A.A.A. Sovranità vendesi

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

“A.A.A. Cittadinanza vendesi. Preferibilmente a cinesi. Telefonare ore pasti. Parlamento Ungherese”. Questa in sostanza l’essenza della proposta di legge appena presentata in Ungheria. In cambio di una “via preferenziale” nell’ottenimento della cittadinanza, l’Ungheria chiede agli extracomunitari l’acquisto di almeno 250mila euro in titoli di Stato. Negli Stati Uniti puoi avere la Green Card, preludio all’ottenimento del passaporto, ma se ti dimostri meritorio nel settore dell’occupazione, con almeno un milione di dollari di investimenti e 10 nuovi posti di lavoro creati. In Ungheria, invece, diventi sovrano (perché il cittadino è, almeno in teoria, sovrano). 

E’ il trionfo del mercato. Presto si inizeranno a vendere seggi parlamentari in cambio di un quantitativo minimo di Btp, magari cariche istituzionali, che ne so: una presidenza del Consiglio, un Ministero. A chi si comprerà tutte le emissioni di un intero anno solare potrà essere assegnata la Presidenza della Repubblica ad honorem, e se qualcuno – magari Goldman Sachs – volesse rilevare l’intero ammontare del debito pubblico, potrebbe diventare padrone, depositando i diritti d’autore regolarmente alla SIAE, della Carta Costituzionale, avendo così il privilegio di cambiarla a piacemento, magari per restaurare lo Statuto Albertino o la mercato-crazia.

L’Ungheria sta negoziando un difficile prestito da 15 miliardi con la Troika. Ecco il risultato di questo modello culturale interamente basato sulla contabilità spicciola, dove la creazione di denaro non è più funzionale al benessere dei popoli, ma questi sono sacrificabili sull’altare del controllo sociale e demografico, ottenuto mendiante la grande usura legalizzata (senza averla mai votata) delle istituzioni internazionali. 

Giulio Cavalli, il nuovo governatore della Lombardia?

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Giulio Cavalli candidato governatore

di Valerio Valentini

 Il voto in Sicilia ha aperto le danze. Da qui alle elezioni nazionali del 2013, si delineerà la fisionomia della nuova classe politica. Il prossimo appuntamento saranno le consultazioni elettorali in Lombardia, terra di ‘ndrangheta e di corruzione. E anche lì, a giudicare dallo sfacelo prodotto da Pdl, Lega, Pd e Cl negli ultimi vent’anni, i cittadini esprimeranno un giudizio severo nei confronti dei politicanti che torneranno a infestare le strade con i manifesti pieni di vane promesse. La Lombardia era una delle zone più ricche e avanzate d’Europa, ed è stata consegnata da una politica oscena alle cosche e ai palazzinari dediti al narcotraffico e alla speculazione edilizia.

 Eppure, di fronte a queste macerie, c’è chi ha deciso di proporre un riscatto ai cittadini lombardi. Si tratta di Giulio Cavalli, che è ormai un ospite ricorrente del blog, e che sta lanciando in questi giorni la sua “rivoluzione”. Che poi è anche quella di tutti noi, che ancora crediamo in un’Italia diversa.

Giulio Cavalli, quindi hai deciso di candidarti per l’elezione a governatore della Regione Lombardia. Davvero?

Abbiamo deciso (e uso il plurale perché siamo in tanti: pezzi consistenti dei partiti ma non solo, cittadini, comitati, professionisti e associazioni) che non possiamo permetterci di non cogliere questa grande occasione di ripensare completamente la Lombardia, di uscire dal tranello di questi ultimi diciassette anni che ci hanno convinto che questo sia l’unico modello di gestione politica possibile. Abbiamo deciso che oltre a buoni amministratori, la Lombardia ha bisogno di una fantasia rivoluzionaria. Se non una rivoluzione, una prepotente evoluzione verso una Lombardia laica, che si ripensa sulle infrastrutture, che rimette al centro le persone prima delle cose. Per rispondere alla tua domanda, quindi: sì, davvero!

Dunque, una candidatura che cerca di aggregare una larga parte di quella società civile – in particolar modo composta da giovani – disgustata dalla politica attuale, che magari gravita intorno a movimenti creati dal basso o che addirittura rischia di confluire nel sempre crescente partito dell’astensionismo.

Certo. Se la politica non riesce ad accendere la speranza e non riesce a raccontare una visione rivoluzionaria del futuro è semplicemente autopreservazione dello status quo. E ormai i cittadini non sono più disposti a non accorgersene o interessarsene.

Ma è una candidatura, la tua, che dovrà tener conto dell’iter pre-elettorale che il centro-sinistra deciderà di intraprendere. Quali sono le prospettive in tal senso? Sai già azzardare date e candidati di eventuali primarie di coalizione?

Credo che le date siano più o meno in linea con quelle delle primarie nazionali. Anzi, secondo me sarebbe il caso di sfruttare i seggi e la partecipazione di quelle primarie per accorparle a quelle regionali, ma la discussione è in corso. Sui candidati circolano i nomi di Pizzul per il PD, Zamponi con IDV e la Kustermann per i cosiddetti "arancioni" (i quali, vale la pena ricordarlo, qui a Milano sono legati all’ex socialista D’Alfonso, che di arancione ha solo il colore).

Veniamo ai progetti che hai in mente per attuare una vera rivoluzione. La Giunta Regionale è di fatto crollata a causa di ‘ndrangheta e corruzione. Per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata, che ormai in Lombardia nessuno può permettersi di ignorare, la tua esperienza personale è una garanzia. Ma quali sono tre provvedimenti concreti che adotteresti il giorno dopo la tua eventuale elezione, per arginare lo straripante potere delle cosche?

Adottare il codice etico europeo che non è ma stato messo in pratica in Italia, una legge anticorruzione e una commissione antimafia permanente.

Sul modello di quella milanese presieduta da Nando Dalla Chiesa?

No, io preferisco una commissione consigliare: la politica si deve prendere la responsabilità politica delle proprie azioni. Gli esperti sono una risorsa importante a disposizione, ma le soluzioni sono legislative.

E come sarebbe un’ipotetica legge anti-corruzione lombarda varata dalla giunta Cavalli?

Prevedrebbe innanzitutto una diversa pianificazione urbanistica: nuova legge sul consumo di suolo, niente aree commerciali ma zone boschive intorno alle infrastrutture; e poi appalti con obbligo di videosorveglianza della movimentazione terra, recupero del costruito, responsabilità dei funzionari e decentramento dei poteri (e controlli) dalla Giunta verso il Consiglio. Tanto per dirne alcune.

E sulla vicenda Expo? Come si muoverebbe quella stessa giunta Cavalli?

Ripensandolo profondamente. Costruire il minimo indispensabile, rivendicare il ruolo agricolo della Lombardia e cogliere l’occasione per edilizia pubblica e servizi ai comuni ospitanti. Meno cemento e più servizi che non abbiano bisogno di essere riconvertiti. E poi concentrarsi sul tema coinvolgendo il mondo della cultura e dei saperi lombardi piuttosto che gli edificatori.

La cultura, appunto. Il Teatro Valle di Roma è autogestito ininterrottamente dagli artisti da circa due anni. Anche a Milano, nel maggio scorso, gli artisti di Macao hanno cercato di appropriarsi di spazi abbandonati per farne luoghi di cultura e di spettacolo. Un uomo di teatro come te, quali idee ha in mente per riportare la formazione e l’arte al centro della politica?

Le risorse. Finché non riusciamo a pensare alla cultura come ambiente di occupazione e produttività rimarremo incollati a questa visione della cultura e dell’arte come testimonianza. Per quanto riguarda il mondo del teatro, ad esempio, in Lombardia ci sono migliaia di professionisti che il mondo ci invidia. Bisogna costruire una rete teatrale che riparta dalle esperienze storiche ma che riesca ad abbracciare le nuove realtà (penso alle residenze teatrali, alle nuove compagnie di danza, agli interpreti delle arti visive e molto altro) e che voglia essere anche meno milanocentrica. C’è una legge sullo spettacolo da ripensare completamente che non tiene conto degli ultimi vent’anni.

E’ una grande responsabilità, quella che intendi assumerti. In bocca al lupo.

E’ una generazione intera che deve spendersi. Quindi in bocca al lupo a noi.

E vedranno voi.

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

la storia siete voi

 Il Movimento Cinque Stelle ha una grande responsabilità. E’ finita la fase della contrapposizione stucchevole tra protesta e proposta. Ora c’è bisogno di prendere consapevolezza della solennità del momento: quello che si sta scrivendo sono pagine di storia che verranno lette e studiate dai nostri pronipoti, fra cento anni. Solo che, a differenza dei nostri studenti, loro potranno vedere i volti e consultare i fatti fissati nel tempo, nei fotogrammi di milioni di video d’annata caricati nella sezione vintage dell’evoluzione di quello che oggi chiamiamo YouTube. E vedranno voi.

 Vedranno voi, le vostre promesse. Valuteranno le cose che furono dette. Rifletteranno sui risultati raggiunti o sui vostri insuccessi, e dibatteranno sul significato autentico dei sogni, delle legittime aspirazioni, della consistenza politico-intellettuale, sull’intensità della visione che avrete saputo trasmettere ai posteri. Leggeranno, nei paragrafi precedenti, di una società corrotta, decadente, orfana di valori, principi, ideali. Apprenderanno della grande crisi e di come tutto stava per essere travolto da un nuovo buio medioevale dei diritti, dal tramonto dello Stato sociale, dall’ascesa di nuove forme di nazionalismo e di razzismo, sostenute da una dittatura multicanale, l’Ovra del terzo millennio, che regalava l’illusione della libertà di espressione mentre, di fatto, controllava in maniera invisibile la circolazione dei contenuti nel reticolo presidiato dai social network. Era l’alba della nuova società di massa, che veniva controllata proprio da ciò che credeva potesse liberarla: la rete.

 Vedranno voi, e gli storici convergeranno sul fatto che siete arrivati per tempo, converranno sull’acume dimostrato dai vostri contemporanei nel leggere i fenomeni sociali e individuare i giusti correttivi, oppure vi relegheranno agli scantinati della storia, con brevi trafiletti anziché corpose monografie, tra l’Uomo Qualunque e le brevi fiammate degli schiavi che pretendevano di liberare se stessi senza avere la struttura per sostituirsi ai loro oppressori nel governo della complessità.

 Avete oggi la possibilità di diventare un faro che illuminerà il cammino per generazioni a venire, come lo furono nomi altisonanti prima di voi, oppure di frammentarvi fino a perdere contezza di voi stessi, disgregati nei tumultuosi rivoli dei vostri fragili personalismi.

 Affrontate le scelte del presente come se doveste sottoporvi all’attento, severo  giudizio del futuro, nella sua impietosa disamina del passato. Siate degni dei vostri sogni, e non giudicate chi da troppo tempo non riesce nemmeno più a prender sonno, ma portatelo con voi, perché è lui che vi aiuterà a fare gli ultimi cento metri, a chiudere quel maledetto ultimo capitolo, a scrivere la prima pagina del nuovo corso.

Il problema non è il debito pubblico. Ecco perché.

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Fabrizio Tringali Marino Badiale La trappola dell'euro

L’intervista di Tringali a byoblu.com, il 17 ottobre

di Fabrizio Tringali, co- autore del libro “La trappola dell’euro – La crisi, le cause, le conseguenze, la via di uscita

 Internet è uno strumento fantastico. Consente di accedere a molte fonti ufficiali di informazione, senza sorbirsi le mediazioni e le distorsioni del cosiddetto mainstream. Le fonti ufficiali sono costituite, per esempio, dalle analisi, i grafici e le statistiche costruite dagli uffici di enti ed istituzioni quali l’Istat, la Corte dei Conti, le Camere, e così via. Prima della diffusione della rete, queste fonti erano raggiungibili quasi esclusivamente dagli operatori del mainstream. E quando raccontavano balle, i cittadini non avevano molti mezzi per accorgersene. E’ anche per questo che cercano in ogni modo di mettere il bavaglio ai blog indipendenti. Perché grazie ai dati ufficiali possiamo svelare l’enormità delle balle che ci propinano: ovvero che per uscire dalla crisi dobbiamo “fare sacrifici”, diminuire il debito pubblico e realizzare “riforme” simili a quelle della “virtuosa” Germania.

 Ho affrontato questo tema nella mia recente video-intervista a byoblu, che ha suscitato un ampio e vivace dibattito, sia sul blog che su youtube. Il che mi ha dato l’opportunità di offrire alcuni chiarimenti ed una precisazione su quanto avevo affermato nel video, circa il fatto cioè che la maggior competitività della Germania rispetto ai PIIGS, tra cui l’Italia, si basa principalmente sulla capacità del governo tedesco di tenere bassa l’inflazione contenendo i salari e comprimendo i diritti dei lavoratori.

 Ora, alla documentazione che ho già fornito, costituita prevalentemente da analisi ed interventi di esperti economisti, aggiungiamo i dati ufficiali della Commissione Europea sull’evoluzione della competitività in diversi Paesi dell’eurozona nel periodo successivo all’introduzione della moneta unica. Possiamo così mettere a fuoco i motivi per i quali, dal 2000 in poi, la Germania ha visto aumentare la propria competitività rispetto ai PIIGS, i quali, non potendo svalutare la propria moneta rispetto a quella tedesca, appaiono incapaci di recuperare le quote di mercato perdute e si avvitano sempre più nella crisi. I dati raccolti dalla Commissione Europea si trovano scorrendo la documentazione parlamentare relativa alle modifiche al modello di Documento di Economia e Finanza (DEF) introdotte nel 2011, dove leggiamo che in esso, cioè nel DEF, deve essere contenuto il Piano Nazionale di Riforme (PNR).

 Il PNR, che costituisce la più rilevante novità del DEF, è un documento strategico che definisce gli interventi da adottare per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di crescita, produttività, occupazione e sostenibilità delineati dalla cosiddetta “Strategia Europa 2020”. Tra le altre cose, il PNR indica gli squilibri macroeconomici nazionali e i fattori di natura macroeconomica che incidono sulla competitività dei diversi Stati. E’ un documento che viene redatto in strettissima collaborazione con le istituzione europee, seguendo il calendario del cosiddetto “Semestre europeo”.

 L’indicatore utilizzato per verificare le evoluzioni della competitività è il tasso di cambio effettivo reale, che può essere costruito sulla base di vari indicatori diversi. Il tasso di cambio reale si determina ponderando l’andamento degli indicatori di prezzo (o di costo) che si decide di considerare, con le variazioni del tasso di cambio. Si ha perdita di competitività quando un aumento dei prezzi interni rispetto alla media dei prezzi internazionali non è compensato da una svalutazione del cambio di pari ammontare (cioè, in sostanza: perdiamo competitività quando i nostri prezzi aumentano più di quanto aumentino negli altri Paesi, perché chi acquista dall’estero inizierà a trovare vantaggioso comprare da altri Paesi esportatori, che sono ovviamente quelli dove i prezzi sono cresciuti di meno. Naturalmente ciò accade perché non possiamo svalutare la moneta nazionale, se potessimo farlo, i potenziali acquirenti esteri potrebbero continuare a trovare vantaggioso comprare da noi).

Il PNR propone quattro misurazione del cambio reale, basate sull’utilizzo dei seguenti indici (Non spaventatevi, sotto ai relativi grafici trovate la spiegazione delle varie sigle):

  1. L’indice IPCA dei prezzi al consumo;
  2. Il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP);
  3. Il deflatore del PIL;
  4. L’indice dei prezzi alle esportazioni.

 Queste rilevazioni sono di particolare importanza per noi perché riguardano proprio il periodo che ci interessa, dacché misurano le variazioni degli indici dall’anno 2000 in poi. In pratica, per i Paesi presi in considerazione, si prende il valore che l’indice considerato aveva nell’anno 1999 e lo si pone uguale a 100. Poi si misurano le variazioni negli anni successivi. Il risultato sono i grafici che seguono, i quali mostrano gli andamenti relativi agli indici di Germania, Francia, Italia, Spagna e alla media dell’area-euro, indicata con AE. Ecco quindi i dati di cui abbiamo bisogno per capire perché la Germania aumenta la sua competitività a discapito dei PIIGS e per comprendere, quindi, molte delle ragioni di fondo della crisi attuale. Vediamoli:

Figura 1Tasso di cambio reale basato su indice IPCA. Da wiki: questo indice è stato sviluppato per assicurare una misura dell’inflazione che fosse comparabile a livello europeo; l’indice, riferito alla stessa popolazione ed allo stesso territorio dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività, è però calcolato in relazione ad un paniere di beni e servizi costruito tenendo conto sia delle particolarità di ogni paese sia di regole comuni per la ponderazione dei beni che compongono tale paniere.
 Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 1

 

Figura 2 – Tasso di cambio reale basato sul costo del lavoro per unità di prodotto. Dal blog di Alberto Bagnai: Il CLUP è il costo del lavoro per unità di prodotto, ed è dato dal rapporto di due rapporti: (redditi da lavoro dipendente/occupati dipendenti)/(valore aggiunto totale/occupati totali). Si tratta, cioè, del rapporto fra redditi unitari da lavoro dipendente (il costo del lavoro per addetto), e produttività media del lavoro (il prodotto per addetto).
 Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 2

 

Figura 3 – Tasso di cambio reale basato sul deflatore del PIL. Il deflatore del PIL è il numero indice che esprime il rapporto tra PIL nominale (cioè il PIL calcolato a prezzi correnti) PIL reale (cioè il PIL calcolato a “prezzi costanti”, depurandolo dall’inflazione). Più il valore del deflatore è alto, più la crescita del PIL indica meramente un aumento dei prezzi invece che un aumento reale del volume degli scambi.
 Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 3

 

Figura 4 – Tasso di cambio reale basato sui prezzi alle esportazioni. Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 4

 Tutte queste rilevazioni indicano una perdita di competitività da parte dell’Italia rispetto alla nazione tedesca, ma essa appare più accentuata nei grafici relativi al CLUP e i prezzi alle esportazioni, tanto che il documento dal quale abbiamo estratto i grafici riporta: “La perdita di competitività risulta più pronunciata se si considera il tasso di cambio basato sul clup o sui prezzi delle esportazioni. Tali indicatori evidenziano come l’Italia subisca un’erosione della competitività sui mercati internazionali da ormai un decennio: nella misura utilizzata dal PNR (tasso di cambio effettivo ponderato in base al CLUP), questa perdita di competitività raggiunge circa il 15% [Secondo l’analisi del PNR, nel 2010 si è registrato un incremento del clup rispetto al valore dei tre anni precedenti del 9,1%.]

 Dunque anche i dati ufficiali confermano che il problema principale dell’eurozona risiede nel differenziale di inflazione fra i Paesi membri, che sembra determinato, prevalentemente, dal diverso andamento del costo del lavoro per unità di prodotto, il quale ha determinato un significativo aumento dei prezzi alle esportazioni in Paesi come l’Italia e la Spagna, rispetto a Francia e Germania. Ecco perché la crisi colpisce così duramente la Spagna. Perché il vero problema è la perdita di competitività, non certo il debito pubblico. La nazione iberica, infatti, negli anni precedenti alla crisi, presentava un rapporto fra debito/PIL assolutamente basso: 36,2% nel 2007, 39,8% nel 2008.  Ed ecco perché vogliono imporre anche in Italia i licenziamenti facili, le deroghe alle tutele sancite dai Contratti Nazionali di Lavoro, la precarietà a vita: perché tutto questo, azzerando il potere contrattuale dei lavoratori e costringendo gli italiani a lavorare di più guadagnando di meno, permette di abbassare il CLUP e alzare i profitti.

 Immagino già l’obiezione del difensore dell’euro di turno: “E va bene, hai ragione, la Germania ha guadagnato competitività abbassando il CLUP contenendo i salari, ma noi possiamo raggiungere lo stesso risultato attraverso un’altra via! In Italia ci sono troppe tasse, abbassiamole! Giù il cuneo fiscale!” Purtroppo questa strada non può condurre fuori dalla crisi. Perché?

 Abbiamo visto che il problema dell’eurozona è il differenziale di inflazione e competitività che i PIIGS scontano rispetto alla Germania. Dunque, per considerare che l’abbassamento del cuneo fiscale rappresenti una strada efficace per l’uscita dalla crisi dovrebbero essere vere due premesse:

  1. l’andamento del valore del cuneo fiscale nel periodo successivo all’introduzione della moneta unica dovrebbe aver avuto un ruolo importante nel determinare l’aumento di competitività della Germania;
  2. dovrebbe esistere un buon “margine di manovra” per l’Italia rispetto alla nazione tedesca, cioè le tasse sul lavoro in Italia dovrebbero essere significativamente più alte che in Germania.

Anche in questo caso, è sufficiente dare uno sguardo ai dati ufficiali della Commissione Europea per capire la situazione, e per rendersi conto che nessuna delle due premesse è verificata. In effetti, in Italia, il cuneo fiscale presenta un valore abbastanza elevato, ma fra i pochi Paesi che vantano una tassazione sul lavoro ancora maggiore vi è proprio la Germania! E se guardiamo agli andamenti dei valori nel periodo compreso fra il 2000 e il 2008 vediamo che le variazioni sono ben poco consistenti. L’Italia oscilla tra il 41,6% e il 43,5%, la Germania fra il 46,6% e il 47,9%:

Tabella 1

[Dati estratti dal documento “Tax wedge on labour cost” pubblicato sul sito Eurostat, scaricabile qui]

Adesso spero sia più chiaro per tutti il modo in cui la "virtuosa" Germania ha costruito i suoi successi. Ora, se vogliamo restare nella gabbia dell’euro, tocca a noi fare le stesse “riforme”, proseguendo lo scempio iniziato dalla Fornero. Oppure possiamo forzare le sbarre, ed uscire.

Tutte le stramaledette leggi contro la Rete

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Tutte le leggi bavaglio contro la rete

 Mentre il Senato litiga sull’ultima legge bavaglio contro la rete, il cosiddetto ddl Salva-Sallusti, a L’Ultima Parola faccio l’elenco di tutte le micidiali leggi contro la rete che hanno visto la luce, bipartizan, negli ultimi 7 anni. E a quanto pare lo stillicidio non è ancora finito.

 Se volete approfondire ognuna di queste perle, e avete un’ora e mezza per ascoltare pura pornografia digitale, potete guardarvi la mia enciclopedia del 4 luglio 2011: la lunga, triste storia degli attacchi alla rete.

La lunga e triste storia degli attacchi alla rete - Byoblu - Claudio Messora - AGCOM - Copyright

 Se poi volete approfondire la direttiva IMMI (Icelandic Modern media Initiative), leggete "Questo blog batte bandiera islandese", del 26 luglio 2010. E, se volete, iscrivetevi alla pagina Facebook che ne chiede l’introduzione anche in Italia.