Terni, uomo morso dal ragno violino (o reclusa): “Sono vivo per miracolo”


Author: F. Q. Il Fatto Quotidiano

Si chiama ragno eremita. O ragno violino. O reclusa. E’ uno dei pochi aracnidi velenosi che vive in Italia. E ha fatto passare a un 59enne di Terni giornate terribili: “Ho visto la morte in faccia – ha raccontato l’uomo al Messaggero -. Sono vivo per miracolo. Quando sono arrivato all’ospedale di Terni non parlavo più e la funzionalità di alcuni organi era ormai compromessa. Se l’ho raccontata lo devo alla professionalità dell’equipe medica del reparto di malattie infettive guidato dalla professoressa Daniela Francisci”.

L’uomo è stato morso nel giardino di casa e da lì e iniziata la sua odissea: braccio sinistro gonfio dopo qualche giorno dal morso, febbre, aggravamento delle condizioni fino al mal funzionamento dei reni e alla necrosi dell’arto. Un ragno così pericoloso, la reclusa, che è diventato un’arma nel nuovo romanzo di Fred Vargas (Il morso della reclusa, uscito da poco in Italia): “E’ pericolosa?”, chiede il commissario Adamsberg, protagonista dei romanzi della scrittrice francese, a una signora misteriosa che si interessa di ragni. “Soprattutto se aspetti giorni e giorni – risponde lei – E la gente non se ne intende. Non sa che se spunta una vescica è perché li ha morsi la reclusa. Che è meglio andare dal dottore“. E nel caso del libro della Vargas, non tutti riescono a reagire con tempismo all’azione di questa arma letale. Cosa che per fortuna è invece riuscito a fare il 59enne di Terni.

NON È AMERICA CONTRO ASSAD, È AMERICA CONTRO IRAN

Author: Davide Come Don Chisciotte – Controinformazione – Informazione alternativa

DI TIM BLACK

spiked-online.com

Se c’è un qualcosa che possa essere indicativo su quanto siano stati superficiali e provocatori gli attacchi aerei contro la Siria, questo è il rifiuto quasi disperato degli Stati Uniti e dei suoi alleati ad assumersi la responsabilità per le conseguenze, intenzionali o meno, degli attacchi.

Ci è stato detto che si è trattato di una missione mirata, auto-sufficiente, e che i suoi obiettivi sono stati completamente soddisfatti. Jim Mattis, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, ha definito gli attacchi “isolati” e niente più di questo. Fatto ancor più rivelatore, Boris Johnson, Segretario agli Esteri del Regno Unito, ha affermato che gli attacchi erano limitati a prevenire che il “tabù” delle armi chimiche fosse intaccato, affermando che “la guerra siriana andrà avanti come prima”.

In altre parole, si è trattato di un intervento nel conflitto siriano che però non intendeva avere alcun effetto sul conflitto stesso. Ovvero un attacco ad una delle sue parti – quella del Presidente siriano Bashar al-Assad – ma senza alcuna conseguenza sulla guerra in corso. Un intervento, in altre parole, più simbolico che strategico.

Ma allora il punto della questione è proprio il suo simbolismo. Si è trattato, come Brendan O’Neill ha spiegato a “Spiked on-line”, di un atto nato da mero narcisismo, in cui il conflitto siriano aveva la funzione di uno specchio, dove i leaders e le cheerleaders occidentali potevano scorgere, per quanto fugacemente, un’immagine di autorità morale.
In un certo senso il Presidente Trump è stato coerente non solo nel narcisismo che l’ha accompagnato per tutta la vita, ma anche nella presentazione di quest’intervento, di cui non osa finanche pronunciare il nome, poiché non ha alcun apparente interesse ad un intervento di lungo termine in Siria. Basti pensare che aveva condotto la sua campagna elettorale denunciando espressamente il coinvolgimento degli Stati Uniti in tante avventure oltreoceano – e specialmente nel grande imbroglio mediorientale.

Per quanto potesse sembrare preoccupato, in realtà l’unico motivo che aveva per coinvolgere gli Stati Uniti nel conflitto siriano era quello di sconfiggere l’ISIS. Una missione che Sarah Huckabee Sanders, addetto stampa della Casa Bianca, riteneva che “fosse avviata verso una rapida fine, con l’ISIS quasi completamente distrutto”.

E così, mentre Trump si crogiolava felice nella calda luce delle fabbriche siriane in fiamme, restava al contempo irremovibile sul fatto che le forze statunitensi (compresi i 2.000 soldati) dovessero presto essere ritirate dalla Siria. Un qualcosa che aveva già detto pochi giorni prima dell’attacco e che Bob Corker, Presidente della “Commissione per le Relazioni Estere” del Senato, avrebbe confermato in seguito. “Trump è fortemente impegnato ad uscire il più presto possibile dalla Siria ..… non vedo niente che possa fargli cambiare questa decisione”.

Eppure, quest’intervento che non è stato un intervento, quest’attacco portato per prefigurare un ritiro, è incoerente sì ma non in modo accidentale. E’ proprio il tipico approccio americano (e occidentale) al Medio Oriente ad essere sistematicamente incoerente. Mette assieme la paura di coinvolgere gli Stati Uniti e i loro alleati in “un altro Iraq/Afghanistan/Libia etc.”, con il desiderio di essere visti come se stessero facendo qualcosa. Parte di questa incoerenza è comunque dovuta al ricambio delle Amministrazioni.

Nel 2011, quando la “Primavera Araba” sembrava ancora annunciare un futuro migliore e più democratico per il Medio Oriente, Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, intravvide la possibilità di assumere un po’ di atteggiamenti auto-esaltanti e chiese la rimozione di Assad, affermando che gli Stati Uniti non lo riconoscevano più come leader legittimo della Siria. Gli Stati Uniti appoggiarono di conseguenza diversi gruppi di ribelli, sotto l’egida del “Free Syrian Army”, con l’obiettivo di un cambio di regime.

Dopo sette anni e dopo vari e costosi tentativi di trovare, finanziare e armare i becchini di Assad; dopo l’intervento militare della Russia (2015) a sostegno del Presidente siriano e della stabilità regionale, l’obiettivo americano in Siria è completamente cambiato. Ora gli Stati Uniti vogliono solo eliminare l’ISIS, il gruppo islamista che l’intervento occidentale ha notevolmente contribuito a creare, sia direttamente (attraverso il finanziamento e il sostegno ai gruppi islamici anti-Assad) che indirettamente (attraverso la distruzione dello stato iracheno).

Ma l’incoerenza di fondo va ben al di là dei mutevoli obiettivi che sono stati alla base del settennale intervento in Siria. Riguarda l’approccio destabilizzante dell’America, e quindi dell’Occidente, al Medio Oriente nel suo complesso.

Perché, mentre Trump potrebbe twittare la sua determinazione a liberare gli Stati Uniti da un’altra inutile e interminabile avventura, un altro lui, insieme a John Bolton (Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti) e a Mike Pompeo (Segretario di Stato), potrebbe volersi confrontare con ciò che i tre percepiscono come il potere regionale che supporta il despota: l’Iran.

Questo è il loro animus, il loro asse del male condensato in un unico punto centrale. Vogliono uscire dal conflitto in Siria, ma vogliono allo stesso tempo continuare a combattere l’Iran in quello stesso Paese. Ecco perché l’approccio di Trump è così incoerente. Vuole le sue truppe fuori dalla Siria, ma deve combattere l’Iran in quello stesso Paese.
E nel farlo, ovviamente, lui e il suo ultimo gruppo di consulenti si troveranno felicemente di fronte allo spettro più grande che si profila dietro al suo alleato (l’Iraq). Lo spettro che continua a perseguitare l’immaginazione disorientata della classe politica occidentale: la Russia.

Pertanto, gli Stati Uniti non si ritireranno dalla Siria. Non lasceranno mai che il conflitto si svolga secondo la sua dura ma immanente logica politica e militare, ovvero che tutto “proceda come prima”, come ha sostenuto Boris Johnson. Una situazione che potrebbe effettivamente portare ad una soluzione come quella voluta dai siriani.

Al contrario, Trump sta sostenendo (e lavorando) con i suoi alleati regionali per continuare ad intervenire in Siria, non nell’interesse dei siriani, ma nell’ambito dello scontro con l’Iran – che ha approfittato del collasso dello stato siriano per mettere “profonde radici” in quel paese e che dispone di milizie comprendenti decine di migliaia di combattenti.
E’ questa la storia decisamente più grande posta dietro all’alleato degli Stati Uniti (Israele), alla sua intensa battaglia contro le forze iraniane in Siria, all’abbattimento del drone iraniano a febbraio ed alla risposta delle batterie antiaeree siriane che hanno abbattuto un F-16 israeliano.
Questo mese, ad esempio e come riporta il Wall Street Journal, Israele ha lanciato attacchi aerei contro un sistema di difesa aerea portato in Siria dall’Iran, con il “tacito supporto” dall’Amministrazione Trump.

E non è solo con Israele che gli Stati Uniti stanno lavorando nel conflitto con l’Iran. Insieme alla Gran Bretagna, l’altro alleato-chiave degli Stati Uniti è l’Arabia Saudita, un regno che Trump e la sua famiglia hanno confortato e difeso, al quale ha concesso armi e sostegno militare anche quando deponeva un leader libanese regolarmente eletto e continuava ad uccidere migliaia di civili nello Yemen, trattando gli Stati del Golfo come se fossero dei Paesi subordinati – come il Qatar ha scoperto l’anno scorso quando l’Arabia Saudita ha tagliato i suoi contatti con il mondo esterno.

Ma, invece di calmare le tensioni regionali, gli Stati Uniti di Trump sembrano intenzionati ad intensificarle, a lanciare nel combattimento contro l’Iran i propri delegati regionali, con i Saud in primo piano. Così, all’inizio di aprile, la Casa Bianca ha annunciato che Trump aveva contattato il re saudita Salman, per “discutere degli sforzi congiunti per assicurare la duratura sconfitta dell’ISIS e contrastare gli sforzi iraniani volti a sfruttare il conflitto siriano per perseguire le sue destabilizzanti ambizioni regionali”. A quanto pare, lo scontro di un fuoco destabilizzante contro un altro fuoco a sua volta destabilizzante.

E mentre i siti bombardati dagli Stati Uniti in Siria stavano ancora fumando e Trump stava ancora parlando della fuoriuscita dei “nostri ragazzi” dalla Siria, Bolton e Pompeo stavano tentando al contempo di costituire una coalizione di forze militari, guidata dall’Arabia Saudita, in sostituzione dei “nostri ragazzi” in Siria, dando così continuità all’intervento occidentale, ma in forma araba.

Ma come è possibile regolare le animosità regionali giocando sugli interessi in conflitto fra loro, portando allo stesso tempo la tanto necessaria stabilità, per non dire la pace, in Siria? Spingendo gli altri poteri regionali ad intensificare un conflitto in cui sono già coinvolti, a volte in opposizione l’uno con l’altro, gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali stanno rimestando in un piatto già di per sé bollente. Stanno mischiando ulteriori milizie e ulteriori eserciti (per procura) con la Russia, la Turchia e la vasta gamma dei potenti assets militari iraniani, da Hezbollah ad Hamas.

E, giusto per aumentare le tensioni, Trump sembra fermamente deciso ad abbandonare l’accordo nucleare con l’Iran, un obbiettivo di cui ha parlato e su cui sta lavorando da quando è diventato Presidente. E tutto questo perché? Perché il Team Trump è così entusiasta di confrontarsi piuttosto che di negoziare con un Iran che stava diventando sempre più morbido?

Perché, ancora una volta, tutto questo serve a verniciare di autorità morale l’ennesimo leader occidentale, a fornire ad un Presidente particolarmente narcisista l’immagine del leader forte che affronta il cattivo di turno, esattamente dove il suo debole predecessore non poteva che inchinarsi e negoziare.
Dà inoltre a quella parte dell’establishment americano che si occupa di politica estera un nemico da combattere, per di più sostenuto dall’avversario dei suoi sogni di Guerra Fredda.

E così si continua con gli interventi, l’ingerenza e la destabilizzazione. Non in modo militarmente diretto (anche se, come abbiamo visto in questo mese, anche questo è accaduto), ma nella forma di una politica attuata per procura, ovvero appoggiando ed armando le forze regionali, minacciando al contempo l’Iran di nuove sanzioni post-nucleari.

Per quanto riguarda i discorsi sulla protezione della popolazione siriana dagli eccessi chimici di Assad, gli Stati Uniti ed i loro alleati stanno trattando la Siria come se fosse poco più di un danno collaterale in un conflitto che potrebbe inghiottire l’intera regione. L’ISIS potrebbe già essere in ritirata, ma la pace e la stabilità sembrano ancora molto lontane, come sempre.

Tim Black

Fonte: http://www.spiked-online.com/

Link: http://www.spiked-online.com/newsite/article/timsyria/21321#.Wt9ldsiFPIU

24.04.2018

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da FRANCO

Vertice Coree, Kim Jong-un sarà 1° leader del Nord a raggiungere il Sud dalla fine della guerra. ‘Prepara summit con Trump’


Author: Alessandra Colarizi Il Fatto Quotidiano

A meno di 24 ore dall’attesissimo vertice intercoreano, sulla stampa internazionale emergono i primi dettagli. E’ il capo dello staff dell’ufficio presidenziale sudcoreano, Im Jong Seok, a fornire alcune informazioni chiave sui preparativi in corso. Come preventivato, alle 9.30 ora locale (le 2.30 in Italia) Kim Jong-un attraverserà a piedi la linea di demarcazione tra le due Coree all’interno della zona demilitarizzata, diventando il primo leader nordcoreano a raggiungere il Sud dalla fine della guerra 65 anni fa – entrambi i precedenti vertici (del 2000 e 2007) si sono tenuti a Pyongyang nella più totale segretezza, lontano dai flash della stampa estera.

Secondo le indiscrezioni, il leader nordcoreano stringerà la mano del presidente sudcoreano Moon Jae-in proprio sulla linea gialla che divide le due Coree. Da lì, i due saranno scortati dalle guardie d’onore sudcoreane per prendere parte a una cerimonia di benvenuto nel “villaggio della pace” di Panmunjom. I colloqui a porte chiuse si terranno alle 10.30 ora locale nella Casa della pace, a centotrenta metri dalla linea di confine. Non lontano dall’edificio in cui nel 1953 fu siglato l’armistizio che ha posto fine alla guerra, seppur in assenza di un formale accordo di pace.

Le immagini della sala del summit diffuse nelle scorse ore mostrano un tavolo con quattordici sedie, sette per lato, e di forma ovale – non rettangolare – a “rappresentare la distanza che si accorcia” tra i due Paesi. La sessione del mattino sarà sospesa per il pranzo, che le due parti consumeranno separatamente sui rispettivi lati del confine. Al pasto farà seguito una cerimonia che vedrà Moon e Kim piantare un albero lungo la linea di demarcazione, vicino alla strada che il fondatore del gruppo Hyundai, Chung Ju Yung, percorse alla fine degli anni ’90, quando guidò camion carichi di mucche verso il Nord in segno di riconciliazione. I nomi dei due leader saranno incisi su una pietra di fronte all’albero, accompagnati dalla frase “piantare pace e prosperità”.

Nel pomeriggio è previsto il secondo round di colloqui, al termine del quale verrà servita la cena (18.30), questa volta alla presenza dei entrambi gli entourage sul versante Sud. Il menù presenterà a sua volta molteplici simbolismi. Non mancherà infatti il rosti, piatto a base di patate come si mangia in Svizzera – il paese dove Kim ha studiato in gioventù – e il pesce di Busan, dove è nato Moon Jae-in, mentre sul dessert – una mousse di mango – sarà raffigurata l’immagine di una Corea unita con tanto di isole Dokdo, gli atolli occupati militarmente dalla Corea del Sud nell’immediato dopoguerra e rivendicati tutt’oggi dal Giappone.

Convenevoli a parte, il summit si dovrebbe concludere con la firma di un comunicato congiunto :  la ‘Panmunjom Declaration’. “Un’intesa sulla denuclearizzazione in un momento in cui i programmi nucleare e missilistico della Corea del Nord sono avanzati notevolmente sarà di natura fondamentalmente diversa dagli accordi raggiunti negli anni ’90 e nei primi anni 2000”, ha spiegato in conferenza stampa Im Jong Seok, aggiungendo che “la parte più difficile sta nel vedere a quale livello i due leader saranno in grado di raggiungere un mutuo consenso in merito alla denuclearizzazione e come questo sarà espresso nel testo.”

Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, durante la sua visita informale a Pechino, Kim Jong-un avrebbe confermato il proprio impegno a “denuclearizzare la penisola in linea con quanto voluto dal defunto presidente Kim Il-sung e dal compianto segretario generale Kim Jong-il“. Ma questo non implica necessariamente un endorsement a quanto richiesto dalle Nazioni Unite nelle varie risoluzioni di condanna seguite al primo test nucleare del 2006: ovvero lo “smantellamento completo, verificabile, irreversibile del programma nordcoreano”. Né chiarisce la posizione di Pyongyang in merito alla presenza militare americana al Sud, dove Washington tiene ancora parcheggiati circa 28mila soldati.

E’ per questo che l’esito dell’incontro tra Kim e Moon risulta propedeutico alla formulazione di un linguaggio comune in previsione dello storico meeting tra il leader nordcoreano e Donald Trump, previsto tra la fine di maggio e l’inizio di giugno. A Pyongyang sembrano saperlo bene. Lo dimostra la composizione della delegazione nordcoreana, che a differenza dei precedenti vertici bilaterali presenta funzionari militari e politici di alto livello. Spiccano i nomi della sorella di Kim, Kim Yo Jong e del capo di stato cerimoniale Kim Yong Nam, entrambi presenti alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, l’evento che ha sancito un primo disgelo tra Nord e Sud. Insomma, citando le parole di Im, “la Corea del Nord sembra prendere in considerazione non solo il vertice intercoreano, ma anche il successivo meeting nordamericano e in generale gli sforzi per una cooperazione internazionale”.

di China Files per il Fatto

La lingua degli Alieni, un cortometraggio con Pif per raccontare la disabilità


Author: Manuela Campitelli Il Fatto Quotidiano

Lui ha otto anni si chiama Adriano e ha un fratello gemello di nome Diego. Vivono insieme dal grembo materno; nessuno al mondo ha condiviso quanto loro lo spazio: quello uterino, prima, e della vita poi. Provano a comunicare Adriano e Diego, talvolta riescono, altre meno perché Diego parla una lingua diversa: quella degli alieni.

La lingua degli Alieni è il nome di un cortometraggio pluripremiato che racconta della disabilità attraverso le considerazioni di un bambino di otto anni, Adriano, che si interroga su quel fratello gemello disabile, tanto uguale quanto alieno come la lingua che parla.

Con la partecipazione straordinaria di Pif – che all’inizio del corto dialoga col piccolo Adriano – e con il patrocinio gratuito di Roma Capitale, il filmato ha ottenuto riconoscimenti importanti da parte del presidente Sergio Mattarella, di papa Francesco e della Bill Gates Foundation. È stato realizzato da Pamela Pompei, la mamme dei due gemelli che fin dall’inizio ha deciso di divulgarlo attraverso il canale YouTube aperto a nome del Comitato disabilità del X municipio di Roma, di cui fa parte.

Adriano definisce suo fratello un “alieno venuto dallo spazio”, giustificando così il suo modo di essere e quello di tutte le persone come lui che hanno scelto di parlare linguaggi sconosciuti, gli stessi linguaggi che fanno da sottofondo alle immagini e che compongono la colonna sonora finale del corto. Le cosiddette “incredibili voci degli amici alieni” altro non sono che quelle dei ragazzi e delle ragazze, dei bambini e delle bambine del Comitato disabilità del X municipio.

Sottotitolato in quattro lingue diverse e accessibile a tutte le disabilità sensoriali, il filmato ha lo scopo di donare al mondo l’opportunità di vedere la diversità attraverso gli occhi di un bambino che la vive nella sua quotidianità.

La lingua degli Alieni è una lunga lettera d’amore di un fratello che cerca in tutta onestà di capire l’altro scavando oltre le differenze e di una mamma che ha voluto tradurre quelle differenze in conoscenza. Ma è anche un inno alla vita degli altri, che non riusciamo a decifrare perché diversa dalla nostra.

La lingua degli Alieni è una lunga domanda, quella di Adriano che si interroga sulle diversità e che così facendo non solo impara a decodificarle ma fornisce a tutti noi una chiave di lettura differente. Una fiaba onesta per spiegare la realtà di chi vive con un disabile, dove le difficoltà e le fatiche quotidiane dell’accudimento – così come le incomprensioni, la solitudine, le diffidenze e le distanza – non sono affatto scontate ma vengono accorciate, tradotte e affrontate da un fratello che vede nell’altro “un mondo fatto di conquiste”.

Questioni di mafia e di governo

Author: Davide Come Don Chisciotte – Controinformazione – Informazione alternativa

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.it

I problemi della mafia e della camorra ci sono sempre stati e sempre ci saranno, purtroppo ci sono, bisogna convivere con questa realtà.

Questo problema però, non ci può impedire di fare le infrastrutture.”

Pietro Lunardi, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti nei governi Berlusconi, dal 2001 al 2006.

Credo che le questioni giuridiche emergenti fossero troppo sottili per la componente laica della corte d’assise.

Giovanni Fiandaca, “padre” del diritto penale antimafia, in riferimento alla recente sentenza della Corte d’Assise di Palermo.

“Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto, va tutto di male in peggio.”

Silvio Berlusconi

Il capolavoro dell’ingiustizia è di sembrare giusta senza esserlo.”

Platone

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario.

Ernesto (Che) Guevara Linch

Potremmo continuare, c’è solo l’imbarazzo della scelta, giacché il tema della giustizia è sempre stato uno dei cardini della cultura umana. Senza fare un sunto dei vari sistemi di giustizia (del tutto inutile, ci toccherebbe partire dal Repubblica di Platone) sembra che il problema che viene posto sia: “è necessario che i cittadini comuni partecipino alla gestione della giustizia (e della democrazia)?”

Molti anni fa, mi giunse la comunicazione del Tribunale che mi aveva inserito nelle liste dei giudici “popolari” (non togati) e rimasi pensieroso: sapevo che i giudici popolari erano chiamati solo nelle Corti d’Assise, convocati per decidere su fatti gravi, e ne fui un poco allarmato. Se mi capita un fatto di sangue semplice semplice può andare…ma se mi capita una “rogna” di quelle da novanta, che faccio? Mi rassicurai, riflettendo che c’erano sempre i due giudici togati: il nostro compito sarebbe stato solo quello d’esprimere i nostri pareri, poi si sarebbe giunti ad una sintesi. Non fui mai chiamato, e la cosa si risolse da sola.

Contrariamente al prof. Fiandaca, però, ritengo che i giudici togati abbiano bisogno dei giudici popolari, poiché giudicando solo mediante le norme del diritto – complesse, talvolta apparentemente contraddittorie, specifiche, zeppe di casi particolari, ecc – possano essere “trascinati” nel vortice delle mille contraddizioni del Diritto e smarrire il vecchio buon senso (che, però, fu concesso agli uomini – secondo Cartesio – “in modo assai parco”).

Come potete osservare, una corte d’Assise è un po’ come un congegno d’orologi meccanici, ognuno tarato diversamente e con equilibri personali, che devono trovare una sintesi fra le leggi ed i ticchettii vari. Un compito arduo.

Tornando a bomba sul processo di Palermo – senza, però, aver ancora letto le motivazioni della sentenza – saltano agli occhi alcuni punti focali.

La cronologia della sentenza, senz’altro strana: il procedimento, però, durava da 5 anni e, dunque, non si può decidere quando è maturo per giungere a sentenza. La sentenza non è stata pronunciata allo scadere elettorale, bensì 45 giorni dopo, quando il governo sarebbe potuto essere già formato.

Il secondo punto è la mancanza di prove, che in parte è vero: stupisce, soprattutto, la condanna dei Carabinieri e d’altri organi dello Stato, e l’assoluzione di un ex ministro. Ma, qui, senza le motivazioni, è impossibile andare oltre.

Ciò che s’intuisce, in questo guazzabuglio di pentiti e falsi pentiti, è che i giudici (popolari e togati) abbiano ravvisato i segni di un disegno coerente, di una “storia” che conteneva elementi probatori perché, perché…non sarebbe potuta andare diversamente!

Dagli attentati “interlocutori” alla Standa degli anni ’90 (da poco acquistata da Berlusconi), agli assassini di Falcone e Borsellino, fino alle bombe di Firenze e di Milano e infine al fallito (?) attentato all’Olimpico c’era il segno inequivocabile che la mafia desiderava qualcosa, ed era ferocemente impegnata per ottenerlo.

E’ altrettanto vero che le forze dell’ordine scardinarono l’ordine dei corleonesi, ed il potere politico sanzionò pesantemente la loro detenzione, con il varo del 41-bis.

Ma è anche vero che la mafia, per sopravvivere, abbandonò una generazione di capi per affidarsi a uomini più giovani – Messina Denaro fa pensare – che rimarranno indisturbati per decenni. Insomma, una sorta di “ristrutturazione” dove la lupara non faceva più la parte del leone, mentre ci s’attrezzava per una sorta di “compartecipazione” occulta sugli appalti, sul fiume di denaro che lo Stato spende per la manutenzione dell’esistente ed oltre (vedi Ponte sullo Stretto).

Un incauto Lunardi pronunciò due parole di troppo, forse per inesperienza in queste faccende, forse per sottolineare che gli accordi erano chiari e rispettati da entrambe le parti. Un “pizzino” inviato mediante i media?

Insomma, il quadro accusatorio – se non provato da tracce evidenti – viene approvato per le forti e probanti coincidenze, evidenti, del suo svolgersi.

Marcello Dell’Utri era già stato condannato per “vicinanza” alle cosche nel precedente processo, giunto alla sentenza definitiva: difatti, Dell’Utri è in carcere. Le prove, in quel caso, ci furono e molto circostanziate: la vicenda dello “stalliere” Mangano, che Dell’Utri ben conosceva come affiliato al clan di Porta Nuova a Palermo, ad esempio.

Quella sentenza, però, sanzionava il comportamento di Dell’Utri fino al 1992: oggi, è stato riconosciuto che il suo “agire” in combutta con le cosche è continuato anche dopo – nel 1993 fonda Forza Italia, insieme a Silvio Berlusconi – e non c’è da stupirsi più di tanto. Se mai, c’è da chiedersi perché la sua “vicinanza” alle cosche fu analizzata solo fino al 1992. Mistero (buffo).

Su tutte le sentenze che vengono emanate, pesano come dei macigni quelle non emanate, oppure sconfessate da ulteriori sviluppi. Pochi giorni or sono, alla Procura di Roma è giunta un’informativa sulla storia infinita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: un atto di scarsa importanza, ma indicativo dei tempi (e dei modi) della giustizia italiana. Giunto alla Procura di Firenze nel 2012, arriva sulla scrivania del GIP romano nel Gennaio del 2018. Perché?

Siamo ancora in attesa di sapere chi:

– mise le bombe a Piazza Fontana

– a Brescia

– sul treno Italicus

– alla stazione di Bologna: Fioravanti e la Mambro si sono sempre detti innocenti per quel crimine, e Cossiga – in punto di morte – affermò che si era trattato dell’esplosione accidentale di un “trasporto” di esplosivo da parte dei Palestinesi. Sarà?

– chi abbatté l’aereo di Ustica: anche qui, Cossiga (sempre prima di morire) affermò che i missili erano francesi. Vabbé.

– come mai un traghetto – il Moby Prince – affonda a Livorno in una placida sera di Primavera. E la nebbia (provato) non c’era.

Ed altre, misteriose morti mai indagate o risolte: Mino Pecorelli, Roberto Calvi, l’affaire Moro e tanti altri.

A fronte di queste “defaillances” della giustizia italiana, il teorema della prova provata senza ombra di dubbio va a farsi benedire, perché operano centinaia di depistaggi. Forse, imbastire un processo sul cui prodest, e poi cercare di capire se gli eventi s’incastrano uno nell’altro, con valenza probante, è l’unico modo per giungere a qualcosa. Insomma, la sequenza degli indizi probanti, fino a prova contraria, diventa prova di colpevolezza. Nella lunga vicenda di Ilaria Alpi, ad esempio, sono stati accertati almeno 26 diversi depistaggi, tramite false testimonianze (di persone poi svanite nel nulla) ed altre prove poi rivelatesi false od inesistenti.

Se prendiamo in esame l’operato della giustizia italiana dal dopoguerra in poi, dobbiamo constatare che la sua capacità investigativa e sanzionatoria è stata bassa, bassissima.

A sua discolpa, però, dobbiamo prendere in esame qual è stato il quadro nel quale si è mossa.

All’indomani della fine della guerra, fu scattata questa fotografia:

Quelli che vedete sono Salvatore Giuliano – eccidio di Portella della Ginestra – e don Vito Genovese, pezzo da novanta della mafia italo-americana, uomo di don Calogero Vizzini, all’epoca il massimo esponente delle cosche americane. Come vedete, è in divisa dello US Army. E’ il testimonial del patto fra il colonnello Charles Poletti e la mafia nordamericana, per il controllo della Sicilia.

Non è un mistero che gli americani guardassero con l’acquolina in bocca la Sicilia appena conquistata…Malta rimarrà agli inglesi…certo, se avessimo anche noi una bella isola per controllare il Canale di Sicilia…insomma, aggiungiamo una stellina alla bandiera…ma anche indipendente va bene lo stesso…

La cosa non andò in porto probabilmente poiché non discussa né prevista a Yalta, ma la soluzione fu presto trovata: nessuna, fra le Regioni a statuto speciale italiane, ne ha ricevuta una “speciale” come la Sicilia, anche se formalmente l’art. 116 della Costituzione la cita insieme alle altre tre.

Inoltre, gli americani hanno ricevuto tutte le basi militari che desideravano: Sigonella e Comiso, tanto per capirci.

Con la nazione italiana nuovamente costituita, politicamente e giuridicamente, toccava allo Stato italiano gestire i rapporti con la mafia, e lo Stato si attrezzò.

I due personaggi ritratti insieme una miriade di volte testimoniano l’importanza che lo Stato assegnava alla Sicilia: voti, soprattutto voti per la DC e, in pratica, “non vedo, non sento e non parlo” sui traffici della Mafia.

Gli affari andarono bene per molti anni, con i fratelli Salvo – vicini a Salvo Lima – che avevano in appalto la riscossione del 40% delle tasse raccolte nell’isola (!).

Quando, nei primi anni ’90, l’impianto saltò, Lima fu ucciso. Cuore, indimenticabile fonte di risate, ironie e sarcasmi, titolò l’evento: “Salvo Lima come John Lennon: ucciso da un fan impazzito”. Ed era la tragica verità. Anche se la follia c’entrava poco.

Ciò che si nota, dal rozzo accompagnarsi di un mafioso americano con un brigante, è il livello che era cambiato: il deus ex machina della DC, l’uomo innumerevoli volte ministro e capo del Governo, e colui che teneva i contatti con la fertile provincia per il costante, ed imprescindibile, controllo delle elezioni.

Ma giunse Mani Pulite, ed un’intera classe dirigente fu spazzata via: ecco, allora, i “rimpiazzi”:

Gli anni fra il 1990 ed il 1993 sono anni pericolosi: tutto torna a saltar per aria, e le uccisioni fioccano come grandine improvvisa. Quando gli equilibri sono nuovamente ripristinati, ecco che la pace dilaga: i corleonesi sono sconfitti, ma tutto passa nelle mani di un (all’epoca) giovane capo: Matteo Messina Denaro. Imprendibile, “primula rossa”, come lo furono Riina e Provenzano. E tutto torna tranquillo, per decenni, miracolosamente.

Ed ecco che, il 18 Aprile 2018, una improvvisa trappola viene tesa agli affiliati del boss: vengono arrestate 22 persone, giungendo molto vicino al boss dei boss, sono arrestati due suoi cognati.

Esattamente come avvenne la cattura di Riina, arrestato il 15 Gennaio del 1993, poco prima che Berlusconi salisse al potere per la prima volta.

Si direbbe che i periodi di “interregno” siano funesti per la Mafia, oppure che anche la Mafia ne approfitti per ristrutturarsi (o sia obbligata a farlo), così come la classe dirigente. Sappiamo, però, che la Mafia non “chiude bottega” se arrestano un suo esponente di spicco, anche il capo dei capi: si riuniscono, e trovano un nuovo equilibrio da proporre alla “controparte” politica. Altrimenti, se non c’è accordo, iniziano i guai.

Oggi, ancora non sappiamo chi governerà in Italia nei prossimi anni: sappiamo che grandi interessi si stanno muovendo intorno alla presidenza della Repubblica, e parecchi politici ne sono coinvolti.

Difficile credere che, all’interno delle nuove forze politiche – il M5S e la Lega (che proprio “nuova” non è) – la Mafia non sia riuscita ad infilare qualche suo uomo fidato: magari un giovane ligio ai dettami de “l’antimafia di facciata”, con tanti “vaffa” nel pedigree, oppure un giovane settentrionale con le corna verdi e la Padania ad ogni piè sospinto.

Difficile affermarlo, ma altrettanto difficile pensare il contrario.

Noi guardiamo ai grandi leader, che non hanno certo quei contatti e quelle frequentazioni, ma sapremo presto cosa succederà. Accordi? E con chi? Niente accordi? Per la prima volta l’ISIS (o chi per lei) colpirà il territorio italiano?

Lo scenario internazionale, inoltre, non consente divagazioni: il confronto strategico si fa più aspro, e le basi diventano importantissime nei periodi di diplomazia “calda”. Di certo, la Mafia è la controparte più sicura cui rivolgersi, se si vuole mantenere il controllo dell’isola.

Se si farà un “governo del Presidente” – ossia tutti contro il M5S – sarà molto difficile che duri nel tempo: troppe le tensioni interne, troppi i “rospi” del passato da sputare.

Però, un governo M5S e Lega è ciò che non solo fa impallidire Mattarella, ma che ha già ricevuto il pollice verso di Bruxelles, la diffidenza USA, la storcere di nasi da parte dei finanzieri internazionali.

A parer mio – come scrissi prima delle elezioni – un governo del Presidente potrà trovare un equilibrio (centro destra + PD) a patto di estromettere personaggi troppo difficili da digerire: uno su tutti, Salvini. Non dimentichiamo che un simile governo – una tale armata Brancaleone – potrà permettersi di perdere per strada anche una ventina di persone: quante bastano, a Salvini, per salvare la faccia e tornare fra i “duri e puri”. Per prendere nuovi allocchi alle future elezioni.

Allora, si tornerà agli accordi sottobanco…qualche capomafia sarà arrestato ed un nuovo capo proporrà un accordo con il nuovo governo…i due finti litiganti, gli amici/nemici, si troveranno di nuovo vicini, ma all’opposizione.

Così va il mondo, perché tutto cambi senza mai cambiare nulla.

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.it

Link: http://carlobertani.blogspot.it/2018/04/questioni-di-mafia-e-di-governo.html

25.04.2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/21/trattativa-per-fiandaca-era-una-boiata-pazzesca-ora-se-la-prende-con-giudici-popolari-troppo-complessa-per-loro/4307884/