E nessuno che fermi questi pazzi

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Giulio Tremonti Banche Francesi Tedesche

 Giulio Tremonti parla dell’Europa, oggi, in conferenza stampa. La politica in Europa è fallita: la curva della sua finanziarizzazione continuerà a salire fino a schiantarsi. I soldi dati alla Grecia e quelli che stiamo per dare alla Spagna servono per finanziare le banche tedesche e le banche francesi. Il conto glielo stiamo pagando noi. I fondi salva-stati e gli aiuti servono solo a quello. Un processo né politico né democratico.

Lo spread è oggi il triplo dei primi tre anni del Governo Berlusconi. Monti si attribuisce il merito della sua recente discesa, ma tutti gli spread sono temporaneamente calati, anche in Francia, e della stessa percentuale. Il professor Monti è come il selvaggio che si alza la mattina, vede il sole ed afferma che sia sorto perché lui si è alzato dal letto. Lo scorso luglio, il differenziale tra i btp italiani e i bond omologhi tedeschi toccò il suo culmine, a 534. Ma se lo spread batte ogni record, allora quello non è merito suo, ovviamente, bensì colpa nostra. Siamo nelle mani dei selvaggi e del loro pensiero magico, venduto come oro colato, a un costo democratico altissimo.

 L’Italia è un contribuente netto dell’Europa. Da quando c’è Monti siamo contribuenti netti anche del sistema bancario privato degli altri paesi. Diamo in Europa più di tre miliardi. Ne prendiamo indietro uno e mezzo. Di quel miliardo e mezzo che ritorna, ne spendiamo una quota minima. L’Europa deve accettare la filosofia della solidarietà, per la quale era nata. I fondi di cui dispone sono prevalentemente italiani: vanno su, ce li pelano, ci restituiscono le briciole, che noi non usiamo neppure per intero. Se non li usiamo, finiscono anche quelli agli altri paesi concorrenti. Non "europei", ma proprio "concorrenti". E’ una gara, non una unione. Per di più, truccata.

 A questi soldi aggiungiamo i miliardi dati ai fondi salva-stati che servono a salvare le loro banche (le nostre ce le salviamo da soli, perchè le abbiamo ricapitalizzate con l’acquisto di nostri titoli di stato, che significa interessi su interessi da caricare sulle tasche dei cittadini), fiumi di denaro che finiscono investiti nei titoli di stato dei paesi con la tripla A: Germania, Olanda, Finlandia, Svezia, Danimarca, Inghilterra, Lussemburgo.

 Monti va a Dubai a implorare gli sceicchi di comprarsi le nostre aziende, i cui profitti usciranno così definitivamente dal Paese. Aziende che torneranno in vendita, non appena il capriccio sarà finito. Vogliono vendersi caserme, scuole, la sanità pubblica, le pensioni, anche l’oro. E nessuno che fermi questi pazzi.

 Nel frattempo, il Paese trepida per sapere quale nome avrà il figlio di Kate, e guarda dal buco della serratura Brad Pitt colto in castagna da Tyson mentre spiega alla di lui moglie che i colpi sotto alla cintura sono validi eccome. Specialmente gli affondi.

Vuoi vedere che i MAFIOSI erano loro?

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Antonio Ingroia francesco messineo Antonino Di Matteo Paolo Borsellino Giorgio Napolitano

 di Valerio Valentini

 La realtà è che ieri è stata scritta una pagina orrenda della storia della Repubblica italiana. La realtà è che ieri l’Italia dei giusti è stata, per l’ennesima volta, derisa, umiliata, oltraggiata. La realtà è che non si trattava di decretare se i magistrati di Palermo abbiano agito secondo le norme del diritto: si trattava di stabilire se certe verità possano, o meno, essere ricercate. Ieri la Consulta non ha semplicemente costretto a distruggere delle intercettazioni; ieri la Consulta ha ribadito che certe cose non devono essere dette, che certe stanze, nonostante siano state già abbattute le porte che le rendevano inaccessibili, non devono essere rischiarate dalle luci della verità.

 La realtà è che ancora una volta sono stati ingiuriati i partigiani della giustizia e della costituzione. La realtà è che ancora una volta si è detto che chi vuole sapere e far sapere è un illuso, che chi crede nella giustizia uguale per tutti è uno sciocco, che chi non si arrende “al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della complicità e quindi della contiguità” deve rassegnarsi a restare sconfitto. Anzi, di più. La realtà è che si è sancito che nell’Italia di oggi chi persegue la verità compie un atto criminale, mette a repentaglio gli equilibri fragili e marci su cui ancora si regge uno Stato barcollante e bugiardo.

 La realtà è che ieri questo Stato è stato costretto a gettare la maschera e a mostrare il suo volto più autentico. La realtà è che quel volto è ipocrita e feroce. Ipocrita perché santifica i “martiri” e gli “eroi” dopo che il tritolo li ha ridotti a brandelli, mentre li isola e li delegittima mentre hanno ancora la forza della loro ragione. E feroce, quando sotto ai suoi piedi la terra scricchiola, perché non si fa alcuno scrupolo nel ricorrere ai mezzi più disgustosi e meschini. Perché la realtà non è, come stanno scrivendo i giornali, che ieri la Consulta ha riscontrato un’irregolarità nella condotta tenuta da Ingroia, Di Matteo, Messineo e i loro colleghi; la realtà è che ieri la Consulta ha accusato – è stata di fatto obbligata a farlo – Ingroia, Di Matteo, Messineo e i loro colleghi di aver attentato all’integrità delle prerogative del Capo dello Stato: li ha dipinti come dei cospiratori, come dei mafiosi.

 La realtà è che questa vergognosa faccenda dimostra che chi condivide il Potere, oggi, è avvinghiato in una ragnatela viscida di ricatti incrociati, intessuti per anni e ormai inestricabili; la verità è che il segreto sulle stragi è un segreto di Pulcinella: ai piani alti non esiste chi “non ricorda” cosa sia successo vent’anni fa, e non c’è neppure chi “non sa” su che basi si poggia questa sciagurata seconda repubblica. La realtà è che ci sono personaggi più implicati che hanno lasciato il posto a personaggi meno implicati, che tuttavia sanno e ricordano. E sanno e ricordano anche cosa non deve accadere. E sanno e ricordano anche che quando certi telefoni squillano bisogna rispondere.

 La realtà è che noi tutti oggi siamo chiamati, dalla storia e non solo dalle nostre coscienze, a prendere posizione, a non restare imparziali. Siamo chiamati a scegliere se schierarci con chi cerca di trovare una verità che, essa soltanto, ci permetterebbe di redimere la nostra condizione di popolo e vivere in maniera consapevole e matura la nostra partecipazione alla vita politica, oppure se sostenere – per opportunità, per pavidità, per codardia – chi cerca di annegare quegli spasimi di libertà e di giustizia.

 La mattina in cui morì, Paolo Borsellino scrisse una lettera ad una professoressa di Padova che si era lamentata con lui perché qualche mese prima non si era presentato ad un incontro organizzato nella scuola in cui lei insegnava. Tra le varie cose, parlando della “criminalità mafiosa”, Borsellino scrisse: “sono ottimista perché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

 Dov’è quella forza? Perché accettiamo con noncuranza e rassegnazione che la lotta alla mafia venga disinnescata con ogni mezzo? Perché l’Italia dei giusti si lascia deridere, umiliare, oltraggiare? La realtà è che oggi Paolo Borsellino sarebbe deluso. Ma avrebbe sicuramente la stessa voglia di combattere per la verità e per la giustizia.

 E noi?

Come fu che Renzi perse

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Primarie Matteo Renzi

 di Bruno Poggi

 La settimana scorsa, scrivendo un articolo sulle primarie PD proprio per questo blog, affermavo: “Bersani è in testa e vincerà le elezioni. Non so proprio dove Renzi possa prendere dei voti (ricordo che non ci si può iscrivere a votare dopo il primo turno): Vendola, al di là delle dichiarazioni di prammatica per alzare un po’ il prezzo, sa benissimo che i suoi elettori o voteranno Bersani o si asterranno”.

 E’ andata proprio così e gli elettori si sono mostrati divisi in 4 categorie:

  1. coloro che la volta precedente hanno votato Bersani ed hanno confermato il voto;
  2. coloro che la volta precedente hanno votato Renzi ed hanno confermato il voto;
  3. coloro che al primo turno hanno votato per un candidato diverso da Bersani e Renzi e al ballottaggio hanno votato per Bersani;
  4. coloro che al primo turno hanno votato per un candidato diverso da Bersani e Renzi e al ballottaggio si sono astenuti.

 Manca una quinta categoria: quelli che al primo turno non hanno votato Renzi e al ballottaggio hanno scelto lui. E qui è la radice della sconfitta del Sindaco di Firenze. La Tab.1 lo mostra in maniera inequivocabile:

Tab.1 – Comparazione tra il 1° turno e il ballottaggio dei risultati delle primarie PD

Candidato

Voti 1° turno

Voti Ballottaggio

Diff

 P.Bersani

1.395.096

1.727.131

+ 332.035

M.Renzi

1.104.958

1.117.589

+ 12.631

N.Vendola

485.689

0

 

L.Puppato

80.628

 

 

B.Tabacci

43.840

 

 

Totale

3.110.211

2.844.720

– 265.491

 I 610.157 voti dei sostenitori di Vendola, Puppato e Tabacci  sono andati per oltre la metà a Bersani (il 54,4%) mentre il 43,5 si è astenuto: solo il 2,1% di costoro ha scelto Renzi e la percentuale è forse inficiata dai pochissimi nuovi elettori ammessi al ballottaggio. Tuttavia Bersani, anche se non avesse avuto l’apporto di una parte degli elettori di Vendola e dei candidati minori, avrebbe vinto ugualmente le primarie. Solo, lo avrebbe fatto con una percentuale inferiore: 55,8% a 44,2%. La questione di fondo è che queste primarie sono state pensate per favorire la partecipazione dei militanti più che quella dei semplici cittadini. E di questo Renzi e il suo staff si sono resi conto solo dopo i risultati del primo turno; hanno capito cioè che le regole pensate per queste primarie erano state escogitate per fare vincere l’uomo dell’apparato: Pierluigi Bersani.

 La prima “fregatura” per Renzi è stato il ballottaggio: in questo modo Bersani si garantiva una possibilità di vittoria anche se non fosse stato in testa al primo turno, perché aveva comunque un serbatoio di voti a cui attingere. Certo, sarebbe stato più difficile, ma la possibilità era in ogni caso concreta. Renzi quest’opzione non l’ha potuta giocare. Ma la scelta veramente discriminante, che infatti è stato il leit motiv di questa settimana, è il tipo di elezioni primarie scelte: quelle cosiddette semi-aperte. E qui ritengo che sia bene fare chiarezza e spiegare come funzionano le primarie. Anche perché in futuro, se mai si ripeteranno per qualunque schieramento, gli elettori hanno il diritto di sapere chi vi sono differenti sistemi e di conoscerne le differenze. Negli USA, patria indiscussa di questo sistema di voto, vi sono 4 tipi di elezioni primarie: i caucus, le primarie chiuse, quelle semi-aperte e quelle aperte.

 I caucus (che  a mio avviso sarebbero un ottimo sistema da utilizzare in Rete) sono delle assemblee di elettori (il termine è di derivazione indiana e significa “incontro tra capi tribù”). Il sistema di voto è veramente spettacolare: i votanti si recano in una sala grande, precedentemente individuata, e si dividono in vari gruppi ai vari angoli della sala secondo le intenzioni di voto (è ammesso anche il gruppo degli indecisi); dopodichè, un rappresentante per ogni gruppo espone le ragioni che l’hanno spinto ad appoggiare lo specifico candidato e invita coloro che sono negli altri gruppi a spostarsi fisicamente nel suo. Gli indecisi tendenzialmente abbandonano il proprio gruppo e si aggiungono ai supporters del candidato prescelto. Per essere certi che la scelta sia stata meditata, si propongono varie rotazioni negli interventi. Dopo che tutti hanno avuto la possibilità di argomentare le proprie ragioni, replicando precisamente a quelle degli altri, si dichiara la fine degli interventi e si consente un ultimo posizionamento nei vari gruppi. Compiuto il posizionamento finale vi è il conteggio di tutti i partecipanti e si calcola la “viability”, cioè il numero corrispondente al 15% del totale dei partecipanti. Tutti i gruppi con un numero di aderenti inferiore alla “viability”, cioè il numero corrispondente al 15% del totale dei partecipanti, sono invitati al “realign”, al riallineamento, cioè a sciogliersi e a confluire in gruppi che hanno superato la “viability”; per chi non voglia “riallinearsi”, è possibile abbandonare la sala e tornare a casa. Si procede infine alla conta e si certificano i risultati.

Le primarie chiuse sono primarie alle quali partecipano solo gli iscritti ad un partito (uno stato degli USA che le utilizza è il Maryland). Le primarie semi-aperte prevedono che l’elettore si sia precedentemente iscritto in apposite liste prima del voto (come è stato nel caso delle primarie PD). Le primarie aperte sono elezioni dove chiunque può liberamente votare (negli USA le adotta il Texas).

 E’ evidente che nel caso delle primarie chiuse vi è la massimizzazione dell’opinione dei militanti, ma uno scarsissimo coinvolgimento anche solo dei simpatizzanti. Anche nel caso delle primarie semi-aperte prevale la presenza dei militanti, non fosse altro perché, come nel caso delle primarie PD, l’elettore si deve mobilitare tre volte: la prima per registrarsi, la seconda per votare al primo turno e la terza per votare al ballottaggio. Nel caso delle primarie aperte, invece, vi è il rischio concreto di “inquinamento” del voto (gli elettori di un partito avverso possono recarsi in massa a votare per influire sul risultato), ma è indubbio che chi rappresenta una novità e vuole uscire dal recinto elettorale tradizionale del suo partito è avvantaggiato da un sistema di questo tipo. Renzi ha chiesto di applicare un sistema di primarie aperte, ma lo ha fatto dopo avere accettato le regole di un sistema di primarie semi-aperte.

 Aveva proprio ragione Goethe quando diceva: “Niente è più terribile dell’ignoranza in azione”.

Lo schiaffo morale

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Denis MacShane

da Londra, per Byoblu.com, Valerio Valentini.

 Mentre in Italia continuiamo ad avere oltre cento “onorevoli” condannati o indagati, più di un parlamentare su 10, in Inghilterra i rappresentanti del popolo si dimettono per qualche migliaia di euro. Subito. Senza se e senza ma. E soprattutto senza applausi, visto che sarebbe inconcepibile il contrario.

 La settimana scorsa si è votato nel distretto di Rotherham, per destinare un nuovo rappresentate locale al parlamento di Westminster. Le elezioni anticipate sono state convocate a seguito delle dimissioni del deputato Denis MacShane. Secondo lo Standard and Privileges Committee, la commissione parlamentare che si occupa di investigare sui privilegi della “casta” e di stilare i codici di condotta, MacShane si è reso protagonista del “più grave caso” che sia mai stato loro sottoposto. Avrebbe emesso, tra il 2004 e il 2008, ben 19 fatture, spacciandole per spese parlamentari, per un totale di circa 13mila sterline. Di queste, almeno 7500 (quasi 10mila euro) erano chiaramente spese personali. Secondo i membri del Comitato giudicante il suo agire è stato “palesemente intenzionato ad ingannare” l’autorità degli organi parlamentari chiamati a giudicare sulle spese di tutti i deputati. Il comportamento di MacShane, si legge nel rapporto rilasciato dal Comitato, “si qualifica molto al di sotto degli standard di integrità ed onestà richiesti ad ogni deputato”.

 Tutto questo è accaduto il 2 Novembre. Il giorno dopo MacShane, che non è proprio l’ultimo arrivato (parlamentare dal 1994 e ministro per l’Europa nel primo governo Blair), ha chiesto pubblicamente scusa e ha rassegnato le sue dimissioni, promettendo di fare al più presto chiarezza. Senza rimettersi al giudizio della magistratura. E ha anche ripagato l’intera cifra di 12900 sterline, nonostante l’irregolarità accertata fosse solo sulle 7500.

Per gli Inglesi si è trattato di un atto dovuto, nulla di straordinario: un parlamentare contestato che si dimette e che restituisce ciò che ha preso, indipendentemente dal fatto che sia dovuto o meno, nell’attesa che gli accertamenti facciano il loro corso. Una questione di responsabilità politica e di onore. Quell’onore di cui i nostri “onorevoli” si vantano sui loro dispendiosi biglietti da visita e nei sottopancia televisivi, ma quando poi sono indagati guai a chieder loro di fare la stessa cosa: si viene immediatamente tacciati di populismo e demagogia.

E’ vero forse il contrario: in Inghilterra non c’è bisogno di nessuna antipolitica: i primi “antipolitici” sono i politici stessi, i quali hanno un senso della dignità che in Italia sarebbe un caso di straordinarietà degno di beatificazione immediata.