Ma la pianti o no di smacchiare giaguari?

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Bersani condono

di Valerio Valentini

 Leggenda vuole che Berlusconi sia imbattibile in campagna elettorale: gioca sporco, mentendo e smentendo senza remora alcuna, sparando panzane pazzesche e facendo proposte irrealizzabili. Così i suoi avversari sono costretti ogni volta a rincorrerlo, cercando di dimostrare l’infondatezza delle sue teorie. Ma è mai possibile che i suoi avversari – e in particolar modo il PD – non trovino altra strategia che quella di attendere la frottola berlusconiana del giorno per poi giocare di rimessa? Possibile che si rassegnino al fatto che a dettare l’agenda quotidiana della campagna elettorale sia solo e soltanto Berlusconi?

 Prendiamo uno degli ultimi esempi: il condono. Dopo aver promesso quello tombale, il Caimano ha rilanciato ancora, aggiungendo anche quello fiscale. Così… ad abundantiam! Manco fosse un’offerta sul listino del supermercato. Eppure proprio sul tema dell’abusivismo edilizio e del consumo del suolo il PD poteva giocarsi una carta importantissima per lanciare un segnale forte al suo elettorato, dichiarando apertamente da che parte sta (ammesso che, effettivamente, stia proprio da quella parte): cioè non solo da quella della legalità, ma anche da quella della tutela ambientale e della salvaguardia della vite umane.

 Il 5 febbraio scorso, infatti, l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) ha presentato a Roma i risultati di un suo studio. Risultati agghiaccianti: dal 1956 a oggi, il cemento si è mangiato ininterrottamente 8 metri quadrati di Italia al secondo. Significa, come hanno esemplificato i tecnici dell’ISPRA, che ogni anno è stata cementificata una superficie pari a quella dei comuni di Milano e Firenze messi insieme. Ogni anno. E questa è la media: ma se si analizza la progressiva crescita del fenomeno nel corso degli anni si rimane ancor più sconcertati: se nel 1956 il consumo del suolo era di circa 8mila Km2, nel 2010 si è arrivati a oltre 20mila Km2. Si è passati dal 2,8% dell’intero territorio nazionale al 6,9%. E si tratta di un aumento che non è giustificabile alla luce dell’incremento demografico. Il suolo cementificato pro-capite è infatti raddoppiato: da 170 a 343 metri quadrati per cittadino.(Qui le tabelle riassuntive)

 Nel corso del convegno organizzato dall’ISPRA è stato poi analizzato un rapporto della Commissione Europea, e sono stati presentati, per la prima volta in Italia, i dati di un altro studio commissionato da Bruxelles. Si è offerta così una visione continentale sull’argomento, da cui si evince che l’Italia ha una superficie di suolo consumata superiore alla media europea: 2,8% contro 2,3% (va detto che la Commissione Europea ha utilizzato altri parametri, calcolando la superficie “sealed”, cioè impermeabilizzata, e che i dati si riferiscono al 2006). Anche per quanto concerne la “superficie artificiale”, l’Italia è sopra la media: 5% contro 4,4%. E un dato che viene ribadito anche nel rapporto europeo è la sproporzione abissale tra la crescita (registrata dal 1960 al 2000) della superficie artificiale (300%) in rapporto alla crescita demografica (3,6%).

 A Bruxelles hanno anche giudicato lo stadio attuale delle politiche che ogni nazione ha messo in campo per trovare una soluzione al problema: mentre Germania, Olanda, Regno Unito, Belgio, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Slovenia e Svezia hanno “attuato numerose misure”, a noi viene assegnato un cartellino meno lusinghiero, come del resto anche a Francia e Spagna: abbiamo cioè solo avviato “misure iniziali” (qui la tabella completa, a p. 17). Nel capitolo a noi specificamente riservato (qui a p. 95) si lancia anche un altro allarme: “le regioni del nord e quelle costiere sono affette in maniera significativa dall’impermeabilizzazione del suolo e dalla crescita incontrollata delle città”.

 I risultati del rapporto ISPRA hanno trovato ampio spazio sui quotidiani nazionali. Ne ha parlato addirittura Salvatore Settis sulla prima pagina di Repubblica dell’8 febbraio (attenzione: il confronto Italia/Europa fatto da Settis nell’articolo non tiene però conto dei diversi parametri utilizzati nei due studi). Non si può dire, dunque, che l’occasione di affrontare l’argomento non ci fosse. E neppure si può dire che la tematica non si prestasse al clima da campagna elettorale. Al di là dell’aspetto legale ed ecologico, infatti, la tutela del suolo è, anche e soprattutto, una questione economica. Ne scrissi esattamente un anno fa: ogni anno in Italia oltre 3 miliardi di euro vengono spese per finanziare le “emergenze”, a fronte di 250 milioni per la prevenzione. Ma “per ogni milione speso per prevenire, ne abbiamo spesi 10 per riparare i danni della mancata prevenzione”. Bersani può evidentemente non leggere byoblu, ma difficilmente non legge Repubblica. E infatti proprio nell’articolo sopracitato, Settis scriveva: “Interrompere queste pratiche stolte, si sente ripetere, è impossibile perché vanno protette la manodopera e le imprese. Non è vero. Di lavoro per imprese e operai ve ne sarebbe di più e non di meno se solo si decidesse di dare priorità assoluta alla messa in sicurezza del territorio […]”.

 Tutto questo Settis lo scriveva sul quotidiano uscito nelle edicole all’alba dell’8 febbraio. Quand’è che Berlusconi ha promesso il condono edilizio, oltre a quello tombale? A Leader, di Lucia Annunziata, cioè la sera dell’8 febbraio. Bersani e soci avrebbero avuto tutto il tempo di sfogliare Repubblica, leggere, rileggere, rileggere ancora, capire cosa c’era scritto e poi, forti del sostegno di un intellettuale che qualunque sinistra al mondo proporrebbe come ministro dell’Istruzione o dei Beni Culturali, lanciare la loro proposta: piano nazionale di messa in sicurezza del territorio e di recupero degli immobili, nuove possibilità di posti di lavoro, enorme risparmio e maggior tutela dell’incolumità delle persone (ogni mese 5 persone muoiono in Italia per frane e alluvioni, senza contare i terremoti).

 Invece Bersani ha taciuto tutto il giorno, aspettando che fosse Berlusconi, alle 10 di sera, a lanciare la proposta del condono edilizio. Proposta aberrante, ma efficace in termini elettorali: al mago di Arcore nulla frega del nostro paesaggio, ma a bene che in Italia circa 6 milioni di Italiani (fonte WWF, p. 25) vivono in aree urbane abusive. Promettere una sanatoria garantisce al PDL una marea di voti. E qual è, invece, la strategia di Bersani? A Piazza Pulita, il 4 febbraio, disse  “mai più condoni”, vero. Ma poi aggiunse: “perché è ora che paghino un po’ tutti”. Abolire i condoni, secondo Bersani, è utile “a far pagare meno chi sta pagando tutto”. Ma non ha senso: non si rifiuta un condono per un motivo di equità fiscale. Anzi, è proprio il ritornello dei berlusconiani dire “il condono porta tanti soldi nelle casse dello Stato”. E infatti la proposta di Bersani non ha attirato molto l’attenzione di media e di elettori. Perché? Perché una proposta che abbia qualche possibilità di bucare lo schermo dev’essere alternativamente o pura fantascienza, come quelle di Berlusconi, oppure concreta, ben strutturata e allettante (come ci si aspetterebbe da chi vorrebbe vincere le elezioni).

 Ma non spiegateglielo a Bersani. Lui si diverte così tanto a smacchiare i giaguari, che sembra brutto distoglierlo dai suoi trastulli.

GRILLO: VOGLIAMO LA SOVRANITA’ MONETARIA

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Beppe Grillo Sovranità Monetaria Trento

 Dopo avere aperto ieri, sul suo blog, alla critica dell’euro di Alberto Bagnai, intervistato da Byoblu.com lo scorso 6 luglio (questa la lunga intervista, finanziata da voi in crowd-funding), questa sera a Trento Beppe Grillo parla (male) dell’euro e dice senza mezzi termini alla piazza strapiena di volere la sovranità monetaria, e che si devono rinegoziare i trattati.

 Nel frattempo, il solito, caro, vecchio Berlusconi non perde l’occasione di smentirsi, e intrattiene il suo pubblico, evidentemente divertito e mai stanco di battutine e allusioni sessuali, chiedendo a una dipendente di GreenPower se viene, e quante volte. La signorina, che non si infastidisce per le attenzioni a lei dedicate in pubblico (che da altre sarebbero state considerate la dimostrazione di un atteggiamento sessista, ancora oggi riservato alle donne lavoratrici in questo Paese ai margini della cività), sta al gioco: "io vengo, a costo zero". "Una volta sola? Quante volte viene?". "Tre, quattro, cinque, dipende dalle esigenze". Il pubblico va in deliquio.

 Che sia di questo che hanno ancora bisogno gli italiani?

Berlusconi lei viene

  Nel frattempo, dopo avere intervistato Loretta Napoleoni (il video uscirà tra due o tre giorni e promette di essere di alto impatto), prepariamoci tutti ad ospitare Nino Galloni, il funzionario oscuro che fece paura a Kohl: sarà ospite qui lunedì prossimo. Aiutami a finanziare l’intervista.

Fuori l’elenco dei mutui del PD con Monte dei Paschi

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Elenchi mutui PD Monte dei paschi di siena

 Quando l’anno scorso il Parlamento azzerò le commissioni bancarie, come risultato di un mezza frase infilata in un emendamento che evidentemente la maggioranza aveva votato senza leggerlo bene, Federico Ghizzoni (AD di Unicredito) parlò di "incidente che non si doveva più ripetere" e Mussari, dopo avere finto le dimissioni da presidente Abi, si fece il giro di tutte le segreterie di partito per chiedere l’immediata cancellazione di una norma che prevedeva (pensate) anche i conti correnti gratuiti ai pensionati con una pensione inferiore ai 1500€.

 Gianfranco Polillo disse che le misure sui conti correnti gratis per i soggetti titolari di trattamenti pensionistici fino a 1.500 euro "comportano un notevole danno per le banche" e l’azzeramento delle commissioni "si risolve in una riduzione dei ricavi per le banche con effetti indiretti anche sul gettito fiscale", per cui "il Governo si riserva di intervenire". La Finocchiaro disse che il PD era favorevole all’eliminazione della norma. Ma anche Alfano disse che il PDL era favorevole all’eliminazione della norma. Il Governo (quello delle banche) disse che per quanto lo riguardava, chiaramente, vedeva con favore l’eliminazione della norma.Tutti a 90 gradi, cittadini compresi che non ci capivano niente, perché la faccenda era ingarbugliata come il cavetto degli auricolari di un telefonino. L’unico che urlava ero io.


 Cominciò immediatamente la corsa contro il tempo per accontentare Mussari e ripristinare le commissioni bancarie. Se fosse entrata in vigore, avrebbe scatenato l’inferno. Secondo l’Abi: 10 miliardi di perdite per le banche. Non fa niente che le banche ci costano e ci sono costate molto di più. I tempi tecnici erano strettissimi. Mentirono. Anche in quel caso, mi risposero che non era vero che avrebbero obbedito alle banche. Paola De Micheli (PD), a L’Ultima Parola, mi disse testualmente "non è che domani mattina quella norma viene cancellata". Infatti l’indomani mattina esatta, il 24 marzo 2012, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “ritenuta la straordinaria necessita` ed urgenza di modificare talune disposizioni […] concernenti la nullità di clausole nei contratti bancari”, su proposta nientedimeno che del presidente del Consiglio Mario Monti – quello che si gonfiava il petto con lo stesso emendamento che non era neppure suo -, emana il Decreto-legge 24 marzo 2012, n. 29, il quale all’articolo 1 annulla gli effetti dell’emendamento della discordia, quello che avrebbe stralciato tout court le commissioni bancarie. E per non far sembrare che emanano un decreto legge ad Mussari, ci aggiungono anche la creazione di un Osservatorio sull’erogazione del credito da parte delle banche alle imprese. Leggete bene quello che successe e quello che dissi e scrissi io. E a proposito, qualcuno sa che fine ha fatto l’Osservatorio?

 Per tagliarsi gli stipendi non è bastata l’istituzione di una commissione apposita e non sono bastati mesi di necessarie, esiziali indagini transnazionali, al termine delle quali il presidente Istat si dimise perchè l’incarico era troppo difficile. Per ripristinare le commissioni bancarie, invece, ci sono voluti solo pochi giorni e la collaborazione istantanea e assoluta di tutti, specialmente del presidente del Consiglio e a quello della Repubblica.

 Ora, dopo quasi un anno, guardando agli intrecci che emergono tra il Partito Democratico e Monte dei Paschi di Siena, alla longa manus delle Fondazioni Bancarie sulle nomine negli istituti di credito, al 30% che, addirittura per regolamento, i nominati avrebbero dovuto versare nelle casse del partito dal loro stipendio, alle donazioni ingenti di Mussari (quasi 700mila euro), si capisce forse meglio il perché di quella corsa frenetica ad azzerare il provvedimento che annullava le commissioni bancarie (le più alte in assoluto in tutta Europa) per i cittadini italiani.

 Ora, se il PD vuole almeno provare ad avere titolo per rivendicare un po’ di credibilità, deve fornire l’elenco di tutti i mutui a tasso agevolato, di tutti i finanziamenti e i prestiti in sofferenza ottenuti da nominati, dirigenti ed eletti, unitamente all’elenco di tutte le contribuzioni di nominati e dirigenti del Monte dei Paschi di Siena, insieme alle donazioni degli stessi, spontanee o meno. In fondo, tutto questo ci è costato 4 miliardi di euro almeno: abbiamo il diritto di sapere e il diritto di mandarli tutti a casa.

Un cadavere tenuto venti metri sotto terra

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Cultura

 di Alfonso Liguori, attore-giornalista

 Fosse un fantasma che si aggira per la campagna elettorale in corso, almeno di tanto in tanto se ne avvertirebbe la presenza. Invece è un cadavere, tenuto a venti metri sotto terra. È la cultura, grande assente della contesa partitica, assente cui nessuno schieramento politico sente il bisogno di far riferimento, nonostante ci siano da parte di operatori e studiosi del settore, italiani e stranieri, ripetuti richiami all’attenzione. È forse il segno dei tempi ed anche, probabilmente, il segno del peso intellettuale della classe politica che si propone per la prossima guida del Paese. A scorrere i programmi, nessuno si salva. Nemmeno i nuovi, nemmeno i piccoli. A meno che tra i cento, duecento, trecento simboli presentati non ce ne sia uno da 0,0001 % alle urne che ci sia sfuggito.

 Eppure, la Cultura, intesa come produzione di idee e come beni culturali, è il vero petrolio dell’Italia. Non soltanto per ciò che l’adeguato “sfruttamento” di questi beni può portare alle casse dalla nazione, ma anche per il numero enorme di persone che ci lavorano. Basti pensare che soltanto nel settore Prosa sono attive circa trecentomila persone, tra attori, tecnici di teatro, amministrativi, addetti ai trasporti e alla creazione di scene e costumi. Forse la cifra è anche in difetto, ma ci piacerebbe che qualcuno comprendesse che stiamo praticamente parlando di un’altra Fiat.

 Collegati al settore Prosa, ci sono tutti i lavoratori di cinema e tv. E poi coloro che operano nella musica, lirica, sinfonica, pop, e quelli che lavorano nella danza… E ancora, quelli impiegati nei musei e nei siti archeologici, nelle biblioteche, negli archivi. E quindi restauratori, liutai, accordatori, docenti di conservatori e accademie… E i custodi e gli impiegati di conservatori e accademie e di cento altre scuole di formazione… Ed i librai, e tutti coloro che alla preparazione di un libro lavorano, dai correttori di bozze ai tipografi, fino ai fabbricanti di carta o ai disegnatori di copertine…
E poi c’è l’indotto, non soltanto quello grande prodotto dai turisti, ma anche quello, piccolo e quotidiano, che muovono tutti gli operatori dello spettacolo che vanno di giorno in giorno per città e paesini d’Italia: entrano in alberghi, in bar, in ristoranti, in negozi, in farmacie, fanno benzina, pagano pedaggi autostradali, biglietti di treno… Non ci vuole un genio per comprendere quanta ricchezza, morale ed economica, può portare ad un paese il giusto “sfruttamento” dell’intero suo mondo culturale. E questo senza nemmeno considerare la potenziale combinazione del settore Cultura con il settore Turismo.

 Eppure, c’è un cadavere in questa campagna elettorale, e si chiama Cultura. Nemmeno una parola, nemmeno un sospiro, neanche uno sguardo.
Non c’è più nemmeno da chiedersi il percome e il perché. È così. Come è così per i morti, ai quali tocca solo il dignitoso silenzio.

Certificati di Credito Fiscale, la riforma “morbida” del Sistema Monetario Europeo

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Certificati di Credito Fiscale Marco Cattaneo

 di Marco Cattaneo

 Mi chiamo Marco Cattaneo e da quasi trent’anni mi occupo di finanza aziendale e investimenti, soprattutto in piccole e medie imprese (il mio blog: bastaconleurocrisi.blogspot.it). Voglio illustrarvi il mio progetto su come risolvere il grave deterioramento della nostra economia. Si può fare, e rapidamente. La chiave è agire sulla tassazione del lavoro, utilizzando un nuovo strumento monetario.

 Premessa: la crisi non nasce dal debito pubblico. Nel 2011 era il 120% del PIL come nel 1995. USA, Francia, Germania, Inghilterra sono saliti in media dal 60% al 90%. Abbiamo dunque accorciato le distanze, non le abbiamo allungate. Il debito nel 1995 non era un grande guaio: perché lo è diventato adesso? E perché sono andate in crisi anche Spagna e Irlanda, dove il debito era basso ?

 Nell’estate del 2011 lo spread è salito e si è detto: il debito è costoso, quindi va ridotto. Invece il fenomeno è un altro. Dall’introduzione dell’euro, i costi di produzione e i prezzi, nei disciplinati paesi nordeuropei, sono cresciuti meno di quelli del sud. Il delta medio è stato poco più di un punto all’anno, ma il cumulo ha prodotto una differenza del 20% circa. In passato le monete del nord si rivalutavano. Con l’euro si sono invece prodotti sbilanci commerciali, e quindi accumuli di crediti del nord verso il sud. I creditori hanno cominciato a temere per i loro crediti e il timore riduce le quotazioni. Un BTP con un valore di rimborso di 100 cala a 80. Se la quotazione cala, il costo sale. Fraintendendo le origini della crisi, Monti ha agito su debito pubblico e spesa, quindi con tagli e tasse. Lo spread è sceso, ma solo per gli interventi della BCE. Ma nel frattempo l’austerità ha compresso il PIL, che nel 2012 è caduto del 2,5% e nel 2013 calerà ancora. E non c’è inversione in vista.

 Il problema è la rigidità dell’euro: "I cambi flessibili erano l’ammortizzatore che compensava gli squilibri, il riduttore – direbbe un ingegnere meccanico – che trasmetteva il movimento senza sfridi tra ingranaggi che ruotano a velocità diverse". Invece di svalutare il cambio, con la moneta unica i paesi in difficoltà devono svalutare i salari. Strada dolorosa, iniqua, antisociale. E destinata a fallire: il PIL cala, il gettito dovuto alle maggiori tasse viene eroso dal calo di base imponibile, il credito si blocca, le imprese non hanno soldi per investire e diventare più efficienti. Anzi spesso delocalizzano o chiudono.

 Oltre a svalutare la moneta o svalutare i salari, però, una terza strada per riequilibrare i costi tra nord e sud è possibile: abbassare le tasse sul lavoro. In Italia i costi di lavoro annui sono quasi 1.000 miliardi. I lavoratori ne percepiscono circa 500, il resto sono tasse e contributi. Immaginiamo di ridurre del 10% il costo lordo per l’azienda (100 miliardi) e di aumentare del 10% il netto per il dipendente (50 miliardi): immaginiamo un’operazione da 150 miliardi  in tutto. Come finanziare questi 150 miliardi ?

 Qui entra in gioco il nuovo strumento: i Certificati di Credito Fiscale. Aziende e dipendenti continuano a versare gli stessi importi di prima, per tasse e contributi, ma ricevono nello stesso tempo questi Certificati. Immagina che il tuo netto sia 30.000 € all’anno, mentre al lordo di tasse e contributi al tuo datore di lavoro ne costi 60.000. Tu continui a percepire 30.000 €. In aggiunta, lo Stato ti assegna un Certificato per 3.000 € d’importo. L’azienda continua a pagare 60.000 €, ma lo Stato italiano gli assegna un Certificato per 6.000 €.

 I Certificati sono utilizzabili per qualunque pagamento dovuto allo Stato, a partire da due anni dopo l’emissione. Se nel 2013 ti arrivano Certificati per 3.000 euro, nel 2015 potrai usarli per pagare tasse, imposte, ticket sanitari… perfino multe! In pratica è un forte sgravio fiscale sul lavoro, con effetti differiti. Inoltre, lo sgravio assume le vesti di un titolo. Se non ho bisogno dei soldi subito, mi tengo i Certificati. Se no li vendo: hanno un valore certo, realizzabile a due anni, quindi sarà possibile comprarli e venderli come un titolo di Stato, con uno sconto basato sugli interessi di mercato.

 Punto importante: i Certificati non sono debito. Lo Stato non li rimborserà, ma li accetterà per qualsiasi pagamento: è moneta, non debito. Rispetto al contante tradizionale, però, l’utilizzo è differito di due anni. Il differimento serve perché al momento dell’utilizzo i Certificati ridurranno gli euro incassati dallo Stato. Non è un problema se nel frattempo l’economia è cresciuta e i maggiori introiti compensano quindi l’utilizzo dei Certificati. Finanzio quindi un calo delle imposte emettendo una “simil-moneta” utilizzabile nei confronti dello Stato italiano (non in tutta l’area euro). Se fosse la BCE a stampare euro, ci sarebbe inflazione in Germania, dove la domanda non è depressa.

 La UE non ce lo contesta? No: l’Italia non rimborserà i Certificati in cash: s’impegna solo ad accettarli in pagamento. E’ sui debiti da pagare cash che abbiamo vincoli con la UE, legati alle garanzie che sono state fornite. Con i Certificati non stiamo chiedendo nulla a nessuno, ci stiamo attrezzando per portare la nostra economia a regime.

 I Certificati produrranno una forte ripresa: grossa riduzione dei costi aziendali, quindi più competitività, e insieme molto più potere d’acquisto per i singoli. Questo rovescia gli effetti dell’austerità e avvia subito una crescita di domanda sia interna che estera. 150 miliardi sono quasi il 10% del PIL, pari all’“output gap”, la differenza tra PIL effettivo e potenziale – quello che avremmo in condizioni normali. Il “buco” si è formato prima per effetto della crisi 2009, non è stato recuperato e si è aggravato nel 2012 a causa dell’austerità. Questo è il recupero ottenibile in un paio di anni. L’intervento sul cuneo fiscale svolge funzioni simili a un riallineamento valutario. In un sistema di cambi flessibili i paesi più competitivi rivalutano. Questo riequilibra i costi di lavoro per unità di prodotto. Qui otteniamo un effetto analogo per un’altra via.

 Perché preferisco questa via rispetto all’uscita dall’euro, che pure ritengo attuabile? Gli impatti negativi di cui si vocifera – crollo dell’economia, megainflazione – sono fantasie. Gruppi di interesse forti, però, remano contro. Il rischio è proseguire con i “cerotti”, facendo il minimo per evitare crolli, default, ma senza risolvere le cause, con il Sud Europa che resta depresso, con alta disoccupazione e malessere sociale.

 Quaii sono questi gruppi d’interesse, e perché dovrebbero accettare viceversa un sistima di certificati di credito fiscali? In realtà la soluzione Certificati è molto più accettabile, per loro, rispetto alla rottura dell’euro. Il primo dei tre gruppi sono gli organismi europei: UE e BCE. Non dico che il progetto li entusiasmerà, perché ricrea autonomie nazionali mentre loro spingono per la centralizzazione: il “più Europa”. Tuttavia, è innegabile che sia molto meglio un euro riformato che la fine dell’euro ! Poi vengono i creditori internazionali, il secondo gruppo di interesse. Per loro, tutto ciò che riduce il rischio di default dei singoli stati, o di fuoriuscite che implichino un rimborso in moneta svalutata, evidentemente è positivo. Il terzo gruppo sono gli industriali tedeschi, del nord Europa. L’euro che si spezza li lascia con una moneta (che sia Euro Nord, Euro Residuo o Nuovo Marco)  fortemente rivalutata, con conseguente perdita di competitività verso il resto del mondo. La riforma “morbida” dei Certificati di Credito Fiscali invece no. Certo, avranno più concorrenza dal sud, ma i surplus commerciali nord-sud sono in calo, quindi anche lo status quo non è più così interessante.

 Tra l’altro la riduzione degli squilibri commerciali non indica che i problemi si stiano risolvendo (come qualcuno sostiene). Il Sud è in depressione e l’import è crollato. Gli scambi devono equilibrarsi a fronte di un buon livello di attività, non perché il PIL dei paesi deficitari affonda. Il progetto Certificati rende il sud competitivo e insieme aumenta il potere d’acquisto interno. L’Italia esporterà di più e comprerà anche di più, anche dalla Germania. Ci sarà un equilibrio, ma a livelli di attività ben più alti. Dico "sud", non solo Italia, perché i Certificati sono utilizzabili in tutti i paesi in deficit di competitività rispetto al “centro”, cioè rispetto alla Germania. I paesi chiave sono l’Italia, la Spagna e anche la Francia, che è in una situazione intermedia e dovrebbe quindi attivarli in proporzioni meno accentuate.

 Con i Certificati di Credito Fiscale avremo così reso il sistema sostenibile ed efficiente, usando una leva di intervento, di flessibilità, per armonizzare le varie economie. Italia e Sud Europa usciranno dalla depressione e verrà meno il grande fattore di instabilità che oggi preoccupa il mondo, non solo l’Europa. Il progetto Certificati, la riforma del sistema monetario, risolve la depressione dell’economia.

 Faccio quindi appello alle forze politiche perché questo sistema venga esaminato, discusso ed eventualmente introdotto nei programmi di governo. Non è un progetto di destra né di sinistra, non è statalista né liberale. E’ il rimedio a un meccanismo sbagliato, a un difetto di costruzione del sistema euro. L’Italia ha un grande tessuto di imprenditoria, soprattutto di piccole e medie aziende. Le possibilità di recupero, di forte ripresa, ci sono tutte. Dobbiamo solo rimuovere un blocco. Per citare Keynes, ai tempi della Grande Depressione, l’auto ha solo la batteria scarica. Se la sostituiamo, tornerà a funzionare esattamente come prima.


 Note sull’autore:
 Marco Cattaneo, nato a Magenta (MI) nel 1962, si è laureato a pieni voti in economia aziendale (Bocconi 1985). Tra il 1985 e il 1994, ha ricoperto cariche nell’area pianificazione, controllo, finanza aziendale e finanza straordinaria presso il Gruppo Montedison. Dal 1995 gestisce fondi e rappresenta primari investitori internazionali in operazioni di private equity. Nella sua qualità di amministratore delegato di LBO Italia (1995-2007) e di presidente di CPI Private Equity (dal 2008 in poi) ha finalizzato undici operazioni di investimento in società imprenditoriali italiane di dimensione compresa tra i 10 e i 50 milioni di euro di fatturato, supervisionandone la gestione e sovraintendendo alla loro valorizzazione nel tempo.


 Il suo blog è: http://bastaconleurocrisi.blogspot.it/