COME AI VECCHI TEMPI: ridateci il Bilderberg!

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Bruno Vespa Silvio Berlusconi Marcello Sorgi

  Si tratta di un clip cult, mandato in onda dagli archivi Rai, oppure è un flash arrivato a cavallo di un fascio tachionico dal futuro prossimo che ci attende? Berlusconi urla contro la magistratura, dopo avere tirato fuori il vecchio, caro leit-motiv delle intercettazioni che non possono essere consentite in un paese civile. A quel punto Vespa cerca di cambiare discorso senza commentare. Marcello Sorgi prende la parola e osa esprimere un delicato, timido dissenso. Vespa lo gela: "non siamo qui per fare domande". Berlusconi, grato, gli cinge un braccio con soddisfazione.

 Tutto come ai vecchi tempi. Fanno di tutto per far rimpiangere Monti, la Trilaterale e il Bilderberg.

La Germania telefonò a Napolitano. E fu subito “golpe”…

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Germania Angela Merkel

  Dopo il documento della Deutsche Bank che faceva il conto dei profitti che si potevano fare in Italia grazie a un programma di privatizzazioni ben fatto, arrivarono subito le pressioni al Quirinale. Roberto Sommella, vicedirettore di Milano Finanza, racconta che il capo dello Stato tedesco, Wulff (poi costretto alle dimissioni per l’accusa di corruzione) telefonò a Giorgio Napolitano per esercitare pressioni al fine di ribaltare il Governo Berlusconi e sostituirlo con un Governo Monti. Subito dopo, prima ancora delle dimissioni del Governo, la Troika fece visita ai parlamentari per costringerli a dare la fiducia ad un esecutivo che non c’era ancora, mentre era viceversa in carica quello vecchio. I padri costituenti si rivoltarono nella tomba.

 E mentre Angela Merkel oggi dispensa consigli e indicazioni su come gli italiani dovrebbero affrontare le prossime elezioni politiche, analogamente a quanto fece con i greci, e mentre Mario Monti si appresta a scrivere un memorandum di suo pugno, al quale il nuovo futuro esecutivo dovrà attenersi per continuare nel solco del rigore e dell’austerità, comportandosi esattamente come la Troika della quale è stretta emanazione, è legittimo farsi una domanda dal sapore spettrale: ci lasceranno votare?

E il nostro sarebbe nazionalismo?

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Alla gogna in Europa

 Le parole d’ordine sono "no ai populismi", "no ai nuovi nazionalismi". Lo ripetono tutti, a pappagallo, dal presidente del Consiglio uscente al Pd, fino a tutti i Pigi Battista dell’italica carta inchiostrata. Chiamano populismo e nazionalismo tutto ciò che non rientra nei loro piani, nel loro diktat di progressivo impoverimento e di spillaggio della sovranità. L’asse PD-SPD, la nuova "internazionale" del "Ce lo chiede l’Europa", non ha dubbi e agisce in modo fascista sulle idee diverse. Cominciamo allora a mettere i puntini sulle "i".

 Non è l’Europa che ce lo chiede: ce lo chiedono loro. Il che non suona esattamente allo stesso modo, right? L’Europa non esiste, dunque non ha un pensiero, un volto, e soprattutto non parla. Facendola assurgere a divinità, a oracolo che si esprime attraverso teoremi e parametri (e si è visto come li stabiliscono), si tenta di annichilire ogni obiezione, ogni possibilità di critica, esattamente come nessun fedele contesterebbe un messaggio spirituale ricevuto dalla Madonna in persona e pervenuto attraverso le labbra di una veggente. Invece, chi trasmette i messaggi della dea Europa sono uomini e sono donne in carne e ossa. Sono i medium che comunicano con lo spirito continentale, i gran sacerdoti di una religione rivelata che vuole instaurare un nuovo Ancien Régime in cui i memorandum, redatti da un manipolo di cardinali eletti per volere di Dio, assurgono al ruolo di scritture sacre. Essi esprimono, beninteso e con titolo, le loro opinioni. Ma solo quelle: non sono per forza di cose rappresentativi di alcuna unità pretesa e indimostrata: anzi, per l’esattezza sono rappresentativi di un bel niente, se non di loro stessi e dei loro interessi.

 Costoro hanno dunque paura di chi non sente le voci della dea Europa, che chiede sacrifici come e peggio dello Jahvè di Mosè e manda i suoi comandamenti inscritti su tavole della legge scolpite dalla Troika. Chi osa contestare il totem dello spread è il nuovo infedele. Siamo populisti e pericolosi nazionalisti. E perché mai? Perché osiamo aprire i documenti e analizzarli, con il supporto di economisti non allineati, non a libro paga, e ne traiamo deduzioni illuministiche anziché fideistiche? In nome di cosa dovremmo essere definiti così? Siamo viceversa "razionalisti". E non combattiamo l’aspetto religioso, ma la Santa Inquisizione: combattiamo i Torquemada del "più Europa a tutti i costi", combattiamo i crociati che conquistano la Terra Santa, l’Italia, alla ricerca del Sacro Graal, la ricchezza accumulata dagli italiani. E soprattutto, reagiamo a un’offesa. Se costoro, avendo aperto  un libro di storia, snocciolano antichi spauracchi come se dagli anni ’20 del secolo scorso il tempo non fosse mai passato, allora dovrebbero anche sapere che ad ogni pressione corrisponde una reazione. Dovrebbero sapere che se schiacciano, vessano, opprimono, prima o poi i vessati e gli oppressi reagiscono per riappropriarsi dei loro diritti: si fanno reazionari.

 I nazionalisti non siamo noi. Non sono cioè i critici di un modello di economia usato come una frusta sui lavoratori dell’Europa del sud. Nazionalista è infatti, innanzitutto, chi crede che esistano confini netti e precisi che differenziano i popoli tra di loro, tracciando una linea di demarcazione netta. E chi è più nazionalista di quelli che ci hanno dato a intendere per oltre un anno che c’è un popolo di buoni e un popolo di cattivi, che c’è un popolo di di parsimoniosi e un popolo di spendaccioni, un popolo di saggi e un popolo di stolti? Chi ha suddiviso artificiosamente i cittadini europei in classi, nonostante perfino un recente rapporto della Commissione Europea abbia scritto nero su bianco che non c’erano sostanziali differenze tra le economie di Italia e Germania, e che siamo stati penalizzati per il solo fatto di appartenere a un territorio al di qua di un confine? Sono stati loro, quelli del "ce lo chiede l’Europa", quelli che sentono le voci come nuovi pastorelli di Medjugorje e rivolgono il viso al cielo sopra Berlino, in stato di profonda adorazione e prostrazione. Sono stati loro a menarcela per tutto questo tempo con il fatto che "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità", ignorando forse volutamente i fondamentali dell’economia. Sono loro che ci hanno fatto sentire come un popolo di cicale, a dispetto del fatto evidente che abbiamo sempre fatto fatica ad arrivare alla fine del mese, mentre al di là del confine ci sarebbe stato un popolo di lungimiranti formichine che non chiedeva nulla per sé, quando in realtà sono state proprio quelle formichine a dare origine alla crisi del nostro debito sovrano e alla corsa alla speculazione, liberandosi di miliardi e miliardi dei nostri titoli, allo scopo documentato di acquistarci a prezzo di saldo, realizzando grandi profitti, estendendo la loro influenza sulle nostre istituzioni e facendo il gioco delle superpotenze esportatrici di democrazia, sempre a caccia di nuove opportunità. Sono stati loro, quelli contro i nazionalismi e i populismi, a insegnarci che esistono popoli di serie A e popoli di serie B – e che noi non eravamo di certo in prima classe – e dunque è a fronte di questa offesa originaria che si sviluppa legittimamente la reazione: non siamo un popolo di serie B, ma non vogliamo neppure essere un popolo di serie A, essendo contrari a qualunque nuova apartheid di stampo europeo. Vogliamo però che la smettano di raccontare frottole per inseguire le loro velleità di chirurgia plastica sovranazionale. Vogliamo rispetto. Vogliamo confronto. Vogliamo ristabilire l’equilibrio perduto tra le dignità di popoli, lingue e culture. Vogliamo che ci venga restituita la rispettabilità che ci hanno tolto, e non i tedeschi, ma gli adepti della setta elitaria europeista ad oltranza, tutta italiana, macchiandoci di un peccato originale che non avevamo commesso e che non è connesso a questa crisi che arriva da lontano, che non ha a che fare con il debito pubblico e di cui non siamo responsabili, se non nella stessa misura in cui lo sono tutti gli altri, nessuno escluso.

 Se non vogliono rigurgiti di nazionalismo, la smettano con la litania del rigore, con il mantra secondo il quale noi "non lavoriamo quanto i tedeschi", quando ci sono studi indipendenti di istituti finanziari francesi i quali dimostrano che, al contrario, noi siamo quelli che lavoriamo di più e più a lungo. Se continuano a riferirsi al popolo italiano come a un popolo di irresponsabili fannulloni, di profittatori che viaggiano a sbafo, a rimorchio del locomotore tedesco, siamo costretti a ricordare loro che in Europa siamo quelli che hanno pagato di più e che hanno avuto indietro di meno; che la crisi greca l’abbiamo pagata noi più dei tedeschi, che pure erano quelli più esposti e che hanno avuto indietro i soldi; che grazie al fondo salva-stati di cui nessuno ha avuto mai bisogno abbiamo regalato miliardi su miliardi alle economie dei paesi dell’Europa centrale, Germania in testa; che Berlino trucca i suoi conti per nascondere un debito che altrimenti sarebbe di 7mila miliardi di euro; che aggirano il divieto di vendere i titoli di stato alle banche centrali, facendoli comprare dalla Bundesbank sul mercato secondario qualche giorno dopo l’emissione, e in questo modo "stampando moneta" nei fatti, con buona pace di italiani, greci, spagnoli, irlandesi e portoghesi. E potremmo andare avanti…

 Fare queste rilievi sarebbe nazionalismo? A casa mia si chiama mantenere lucidità ed equilibrio rispetto alle pressioni di chi, dopo avere mandato le nuove SS della troika a Montecitorio e a Palazzo Marino, minacciando i parlamentari come era accaduto l’ultima volta solo dopo la marcia su Roma, e dopo avere collaborato alla destituzione di un Governo, con il plauso degli utili idioti, ora vorrebbe perfino mandare un intero popolo alle cabine elettorali sotto dettatura, dando indicazioni di voto come fece in occasione delle ultime elezioni in Grecia, per fare non i nostri interessi, i quali devono essere stabiliti in completa autonomia e senza interferenze esterne, ma quelli di una non meglio precisata classe elitaria di burattinai autoproclamatisi governatori del buon senso e del mondo intero.

 Se c’è un nazionalismo, questo non è che la legittima difesa di un popolo che prima hanno identificato, costretto all’angolo e compattato, chiamandolo per nome, denigrandolo, esponendolo alla pubblica gogna dei PIIGS, facendolo diventare nella vulgata uno dei maiali d’Europa, e che adesso non ci sta più, si rialza, si schicchera via la polvere dalla giacca, si presenta alla tavola imbandita degli dei, si prende una sedia e, appoggiato il palmo della mano sul tavolo, con le dita ben aperte, fissa negli occhi uno ad uno i signori che giocano a Risiko sulla nostra pelle e, con le labbra sottili e tese, sibila un perentorio "Game over!".

Pareggio di bilancio: è dietrofront!

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

stop al pareggio di bilancio

 Tutti sanno che, in conseguenza della ratifica del Fiscal Compact, il Parlamento ha inserito in Costituzione l’obbligo del Pareggio di Bilancio, modificando gli articoli 81, 97, 117 e 119. E’ stato fatto in silenzio, con poco o nessun dibattito pubblico. Legalmente, certo, con i famigerati due terzi del Parlamento, ma nell’assenza totale di qualsiasi coinvolgimento dell’opinione pubblica, che deve essere resa partecipe quando si vanno a toccare i capisaldi delle regole dello Stato. Tutto regolare, insomma, ma solo in questo generale decadimento del senso delle cose (e delle istituzioni) cui siamo già tristemente abituati.

 Tuttavia, una norma Costituzionale non cagiona effetti di per sè, per il semplice fatto di esistere: deve essere tradotta, cioè adottata, da una legge che le dia attuazione. Deve cioè essere proposto e poi votato un disegno di legge che, rifacendosi alla norma costituzionale, la traduca in effetti concreti. Bene, quella legge di attuazione del principio del pareggio di bilancio, che attualmente è alla Camera, non sarà approvato in Senato. Lo ha stabilito poco fa la Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama che, secondo i regolamenti, decide sulla calendarizzazione dei provvedimenti in aula. Il motivo, come ha riferito la Finocchiaro, è «perché il testo licenziato dalla Camera ha una impostazione diversa da quella presentata in Senato». Infatti, in un bicameralismo perfetto come è il nostro (quasi unico caso nel mondo), una legge per entrare in vigore deve essere approvata in entrambi i lati del Parlamento nella stessa identica veste. Basta una modifica e tutto deve rimbalzare nuovamente all’altra Camera. Il giochetto, in gergo, si chiama "navette".

 Ora, sembra che non ci sia addirittura più tempo, prima della fine della legislatura, per licenziare la legge. Infatti, la legge di stabilità verrà approvata entro il 21 dicembre, e immediatamente dopo potrebbe arrivare l’indicazione dello scioglimento delle camere da parte del Presidente della Repubblica, in conseguenza della presentazione delle dimissioni irrevocabili di Mario Monti, consegnate al Quirinale sabato scorso.

 Se la legge di attuazione del Pareggio di Bilancio non dovesse venire approvata, tutto verrebbe rimandato alla prossima legislatura, dove però potrebbe esserci una maggioranza molto diversa e, soprattutto, un programma politico critico nei confronti dei provvedimenti adottati sotto lo schiaffo di Bruxelles, e dunque non è impossibile immaginare non solo che la legge possa cadere in uno degli scantinati polverosi di Montecitorio, ma addirittura che la norma costituzionale venga ad essere stralciata, se si trovasse una nuova maggioranza qualificata di due terzi in entrambe le Camere.

 Diventa ancora più importante alle prossime politiche, dunque, non solo votare una formazione che scriva nero su bianco che non voterà nessuna legge che dia attuazione al pareggio di bilancio, ma che si impegni a cancellare la norma dalla Costituzione italiana, giacchè se rimanesse, potrebbero aprirsi una serie infinita di ricorsi alla Corte Costituzionale per una qualunque delle leggi finanziarie che sforassero da questo equilibrio innaturale.

 Il pareggio di bilancio, va ricordato, ha senso solo in una Europa unita politicamente e fiscalmente, dove circolano regolari trasferimenti di denaro tra le aree più ricche e quelle più povere. Ed è proprio funzionalmente a questa ottica che è stato imposto: per costringere i Paesi che lo adottano a confluire negli Stati Uniti d’Europa, non avendo altra alternativa (non potendo emettere moneta). In più, è una norma invalida, che va contro il Trattato sull’Unione Europea, che è parte del Trattato di Lisbona e che, rifacendosi al Trattato di Maastricht, consente un deficit massimo del 3% annuo. 

 Una battaglia politica è ancora possibile. 

Hanno le idee molto chiare

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Commissione Europea

 di Valerio Valentini

Ci apprestiamo a vivere le prime elezioni politiche in stato di sub-democrazia, con i “Mercati” che indicano senza parlare, secondo logiche vagamente mafiose, il candidato vincente, e gli “Alleati” che dettano l’agenda del futuro capo del governo. Nel frattempo, è interessante cercare di capire quali sono i progetti futuri di chi vuole più Europa. Il 30 novembre scorso, come chi segue il blog già sa, la Commissione Europea ha pubblicato un dossier nel quale si propone un “Progetto per una solida e concreta unione economica e monetaria”. Si profila a grandi linee, cioè, l’Europa che sarà, o che almeno dovrebbe essere secondo i piani dei cervelloni di Bruxelles. La settimana scorsa vi ho descritto quelli che sono le prospettive a breve termine (non oltre i 18 mesi); oggi invece passiamo ai progetti a media gittata (fino a 5 anni).

Di fatto, nel pianificare gli sviluppi dell’UE nell’arco dei 5 anni i relatori del dossier si sono lasciati andare alla franchezza: tutto quello che nella sezione precedente era soltanto accennato e andava letto tra le righe, ora diventa esplicito. Tanto per essere chiari: si dovrà attuare un “ulteriore coordinamento in materia di bilancio” che “dovrà includere la possibilità di pretendere la revisione di un bilancio nazionale per adeguarlo alle direttive europee”. Se il governo di un Paese, quindi, anziché ricorrere all’austerity e spremere i propri cittadini, decidesse sciaguratamente di finanziare il welfare, sforando nei limiti di budget imposti da Bruxelles, ecco che la Troika di turno arriverebbe a bacchettarlo, facendo carta straccia del bilancio votato da un Parlamento eletto dai cittadini e pretendendo aggiustamenti e correzioni.

Ma se credete che la Commissione si sia limitata ai controlli sul bilancio vi sbagliate. Il progetto prevede infatti “l’estensione di un più solido coordinamento sulle politiche fiscali e su quelle occupazionali”: le tasse e il lavoro, insomma, ricadrebbero sotto il controllo di Bruxelles. Si dirà che qui non può andarci male: se pensiamo al caso Fiat, dove un amministratore delegato con ambizioni dittatoriali ha fatto scempio di qualunque norma comunitaria sul rispetto dei diritti sindacali, e se pensiamo al fatto che l’Italia è uno dei pochi Paesi a non aver stretto accordi con la Svizzera per stanare i grandi evasori, allora un adeguamento agli standard europei non può che farci bene. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: nel dicembre scorso, quando la BCE mise in circolo 489 miliardi di euro, li destinò interamente a 523 banche ad un tasso misero dell’1%, senza pretendere alcuna garanzia sull’utilizzo di quei fondi. Che infatti non sono certo andati a risollevare l’economia reale. È un’Europa, insomma, notoriamente più preoccupata per le sorti dei banchieri che non per quelle degli operai. Inoltre torniamo al solito punto: perché dobbiamo limitare la nostra possibilità di cercare soluzioni alternative a quelle imposte a Bruxelles, che ci hanno trascinato nel baratro in cui siamo?

C’è poi il capitolo relativo al debito pubblico. Per tenerlo sotto controllo, gli Stati che violano i limiti imposti dall’UE dovranno ricorrere ad un “fondo di rimborsi”, che verrà appositamente creato. “Un possibile incentivo all’integrazione dei mercati finanziari dell’area euro e alla stabilizzazione dei titoli di Stato a rischio collasso è l’emissione, da parte di tutti gli Stati membri, di bond a scadenza annuale o biennale”. L’ipotesi è quella dei fatidici eurobond, che però non piace affatto ai Paesi con le economie più forti, come Germania, Finlandia e Olanda.

L’obiettivo finale che la Commissione si pone, di qui al 2017, è “la creazione di un’adeguata capacità fiscale dell’intera EMU (Unione Economica e Monetaria), al fine di supportare l’attuazione di provvedimenti politici emanati sulla base di un più profondo coordinamento”. Dunque si creerà una cassa comune le cui risorse verranno spese per finanziare le iniziative pianificate a Bruxelles. Ed è chiaro, quindi, che quelle iniziative saranno le uniche che potranno essere non solo attuate, ma anche semplicemente pensate dai singoli governi nazionali. Così il ritornello ormai consunto del “questa legge è l’Europa che ce la chiede, quindi dobbiamo farla” verrà affiancato al più inquietante “questa legge l’Europa non ce la chiede, quindi non s’ha da fare”.

E pazienza se parti sostanziali del nuovo progetto della Commissione sono in conflitto con la legislazione dell’UE. Basta scrivere in chiusura, come fanno i relatori del dossier, che “c’è bisogno di apportare correzioni ai trattati vigenti”. Che tanto poi li approvano anche se i cittadini li bocciano.