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Ecco perché la sinistra non può essere alternativa alla globalizzazione

Quando si pensa all’opposizione alla globalizzazione, la mente corre subito ai no-global, appunto, ai black block, ai centri sociali, agli indignados vari, alle grandi manifestazioni di protesta in occasione dei G8, spesso condite da violenze e devastazioni, che certo non concorrono a dare di quel mondo una immagine convincente per l’opinione pubblica. Ma ciò che più è fuorviante e distorsivo è che, come vedremo, l’antitesi della sinistra rispetto alla globalizzazione è solo apparente. Anzitutto l’assunto terzomondista secondo cui la globalizzazione arricchirebbe l’Occidente a spese del cosiddetto «Terzo Mondo» si è rivelata una falsità: quei Paesi, seppur tra varie contraddizioni e storture, hanno tratto beneficio dall’accesso al mercato globale, potendo produrre a basso costo ed esportare merci in Occidente. In paesi come Cina e India milioni di persone si sono elevate dallo stato di povertà e si è affermata una sempre più consistente classe media.

Il peggio è stato riservato, invece, ai lavoratori e agli imprenditori occidentali, e in specie europei, schiacciati dalla iniqua concorrenza dei Paesi in via di sviluppo. Con il risultato che o il salario e le tutele del lavoratore occidentale si appiattiscono sempre più verso quelle del lavoratore cinese o indiano – specie nel caso di Paesi come l’Italia che, essendo privi di sovranità monetaria, non possono azionare la leva della svalutazione per rimanere competitivi – o gli impianti vengono delocalizzati in quei Paesi, o addirittura le aziende chiudono i battenti. I veri vincitori di questo gioco, pertanto, sono indubbiamente il grande capitale e le multinazionali, che trovano nella globalizzazione l’humus perfetto per attecchire e proliferare, potendo cioè spostare la produzione dove la manodopera costa meno e collocare la loro sede fiscale alle Bahamas o in Liechtenstein.

Libertà di movimento, abbattimento delle barriere e dei confini, desovranizzazione degli Stati nazionali, mercato globale: queste sono alcune delle parole d’ordine del mondialismo, termine da preferire a globalizzazione, poiché mentre con questa ci si può riferire al fenomeno in sé, anche se tutt’altro che spontaneo e deterministicamente ordinato, mondialismo indica l’ideologia che gli è sottesa, quasi un dogma, un «dover essere» a cui tutti gli uomini dovrebbero soggiacere. Curioso notare come i grandi temi portati avanti dalla sinistra vadano nella stessa direzione: il cosmopolitismo anzitutto, l’idiosincrasia verso i confini e le nazioni, che si esprime nelle iniziative no borders e in elucubrazioni infelici quali: «Perché se esiste la libertà di circolazione delle merci, non esiste quella delle persone?». Come se gli uomini fossero prodotti con un codice a barre stampato sulla schiena.

Un’assonanza che invero non deve stupirci: l’internazionalismo, seppur differentemente declinato, è sempre stato un elemento fondante sia del comunismo che del liberal-capitalismo. Per l’uno il mondo è la patria del proletario, per l’altro del capitalista. E non è un caso che liberal-capitalismo e comunismo, nell’ultimo conflitto mondiale, si siano coalizzati per sconfiggere le potenze nate dalle rivoluzioni nazionali e popolari scaturite tra le due guerre. Come non è stato un caso che, in occasione del referendum sulla Brexit, si potessero annoverare fra i sostenitori del «remain» attivisti di estrema sinistra accanto ad abbienti finanzieri della City londinese. Anche l’ossessione per i diritti che caratterizza la sinistra, siano essi «umani» o «civili», da riconoscere ogni giorno ad una categoria diversa che si presume bisognevole di tutela, ben si sposa, in ragione dell’individualismo di fondo, con la dottrina liberale, che considera lo Stato come una mera sovrastruttura della società, il cui ruolo si limita al riconoscimento e alla salvaguardia dei diritti individuali dei singoli che in esso si associano.

Toni Negri

Impossibile quindi immaginare la sinistra appoggiare qualsiasi proposta che contempli il rafforzamento dello Stato e della sua sovranità nella sfera politico-economica, necessario per invertire la rotta rispetto a decenni di avanzata incontrastata del liberismo e di contestuale ripiegamento del ruolo dello Stato nazionale rispetto ai mercati e alle entità sovranazionali. Ma, a ben vedere, anche gli stessi no-global non si riconoscono in questo appellativo che gli viene attribuito. Sono in molti a preferire la definizione di «alter-globalisti», ossia fautori di un’«altra» globalizzazione: una globalizzazione che non sia quella delle multinazionali e del capitalismo, ma una globalizzazione «dei diritti e della solidarietà». Quindi nessuna opposizione all’esautoramento degli Stati sovrani, alla cancellazione dei popoli e delle identità. In realtà vogliono la stessa globalizzazione che viviamo oggi, magari con una spruzzatina di ecologismo e di ideologia diritto-umanista. È stato proprio lo stesso Toni Negri, ideologo comunista e maître à penser di buona parte dell’area a cui ci riferiamo, ad elogiare, in una trasmissione televisiva a cui ha preso parte circa un anno fa, i presunti grandi meriti della globalizzazione, manifestando inoltre tutto il suo disprezzo verso le nazioni, da lui definite «cose barbare e tribali».

Il nemico che abbiamo di fronte, e che sopra abbiamo definito col termine mondialismo, è più complesso di quanto si possa pensare, sfuggendo a vecchi schemi ed etichette. Se vogliamo ricorrere ancora alle ormai superate categorie di destra e sinistra, possiamo dire col filosofo Costanzo Preve che «esso è di destra in economia (potere del denaro), di centro in politica (potere del consenso) e di sinistra in cultura (potere dell’innovazione del costume). Lo smantellamento (di sinistra) delle vecchie forme conservatrici delle forme di vita tradizionali borghesi e proletarie, fatto in nome della modernizzazione nichilisticamente permanente, è funzionale ad un allargamento globale del mercato e del connesso potere del denaro che questo comporta (di destra)».

Possiamo quindi arrivare ad affermare che la sinistra oggi gioca un ruolo ancillare rispetto al capitalismo, costituendo la pars destruens della globalizzazione, che decostruisce, che nega, che combatte le identità, i modelli culturali, le differenze, spianando la strada alla pars construens, quella rappresentata dall’imposizione del consumismo e del conformismo di massa. Una storia di certo non inedita, se pensiamo che anche il Sessantotto, di cui quest’anno ricorre il cinquantenario, giocò in fondo lo stesso ruolo. Un movimento di protesta, di contestazione, che si presentava a tinte anticapitaliste e rivoluzionarie, che altro non è servito che a «emancipare» l’uomo da quei vinicoli morali, spirituali e identitari, che costituivano un ostacolo alla società dei consumi e dei desideri illimitati successivamente affermatasi. (Ma forse era proprio questo ciò che volevano i ragazzi che intonavano lo slogan «vietato vietare»?). Pertanto, quando sentite qualcuno di sinistra – e per “sinistra” si intendono le forze progressiste più o meno radicali, magari con ancora una velleitaria patina comunistoide – cianciare dei guasti della globalizzazione e del mercato globale, ricordatevi che nessuna soluzione al problema può provenire da chi ha in germe le radici dello stesso male che pretende di combattere, e di cui è in fondo parte integrante.

Edoardo Lorenzini

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Author: Il Primato Nazionale

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