The lighting industry’s first plugfest

Autore: ExtremeTech

Soraa Plugfest - oscilloscope and lights

If you’ve been around consumer electronics long enough, you’ve probably heard of a plugfest. These events are essentially an orgy of cross-manufacturer interoperability testing. The basic premise is that everyone uses the same standard, but the implementation of that standard isn’t always perfect, so devices need to be tested. In other words, if you think something like HDMI “just works,” think again — lots of testing goes into ensuring that every set-top box works with every TV, gaming console, and Blu-ray player. Just like the electronics industry has standards that play together nicely on paper but need to be tested in real life, so does the lighting industry. This week LED lighting up-and-comer Soraa sponsored the first lighting plugfest.

PlugFest - rackHosted at the Illuminating Engineering Society’s ControlThis lighting control conference in New York City, the goal of PlugFest was to test a wide range of lamps, dimmers/controllers, and transformers together. Soraa provided its own custom test rack to attendees, which could switch on-the-fly from one component to the next. This way it was be possible to test how a specific Lutron dimmer would work with a Hatch transformer and then the light source of your choosing (up to 20 of them running at either 12V or 120V). Then, after checking the scope, the rig could switch over to, say, another transformer.

With the rack available, manufacturers were free to do what is done at a plugfest — drop in their equipment and test it in a dizzying combination of components. Once problems were identified, engineers could talk and figure out where things went off the rails. An oscilloscope was on hand to measure any findings, though when things got really bad visual flicker could be seen in the bulbs.

With the advent of LED lighting, the industry has been working through a shift from an electric to an electronic foundation. The change has come quickly, and adapting to solid-state lighting has been a change for most parties — though the fact that some people haven’t changed their home dimmers in 15+ years presents a serious problem for an industry that is trying to move forward at the pace of a rapidly advancing technology. And dimmers are just part of the issue — modern lighting setups use all sorts of control systems, which have to be similarly compatible with the parts used in a given installation.

Soraa Plugfest - oscilloscope - Not working

Yikes – An example of a bad component combination

The plugfest is ultimately a rather practical, pragmatic, route to interoperability testing. Ultimately, it’s hard to hold any one manufacturer accountable for a system that doesn’t fulfill the consumer’s expectations — so no one feels like they need to do complete testing. By taking part in something like this everyone wins, and LED lighting moves forward.

What’s surprising about the testing system is not so much that Soraa is sharing it with its competitors, but rather that every company doesn’t have one (I was ensured that they don’t). To think they companies investing millions in lighting technology can’t spend a few thousand to buy a rack, oscilloscope, and collection of dimmers and transformers seems crazy, but it’s always difficult to guess what can stand up to corporate cost/benefit analysis.

While I didn’t get a chance to see many lamps tested (it was early in the day and only Soraa’s highly compatible Vivid lamps were in the test rack), it was exciting to see an institution like the plugfest brought over to solid-state lighting. A rising tide lifts all boats — and the sooner these companies realize that, and stop shifting the blame (or just blaming everything on the controller companies), the better.

Here is Soraa’s Vice President of Business Development Wilfred Martis (a 15-year Intel veteran) discussing PlugFest:

Now read: Philips revamps their mainstay LED bulb

Metro: Last Light, conosciamo il Comandante

Autore: Ultimi articoli e news per PC Windows | Multiplayer.it

Metro: Last Light, conosciamo il Comandante
Un nuovo cortometraggio per il titolo di 4A Games

Gli sviluppatori di Metro: Last Light continuano a presentarci i personaggi del gioco. Stavolta tocca al Comandante, un ex militare che si ritrova a vivere di espedienti. Riportiamo il comunicato ufficiale.

La sua vita è il racconto di una caduta in disgrazia: da militare di carriera, incaricato di condurre la popolazione terrorizzata verso la sicurezza rappresentata dalla rete della Metro, a reietto ai margini della società sotterranea, che vive di espedienti senza dare alcun contributo.
Era un militare di carriera, nato in una famiglia di militari, con molte azioni di combattimento alle spalle. Un uomo capace di guadagnarsi la stima dei suoi superiori così come la lealtà dei sottoposti.

Dopo innumerevoli missioni all’estero, era stato richiamato a Mosca, con l’incarico di condividere la propria esperienza di combattimento con truppe metropolitane abituate a missioni puramente di rappresentanza. Un incarico noioso, ma che gli consentiva di vivere in caserma con sua moglie e le sue due figlie, dopo anni in cui si era perso i loro primi passi e parole per via delle sue trasferte.

L’ordine arrivò un’ora prima che le bombe iniziassero a cadere. Un attacco su Mosca era imminente. Il sistema della Metro poteva offrire solo una protezione limitata. Era necessario fare dei preparativi ed evitare il panico. Gli fu ordinato di non diffondere l’informazione prima del tempo, nemmeno ai membri della sua famiglia. Quando la stazione a lui assegnata fu pronta, ordinò ai suoi uomini di fare la guardia alle porte e iniziò a inoltrarsi nervosamente, da solo, nella stazione vuota. In quel momento, probabilmente, sua moglie stava riportando a casa le sue figlie da scuola: mano nella mano, camminavano tutte e tre tra le strade di Mosca. Ridendo tutte insieme. Sentì un ruggito che si avvicinava alla stazione e seppe che era giunto il momento.

Strinse i denti e seguì le istruzioni, guardando l’orda di disperati che fluiva nella stazione, in attesa del momento in cui il limite sarebbe stato raggiunto. A prescindere da quanti ne lasciavano entrare, la folla dietro di loro si faceva sempre più grande e irrequieta. E per quanto si concentrasse sui suoi ordini, continuava a vedere immagini della sua famiglia nei volti degli estranei che lo superavano correndo. Fu un sollievo sparare un colpo in area, segnalando ai suoi uomini di chiudere le porte.

Il rumore della folla crebbe di tono e intensità e fu in quel momento che la vide: una giovane madre, con il suo neonato in braccio, appena oltre la barriera formata dai soldati. La sua voce supplicava, ma nei suoi occhi, fissati intensamente su di lui, c’era uno sguardo accusatorio. Mentre si girava per andarsene, tenendo il bambino tra le braccia, gli sembrò di vedere sua moglie che lo guardava con quegli stessi occhi accusatori. Mentre le porte si chiudevano, dietro di lui si udì un inumano grido di disperazione.

Dal momento in cui iniziarono le esplosioni sopra di loro, fu chiaro che il vecchio regime, quello a cui aveva dato la sua lealtà e obbedienza, non esisteva più. Gli ordini che aveva seguito, i sacrifici che aveva fatto, sembravano tutti insensati. Per i sopravvissuti, lui era l’uomo che aveva chiuso le porte troppo presto… l’uomo che aveva condannato i loro figli, mariti e mogli a una morte dolorosa. Non c’era modo di sfuggire ai loro sguardi.

Emarginato, sopravvisse come un reietto, pieno di risentimento per coloro che giudicavano lui e le sue decisioni. Un risentimento che alimentò la sua determinazione a rovistare tra i rifiuti, barattare e mendicare, pur di sopravvivere. Ora, però, stava diventando vecchio. La volontà di restare in vita per ripicca iniziava a svanire, mentre le urla di un tempo, e soprattutto il terribile suono della chiusura delle porte, riaffioravano nella sua mente.

Il bambino che aveva salvato gli era stato portato via poco dopo essere sceso nella stazione della Metro e la sua identità non gli era mai stata svelata. Mentre mendicava qualche avanzo, stanco e rassegnato, si chiese se il giovane uomo che stava passando senza degnarlo di uno sguardo potesse essere lui. Se l’avesse riconosciuto, lo avrebbe abbracciato per avergli salvato la vita? O lo avrebbe maledetto per la perdita di sua madre e di tutti coloro che erano stati abbandonati?

Metro: Last Light – Cortometraggio sul Comandante


Metro: Last Light - Cortometraggio sul Comandante



Trattativa Stato-mafia, i buchi della sentenza della Consulta


Autore: Il Fatto Quotidiano

A rileggere l’ultima memoria degli avvocati dello Stato, che hanno rappresentato il presidente Giorgio Napolitano, salta all’occhio la sovrapponibilità tra la richiesta dei rappresentanti del Quirinale e il dispositivo della Corte costituzionale che martedì sera ha accolto il ricorso contro la procura di Palermo. Una sovrapponibilità non solo nella sostanza ma anche nel linguaggio. Si legge nel comunicato della Corte: “Non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, captate nell’ambito del procedimento penale n. 11609/08”. Anche nella memoria integrativa dell’avvocatura dello Stato, datata 23 novembre, si possono leggere, a pag 36, le stesse parole, riferite al destino delle intercettazioni: “Si richiede alla Corte Costituzionale di dichiarare ‘che non spetta alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Palermo valutarne l’(ir)rilevanza”.

La Corte costituzionale ha scritto che alla procura di Palermo “neppure spettava di omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271, 3° comma, c.p.p. e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sotto-posizione della stessa al contraddittorio delle parti”. E gli avvocati dello Stato hanno chiesto alla Corte proprio la distruzione delle intercettazioni: “Non spetta alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Palermo di omettere, una volta acquisite le predette intercettazioni, di chiederne al Giudice l’immediata distruzione” (pag 41). Inoltre, hanno espresso la richiesta, pienamente accolta, della distruzione senza le parti interessate: “Chiede (alla Corte, ndr) di dichiarare altresì che la Procura della Repubblica di Palermo deve immediatamente attivarsi per chiedere al giudice la distruzione delle su indicate intercettazioni senza alcun contraddittorio” (pag. 36). L’unica richiesta che la Corte ha ignorato è quella dell’interruzione delle intercettazioni. L’avvocatura avrebbe voluto che la Consulta dichiarasse “che non spetta alla Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Palermo di omettere l’immediata interruzione delle intercettazioni telefoniche casuali del Presidente della Repubblica”.

Mai come adesso sono attese le motivazioni della sentenza su un conflitto che non ha precedenti (il presidente Oscar Luigi Scalfaro non lo sollevò per le sue intercettazioni indirette depositate nel 1997 dalla procura di Milano e pubblicate dal Giornale). Ma già dal dispositivo si comprende che la Corte ha ritenuto anche le telefonate con Nicola Mancino, ormai privato cittadino, come un atto del presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue funzioni. O, come hanno scritto gli avvocati dello Stato, “un’attività preparatoria rispetto ad atti presidenziali”, e quindi coperta da immunità. Vittoriosi in questo conflitto, gli avvocati dello Stato fanno sorgere un dubbio: che il presidente Napolitano, per esporre con più forza la sua posizione davanti alla Corte costituzionale, possa aver accennato loro magari non il contenuto, ma le tematiche generali delle telefonate, rimaste finora segrete grazie alla procura di Palermo che non le ha né trascritte né depositate, ma ha conservato i file in una cassaforte. Gli avvocati, infatti, hanno supposto che le conversazioni con Mancino possano essere servite a Napolitano in vista della sua spinta al coordinamento delle inchieste sulle stragi del 1992-1993: “Le intercettazioni delle conversazioni del Presidente , pur se indirette e fortuite, sono dunque illegittime, perché effettuate in violazione della prerogativa di cui all’art. 90 Cost. Ancora di più se, come nel caso in questione, le conversazioni del Presidente della Repubblica siano state valutate come un contatto assolutamente lecito e, presumibilmente, preparatorio rispetto al successivo intervento con il quale il Quirinale… ha prospettato la necessità di salvaguardare esigenze di coordinamento rispetto alle diverse iniziative in corso presso varie Procure”.

Due pesi e due misure del capo dello Stato. Ha ritenuto “violate le prerogative della presidenza della Repubblica” e ha sollevato conflitto nei confronti della procura di Palermo. Ma non lo ha fatto nei confronti della procura di Firenze che nel 2009 si è imbattuta in intercettazioni telefoniche indirette di Napolitano con l’allora capo della protezione civile Guido Bertolaso. Intercettazioni che, come ha rivelato Repubblica, sono state depositate e trasmesse, per competenza, a Perugia dove da alcuni mesi si sta celebrando il processo contro la “cricca”.

La giustificazione riportata dagli avvocati dello Stato si trova in una nota della memoria illustrativa: “ Ciò è dovuto dalla circostanza che la Procura territorialmente competente non ha rilasciato in quell’occasione né interviste, né dichiarazioni in merito alla (ir)rilevanza di esse o all’inutilizzabilità successiva (come espressamente chiarito dal Presidente della Repubblica in occasione dell’inaugurazione dei corsi di formazione per i Magistrati Ordinari in Tirocinio avvenuta il 15 ottobre 2012 a Scandicci)”. Un primo riferimento è all’intervista del pm Nino Di Matteo a Repubblica in cui, su domanda della giornalista, il magistrato risponde semplicemente che “negli atti depositati (sono le conclusioni dell’inchiesta trattativa, ndr) non c’è traccia di conversazioni con il capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti”. Un secondo riferimento è al procuratore Francesco Messineo che in una lettera a Repubblica ha spiegato: “Alla successiva distruzione della conversazione legittimamente ascoltata e registrata si procede esclusivamente, previa valutazione della irrilevanza della conversazione e con la autorizzazione del Giudice per le indagini preliminari, sentite le parti”. Dalla risposta al diverso trattamento riservato dal Quirinale ai magistrati di Palermo e di Firenze sembra che un conflitto tra poteri possa sollevarsi non in punto di diritto ma per un paio di dichiarazioni pubbliche, pure tecniche.

da Il Fatto Quotidiano del 6 dicembre 2012

Le osservazioni dell’AIEL sulla strategia energetica nazionale


Autore: QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari

Pubblichiamo il documento di analisi dell’AIEL (Associazione Italiana Energie Agroforestali) sulla SEN, la Strategia Energetica Nazionale. Per l’associazione molto debole la parte dedicata alle fonti rinnovabili nei trasporti. Importante il riconoscimento del ruolo delle rinnovabili termiche.

Pubblichiamo il documento dell’AIEL (Associazione Italiana Energie Agroforestali) sulla SEN, la Strategia Energetica Nazionale. Per AIEL, all’interno del documento SEN, nella sezione dedicata allo sviluppo sostenibile delle energie rinnovabili, la parte più “debole” è rappresentata dal paragrafo dedicato alle rinnovabili nei trasporti.

Il documento governativo tuttavia – afferma l’associazione – ha il pregio di riconoscere un ruolo fondamentale alle rinnovabili termiche ed ammette una sottovalutazione evidenziata finora nelle politiche di sviluppo.

Documento AIEL sulla SEN (pdf)

Huawei Ascend Mate, confermato il phablet del produttore cinese

Autore: Hardware Upgrade RSS

Il Senior Vice President di Huawei, Yu Chengdong ha confermato nelle ultime ore che la compagnia cinese è al lavoro su un nuovo terminale che potrebbe rendere la vita difficile al phablet per eccellenza, ovvero Samsung Galaxy Note II. “Giant screen ” sembrano infatti essere state le parole utilizzate per definire le dimensioni del nuovo smartphone ibrido di Huawei.

Avevamo già sentito parlare nelle scorse settimane di un certo Huawei Ascend Mate, in sviluppo già dal mese di ottobre. Il dispositivo avrebbe dovuto avere, secondo le voci diffuse, un display da ben 6,1 pollici di diagonale, addirittura mezzo pollice più grande dell’attuale display di Galaxy Note II. Ovviamente la risoluzione sarà FullHD, come dettato dagli ultimi trend di mercato.

L’esponente della compagnia asiatica non avrebbe ancora confermato il nome della soluzione come anche nessuna delle specifiche della soluzione che restano pertanto quelle vociferate precedentemente, ovvero processore quad core a 1,8 GHz di frequenza, 2 GB di memoria RAM e batteria da 4000 mAh.

Ancora non è nota nemmeno la data di lancio ma pensiamo che il colosso orientale non voglia perdere il treno del periodo di acquisti più prolifico in estremo oriente, ovvero le settimane che precedono i festeggiamenti per il nuovo anno cinese, previsti per il prossimo 10 febbraio.