Folco Quilici, l’avventurosa vitalità di un occhio cinematografico che non si fermava mai


Author: Davide Turrini Il Fatto Quotidiano

“Per far sognare devi educare la curiosità”. Se ci fosse un aggettivo per connotare l’anima di Folco Quilici, morto sabato 24 febbraio all’età di 87 anni, sarebbe “instancabile”. Il documentarista ferrarese che visse il fascismo fin dentro casa – il papà Nello morì sull’aereo in cui perì sinistramente Italo Balbo e il piccolo Folco ricevette le condoglianze di Michelangelo Antonioni -, iniziò ininterrottamente a lavorare alla forma documentaria nel cinema fin da metà degli anni cinquanta. Proprio quando l’affermazione del concetto di cinéma-verité in Francia con Jean Rouch, e l’annessa pratica della caméra-stylo teorizzata da Astruc, divenne un nuovo dogma naturalistico e stilistico. Quilici, infatti, si gettò capofitto dentro agli oceani.

La sua prova, pardon, del fuoco fu proprio l’idea di lavorare alle riprese sottomarine di Sesto Continente nel 1954. “Un silenzio dell’altro mondo”, spiegava la voce narrante nei primi minuti di quel documentario girato nel Mar Rosso in cui si potevano vedere anche tante cose dell’altro mondo: relitti di navi affondate, flora e fauna marina, pesci di ogni genere e colore. Anche perché Sesto Continente fu il primo documentario subacqueo della storia del cinema girato a colori. Nel film c’era anche una caccia alla squalo che per tecnica e dettagli ricorda, trent’anni prima, le peripezie e i marchingegni de Lo Squalo di Spielberg.

Più che storia del cinema, era costruzione di un’epica naturalistica quella di Quilici. L’avventurosa vitalità di un occhio cinematografico che non si ferma mai davanti ai più incredibili viaggi sul pianeta terra. Già, perché dal ’54 in avanti, ed almeno fino ai primi anni ottanta, prima ovviamente solo per il cinema, poi con l’avvento della tv anche in esclusiva diretta per il piccolo schermo, Quilici iniziò ad esplorare tanti mari (pochissimi monti) sempre con quell’entusiasmo fanciullesco e quella spinta esplorativa degna di un marinaio. Ti-Koyo e il suo pescecane nel 1961 (con la sceneggiatura di Italo Calvino) e di Oceano (1971) entrambi documentari per il cinema, entrambi girati tra Polinesia ed Oceano Pacifico. Un occhio alle date, però. Perché negli anni sessanta questo “genere” tendente all’esotico e alla ripresa di animali e scenari naturali perlopiù sconosciuti (giova ricordarlo, niente internet ma anche rarissimi contatti concreti via tv con il resto del mondo) era da grande pubblico.

Tutto il filone “mockumentary” di Jacopetti e Prosperi (vedi: Mondo cane e Africa addio) fu da primi posti al box office senza che oggi ne sia rimasta traccia alcuna. Quilici, comunque, sembrò privilegiare fin da subito un approccio iperpresente dentro l’ambiente esplorato. Nell’acqua degli oceani fu il Jacques Cousteau italiano (a dire il vero Sesto continente arrivò due anni prima di The silent world dell’esploratore francese). E se Cousteau (criticato da Quilici per il suo egocentrismo) si dovette poi avventurare anche in un oceano di critiche (vedi l’imponente caccia alla squali del documentario del 1956), Quilici evitò provocazioni e spunti estremi, rimanendo un arrembante ma mai esacerbato scotennatore del reale. Cousteau produceva i suoi film con i mezzi illimitati messi a disposizione dalla marina francese; Quilici si arrangiava con mezzi di fortuna e spesso finiva anche per raccogliere gli aiuti di grandi produttori (si veda Goffredo Lombardo della Titanus per Ti-Kyoto…).

In questo lo spirito divulgativo di molti lavori anni settanta per la tv gli venne in aiuto e lo portò ad una distanza contemplativa molto più rispettosa della natura osservata. Tanto che la cinecamera di Quilici finì addirittura in cielo, sugli elicotteri a riprendere L’Italia vista dal cielo, un monumentale affresco delle bellezze italiane a diverse centinaia di metri dal suolo. Il programma Geo&Geo, oggi diventato contenitore anche di ricette culinarie, nacque grazie a Quilici nel 1980 e divenne l’emblema di una rappresentazione di mondi, natura e animali ancora soggetti inesplorati ma impetuosamente vivi. Fateci comunque caso: nei manuali di storia del cinema Quilici non appare praticamente mai. Anche se si sfogliano blasonate pubblicazioni sul genere documentario, il regista ferrarese, che si immerse nel mare per fare alcune foto quando era adolescente e praticamente ne riemerse da 70enne, non trova spazio. Altro che il “re del documentario”.

L’ultimo colpo di coda firmato da Quilici nel 2015 fu, tra l’altro, un film apprezzato da associazioni vicine al mondo degli animali. Animali nella grande guerra, distribuito dall’Istituto Luce. Muli, cavalli, cani, piccioni viaggiatori (che a dire il vero se ne vedono pochini e soprattutto in foto), fu un ultimo anelito di quella sorpresa, di quella meraviglia dell’ignoto non raccontato e non raccontabile, che Quilici provò ulteriormente a filmare. Quando non molti anni fa venne intervistato dal quotidiano Repubblica, spiegò cosa avesse significato il suo pioneristico sguardo sulla natura e sugli animali. Ricordo corrotto irrimediabilmente dalla “decadenza” attuale della forma documentaria, ibridata con le inchieste giornalistiche, infilzata dall’obbligo dello scandalo o della testimonianza storico-politica, non più traccia improvvisamente visibile di mondi invisibili.  “Mi sono immerso in un mare infestato di squali (…) esclusivamente per dare un’emozione a chi quelle cose le ha sempre sognate senza averle mai viste. Parlo degli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi ci interessa meno il meraviglioso, l’inedito, l’irraggiungibile. Pretendiamo però di salvare il pianeta. Comodamente seduti in poltrona”.

Milano, teatrino di Liberi e Uguali: provocano CasaPound, poi si inventano l’aggressione

Milano, 24 feb – Scene di ordinaria schizofrenia questa mattina al mercato di Pioltello, in provincia di Milano, dove fra i vari banchetti elettorali erano presenti anche quelli di CasaPound Italia e Liberi e Uguali, entrambi impegnati nella campagna verso il voto del prossimo 4 marzo.

La mattinata sembrava scorrere tranquilla fino a quando un esponente del partito di Grasso si è presentato davanti alla postazione di Cpi. Ne è nata una breve (e, riferiscono i presenti, assolutamente tranquilla) discussione al termine però della quale, mentre un militante di CasaPound stava estraendo il cellulare, il giovane di Liberi e Uguali ha tentato di sottrarglielo, ricevendo per tutta risposta un gesto della mano da parte del primo per allontanarlo.

Il militante di LeU è così corso immediatamente dai Carabinieri ai quali, con la manforte della senatrice ex Pd (e candidata con Liberi e Uguali) Lorenza Ricchiuti, ha raccontato di aver ricevuto un pugno nello stomaco. Senza sentire alcuna altra versione se non quella del presunto “aggredito” (!), spalleggiato dalla senatrice – peraltro presente al banchetto del suo partito ma non al momento del “battibecco” – i Carabinieri hanno così prelevato il militante della tartaruga frecciata, per portarlo in caserma, identificarlo e raccogliere la sua ricostruzione dell’accaduto. Una prassi non comune, tanto più che, a parte la testimonianza della presunta “vittima”, non risultavano altre evidenze dell’accaduto.

La sezione milanese di CasaPound, in una nota, contrattacca: “Abbiamo denunciato un militante di Leu per tentata rapina e per calunnia, dopo che prima ha cercato di strappare il cellulare dalle mani di un nostro giovane dirigente e poi lo ha denunciato ai carabinieri dicendo di essere stato malmenato”. Denuncia cui potrebbe seguire anche quella verso la candidata di Liberi e Uguali: “Se, come sembra allo stato attuale, dovesse emergere che la versione di questo prode è stata confermata davanti ai carabinieri anche dalla senatrice Lucrezia Ricchiuti, denunceremo per calunnia anche lei. Non c’è ruolo istituzionale che possa far passare impunito l’uso sistematico della menzogna per fomentare l’odio e criminalizzare l’avversario”.

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Author: Il Primato Nazionale

B. come Basta! Dal 24 febbraio il nuovo libro di Travaglio: “Tutti i fatti e misfatti di Berlusconi. Chi lo conosce lo evita”


Author: F. Q. Il Fatto Quotidiano

Silvio è tornato. E tanti si sono dimenticati chi è. Il 24 febbraio esce nelle edicole e poi nelle librerie il nuovo libro di Marco Travaglio: B. come basta! (ed. Paperfirst, pp, 389, 14 euro), sottotitolo: “Fatti e misfatti, disastri e bugie, leggi vergogna e delitti (senza castighi) dell’ometto di Stato che vuole ricomprarsi l’Italia per la quarta volta”. Un libro per rinfrescare la memoria ed evitare di ricascarci

Qui anticipiamo alcuni stralci dal capitolo “Quando c’era Lui”

Elezioni, Adinolfi vs La7: “A Mentana e Salerno dico che c’è la legge della par condicio e non ci avete dato un secondo”


Author: Gisella Ruccia Il Fatto Quotidiano

Parapiglia verbale a Coffee Break (La7) tra Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, e il conduttore della trasmissione, Andrea Pancani. L’ex deputato Pd accusa La7 di non aver dato spazio mediatico al Family Day e menziona alcuni talk show politici della rete di Cairo, come Otto e Mezzo, L’Aria che tira e Dimartedì. E aggiunge: “Lo dico ai direttori Andrea Salerno ed Enrico Mentana. Sappiano che esiste una legge, che si chiama par condicio“. “Ma tu sei qui oggi, a dimostrazione che non è vero quello che dici”, replica Pancani. “Non dimostra niente” – ribatte Adinolfi – “perché 1000 a 1 non è la dimostrazione. Con grande simpatia e da giornalista dico che una legge è una legge e un direttore di rete e un direttore di tg alla legge devono stare un po’ attenti”. “Anche oggi l’Authority ha detto che La7 è assolutamente corretta”, precisa il conduttore. “Ah, è corretta? Ma l’avete letta la legge o parlate così per dovere d’ufficio?”, ribadisce Adinolfi. “L’abbiamo letta. C’è un garante e tu puoi andare a sentirlo direttamente”, risponde Pancani. Anche nei minuti successivi il leader del PdF ribadisce l’oscuramento passato delle iniziative del suo movimento. Poi ha un battibecco con Annamaria Barbato Ricci di +Europa, che diverge sulla posizione anti-abortista di Adinolfi: “Sono sempre inquieta quando sento questa storia delle leggi contro l’aborto. E’ una questione sancita da una legge nel 1978″. “La legge può essere abrogata, signora”, ribatte Adinolfi