” il debito, oppure stampare carta moneta: la zecca era organo vitale dello Stato, tanto quanto l’esercito.Come tutte le costruzioni umane, anche questa poteva disintegrarsi e venire alla fine. Era il “dio in terra”, ma pur sempre un “dio mortale”, secondo l’espressione di Thomas Hobbes. Tuttavia, le ragioni della sua morte erano tutte di diritto pubblico: lotte intestine, o sconfitte in guerra. Non erano ragioni di diritto commerciale, cioè di diritto privato.

Se oggi diciamo che lo Stato può fallire, è perché il suo attributo fondamentale — la sovranità — è venuto a mancare. Di fronte a lui si erge un potere che non solo lo può condizionare, ma lo può spodestare. Lo Stato china la testa di fronte a una nuova sovranità, la sovranità dei creditori”.

7) Il codice penale ovviamente punisce i delitti contro la personalità giuridica dello Stato, ovvero punisce coloro che attentano agli elementi fondanti dello Stato stesso, appunto popolo, territorio e sovranità;

8) Nel 2006 alcune norme penali furono incredibilmente modificate, il 241 c.p. ad esempio vide l’introduzione della violenza quale nuovo elemento costitutivo del reato (violenza che peraltro oggi esiste, visto che la leva con cui sottraggono ulteriore sovranità agli Stati è quella del ricatto economico ottenuto artificialmente attraverso l’applicazione di regole giuridiche che portano matematicamente alla recessione. Tuttavia spiegarlo sin d’ora appesantirebbe un atto che vuole essere lineare e semplice per “spingere” codesta Procura ad aprire finalmente un’indagine seria sul tema, anziché archiviare come se si trattasse di mere fantasie. Si resta comunque a disposizione del P.M. per approfondire il punto qualora si voglia dare un maggiore spessore all’attività investigativa. L’intreccio tra politica e finanza d’altronde è ormai oltremodo evidente e conclamato);

9) L’art. 243 c.p. invece non ha subito modifica alcuna e tale norma punisce, anche i semplici accordi diretti a commettere atti ostili contro la personalità giuridica dello Stato, ovvero gli accordi diretti a colpire uno degli elementi fondanti di esso;

10) Chi ha ceduto la nostra sovranità stipulando i trattati europei, chi ci mantiene in tali condizioni asservendoci quotidianamente al vincolo esterno di Bruxelles obbligandoci a subire la sovranità dei creditori, chi pianifica o invoca ulteriori cessioni della nostra sovranità, commette o ha commesso il delitto di cui all’art. 243 c.p.;

11) Stiamo dunque parlando di reati commessi da tutte le più alte cariche dello Stato dal 1992 ad oggi, nonché dai membri del Parlamento che a vario titolo hanno consapevolmente appoggiato le cessioni di sovranità compiute, reati che oggi permangono e sono in corso di consumazione;

12) Con decreto del 6.10.2017 che si produce il Tribunale Penale di Cassino, in persona del G.I.P. Massimo Lo Mastro, seppur incidentalmente, ha finalmente confermato, accogliendo le tesi dello scrivente sul punto, che la cessione di sovranità è un atto illecito punito dal codice penale quando ne ricorrono i presupposti oggettivi e soggettivi:“(omisiss…) rileva questo giudice la differenza tra limitazioni e cessione di sovranità, non ritenendo (giustamente – n.d.s.) detti concetti assimilabili. L’art. 11 Cost. precisa e fissa, con estrema chiarezza a quali condizioni sia possibile “limitare” la sovranità nazionale (ovvero limitare la sovranità popolare). Proprio perché senza sovranità lo Stato non esisterebbe, i limiti della Costituzione in materia di compressione del potere d’imperio sono rigorosi (proprio per questo il legislatore si è occupato di sanzionare penalmente la lesione del potere d’imperio e dello Stato e si parla all’uopo di delitti contro la personalità giuridica internazionale dello Stato ove ne risultino integrati gli estremi oggettivi e soggettivi). Orbene (omissis…) la sovranità dunque non può essere ceduta ma solo limitata e anche le mere limitazioni hanno ulteriori “limiti”. Fermo il divieto assoluto di cessioni, la limitazione della sovranità può avvenire unicamente in condizioni di reciprocità ed al fine esclusivo (ogni altra soluzione è stata espressamente bocciata in seno all’Assemblea Costituente) di promuovere un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni. Limitare significa circoscrivere un potere entro certi limiti, overo omettere di esercitare il proprio potere d’imperio (che pure deve rimanere intatto) in una determinata materia, oppure esercitarlo all’interno di certi limiti generalmente riconosciuti dal diritto internazionale a fini di pace e di cooperazione tra le nazioni. Purché il contenimento dell’esercizio del proprio potere (che secondo la nostra impostazione democratica, appartiene al popolo, ovvero al soggetto rappresentato), sia in ogni caso rispettoso degli ulteriori cd. “controlimiti” costituzionali (cfr. Sent. Corte Cost. 238/2014). La cessione di sovranità invece comporta la consegna ad un terzo di un potere d’imperio proprio di uno Stato che cosiì per definizione perde anche la propria indipendenza”.

Ovviamente questo è esattamente ciò che è avvenuto, l’Italia ha perso radicalmente la sua indipendenza e la sua sovranità, fatto inaccettabile.

Tutto ciò richiamato e premesso, l’esponente ritiene che i fatti sommariamente esposti costituiscano le condotte commissive del reato di cui all’art. 243 c.p..

IN DIRITTO

L’art. 243 c.p. che punisce: “Chiunque tiene intelligenze con lo straniero affinché uno Stato estero muova guerra o compia atti di ostilità contro lo Stato italiano, ovvero commette altri fatti diretti allo stesso scopo, è punito con la reclusione non inferiore a dieci anni. Se la guerra segue, si applica la pena di morte; se le ostilità si verificano, si applica l’ergastolo”.

Il verificarsi dell’evento bellico non è elemento necessariamente richiesto per la consumazione del reato in parola per il quale è sufficiente l’avvenuta intelligenza con lo straniero a tale fine o, per quanto qui interessa davvero, al fine di compiere anche altri atti altrimenti ostili alla nazione.

Tenere “intelligenze” significa semplicemente stringere un accordo con lo straniero, accordo che ai fini del reato in parola può anche essere assolutamente palese e non già occulto. La stipula di un trattato è pacificamente un atto d’intelligenza con lo straniero.

La qualificazione giuridica apparentemente meno immediata è quella che definisce appunto il concetto di “atto ostile diverso dalla guerra”.

Per comprendere il senso del termine basta ricordare il capo del codice penale in cui il reato è inserito, ovvero quello che mira a tutelare la personalità giuridica dello Stato.

Atti di ostilità sono tutte le azioni d’inimicizia diverse dalla guerra stessa che risultino dannose degli interessi del Paese anche qualora non coercitive o non violente.

L’ordinamento democratico della Repubblica italiana si basa ovviamente sulla nostra Costituzione, che all’articolo 1 attribuisce espressamente la sovranità al popolo. Tale passaggio costituisce l’essenza di una democrazia nel senso proprio del termine.

Un atto d’intelligenza con lo straniero che comporta la sottrazione della sovranità e dell’indipendenza nazionale deve necessariamente qualificarsi come “atto ostile” a quel bene giuridico che si può definire personalità dello Stato Italiano.

Non vi è infatti azione più ostile nei confronti di una nazione di quella diretta a cancellarne la sovranità o a menomarne l’indipendenza, poiché se ne compromette un elemento fondante ed irrinunciabile.

Ogni evento bellico è per sua definizione il tentativo di sottomettere un altro Stato menomandone proprio la sua sovranità e la sua indipendenza.

Infatti in caso di invasione armata lo Stato certamente non perde il territorio, che geograficamente rimane, non perde neppure il popolo, che nonostante i morti conseguenti alla guerra non si estingue completamente.Uno Stato invaso perde invece il potere d’imperio, ovvero la sovranità sul suo territorio.

Oggi la compromissione dell’indipendenza e della sovranità nazionale non avviene dunque con i carri armati, ma con i trattati europei che spogliano la nazione di qualsivoglia capacità giuridica in materia politica ed economica, siamo dunque in presenza di palesi atti ostili contro la personalità giuridica del Paese.

La cessione di sovranità dell’Italia in favore dell’Europa rappresenta indiscutibilmente la fine dell’Italia quale nazione libera ed indipendente, ciò è esattamente quello che accadrebbe in caso di occupazione militare del paese.

Laddove la cessione della sovranità e la menomazione dell’indipendenza avviene ricorre la piena punibilità ex art. 243 c.p. Atto ostile è pertanto semplicemente ciò che contrasta con la personalità dello Stato.

Se si parla di interessi nazionali la valutazione che spetterà all’Ill.mo PM che esaminerà il presente atto dovrà quindi essere esclusivamente giuridica e non di mera opportunità.

Anche se si ritenesse che la cancellazione dell’Italia come Stato possa essere atto compiuto nell’interesse del popolo italiano stesso (non è ovviamente così visto che si tratta unicamente di asservire il Paese al potere economico, ma non lo spiegherò in questa sede), ciò non toglierebbe la qualifica di atto ostile ad un trattato che disponga suddetta cancellazione.

Ergo il carattere ostile di un atto è in re ipsa nella cessione di sovranità compiuta in violazione di principi fondamentali della nostra costituzione indipendentemente dal fatto che si possa pensare o meno che tale cessione migliorerà la qualità della vita nel nostro paese.

Dunque discorsi come quelli di Mario Monti, di Giorgio Napolitano, di Mario Draghi, Laura Boldrini, Padoan, Matteo Renzi, Sergio Mattarella ove si enfatizza il disegno criminoso di “cedere” (dichiarano apertamente che non si tratta di limiti!) la sovranità nazionale in favore del regime violento dell’europa dei mercati e della finanza, non fanno altro che evidenziare indiscutibilmente l’elemento psicologico del reato in parola in capo a tutti i soggetti indicati.

Il fatto che gli ultimi tre Presidenti del Consiglio imposti dagli stranieri sponsorizzino la fine dell’Italia quale nazione sovrana ed indipendente, e legiferino in tale direzione, è per evidenza logica un atto ostile all’Italia.

Peraltro non impedire un evento che si ha l’obbligo di impedire equivale, ex art. 40 comma secondo c.p.c., a cagionarlo e certamente tra gli obblighi delle Istutuzioni vi è quello di conservare il potere d’imperio dello Stato.

Oggi il Governo ed il Parlamento non muovono un dito per riscattare la sovranità e riconsegnarla al popolo, anzi proseguono della direzione opposta.

In merito all’elemento psicologico necessario alla consumazione del reato non rileva che il soggetto agente voglia il male della popolazione italiana ma unicamente che il soggetto agente abbia il dolo specifico di compiere un atto ostile alla sopravvivenza della nazione Italia quale entità indipendente e sovrana dotata di propria personalità giuridica.

D’altro canto è facile comprendere, come già spiegato nelle premesse del presente atto e come ben rilevato dal Tribunale di Cassino, che la stessa definizione di Stato comporta il potere sovrano dello stesso sul proprio territorio, il cd. potere d’imperio.

Lo Stato appunto è popolo, territorio e sovranità, ed in uno Stato democratico la sovranità appartiene al popolo e dunque non può essere ceduta a terzi.

Se uno Stato non ha più questo potere perché sottoposto ad un “vincolo esterno”, qualsiasi siano le ragioni per cui ciò avviene, la personalità giuridica è irrimediabilmente perduta.

Che piaccia o meno costruire un nuovo Stato cancellando la personalità giuridica di quello in essere è sic et simpliciter un atto eversivo.

Senza poi dimenticare che questa Europa è semplicemente una dittatura finanziaria e non il sogno d’integrazione che pensavamo di portare avanti.

E’ in corso un vasto disegno per spazzare via le moderne democrazie e sostituirle con un ordinamento che tuteli unicamente gli interessi delle grandi lobby d’affari internazionali. Vedere e fermare questo disegno è compito delle Procure, assurdo combattere mafia o corruzione e non accorgersi che entrambi sono reati di serie B, rispetto a quelli commessi da coloro che ci stanno strappando la democrazia.

Riguardo poi ai fatti per cui è causa si significano a Codesta spettabile Procura alcune delle principali dichiarazioni confessorie che si sono registrate in questi anni, utilizzabili come primi elementi di prova a carico dei futuri indagati ed imputati.

Mario Monti: “Io ho una distorsione che riguarda l’Europa ed è una distorsione positiva, anche l’Europa, non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi e di GRAVI crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini, ad una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico di non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile conclamata. Certamente occorrono delle autorità di enforcement (n.d.s. costrizione traducendo in Italiano) rispettate che si facciano rispettare che siano indipendenti e che abbiano risorse e mezzi adeguati oggi abbiamo in Europa troppi Governi che si dicono liberali e che come prima cosa hanno cercato di attenuare la portata la capacità di azione le risorse l’indipendenza delle autorità che si sposano necessariamente al mercato in un’economia anche solo liberale” (video visibile tra gli altri su https://youtu.be/VBvbKv-2ENY).

L’evidenza criminale del pensiero e dell’azione di Monti è eloquente e ribadito ad esempio anche in un’ulteriore disgustosa dichiarazione resa a La7 il 26.05.2015: “ma la domanda che io vi faccio è la seguente. In Europa ci sono in questo momento rischi chiari e ben identificati di disgregazione, la Grecia eventualmente fuori dall’euro, la Gran Bretagna eventualmente fuori dall’Unione Europea. (omissis…) Il quesito che io mi pongo è il seguente: non è per caso che forse le nostre democrazie (omissis…)diventano di fatto incompatibili con l’integrazione internazionale e con l’integrazione Europea”(https://youtu.be/pBjxjRcSAFs – minuto 4:30 e 5:18).

In sostanza per l’ex Presidente del Consiglio e precedentemente membro e Presidente della Commissione Trilaterale, ovvero l’associazione eversiva della finanza internazionale che si proprone come scopo istituzionale quello di influenzare le politiche degli Stati a suo favore, la democrazia è un fastidio perché limita l’indipendenza di quel potere economico che serve con abnegazione.

Mario Monti fu anche l’autore con legge costituzionale n. 1/12 con cui è stato inserimento il principio del pareggio in bilancio in Costituzione, norma che rappresenta uno degli esempi più palesi della cessione della nostra sovranità, avvenuto in esecuzione del trattato cd. “Fiscal Compact” che prevedeva la costituzionalizzazione dei vincoli di bilancio europei.

Su tale riforma Costituzionale è clamorosa poi la confessione del Ministro della Giustizia Andrea Orlando: “Oggi noi stiamo vivendo un enorme conflitto tra democrazia ed economia.Oggi, sostanzialmente, i poteri sovranazionali sono in grado di bypassare completamente le democrazie nazionali. Io faccio soltanto due esempi. I fatti che si determinano a livello sovranazionale, i soggetti che si sono costituiti a livello sovranazionale, spesso non legittimati democraticamente, sono in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto”.

Di fronte a tale stato di cose si può parlare ancore di un’Italia sovrana ed indipendente, chiaramente no. Il compito a questo punto di fermare tale crimine non può che spettare all’unico potere dello Stato ancora in grado di farlo, la Magistratura.

I Padri Costituenti basavano proprio su di essa la speranza che il Paese non ritornasse nuovamente sotto una feroce dittatura, ma se la Magistratura non interverrà la storia non potrà che ripetersi.

Ma torniamo al discorso del Ministro Orlando, che prosegue ancor più duramente proprio appunto sulla genesi del pareggio in bilancio in Costituzione:

Faccio un esempio. La modifica – devo dire abbastanza passata sotto silenzio – della Costituzione per quanto riguarda il tema dell’obbligo diPareggio di Bilancio non fu il frutto di una discussione nel Paese. Fu il frutto del fatto che a un certo punto la Banca Centrale Europa, più o meno – ora la brutalizzo – disse: “O mettete questa clausola nella vostra Costituzione, o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine del mese”. Io devo dire che è una delle scelte di cui mi vergogno di più, mi vergogno di più di aver fatto”. (video visibile su http://www.byoblu.com/post/2016/09/18/andrea-orlando-confessa-governo-sotto-ricatto-bce-sul-pareggio-di-bilancio.aspx).

E a proposito di riforme costituzionali. Clamorosamente confessoria ai fine dei reati di cui si dibatte è anche la relazione preparatoria del Governo Renzi al progetto di revisione costituzionale stoppato con il referendum del dicembre 2016.

Ivi a pag. 1 si legge: “Negli ultimi anni il sistema istituzionale si è dovuto confrontare con potenti e repentine trasformazioni, che hanno prodotto rilevanti effetti (omissis…)incidendo indirettamente sulla stessa forma di Stato e di Governo, senza tuttavia che siano stati adottati interventi diretti a ricondurre in modo organico tali trasformazioni entro un rinnovato assetto costituzionale (omissis…).Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del Patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (omissis…) il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno da ultimo interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Carta, ma che non sono stati accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello tra Unione europea, Stato e Autonomie territoriali, entro il quale si dipanano oggi le politiche pubbliche”.

In sostanza si dice chiaro e tondo che si è modificata surrettiziamente la forma di Stato e di Governo (ovviamente attraverso le cessioni di sovranità compiute a favore dell’UE) ergo, siccome quanto fatto ad oggi sarebbe illecito, occorre cambiare la Costituzione per sanare, per così dire ex post, quanto fatto.

Ma possiamo continuare, ecco il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che conferma ed invoca le cessioni di sovranità:“Quella stessa visione che ha condotto diciannove Paesi all’adozione di una moneta comune, con la cessione di sovranitàliberamente e consapevolmente scelta da parte di ciascuno Stato” (dichiarazione del Presidente del 5.07.2015 agli atti sul sito del quirinale.it).

Ovviamente il fatto che la cessione sia stata consapevole e libera, il che peraltro è assai discutibile (anzi non lo è perché è stata un’artificiale emergenza economica che l’ha imposta), non comporta il venir meno del fatto che essa costituisca pacificamente reato, come è reato farci rimanere in tale situazione da parte delle attuali Istituzioni.

E ancora Mattarella il 28 luglio 201 dichiarava:“cedere sovranità all’UE” http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-07-28/mattarella-cedere-sovranita-ue-e-vede-draghi-063728.shtml

Ancor prima Giorgio Napolitano, era il 2012, invocava apertamente cessioni di sovranità affermando che l’integrazione europea necessaria a vincere la crisi economica:“comporta ulteriori trasferimenti di poteri decisionali e di quote di sovranità” (video – https://www.youtube.com/watch?v=vWMdleOr9cM).

Se dovessimo riportare tutte le volte in cui Sergio Mattarella, Giorgio Napolitano, Mario Draghi, Laura Boldrini, Pier Carlo Padoan, Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, solo per citare alcuni di coloro che dovranno essere processati, hanno invocato ed attuato cessioni di sovranità nazionale occuperemo almeno venti faldoni.

Questo dovrà essere il cuore dell’attività d’indagine di questa Procura. Appurate le cessioni di sovranità i responsabili andranno processati e puniti come per legge, azione che consentirà di restituire finalmente la sovranità al suo unico titolare: il popolo italiano.

Non si osa poi immaginare, e si vuole dare uno spunto per le indagini, cosa potrebbe emergere se si verificassero gli intrecci tra finanza e politica, facile immaginare dazioni di vario genere e specie in cambio di certe scelte politiche altrimenti completamente inspiegabili.

E qui si aprirebbe una finestra sul delitto di cui all’art. 246 c.p. “corruzione del cittadino da parte dello straniero” che una compiuta indagine potrebbe far emergere.

* * *

Tutto ciò richiamato e premesso l’esponente

CHIEDE

Che i responsabili dei reati di cui in epigrafe indicato siano condannati penalmente in base all’art. 243 c.p. ovvero alle norme meglio viste e ritenute da codesta Ill.ma Procura della Repubblica.

Si esprime la volontà di ricevere informazione circa eventuale iniziativa archiviatoria presso il domicilio eletto.

Si chiede di voler affrontare la problematica indicata nel presente esposto con massima attenzione giuridica e non come una mera polemica sulla struttura dell’attuale sistema.

Il fatto che un comportamento sia da tempo consolidato non implica la sua corrispondenza alla legge ed a volte, come in questo caso, più l’operazione fraudolenta è semplice ed alla luce del sole, più è difficile riconoscerne l’antigiuridicità intrinseca che ha determinato a cascata tutte le successive conseguenze sulla personalità giuridica della nostra amata Nazione.

La sovranità appartiene al popolo e non può essere delegata a privati che non hanno fra i propri scopi istituzionali quello del bene pubblico ma unicamente gli utili, privati che stanno portando morte e distruzione in tutta Europa favorendo il rischio di conflitti tra Nazioni.

Si chiede l’emissione dei provvedimenti cautelari meglio visti e ritenuti per fermare quello che appare, a tutti gli effetti, un colpo di Stato, peraltro ormai in fase di oggettiva ultimazione. Non si vede come si possa omettere di disporre la custodia cautelare per i membri dell’attuale esecutivo che continuano a premere verso ulteriori cessioni della sovranità nazionale, omettendo altresì di riscattare quella già illecitamente ceduta.

Si ritiene davvero che non aprire una seria indagine sui fatti suindicati a questo punto costituirebbe una vera e propria omissione d’atti d’ufficio da parte dell’Ill.ma Procura adita.

Data la gravità della situazione ed il collasso del tessuto sociale ed economico nazionale, causato specificatamente ed esclusivamente dalle cessioni della nostra sovranità non fermate sino ad oggi dalla Magistratura, in nome del Popolo Italiano non sono possibili e non saranno ammesse ulteriori perdite di tempo.

Con la massima osservanza da parte di un Italiano che ama il suo Paese, la democrazia e la Costituzione.

Si allega decreto 6.10.2017 del Tribunale di Cassino.

Luogo e data.

Firmato

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Francia, scrittrice denuncia Tariq Ramadan per violenza sessuale. Sotto accusa anche ex ministro di Mitterand

A lui aveva dedicato un intero capitolo del suo libro senza mai rivelarne il nome. Adesso, Henda Ayari, scrittrice franco-tunisina, femminista ed ex salafita, ha denunciato per violenza sessuale Tariq Ramadan, il noto intellettuale islamico. “È una decisione molto difficile, ma è arrivato il tempo anche per me di denunciare il mio aggressore, Tariq Ramadan”. Un tweet breve, preceduto dall’hashtag #balancetonporc, l’equivalente francese dell’italiano #quellavoltache o del #metoo nato sulla rete dopo lo scandalo legato al produttore Usa, Harvey Weinstein.

La scrittrice ha spiegato i motivi del suo silenzio con una serie di post su Facebook: “Non ho mai fatto il suo nome perché ero stata minacciata, a lui ho dedicato un capitolo del mio libro e oggi posso confermarlo: il famoso Zoubeyr è Tariq”. Con quel nome di fantasia, Zoubeyr, la scrittrice aveva raccontato nel suo libro della violenza subita in una camera d’albergo a Parigi, dove l’intellettuale aveva tenuto una conferenza. “È sufficiente dire che ha largamente approfittato della mia debolezza. Quando cercavo di ribellarmi e gli gridavo di smetterla mi ha insultata, schiaffeggiata e violentata“. Oggi, a distanza di anni, la scrittrice ha superato le paure e lanciato un appello: “Sono consapevole dei rischi che corro e per questo ho bisogno del sostegno di tutti voi – scrive su Facebook – Denuncerò Ramadan per ciò che mi ha fatto subire. So che non avrò i suoi stessi mezzi finanziari per pagare avvocati e esperti che mi difendano ma andrò fino in fondo alla mia lotta a ogni costo, per me e per tutte le donne vittime di abusi”. Poche ore dopo, la conferma, ancora sui social, di aver depositato la denuncia alla procura di Rouen: “Ora la giustizia farà il suo corso”.

Scandali anche all’Eliseo – Ma in Francia c’è stata anche un’altra denuncia, quella di Ariane Fornia, scrittrice figlia di un’ex ministro di Nicolas Sarkozy, che accusa di violenze un ex ministro di François Mitterand, Pierre Joxe. La molestia sarebbe avvenuta all’Opéra, quando la giovane scrittrice accompagnò a teatro il padre Eric Besson, all’epoca dei fatti ministro dell’immigrazione sotto la presidenza Sarkozy. Fornia ha denunciato la violenza sul suo blog in un post intitolato #moiaussi (anch’io). Joxe, oggi 82 anni, è stato ministro della Difesa e ministro dell’Interno, oltre ad aver ricoperto la carica di presidente della Corte dei conti francese per 7 anni. L’ex ministro si è difeso dicendo di essere “sconvolto” e di non aver mai compiuto nulla di quello raccontato dalla scrittrice.

La denuncia delle due scrittrici arriva dopo l’esplosione del caso Weinstein, il produttore cinematografico americano accusato di molestie da diverse donne che hanno lavorato per lui negli oltre 30 anni di lavoro a Hollywood. In Italia ha fatto molto scalpore la denuncia contro Weinstein di Asia Argento, che ha portato con sé numerose polemiche tanto che la stessa attrice poi, intervistata su Rai3, ha dichiarato: “Me ne vado, tornerò quando l’Italia sarà pronta ad affrontare questa battaglia. Anni di visione berlusconiana hanno portato all’umiliazione della donna”.

Autore: F. Q. Il Fatto Quotidiano

Referendum Lombardia e voto digitale, mi fido o no?

Cambia il modo di votare, cambiano timori e perplessità. Non vanno certamente in pensione le paure dei brogli elettorali o altre preoccupazioni che abitualmente si addensano attorno alle urne in cui i cittadini esercitano uno dei loro diritti fondamentali. In Lombardia sono state accantonate le tradizionali schede e la consultazione referendaria è stata affidata a una soluzione tecnologica i cui contorni restano avviluppati da una coltre di mistero.

Si sa che l’espressione delle intenzioni di ciascuno non avverrà con la classica croce su un simbolo o su uno dei due consueti riquadri dei referendum, ma si baserà sul ricorso a un tablet opportunamente predisposto. Identificato e ammesso l’elettore da parte dello staff del seggio – e qui tutto come prima – la persona entra nella cabina dove uno schermo a sollecitazione tattile (il touch-screen che tanto piace a chi fa finta di conoscere l’inglese o ritiene l’idioma italico inadatto al terzo millennio) consente di scegliere tra “Sì”, “No” e “Bianca”.

Scompaiono le schede nulle e tutte le goliardiche manifestazioni di pensiero che portavano a scarabocchiare il vettore cartaceo della propria opinione con frasi salaci o invettive – tanto fulminee quanto triviali – contro il sistema. Rimangono invece i sospetti che non sia questo il sistema perfetto in un contesto davvero democratico. Si comincia con la impenetrabilità delle informazioni che riguardano quel che si nasconde nel “cofano” del veicolo che deve portare al risultato. La procedura nel suo insieme, le applicazioni appositamente progettate per il perseguimento dell’obiettivo, le dinamiche di acquisizione, conservazione e computo dei voti, le garanzie di inalterabilità, le certezze della non riconducibilità della tipologia di voto al soggetto che lo ha espresso, sono alcuni degli elementi che meriterebbero una maggiore trasparenza.

Le medesime perplessità dell’Hermes Center (l’associazione no-profit che duella sul fronte dei diritti umani digitali) e del suo presidente Fabio “Naif” Pietrosanti (che conosco “da quando eravamo piccoli” e giocavamo a guardie e ladri) sono quelle di tutti. Pietrosanti – l’ex enfant terrible” che di sicurezza informatica ha conoscenza viscerale ed effettiva coscienza – ha provato a saperne di più chiedendo di visionare la documentazione che ha portato alla scelta della soluzione Smartmatic. Le poche carte ottenute sembravano accompagnate dal dantesco “e più non dimandare”.

L’inviolabilità del sistema è garantita solo dalla dichiarazione del responsabile dell’azienda Diego Chiarion che, a Repubblica, avrebbe dichiarato di essere pronto a mettere la mano sul fuoco sulla sicurezza delle voting machine. Redivivo Muzio Scevola oppure davvero in grado di garantire la granitica impenetrabilità del sistema? Smartmatic non è nuova alla gestione di votazioni in tutto il mondo. Lo scorso hanno ha gestito le primarie per le presidenziali nella contea di Los Angeles e ha fornito la piattaforme per le elezioni politiche in Filippine e Uganda. Smartmatic non è nemmeno nuova nel trovarsi al centro di polemiche su presunte manipolazioni, ma i dubbi non sono certo sentenze.

La ridotta trasparenza viene giustificata da esigenze industriali (svelare la “ricetta segreta” dell’Electronic Management System comporterebbe un grave pregiudizio economico a chi ha investito nella ricerca e nella progettazione della soluzione) ma non contribuisce certo a rasserenare gli animi di chi teme interventi fraudolenti da hacker esterni o da insider birbaccioni. Il tema è talmente delicato che meriterebbe una più seria valutazione. Non basta scegliere un leader del mercato quando è in gioco la democrazia. Vale il principio del vecchio Carosello che diceva “a scatola chiusa compro solo Arrigoni”. E Arrigoni non vende sistemi elettronici di votazione…

Autore: Umberto Rapetto Il Fatto Quotidiano

UN’OCCHIATA NELLA FABBRICA DEI TERRORISTI ISLAMICI

“Anis Amri fu istigato da un informatore della polizia”. L’indagine che fa tremare l’intelligence tedesca

Titolo di Huffington Post

Anis Amri è il tunisino che, partito da Sesto San Giovanni, la notte del 19 dicembre 2016 alla guida di un TIR fece strage fra la folla al mercatino di Natale di Berlino:  12 morti di molte nazionalità e 56 feriti.  Sceso dal camion, il guidatore era scomparso. Ma la polizia tedesca, due giorni dopo il fatto,  guardando meglio, scoprì nel vano porta-oggetti del camion  il  documento  di prolungamento della permanenza in Germania (Duldungsbescheinigung) a  lui intestato.  “Anche lui come uno dei fratelli Kouachi, gli  autori presunti della lo stragista di Nizza alla guida del  camion, dove aveva avuto cura di lasciare  patente di guida, carta d’identità e dicono anche la carta di credito. Quando   dei jihadisti si trova la carte d’identità,  non ne lasciano uno vivo. Succederà possiamo profetizzarlo, anche al tunisino”.

http://www.maurizioblondet.it/berlino-dimenticato-documento-nel-camion/

Scrissi la   mia “profezia” il 21 dicembre. Il 23,   alle  3 del mattino, Amri riappare a Sesto San Giovanni (a meno di un chiilometro da cuierapartito) alle 3 del mattino, estrae una calibro 22, e viene freddato da due agenti italiani con calibro 9. Poliziotti “italiani”,   cioè  che sanno benissimo che, se sparano, sono  immediatamente messi sotto  accusa da procuratori italiani per  omicidio; e passano anni di guai, giudiziari ed economici e come lebbrosimorali

Amri mentre si dichiara jihadista. Video del SITE di Rita Katz.

. Invece in questo caso, i due agenti sono  subito trattati come eroi: cosa mai vista.

Adesso Il Berliner Morgenpost e la radio RBB hanno  scoperto che ad istigare il giovane a fare la strage col camion è stato un “informatore della polizia”, una persona di  fiducia (Vertrauensperson)  che per conto  della polizia del Nordreno Westfalia s’era infiltrata tra i frequentatori del predicatore Abu Wala, un reclutatore dell’ISIS, arrestato nel novembre 2016, un mese prima della strage del mercatino.  La “persona di fiducia”, anzi, ha faticato a   convincere Amri;  lui voleva partire a  fare la guerra in Siria, ma il Vertrauenperson insisté: “Ammazziamo questi miscredenti. Abbiamo bisogno di uomini di buona volontà  per fare questi attentati qui in Germania”.  A  testimoniare in  questo senso un   ex frequentatore degli stessi circoli, che  dice di essere stato avvicinato alla stessa persona  per fare l’attentato in Germania. Come altri, aveva rifiutato perché voleva combattere in Siria.   Ha confermato che l’informatore avrebbe insistito nel cercare un “un uomo affidabile per un attacco con un camion”.

Ma insomma,  informatore di fiducia della polizia  era un agente provocatore – ma al soldo di chi? Dell’ISIS oppure dei servizi  tedeschi…?  Vediamo le altre informazioni raccolte dal sito amico Gog & Magog su FacebooK:

“La polizia sapeva da luglio che Anis Amri progettava una strage”,

scriveva il Globalist del 22  dicembre

http://www.globalist.it/intelligence/articolo/209683/la-polizia-sapeva-da-luglio-che-anis-amri-progettava-una-strage.html

Un siriano ex coinquilino di Amri aveva avvertito ben due volte la polizia prima dell’attentato

https://www.rbb24.de/politik/beitrag/2017/10/medienbericht-weitere-ermittlungspanne-amri-attentat-breitscheid.html

…. “Amri è stato  tenuto sotto osservazione solo nei giorni feriali. Nei fine settimana e nei giorni festivi  il controllo cessava. L’ufficio del procuratore generale non è mai stato informato della cessazione dell’osservazione.”

https://www.morgenpost.de/berlin/article212219683/Diese-Fehler-beging-die-Berliner-Polizei-im-Fall-Anis-Amri.html

Le autorità tedesche avevano impedito la rapida espulsione di Amri (non presentando le impronte digitali, che avevano, alle autorità tunisine)

https://www.morgenpost.de/berlin/article212181255/Behoerdenchaos-verhinderte-fruehe-Abschiebung-von-Anis-Amri.html

Le autorità gli avevano fatto sapere di essere sotto controllo, e più volte (lo avevano aspettato alla fermata dell’autobus da Dortmund!)

https://www.morgenpost.de/politik/article212012835/Beamte-warnten-Attentaeter-Anis-Amri-offenbar-vor-Ueberwachung.html

http://www.spiegel.de/spiegel/anis-amri-wie-die-polizei-die-ueberwachung-des-spaeteren-attentaeters-verpatzte-a-1169379.html

il dossier su Amri è stato grossolanamente falsificato, posticipando date, celando un arresto, etc..

https://www.morgenpost.de/berlin/article210623615/Exklusiv-Das-ist-die-gefaelschte-Akte-im-Fall-Anis-Amri.html

“I servizi francesi stavano per reclutare Merah un mese prima dei suoi delitti”

Che dire? Forse  cominciamo ad avere qualche idea su come si fabbricano dei terroristi islamici per  attentati in Europa?

Sarà una coincidenza, ma proprio lunedì scorso (il 16) a Parigi, l’ex capo dei “servizi interni” a Tolosa (di  cui la stampa non fa il nome) racconta  alla Corte d’Assise  che la direzione centrale contava di reclutare Mohammed  Merah “un mese prima che egli passasse all’azione  nel marzo 2012”.

http://www.7sur7.be/7s7/fr/1505/Monde/article/detail/3284051/2017/10/16/Le-renseignement-francais-pensait-recruter-Merah-un-mois-avant-qu-il-ne-passe-a-l-action.dhtml

Ah, Mohamed Merah, stranissimo giovane di origine tunisina, francese. Gli vengono attribuiti omicidi in qualche  modo contraddittori: l’11 marzo 2012  a Tolosa, quello di un parà francese con faccia araba, Imad Ibn Ziaten,  e tre giorni dopo di altri due soldati con la faccia maghrebina, Abel Chennouf e Mohamed Legouad, a Montauban.

I tre omicidi sono di tal genere, che a tutta prima si sospetta di un delitto neo-nazista con movente razzista anti-arabo.

Il 19, invece, un uomo fa fuoco nella scuola ebraica di Tolosa “ Ozar Hatorah”  e ammazza il rabbino e direttore Jonathan Sandler, i suoi due  bambini, Gabriel di 3 e Aryeh di 6 anni, Myriam Monsonégo la figlia di 8 anni del preside della scuola, finendola freddamente a bruciapelo con un colpo alla tempia.  Ferisce gravemente anche  uno studente di 15 anni.

Sembrano due  crimini di odio razziale ma di  segno  rovesciato: sembrano quasi uno la ritorsione per l’altro. Unaregolamento di conti tra servizi(francesi contro israeliani?).    Roba da gelidi professionisti, del mestiere.

Possibile che li abbia commessi la stessa persona? Ma sì, la “prova” è che l’assassino ha usato la stessa arma per i tre militari di faccia araba e per la  bambina ebrea di  8 anni, una pistola di calibro .45 ACP  (per le altre sue vittime aveva usato una cal. 9).

La faccio breve: l’identificato, Mohamed Merah,  23 anni,  jihadista,  viene braccato. Asserragliato in un appartamento di Tolosa, dopo ore di  trattative e telefonate (parlerà anche alla tv ebraica BFMTV),   lo uccide con un colpo alla testa  un cecchino della  Polizia.

Mohammed Merah sui media.

Il quotidiano italiano (ebraico-neocon ) Il Foglio  scrive e scopre – probabilmente dai servizi israeliani –   che “Merah, lo stragista di Al Qaeda, era un’operazione dell’intelligence francese finita male”.  Salta fuori anche un video-testamento del giovane:  “Sono innocente. Ho scoperto che il mio miglior amico Zouheir lavora per i servizi segreti francesi”. Zouheir, scrive il quotidiano Le Monde, fece anche parte della squadra di negoziatori che cercò di convincere Merah alla resa durante l’assedio all’appartamento. “Mi hai mandato in Iraq, Pakistan e Siria per aiutare i musulmani. E ora ti riveli essere un criminale e un capitano dei servizi francesi. Non lo avrei mai creduto”…

Adesso apprendiamo dalla deposizione giudiziaria del capo dei  servizi a Tolosa, che “dopo un viaggio di Mohamed Merah in Pakistan fra agosto e ottobre 2011, la Direction Centrale du Reinseignement Interieur  (DCRI) . Ma che inrealtà i servizi lo conoscevano bene dal  2006, quando era ancora un ragazzino, già lo avevano schedato  insieme a suo fratello Abdelkadher, apparentemente “dopo un viaggio in Egitto per imparare l’arabo”.  Che  nel 2010 i servizi segreti lo interrogano dopo il ritorno da un viaggio in Pakistan perché sospettato di aver ricevuto addestramento militare.  Che nello stesso  2010, a novembre,  Merah è arrestato dalla  polizia afghana a Kandahar; che viene sottoposto a “debriefing da due specialisti francesi”. I quali “hanno giudicato che, dato il suo carattere curioso e viaggiatore,  lo si poteva orientare verso un reclutamento”.

Un rapporto dei servizi risalente al 21 febbraio 2012, un mese prima del primo omicidio presunto di Merah, recita: “Mohamed Merah ha spirito aperto e astuto. Non ha alcuna relazione con una rete terrorista, ha un profilo viaggiatore”.  Verificarne l’affidabilità, concludeva il rapporto. “E’ un approccio di reclutamento”,  ha  spiegato il teste ex dei servizi di Tolosa.

Di  più: sembra l’accurata formazione e preparazione di un agente  professionale, a cui si  impartiscono competenze linguistiche e militari,  da avviare alla carriera di infiltrato. Sappiamo anche che Merah ha cercato di arruolarsi nell’esercito francese nel 2008, e poi nella Legione Straniera, respinto per i suoi precedenti penali.  Povero, tragico patriota  Merah, usato e distrutto come jihadista  perché bisognava addossargli delitti le cui vere ragioni sono inconfessabili.

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Usa, tutti contro Trump. Obama e Bush parlano a poche ore di distanza. E tra i Repubblicani parte la diaspora

Non era mai successo. Due ex-presidenti, due uomini molto diversi, di diversa appartenenza politiche, che a distanza di poche ore attaccano il presidente degli Stati Uniti in carica, accusandolo di essere prodotto e strumento di un imbarbarimento senza precedenti della società americana. Non era mai successo, ma è successo ora. Barack Obama e George W. Bush hanno parlato – con preoccupazione, sconcerto, ansia – dello stato attuale delle cose americane. E, senza mai citarlo, hanno preso di mira il loro successore: Donald J. Trump.

Barack Obama ha parlato a un paio di comizi a sostegno dei candidati democratici a governatore di New Jersey e Virginia. Ha difeso la riforma sanitaria (che Trump vuole cancellare) e poi, in un discorso a Newark, ha spiegato che c’è gente “che guarda a 50 anni fa. Ma siamo nel 21esimo secolo, non nel 19esimo”. Il riferimento allo slogan di Trump in campagna elettorale, “Make America Great Again”, è parso chiaro a tutti. Come è parso chiaro anche l’appello che Obama ha fatto perché la gente voti. “Nessuna elezione è garantita. E sapete di cosa parlo”, ha detto Obama, in un altro ovvio riferimento alla sconfitta inattesa di Hillary Clinton alle presidenziali 2016.

Molto più diretto, per certi versi più angosciato e polemico, è parso George W. Bush. Nel corso di un incontro a New York, sponsorizzato dal centro che porta il suo nome, Bush ha lanciato un appello preoccupato sullo stato della democrazia in America. Il sistema politico è corrotto da teorie cospirative e totali montature”, ha detto Bush, secondo cui il nazionalismo “è stato distorto in una forma di nativismo”. Di più, ha aggiunto: il discorso politico è continuamente viziato “da una forma di crudeltà casuale… il bullismo e il pregiudizio nella nostra vita pubblica fissano il tono della nazione e lasciano spazio alla crudeltà e al fanatismo”.

Proprio in tema di fanatismo, durissimo è stato anche l’attacco del vecchio presidente alle forze della destra radicale e neo-nazista che hanno approfittato dell’elezione di Donald Trump per farsi largo nel dibattito pubblico. “Il bigottismo o il suprematismo bianco in qualsiasi forma sono una cosa blasfema rispetto al credo americano”, ha spiegato Bush, che per mostrare ancor più la sua distanza dalle politiche dell’attuale amministrazione ha iniziato il suo discorso – significativamente intitolato “The Spirit of Liberty” – parlando in inglese e in spagnolo, e notando che tra il pubblico c’erano rifugiati da Afghanistan, Cina, Corea del Nord e Venezuela, simboli del “dinamismo dimenticato che l’immigrazione ha sempre portato all’America”.

Anche Bush, come Obama, non ha mai citato l’attuale presidente. Non ce n’era comunque bisogno. Ogni riga del suo discorso – dai riferimenti all’immigrazione all’esaltazione del libero mercato – sono apparsi un attacco a Trump. La cosa ha creato una notevole impressione – in sala e nella politica americana. A differenza di Obama (che aveva già parlato contro Trump in altre occasioni, in tema di immigrazione, sanità, disimpegno dagli accordi di Parigi), George W. Bush si è sempre mantenuto lontano dalla cronaca politica. Non è mai intervenuto su nessuna delle decisioni prese dal suo successore Obama. Non è mai davvero intervenuto nemmeno nei giorni più caldi dello scontro tra il fratello Jeb e Trump, durante le primarie repubblicane. Le sue parole, oggi, appaiono quindi particolarmente pesanti.

La convergenza (critica) dei due vecchi presidenti invita comunque a qualche riflessione. Nel caso di Obama, la chiave di interpretazione è più semplice. L’ex-presidente resta una figura estremamente popolare nella galassia politica democratica. E’ l’unico che, al momento, riesca a unificare il partito, le sue correnti, i suoi gruppi etnici e sociali. Magari i settori più radicali, quelli che fanno capo a Bernie Sanders, non lo amano; ma comunque lo rispettano. E quando si tratta di far campagna elettorale, il nome di Barack Obama funziona sempre. In vista delle presidenziali 2020 ci saranno sicuramente altri capaci di trovare consensi e sostegno: lo stesso Bernie Sanders, e Joe Biden, Elizabeth Warren, Cory Booker. Al momento, Barack Obama è però l’unica voce – in un partito democratico drammaticamente privo di volti nuovi – capace di raccogliere opposizione e indignazione nei confronti di Trump – e in grado di indirizzarla politicamente.

Più complesso è invece il discorso per quanto attiene ai repubblicani. Le parole anti-Trump di Bush arrivano a poche ore da un intervento simile di John McCain. Il vecchio senatore dell’Arizona, minato da un tumore al cervello, nemico ormai storico di Trump, ha ricevuto alcuni giorni fa la “medaglia della libertà” del National Constitution Center. Nel discorso di ringraziamento ha messo però in guardia contro il “nazionalismo pretestuoso” che sta prendendo piede negli Stati Uniti, denunciando anche il fatto che il Paese sta abbandonando il ruolo di leadership esercitata nel mondo a partire dalla seconda guerra mondiale. Un vuoto che il vecchio senatore, prigioniero di guerra in Vietnam, ha definito “non-patriottico”.

C’è quindi sicuramente, nella reazione di vecchi leader del G.O.P. come Bush e McCain, il senso di frustrazione e spaesamento che l’elezione di Trump porta con sé – con la fine del vecchio mondo e delle certezze di cui il partito repubblicano liberista, pro-business, a favore del libero commercio, di una politica interventista e atlantica, si è per anni alimentato. Ma c’è qualcosa di più. Nelle parole di Bush, come in quelle di McCain, c’è probabilmente il timore che la stella di Trump possa non essere temporanea, che la sua elezione a presidente non sia un intoppo della Storia ma un elemento strutturale, che porti con sé la disgregazione delle vecchie élites, dei consolidati equilibri di potere, delle strategie politiche interne e internazionali su cui i repubblicani (ma in fondo anche molti democratici) si sono fondati per decenni.

Ci sono, da questo punto di vista, alcuni segnali che preoccupano la vecchia élite repubblicana. Per esempio, l’abbandono di una serie di deputati e senatori che in questi anni hanno appoggiato le leadership di Camera e Senato, quindi di Paul Ryan e Mitch McConnell. Alla Camera sono dati per partenti deputati come Pat Tiberi, Dave Trott, Charlie Dent (tutta gente molto vicina a Ryan). Al Senato se ne va sicuramente Bob Corker, e anche McCain lascerà con ogni probabilità il posto. La giustificazione ufficiale per gli addii è spesso di carattere personale. In realtà, sono le difficoltà del partito, le scarsissime realizzazioni legislative di questi mesi, l’impossibilità di fissare una strategia comune con la Casa Bianca, a far abbandonare il proprio posto a Washington.

Mentre pezzi importanti dell’establishment repubblicano lasciano, forze e uomini finora costretti ai margini cercano di emergere. In Alabama il giudice ultra-conservatore Roy Moore ha conquistato la candidatura repubblicana al Senato contro l’uomo appoggiato dall’establisment di Washington, Luther Strange. Moore ha goduto dell’appoggio incondizionato di Steven Bannon, l’ex capo stratega della Casa Bianca, che sta lavorando per il trionfo di altri candidati fortemente nazionalisti e conservatori – per esempio Chris McDaniel in Mississippi e Mark Green in Tennessee – grazie anche alle donazioni del miliardario degli hedge fund Robert Mercer. Il disegno di Bannon è piuttosto chiaro: concludere quella virata a destra del partito, iniziata con l’esplosione del Tea Party nel 2010 e continuata con l’elezione di Trump alla presidenza.

In questo quadro, discorsi come quelli di Bush e McCain sono al tempo stesso il segno di un forte disagio verso il possibile nuovo corso nazionalista e populista del partito repubblicano e il tentativo disperato di riprendere in mano le redini di quello stesso partito. Ci sono, da questo punto di vista, segnali incoraggianti per la vecchia leadership. I numeri di Trump paiono infatti disastrosi – i peggiori mai rilevati per un presidente degli Stati Uniti. Soltanto il 36 per cento degli americani approva la sua gestione degli affari (sondaggio Quinnipiac del 27 settembre). Se le primarie repubblicane (che ci saranno nel 2020) si tenessero oggi, Trump non sarebbe nemmeno sicuro di imporsi in New Hampshire (soltanto il 45 per cento degli elettori repubblicani dello Stato lo rivorrebbe candidato). Sanità e immigrazione sono emblemi di fallimenti legislativi di cui non si individua la fine.

Sfidare apertamente Trump, dall’interno del partito repubblicano, sperare in una sua débacle nel 2020, mostrarne la non riconciliabile distanza da valori, storia, uomini della tradizione conservatrice – insomma, quello che ha fatto Bush – potrebbe dunque essere l’ultimo, disperato tentativo del partito di bloccare la marea montante del trumpismo e dei suoi figli e alleati.

Autore: Roberto Festa Il Fatto Quotidiano