Io, il grande influencer

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Influencer

 Dunque, se Grillo sta sbancando alle urne, il merito (o la colpa) sarebbe mia. Questo il risultato di una serie di articoli che da Repubblica, passando per il Fatto, arrivano al Giornale, che in un articolo scrive:

" Per Repubblica in 10 "manipolano" un milione di persone. […] Il M5S di Palermo, il giornalista Claudio Messora, Il M5S nazionale, il sito Cado in Piedi, il candidato siciliano alle regionali Giancarlo Cancelleri, il consigliere emiliano Giovanni Favia, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, il M5S di Roma, il consigliere milanese Matteo Calise e il M5S di Firenze. Sono questi secondo Il Fatto quotidiano i dieci influencer "sguinzagliati" da Beppe Grillo e Gian Roberto Casaleggio per convincere gli italiani a votare il MoVimento 5 Stelle. Solo dieci persone in grado manipolare l’opinione di chi li legge. Dieci persone che modificano il pensiero di un milione di potenziali elettori, secondo quanto ha rivelato ieri Repubblica. "

 Fantastico. E come ci sono arrivato, nel cerchio magico, secondo questi segugi digitali? Ma semplice: basta andare su Klout, che misura l’influenza "digitale" (in maniera del tutto arbitraria e parziale, ma questo è un altro discorso) e tirare giù la lista degli "influencer" di Grillo. Una genialata! Peccato che il termine "influencer", nell’accezione Casaleggio & Associati, ha una valenza inversa rispetto a quella utilizzata da Klout. Se vi siete persi è normale: andiamo con ordine.

  La teoria degli influencer non l’ha inventata Casaleggio: arriva dai lontani anni ’40. Casaleggio ha detto solamente, in uno dei soliti video che fanno tanto scalpore a noi che siamo così provinciali, che in rete il 90% dei contenuti è prodotto dal 10% degli utenti. O qualcosa di simile. Dunque, se volete veicolare il vostro messaggio, ha molto senso persuadere della sua bontà quel 10% e poi godervi la loro "influenza". Una banalità, se vogliamo: calcolate il numero dei giornalisti in rapporto alla popolazione totale, e magari solo di quelli che scrivono su grandi testate, e otterrete probabilmente proporzioni ancora più sbalorditive. Per non parlare dei conduttori televisivi: lì siamo addirittura allo zero virgola qualcosa, per cui la rete si dimostra in fondo pur sempre più democratica dei media tradizionali. Senza contare il fatto che mentre gli influencer delle testate giornalistiche o televisive sono pagati, spesso profumatamente, quelli online lo fanno gratis e "a loro insaputa". L’influencer dà il meglio di sé, infatti, quando è sinceramente convinto di quello che scrive o dice.

 Dunque gli influencer, nella teoria di marketing politico cui si allude, sono in qualche maniera "usati" da chi vuole "influenzare". Sono cioè influenzati a loro volta. Nel nostro contesto, Grillo dovrebbe dunque preoccuparsi di "influenzare" quel famoso 10% di influenti personalità online. Vediamo ora cosa aveva scritto Repubblica ieri:

" Il fortino di Casaleggio vanta il supporto di almeno dieci internauti capaci di un indice klout superiore a 75 (indice che valuta da 1 a 100 la capacità di influenza sui social network). Vuol dire che ciascuno di quei dieci "megafoni" è in grado di contattare, influenzare, condizionare almeno 100 mila persone, centomila elettori. Dunque un milione, giusto per capire di che numeri parliamo. E di quanto il virtuale stia acquisendo nel giro di poche settimane peso politico reale, si stia trasformando in consensi e voti. "

Beppe Grillo Klout Influencer Claudio Messora  Ora, a parte che a Repubblica mi devono spiegare come hanno tirato fuori il numero "10", accade che il buon Carlo Tecce, questa mattina sul Fatto Quotidiano, per assecondarli apra Klout ed estragga la lista dei primi dieci "influencer" di Beppe Grillo, i quali risultano essere esattamente quelli che vedete nell’immagine a fianco. Si va dal Movimento Cinque Stelle di Palermo, al sottoscritto, al Movimento Cinque Stelle nazionale, passando per il blog multiautore di Chiare Lettere "Cado In Piedi" e così via.

 Peccato che il concetto di "influencer", per come lo intende Klout, sia il contrario esatto del concetto di "influencer" per come lo intende Casaleggio. Ovvero per Klout la lista dei tuoi influencer è la lista di coloro che ti influenzano (come si può desumere anche da qui). Quindi, analizzando il profilo di Grillo, si può desumere che sia lui ad essere un mio influencer, secondo la versione di marketing occulto che ne vogliono dare Repubblica e Il Giornale. 

 Insomma, un’altra occasione persa, per la stampa nazionale italiana (notoriamente all’avanguardia nella conoscenza delle cose della rete), per non fare brutta figura. Tra l’altro, sull’articolo del Giornale dove sono inchiodato come un prezzolato agente segreto del fortino di Casaleggio, in prima battuta campeggiava una foto di Casaleggio immerso in simboli massonici e addirittura associato all’immagine di Hitler. L’immagine, per nulla lusinghiera, è stata poi sostituita da quella molto più neutra che potete vedere adesso. Immagino per evitare querele, o per un residuo senso del ridicolo.

 Peccato che, come si dice, la rete non dimentichi. Ecco come appariva il post nella sua prima versione: così, tanto per capirci. 

Un Suicidio di portata gigantesca

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Un suicidio di portata gigantesca

 Molti vengono a L’Ultima Parola e credono di trovarsi nei soliti talk show dove il Partito Unico dell’Euro compie le sue scorribande incontrollate. Poi si rendono conto che la musica è diversa, che piroettano nell’aere compiendo pericolose acrobazie senza rete, che c’è un pubblico inspiegabilmente libero di dire tutto quello che gli passa per la testa, e iniziano ad attendere spasmodicamente la fine della puntata. Io lo so. Li sento agitarsi, fremere, guardare l’orologio a pochi centimetri da me, quando le telecamere non li inquadrano.

 Li capisco. E’ difficile andare in televisione a sostenere che abbandonando l’euro si avrebbe una svalutazione del 50%, e che pagheremmo l’energia a livelli esorbitanti, quando davanti non hai i soliti economisti compiacenti ma un Alberto Bagnai o un Bruno Amoroso che ti citano studi puntuali che destituiscono di ogni fondamenta le tue affermazioni. E’ difficile sostenere che Beppe Grillo vuole uscire dall’euro quando hai di fianco qualcuno che ti spiega che stai dicendo sciocchezze, perché Grillo ha detto che su questioni così importanti vuole un referendum, e lo vuole perché un referendum, finalmente, sarebbe l’unico modo per costringere i media a parlarne, e dunque i cittadini ad essere informati. E’ difficile giustificare la posizione oltranzista sull’euro usando come chiavistello il fatto che la Grecia, in fondo, ha deciso di non tornare alla Dracma – e ci sarà un motivo, no!? -, quando hai davanti un conduttore non allineato che ti ricorda che la Grecia è un paese che non decide più niente fin dai tempi del referendum negato dall’Europa a Papandreou. Dopo un po’ inizi ad accusare la trasmissione di faziosità. Inizi a vedere complotti dappertutto. Ma come: non erano gli altri i complottisti? O forse, a parti invertite, quando non giochiamo in casa, piuttosto che affrontare l’evidenza degli argomenti e dei contenuti diventiamo esattamente come accusiamo gli altri di essere?

 Noi non stiamo lottando per uscire dall’euro. Siamo ad una fase ancora precedente. Stiamo lottando per avere un dibattito che negli altri paesi è ordinaria amministrazione, ma che nel paese dei servi, dei lacché e delle masse che ubbidiscono dormienti al primo dittatore sorridente è una chimera, una utopia lontana. Stiamo lottando perché almeno se ne parli. Poi, si decida pure quello che si vuole, a patto che si decida, nel senso più autentico del termine, un’azione che ha come presupposto essere informati. 

La Gran Bretagna verso un referendum sull’Europa

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

David Cameron

 da Londra, per byoblu.com, Valerio Valentini

 Non se ne è parlato molto, in Inghilterra, quindi probabilmente in Italia non ne arriverà neppure l’eco. Ma quello che è successo mercoledì sera a Westminster merita di essere raccontato, perché tra qualche anno potremmo doverlo ricordare come uno dei prodromi del duro scontro politico tra la Gran Bretagna e l’Europa. Uno scontro, a questo punto, tutt’altro che improbabile, e sicuramente non privo di conseguenze.

 È sera inoltrata, a Londra, quando nella Camera dei Comuni si sta dibattendo sul varo del budget Europeo per il periodo 2014-2020, che verosimilmente verrà approvato a Bruxelles entro novembre. A un certo punto, una cinquantina di Tories – appartenenti quindi allo stesso partito di David Cameron – si alzano in piedi per votare contro i provvedimenti proposti dal primo ministro. Immediatamente i Laburisti prendono la palla al balzo e appoggiano la loro mozione. Risultato: il governo viene battuto 307 a 294.

 Qual è il motivo del contendere? Stando alle anticipazioni, pare che la Commissione Europea abbia intenzione di proporre un rifinanziamento del budget pari al 5%, portandolo così a 826 miliardi di Euro. David Cameron, fedele alla sua linea dura contro gli sprechi dell’eurozona, dichiara che presenterà una proposta per congelare momentaneamente il bilancio, accettando soltanto gli aumenti proporzionati al livello dell’inflazione. Neppure un centesimo in più, per evitare che gli Stati più ricchi ed efficienti debbano pagare i debiti di quelli spendaccioni sull’orlo del default. Ma per gli esponenti dell’ala più radicale del partito dei Conservatori, quella dichiaratamente euroscettica, non è ancora abbastanza: loro pretendono addirittura un taglio al bilancio. Si accende il dibattito, e a quel punto si insinuano, con cinico opportunismo, i Laburisti. I quali sono invece apertamente favorevoli all’Europa, ma di fronte alla prospettiva di mandare sotto il governo Cameron non si fanno tante remore. Va detto che per quanto riguarda le riunioni di Bruxelles di questo mese, la Gran Bretagna non assumerà ancora posizioni estreme. Il voto di mercoledì non era, infatti, vincolante per il governo, e quindi Cameron procederà come aveva pianificato. Ma i rischi per i futuri equilibri, sia britannici sia europei, sono quantomai concreti.

 La stabilità dell’esecutivo è infatti messa ogni giorno a dura prova: Cameron ha ricevuto critiche molto aspre rispetto alla politica energetica attuata dal suo governo, e in questi giorni sta montando parecchio malumore anche tra i suoi sostenitori. Non solo: il capogruppo dei Tories alla Camera dei Comuni, e Chief Whip del governo (capo del gabinetto che garantisce il rispetto delle linee del partito da parte di tutti i suoi parlamentari), è stato costretto a rassegnare le sue dimissioni, dopo lo scandalo del “Plebgate” rivelato dal Sun. Di fatto, aveva insultato due poliziotti dando loro dei “fottuti plebei” (ebbene sì, qui per queste faccende gli esponenti del governo si dimettono: ho provato a spiegare ad un mio compagno di università che da noi i politici che azzannano i carabinieri vengono nominati Ministri dell’Interno, ma non m’ha voluto credere).

 Questi e altri problemi stanno costringendo Cameron a cercare nuovi consensi. Ma per farlo, il primo ministro si vede spesso costretto a strizzare l’occhio proprio a quell’ala più radicale del suo partito che spesso fa della vera e propria fronda interna, soprattutto quando si tratta di Europa. “Per quale motivo – sostengono i frondisti – dovremmo avallare politiche di austerity in patria per poi andare a scialacquare i soldi dei contribuenti inglesi a Bruxelles?”. A dire il vero, anche Cameron la settimana scorsa ha pronunciato discorsi del genere, riscuotendo consensi proprio in quell’ala più oltranzista del suo partito. La quale, però, ora insiste con istanze sempre più radicali, e pretende il taglio del budget europeo per i prossimi sei anni, e addirittura un referendum per chiedere ai cittadini britannici di esprimersi sulla loro effettiva volontà di rimanere in Europa.

 Molti osservatori politici inglesi condannano questo atteggiamento, denunciando il fatto che un simile testardo euroscetticismo porterà la Gran Bretagna a rimanere isolata. Ma alcuni Conservatori non sembrano vedere questo come un problema, e anzi auspicano proprio un isolamento britannico sul modello di quello di Svizzera o Norvegia.

 In ogni caso, il prossimo banco di prova, per Cameron e per un bel pezzo d’Europa, sarà l’approvazione del pacchetto di misure che il governo presenterà al Parlamento inglese di ritorno da Bruxelles. Il voto definitivo potrebbe avvenire a dicembre oppure slittare a gennaio. A quel punto, la posizione della Gran Bretagna si delineerà con maggiore chiarezza. E forse anche gli equilibri politici europei dovranno essere rivisti.

Le regole di Grillo sono giuste?

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

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 Sono finalmente arrivate le regole di Grillo che riguardano le candidature per le elezioni politiche del 2013. Solo coloro che si sono presentati ad una elezione amministrativa precedente potranno candidarsi, e solo coloro che risultino iscritti al Movimento al 30 settembre 2012 (quindi inutile iscriversi adesso) potranno partecipare alla formazione delle liste.

 Ho bisogno di sapere come la pensate su questo, così come sulla scomunica verso chi partecipa ai salotti televisivi ed altre questioni. Per questo ho pubblicato un breve sondaggio al quale vi chiedo di partecipare numerosi. Il sondaggio si chiuderà automaticamente domani pomeriggio alle 14.

 Delle vostre opinioni, raccolte rigorosamente attraverso il questionario (non tra i commenti), parlerò domani sera nel corso de L’Ultima Parola, su Rai Due, eccezionalmente in onda già dalle 23.


Un MoVimento senza confini

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Un MoVimento Senza Confini

 di Paolo Becchi

 Cosa è successo in Sicilia? Il dato politico fondamentale è uno solo, quello che alcuni temevano, altri si aspettavano, altri ancora snobbavano: ora c’è una nuova forza, che fa sul serio. Nuova perché si colloca al di là di ogni logica partitica “classica”, fondata sulla suddivisione destra – centro – sinistra. È dalla crisi di questa logica, della forma-partito, che è sorto questo movimento di opposizione: il Movimento 5 Stelle. Il quale, da oggi, è la prima forza politica in Sicilia: 15 seggi contro i 14 del Pd ed i 12 del Pdl.

 Con questo movimento è nato un nuovo modo di fare politica che parte dei bisogni della gente e cerca di offrire soluzioni concrete praticabili e non imposte dall’alto, ma che nascono dal confronto e dal dibattito pubblico. Il movimento aspira così a presentare nel nostro Paese una nuova immagine della democrazia: non più fondata sull’idea di rappresentanza e sulla delega ai partiti, bensì sulla diretta partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Partecipazione che passa attraverso una nuova forma di comunicazione, la rete (blog, twitter, etc.), aggirando gli organi tradizionali come stampa e televisione sui quali invece contano gli altri partiti. È questa inedita fusione tra la concezione “originaria” della democrazia e la rivoluzione delle forme di comunicazione che rende, per la prima volta, possibile una autentica partecipazione del cittadino alla politica. Per questo il movimento dà prova di essere profondamente radicato nel territorio e, al contempo, di non conoscere confini, campanilismi, clientele. Il voto in Sicilia lo conferma. Il movimento “sfonda” nelle città (Palermo, con 43.000 voti contro i 26.000 del Pd, ma anche Messina, Agrigento e Caltanisetta). E cosa fanno i neo-eletti? Parlano con i cittadini, cercando di rispondere alle loro domande, mentre quelli degli altri partiti sperimentano la possibile tenuta del “patto di ferro” tra Pd ed Udc per le prossime elezioni politiche.

 C’è un abisso che separa la vecchia dalla nuova politica. Il movimento chiude definitivamente i conti con il “politico di professione”, con la rappresentanza, con il “vivere della politica”: il politico del movimento è un cittadino come gli altri che, con il sapere che gli deriva dalla professione che esercita nella società, si mette per un breve periodo della sua vita al servizio degli altri cittadini, per poi ritornare alle sue precedenti occupazioni. Egli vive, finalmente, per la politica, per i cittadini.

Radicato nel territorio, ma senza i limiti che sono propri dei governi locali e localistici, il Movimento 5 Stelle ha cominciato davvero a fare sul serio e, dopo la Sicilia, lo attendono le prove della Lombardia e del Lazio che, probabilmente, precederanno le elezioni politiche. E sarà proprio in vista delle elezioni politiche che, rispetto ai programmi regionali, il Movimento dovrà discutere al suo interno, ed elaborare una soluzione nuova ed originale, il problema fondamentale del nostro Paese: la posizione italiana in Europa e il destino della moneta unica. Mentre tutti i partiti politici (se si esclude quel che resta della Lega Nord) sono “allineati” sull’“europeismo” ad oltranza di derivazione governativa, il Movimento potrà – e dovrà – dare una nuova “scossa” alla politica italiana. Le elezioni in Sicilia sono un nuovo inizio. Ce n’est qu’un debut, continuons le combat!