Il problema non è il debito pubblico. Ecco perché.

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Fabrizio Tringali Marino Badiale La trappola dell'euro

L’intervista di Tringali a byoblu.com, il 17 ottobre

di Fabrizio Tringali, co- autore del libro “La trappola dell’euro – La crisi, le cause, le conseguenze, la via di uscita

 Internet è uno strumento fantastico. Consente di accedere a molte fonti ufficiali di informazione, senza sorbirsi le mediazioni e le distorsioni del cosiddetto mainstream. Le fonti ufficiali sono costituite, per esempio, dalle analisi, i grafici e le statistiche costruite dagli uffici di enti ed istituzioni quali l’Istat, la Corte dei Conti, le Camere, e così via. Prima della diffusione della rete, queste fonti erano raggiungibili quasi esclusivamente dagli operatori del mainstream. E quando raccontavano balle, i cittadini non avevano molti mezzi per accorgersene. E’ anche per questo che cercano in ogni modo di mettere il bavaglio ai blog indipendenti. Perché grazie ai dati ufficiali possiamo svelare l’enormità delle balle che ci propinano: ovvero che per uscire dalla crisi dobbiamo “fare sacrifici”, diminuire il debito pubblico e realizzare “riforme” simili a quelle della “virtuosa” Germania.

 Ho affrontato questo tema nella mia recente video-intervista a byoblu, che ha suscitato un ampio e vivace dibattito, sia sul blog che su youtube. Il che mi ha dato l’opportunità di offrire alcuni chiarimenti ed una precisazione su quanto avevo affermato nel video, circa il fatto cioè che la maggior competitività della Germania rispetto ai PIIGS, tra cui l’Italia, si basa principalmente sulla capacità del governo tedesco di tenere bassa l’inflazione contenendo i salari e comprimendo i diritti dei lavoratori.

 Ora, alla documentazione che ho già fornito, costituita prevalentemente da analisi ed interventi di esperti economisti, aggiungiamo i dati ufficiali della Commissione Europea sull’evoluzione della competitività in diversi Paesi dell’eurozona nel periodo successivo all’introduzione della moneta unica. Possiamo così mettere a fuoco i motivi per i quali, dal 2000 in poi, la Germania ha visto aumentare la propria competitività rispetto ai PIIGS, i quali, non potendo svalutare la propria moneta rispetto a quella tedesca, appaiono incapaci di recuperare le quote di mercato perdute e si avvitano sempre più nella crisi. I dati raccolti dalla Commissione Europea si trovano scorrendo la documentazione parlamentare relativa alle modifiche al modello di Documento di Economia e Finanza (DEF) introdotte nel 2011, dove leggiamo che in esso, cioè nel DEF, deve essere contenuto il Piano Nazionale di Riforme (PNR).

 Il PNR, che costituisce la più rilevante novità del DEF, è un documento strategico che definisce gli interventi da adottare per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di crescita, produttività, occupazione e sostenibilità delineati dalla cosiddetta “Strategia Europa 2020”. Tra le altre cose, il PNR indica gli squilibri macroeconomici nazionali e i fattori di natura macroeconomica che incidono sulla competitività dei diversi Stati. E’ un documento che viene redatto in strettissima collaborazione con le istituzione europee, seguendo il calendario del cosiddetto “Semestre europeo”.

 L’indicatore utilizzato per verificare le evoluzioni della competitività è il tasso di cambio effettivo reale, che può essere costruito sulla base di vari indicatori diversi. Il tasso di cambio reale si determina ponderando l’andamento degli indicatori di prezzo (o di costo) che si decide di considerare, con le variazioni del tasso di cambio. Si ha perdita di competitività quando un aumento dei prezzi interni rispetto alla media dei prezzi internazionali non è compensato da una svalutazione del cambio di pari ammontare (cioè, in sostanza: perdiamo competitività quando i nostri prezzi aumentano più di quanto aumentino negli altri Paesi, perché chi acquista dall’estero inizierà a trovare vantaggioso comprare da altri Paesi esportatori, che sono ovviamente quelli dove i prezzi sono cresciuti di meno. Naturalmente ciò accade perché non possiamo svalutare la moneta nazionale, se potessimo farlo, i potenziali acquirenti esteri potrebbero continuare a trovare vantaggioso comprare da noi).

Il PNR propone quattro misurazione del cambio reale, basate sull’utilizzo dei seguenti indici (Non spaventatevi, sotto ai relativi grafici trovate la spiegazione delle varie sigle):

  1. L’indice IPCA dei prezzi al consumo;
  2. Il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP);
  3. Il deflatore del PIL;
  4. L’indice dei prezzi alle esportazioni.

 Queste rilevazioni sono di particolare importanza per noi perché riguardano proprio il periodo che ci interessa, dacché misurano le variazioni degli indici dall’anno 2000 in poi. In pratica, per i Paesi presi in considerazione, si prende il valore che l’indice considerato aveva nell’anno 1999 e lo si pone uguale a 100. Poi si misurano le variazioni negli anni successivi. Il risultato sono i grafici che seguono, i quali mostrano gli andamenti relativi agli indici di Germania, Francia, Italia, Spagna e alla media dell’area-euro, indicata con AE. Ecco quindi i dati di cui abbiamo bisogno per capire perché la Germania aumenta la sua competitività a discapito dei PIIGS e per comprendere, quindi, molte delle ragioni di fondo della crisi attuale. Vediamoli:

Figura 1Tasso di cambio reale basato su indice IPCA. Da wiki: questo indice è stato sviluppato per assicurare una misura dell’inflazione che fosse comparabile a livello europeo; l’indice, riferito alla stessa popolazione ed allo stesso territorio dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività, è però calcolato in relazione ad un paniere di beni e servizi costruito tenendo conto sia delle particolarità di ogni paese sia di regole comuni per la ponderazione dei beni che compongono tale paniere.
 Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 1

 

Figura 2 – Tasso di cambio reale basato sul costo del lavoro per unità di prodotto. Dal blog di Alberto Bagnai: Il CLUP è il costo del lavoro per unità di prodotto, ed è dato dal rapporto di due rapporti: (redditi da lavoro dipendente/occupati dipendenti)/(valore aggiunto totale/occupati totali). Si tratta, cioè, del rapporto fra redditi unitari da lavoro dipendente (il costo del lavoro per addetto), e produttività media del lavoro (il prodotto per addetto).
 Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 2

 

Figura 3 – Tasso di cambio reale basato sul deflatore del PIL. Il deflatore del PIL è il numero indice che esprime il rapporto tra PIL nominale (cioè il PIL calcolato a prezzi correnti) PIL reale (cioè il PIL calcolato a “prezzi costanti”, depurandolo dall’inflazione). Più il valore del deflatore è alto, più la crescita del PIL indica meramente un aumento dei prezzi invece che un aumento reale del volume degli scambi.
 Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 3

 

Figura 4 – Tasso di cambio reale basato sui prezzi alle esportazioni. Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitività.

Figura 4

 Tutte queste rilevazioni indicano una perdita di competitività da parte dell’Italia rispetto alla nazione tedesca, ma essa appare più accentuata nei grafici relativi al CLUP e i prezzi alle esportazioni, tanto che il documento dal quale abbiamo estratto i grafici riporta: “La perdita di competitività risulta più pronunciata se si considera il tasso di cambio basato sul clup o sui prezzi delle esportazioni. Tali indicatori evidenziano come l’Italia subisca un’erosione della competitività sui mercati internazionali da ormai un decennio: nella misura utilizzata dal PNR (tasso di cambio effettivo ponderato in base al CLUP), questa perdita di competitività raggiunge circa il 15% [Secondo l’analisi del PNR, nel 2010 si è registrato un incremento del clup rispetto al valore dei tre anni precedenti del 9,1%.]

 Dunque anche i dati ufficiali confermano che il problema principale dell’eurozona risiede nel differenziale di inflazione fra i Paesi membri, che sembra determinato, prevalentemente, dal diverso andamento del costo del lavoro per unità di prodotto, il quale ha determinato un significativo aumento dei prezzi alle esportazioni in Paesi come l’Italia e la Spagna, rispetto a Francia e Germania. Ecco perché la crisi colpisce così duramente la Spagna. Perché il vero problema è la perdita di competitività, non certo il debito pubblico. La nazione iberica, infatti, negli anni precedenti alla crisi, presentava un rapporto fra debito/PIL assolutamente basso: 36,2% nel 2007, 39,8% nel 2008.  Ed ecco perché vogliono imporre anche in Italia i licenziamenti facili, le deroghe alle tutele sancite dai Contratti Nazionali di Lavoro, la precarietà a vita: perché tutto questo, azzerando il potere contrattuale dei lavoratori e costringendo gli italiani a lavorare di più guadagnando di meno, permette di abbassare il CLUP e alzare i profitti.

 Immagino già l’obiezione del difensore dell’euro di turno: “E va bene, hai ragione, la Germania ha guadagnato competitività abbassando il CLUP contenendo i salari, ma noi possiamo raggiungere lo stesso risultato attraverso un’altra via! In Italia ci sono troppe tasse, abbassiamole! Giù il cuneo fiscale!” Purtroppo questa strada non può condurre fuori dalla crisi. Perché?

 Abbiamo visto che il problema dell’eurozona è il differenziale di inflazione e competitività che i PIIGS scontano rispetto alla Germania. Dunque, per considerare che l’abbassamento del cuneo fiscale rappresenti una strada efficace per l’uscita dalla crisi dovrebbero essere vere due premesse:

  1. l’andamento del valore del cuneo fiscale nel periodo successivo all’introduzione della moneta unica dovrebbe aver avuto un ruolo importante nel determinare l’aumento di competitività della Germania;
  2. dovrebbe esistere un buon “margine di manovra” per l’Italia rispetto alla nazione tedesca, cioè le tasse sul lavoro in Italia dovrebbero essere significativamente più alte che in Germania.

Anche in questo caso, è sufficiente dare uno sguardo ai dati ufficiali della Commissione Europea per capire la situazione, e per rendersi conto che nessuna delle due premesse è verificata. In effetti, in Italia, il cuneo fiscale presenta un valore abbastanza elevato, ma fra i pochi Paesi che vantano una tassazione sul lavoro ancora maggiore vi è proprio la Germania! E se guardiamo agli andamenti dei valori nel periodo compreso fra il 2000 e il 2008 vediamo che le variazioni sono ben poco consistenti. L’Italia oscilla tra il 41,6% e il 43,5%, la Germania fra il 46,6% e il 47,9%:

Tabella 1

[Dati estratti dal documento “Tax wedge on labour cost” pubblicato sul sito Eurostat, scaricabile qui]

Adesso spero sia più chiaro per tutti il modo in cui la "virtuosa" Germania ha costruito i suoi successi. Ora, se vogliamo restare nella gabbia dell’euro, tocca a noi fare le stesse “riforme”, proseguendo lo scempio iniziato dalla Fornero. Oppure possiamo forzare le sbarre, ed uscire.

Tutte le stramaledette leggi contro la Rete

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 Tutte le leggi bavaglio contro la rete

 Mentre il Senato litiga sull’ultima legge bavaglio contro la rete, il cosiddetto ddl Salva-Sallusti, a L’Ultima Parola faccio l’elenco di tutte le micidiali leggi contro la rete che hanno visto la luce, bipartizan, negli ultimi 7 anni. E a quanto pare lo stillicidio non è ancora finito.

 Se volete approfondire ognuna di queste perle, e avete un’ora e mezza per ascoltare pura pornografia digitale, potete guardarvi la mia enciclopedia del 4 luglio 2011: la lunga, triste storia degli attacchi alla rete.

La lunga e triste storia degli attacchi alla rete - Byoblu - Claudio Messora - AGCOM - Copyright

 Se poi volete approfondire la direttiva IMMI (Icelandic Modern media Initiative), leggete "Questo blog batte bandiera islandese", del 26 luglio 2010. E, se volete, iscrivetevi alla pagina Facebook che ne chiede l’introduzione anche in Italia.

ABBIAMO MENO DI 24 ORE

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

Diritto di rettifica

 Ve lo ricordate il diritto di rettifica? Quella norma allucinante contenuta nel Ddl Intercettazioni che estendeva alla rete una serie di obblighi che avevano un senso se pensati nel 1948 per la carta stampata? Avevamo lavorato molto, io e voi, su questo blog, per scongiurarla. E ci eravamo riusciti, riuscendo a a far passare il nostro emendamento in Commissione Giustizia. Ecco l’ultimo l’annuncio che ne avevo dato. Poi il Ddl Intercettazioni si era arenato. Ma non si sono dati per vinti: il diritto di rettifica applicato al web 2.0 è stato ripresentato, grazie al caso Sallusti, ed è più feroce e inconcepibile di prima. E il Senato l’ha già approvato.
 
 Abbiamo meno di 24 ore di tempo. E’ la vendetta dei partiti contro il web che gli ha rotto il giochino. Per spiegarvi perché, faccio anch’io copia-incolla delle parole di Guido Scorza, una nostra vecchia conoscenza, riprese anche dal blog di Alessandro Gilioli che aggiunge carinamente gli indirizzi email dei responsabili.

 Ma prima vi dico una cosa. Non solo io non rimuoverò un singolo bit da questo blog, ma annuncio anche la formazione di un’associazione che tutelerà tutti i blogger, compreso me stesso, dall’avanzata di questo medioevo di barbari dell’informazione.

LA VENDETTA DEI PARTITI SULLA RETE

Dal blog di Gilioli via il blog di Scorza sul Fatto.

«Tutte le “testate giornalistiche diffuse per via telematica” – definizione tanto ambigua da abbracciare l’intero universo dell’informazione online o nessuno dei prodotti editoriali telematici – saranno obbligate a procedere alla pubblicazione delle rettifiche ricevute da chi assuma di essere stato ingiustamente offeso o che i fatti narrati sul suo conto non siano veritieri.

In caso di mancata pubblicazione della rettifica entro quarantotto ore, si incapperà in una sanzione pecuniaria elevata fino a 25 mila euro ma, prima di allora, si correrà il rischio di essere ripetutamente trascinati in Tribunale ingolfando la giustizia e facendo lievitare i costi per difendere il proprio diritto a fare libera informazione.

Proprio mentre la Cassazione prova a mettere un punto all’annosa questione dell’applicabilità della vecchia legge sulla stampa all’informazione online, escludendola, il Senato, la riapre stabilendo esattamente il contrario: la legge scritta per stampati e manifesti murari si applica anche ad Internet.

Ce ne sarebbe abbastanza per definire anacronistica e liberticida la disposizione appena approvata dalla Commissione Giustizia del Senato ma non basta.

La portata censorea di questa norma è nulla rispetto a quella di un’altra disposizione contenuta nello stesso provvedimento appena licenziato dal Senato: l’art. 3, infatti, stabilisce che “fermo restando il diritto di ottenere la rettifica o l’aggiornamento delle informazioni contenute nell’articolo ritenuto lesivo dei propri diritti, l’interessato può chiedere ai siti internet e ai motori di ricerca l’eliminazione dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione della presente legge”.

E’ una delle disposizioni di legge più ambigue ed insidiose contro la Rete che abbia sin qui visto la luce perché è scritta male e può significare tutto o niente.

Una previsione inutile se la si leggesse nel senso che chiunque può chiedere ciò che vuole a chi vuole, senza, tuttavia, che il destinatario della richiesta sia tenuto ad accoglierla.

Una previsione liberticida se, invece – come appare verosimile – finirà con l’essere interpretata, specie da blogger e non addetti alle cose del diritto, nel senso che, a fronte della richiesta, sussiste un obbligo di rimozione.

In questo caso, infatti, assisteremo ad una progressiva cancellazione dell’informazione libera e scomoda online, giacché, pur di sottrarsi alle conseguenze della violazione della norma o, almeno, non trovarsi trascinati in tribunale, blogger, gestori di forum di discussione, piccoli editori e motori di ricerca, finiranno con l’assecondare ogni richiesta di rimozione.

Sarebbe la fine della Rete che conosciamo e la definitiva prevaricazione della voce del più forte sul più debole.
Esattamente il contrario di ciò di cui avremmo un disperato bisogno in un Paese come il nostro che vive, da anni, il problema della mancanza di informazione libera: una norma che punisca chiunque provi a censurare, imbavagliare o mettere a tacere un blogger o chiunque faccia informazione.

Domani il testo approda all’assemblea di Palazzo Madama per la discussione ed il voto definitivo: ci sono meno di 24 ore per salvare quell’informazione online che, ovunque nel mondo, sta dando prova di rappresentare la più efficace alleata di ogni società democratica contro i soprusi e le angherie di ogni regime palese od occulto».

Ringraziamo quindi tutta la Commissione, in particolare il senatore Filippo Berselli (PdL: berselli_f – chiocciola – posta.senato.it oppure on.filippo.berselli – chiocciola – studioberselli.com) e la senatrice Silvia Della Monica (Pd: dellamonica_s – chiocciola – posta.senato.it).

Sono ovviamente indirizzi mail pubblici, presenti nelle pagine ufficiali sul sito del Senato.

Chi si offre volontario?

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

 

 La questione è semplice: se prima ci si poteva domandare se il MES (il cosiddetto Fondo Salva-Stati) fosse o meno costituzionale, adesso abbiamo la certezza che non lo è.

 Chi ha seguito tutti gli interventi sul tema (qui l’ultimo), che ho proposto e riproposto fin dallo scorso novembre, sa infatti che il Trattato si porta dietro almeno due forti criticità. La prima: consegna un libretto di assegni in bianco perpetuo a un’organizzazione finanziaria con sede a Lussemburgo, la quale non solo potrà richiedere i primi 125 miliardi (la nostra quota parte), ma anche obbligarci a successive ricapitalizzazioni a sua insindacabile richiesta. Dovessero, in parole povere, chiedere altri 125 miliardi tra un anno, dovremo corrisponderli nei modi e nei tempi da loro stabiliti, senza nessuna possibilità di intervento parlamentare. La seconda criticità risiede nella segretezza assoluta sulla quale i membri del MES potranno contare: nessuno dei documenti prodotti dall’organizzazione potranno essere pubblicati, così come segrete saranno le minute dei verbali di assemblea (cui potranno partecipare anche soggetti privati) e tutte le operazioni effettuate sui capitali, compresi gli investimenti. Per essere un fondo pensato per salvare gli stati, quindi al servizio fondamentalmente dei cittadini e messo in opera dai Parlamenti nazionali (organo supremo della sovranità popolare), direi che a livello di trasparenza e di controllo non c’è davvero male.

 Accade, tuttavia, che in Germania vi sia un dibattito feroce, che porta a 37mila ricorsi alla Corte Costituzionale, la quale si pronuncia così: il Trattato è valido, ma non nelle parti che riguardano la ricapitalizzazione all’infinito e la segretezza documentale. Ovvero: i primi 190 miliardi (la loro quota parte) ve li diamo, ma se ne volete altri dovrete passare dal Parlamento, e i documenti che producete – tutti – ce li fate vedere. Perché? Perché il popolo è sovrano, appunto, e il Parlamento rappresenta la sua voce e i suoi occhi. Dunque creare un organismo che può prendere decisioni di natura economica esterne al Parlamento, per di più in segreto, è una grave violazione della Costituzione.

 Qui viene il bello. Già perché al momento il MES è un trattato internazionale che limita la sovranità degli Stati che vi aderiscono (infatti limita la sovranità del nostro Parlamento sia in fase di ricapitalizzazione del fondo sia in fase di erogazione dell’eventuale prestito, con l’imposizione delle condizionalità sotto forma di disposizioni in materia di economia, di stato sociale etc..). Tuttavia, queste limitazioni, dopo la sentenza della Corte Costituzionale tedesca, risultano estremamente sbilanciate in favore di Berlino, che avrà piena discrezionalità sugli stanziamenti economici e piena visibilità sulle operazioni del fondo. Al contrario, noi dovremo solo pagare e tacere, non avendo le stesse prerogative attribuite alla Germania.

 E allora? E allora tutte le limitazioni di sovranità che stiamo mettendo in atto sono possibili solo grazie all’articolo 11 della nostra Costituzione, il quale dopo la parte sulla guerra recita così: "L’Italia […] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.".
 Ora, a parte che il collegamento tra il MES ed ogni obiettivo rivolto alla conservazione della pace è alquanto arbitrario, è tuttavia matematicamente certo che il Trattato, così come l’abbiamo firmato e così come vi ha aderito la Germania, non limita la sovranità italiana e quella tedesca secondo condizioni di parità, ma rappresenta palesemente una situazione impari.

 Dunque è sufficiente un ricorso alla Corte Costituzionale italiana per avere buone chanches che il trattato venga giudicato incostituzionale, venga conseguentemente stralciato o perlomeno riscritto per riconsegnare al Parlamento italiano (e dunque al popolo) le stesse prerogative che in questo momento ha quello tedesco.

 Non lo possiamo fare voi ed io, perché a differenza dei nostri colleghi tedeschi, i semplici cittadini italiani non hanno la prerogativa di poter effettuare ricorsi alla Corte Costituzionale. La via più breve è presentarsi davanti a un organo giurisdizionale e, durante il corso del procedimento, sollevare una questione di legittimità costituzionale, che il giudice valuterà e potrà inoltrare a sua discrezione alla Corte Costituzionale. Ci vuole un bravo avvocato che trovi il modo di fare una causa idonea allo scopo.

 Chi si offre volontario?

Cameron vuole un’Europa a due velocità

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

David Cameron

 da Londra, Valerio Valentini

 Come è stato commentato l’ultimo Consiglio Europeo dai giornali italiani? Tutto sommato, con soddisfazione. Il fronte del rigore della Merkel s’è impantanato di fronte alle resistenze di Hollande, con Monti a gongolarsi nel ruolo di mediatore. Dunque: niente super commissario (probabilmente tedesco) a vigilare e a bacchettare gli Stati cattivi che non rispettano i patti e sforano coi bilanci.

 In Inghilterra, però, sono state ben diverse le reazioni. Il Premier Cameron, presentandosi alla Camera dei Comuni alle 7 e 30 del mattino, ha riferito quanto è stato discusso e deciso a Bruxelles. Ebbene sì, questi Inglesi hanno la bizzarra abitudine di pretendere che il loro primo ministro, di ritorno da ogni vertice o consiglio europeo, si rechi immediatamente in Parlamento ad esporre una relazione riassuntiva delle varie riunioni tenute, delle iniziative intraprese e delle proposte avanzate, e poi si sorbisca un’ora e mezza di domande da parte dei vari deputati che gli chiedono ulteriori chiarimenti o ne criticano la condotta.

 “Il nostro Paese non è nell’eurozona e non ha alcuna intenzione di entrarci” ha esordito Cameron, tra l’apprezzamento generale. “È da molto tempo che lo vado ripetendo: entrare a far parte dell’eurozona implica entrare a far parte di un’unione bancaria, di cui il nostro Paese non farà assolutamente mai parte. Le nostre banche nazionali saranno controllate dalla Banca Centrale del nostro Stato, non dalla Banca Centrale Europea, e i nostri contribuenti non andranno certo ad assicurare o a salvare le banche dell’eurozona”.

 Fin qui, si dirà, nulla di trascendentale. La tendenza britannica a curare soltanto i propri interessi, senza preoccuparsi troppo del resto del Continente, è risaputa. Ma nel prosieguo del discorso, Cameron ha detto cose un po’ meno scontate e prevedibili, su cui bisognerebbe riflettere: “Ciò di cui noi abbiamo davvero bisogno è che i membri dell’eurozona portino a compimento quell’unione bancaria. Unione bancaria che però non può essere davvero efficiente se la si priva delle prerogative più importanti, come stabilire le garanzie di mutualizzazione del debito, una politica condivisa di stabilizzazione finanziaria, e un organismo chiamato a decidere sul salvataggio delle banche in crisi. E abbiamo anche bisogno di evitare che l’elevato indebitamento dei singoli Paesi dell’eurozona vada a destabilizzare l’intero sistema bancario europeo”.

 In sostanza, Cameron dice: noi stiamo fuori e pensiamo ai nostri affari, e non gradiamo alcun tipo di ingerenza; ma pretendiamo che voi che state dentro mandiate avanti a dovere la baracca. E infatti ha continuato: “L’organismo che attualmente garantisce la regolarità dell’operato della banche europee all’interno del mercato unico è l’EBA (Autorità Bancaria Europea). Ebbene, noi dobbiamo essere sicuri che tale autorità continui a lavorare garantendo in maniera efficace la correttezza e le capacità decisionali”.

 Poi, in mezzo a un coro di approvazione generale, ha concluso: “A novembre si prevede un nuovo accordo per decidere i piani di spesa europei per il 2014/2020. Ecco, noi non abbiamo introdotto misure «lacrime e sangue» in Inghilterra per poi andare allegramente a Bruxelles e firmare per un aumento di spesa in Europa. Io non credo affatto che gli elettori tedeschi lo vogliano più di quanto lo vogliono gli elettori britannici, ed è per questo che il nostro Governo s’è schierato in prima fila nel pretendere delle riduzioni di spesa”.

 Ora, la cosa curiosa è proprio questa sorta di assist alla Germania. È come se l’Inghilterra, di fronte al rischio – a questo punto concreto – di restare sempre più isolata (anche dai Paesi scandinavi, che non stanno gradendo molto la politica estera di Cameron), lanci un appello alla Germania: “chi ve lo fa fare a spendere soldi e fare sacrifici per sistemare i disastri fatti dai PIGS?”. E la cosa ancor più bizzarra è che Cameron, questo appello, lo lanci proprio nel momento in cui con più fermezza ribadisce la volontà dell’Inghilterra di non immischiarsi nei pasticci dell’eurozona. E infatti, dopo che Cameron e Milliband se ne sono dette di tutti i colori per una decina di minuti, rinfacciandosi errori e incompetenze reciproche, un deputato laburista, molto pacatamente, ha chiesto al Premier: “Ma quando lei ha espresso queste sue osservazioni alla cancelliera Merkel, lei cosa ha risposto?”. E Cameron: “La Merkel ha convenuto con me che è necessario rinforzare la stabilità dell’eurozona e giungere ad una più forte unione bancaria. Ma ovviamente ha rispettato l’indipendenza economica e finanziaria dell’Inghilterra, che ha una propria moneta e un sistema bancario autonomo”.

 Delle due l’una: o Cameron ha raccontato panzane per raccogliere consensi in Patria – visto che sia i Laburisti sia la parte più radicale dei Conservatori gli chiedono maggiore fermezza in Europa – oppure si stanno aprendo degli scenari nuovi. Che sono quelli di una Europa bipolarizzata, in cui i Paesi più forti economicamente (dalla Germania in su) si mettono a capo di un’unione bancaria con una moneta forte, e quelli in difficoltà s’arrangiano come possono. E in questo nuovo scacchiere, l’Inghilterra potrà continuare a dialogare con i più virtuosi, senza dover sborsare una sterlina per intervenire nel salvataggio dei Paesi in difficoltà.