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Autostrade per l’Italia e la “privatizzazione maledetta”

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Roma, 25 ott – Autostrade per l’Italia è per molti un boccone troppo ghiotto per farselo sfuggire. Se prima era un terreno da caccia riservato alla famiglia Benetton, ora anche i fondi d’investimento internazionali vogliono spartirsi un pezzo di questa torta. Per capire come siamo arrivati a questo punto è necessario ripercorrere, sia pur brevemente, le tappe che hanno consegnato le nostre autostrade al gruppo di Ponzano Veneto.

Una privatizzazione sbagliata

Autostrade per l’Italia faceva parte del gruppo Iri. A nessuno sarebbe venuto in mente mettere in mano ai privati la gestione delle arterie stradali più importanti della nazione. Negli anni 90 si impose il teorema per cui il privato garantisce un’efficienza maggiore del pubblico. E così parti la grande svendita degli asset più importanti della nostra economia. Aspi per qualche anno rappresentò un’eccezione. Poi a dicembre del 1999 la famiglia Benetton, assieme ad altri soggetti, acquisisce per 2,5 miliardi di euro il 30% del capitale del Gruppo Autostrade dall’Iri, che ha avviato il processo di privatizzazione della società. Nel 2003, i Benetton completano l’acquisizione tramite l’opa lanciata sul resto del Gruppo. L’operazione va in porto e Autostrade s.p.a, oggi Atlantia (quasi interamente in mano ai Benetton), controlla il 100% di Autostrade per l’Italia.

Nel giro di pochi anni la famiglia trevigiana compensa l’investimento grazie ai forti incassi dovuti ai pedaggi. Ed è su questo punto che il principio di libera concorrenza va a farsi benedire. Siamo in presenza di un monopolio naturale che lo Stato decide di far gestire ad un solo gruppo: dove sarebbe il libero mercato?

Nel 2007, infatti, viene sottoscritta la nuova convenzione tra Anas e Anas e Autostrade per l’Italia, mentre la prima era stata firmata 10 anni prima quando il Gruppo Autostrade era ancora in mano totalmente pubblica. Chissà chi ci avrà guadagnato? Forse il gruppo Benetton? Certamente: la famiglia trevigiana, con l’appoggio di tutto l’arco costituzionale, si aggiudica lo “sfruttamento” di parte della rete autostradale fino al 2038. L’accordo è firmato con il governo Prodi in carica, ma diventa operativo sotto l’esecutivo Berlusconi. Nel 2018 perfino la Commissione europea ha benedetto il prolungamento della concessione ad Autostrade per l’Italia fino al 2042, accordato con Gentiloni a Palazzo Chigi.

Il crollo del Ponte Morandi e l’ondivago comportamento del governo

Qualche mese dopo, però, un tonfo ha messo alle strette chi aveva concesso quella concessione. Il 14 agosto alle 11 e 36 minuti crolla il Ponte Morandi di Genova. I morti sono 43. L’allora ministero dei Trasporti Danilo Toninelli annuncia una commissione ispettiva che dovrà chiarire eventuali inadempimenti di Autostrade per l’Italia. Da qui parte una farsa che ancora continua. I pentastellati vorrebbero togliere ai Benetton la concessione ma questo rischia di diventare un boomerang. Atlantia chiede una penale altissima poi si dichiara pronta a fare uno sconto al governo, ma Giuseppe Conte (almeno fino a luglio di quest’anno) dichiarava apertamente la sua contrarietà. Ora il nostro premier ha cambiato idea. Cdp ha presentato l’offerta con Blackstone e Macquarie per l’acquisto dell’88,06% di Aspi detenuto da Atlantia. In pratica lo Stato paga per riprendersi ciò che era costruito grazie ai soldi degli italiani (automobilisti e non). Un ottimo affare.

Ma la faccenda è ancora più complessa. Lo stato tramite Cdp (controllata per circa l’83% da parte del Ministero dell’economia e delle finanze e per circa il 16% da diverse fondazioni bancarie) per liberarsi dai Benetton ha bisogno dell’aiuto dei fondi d’investimento. Strano modo per riprendersi in mano la gestione delle Autostrade.

La nuova “cordata”

La nuova composizione azionaria di Autostrade per l’Italia ha creato malumori nell’opposizione che finalmente anche su vicende come questa fa sentire la sua voce. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri si è chiesto ironicamente se “stiamo quindi mettendo la nostra principale infrastruttura autostradale nelle mani di fondi americani, australiani, cinesi e tedeschi. Non c’è patto di sindacato che esista, questo assetto non garantirà certo le risorse necessarie per ammodernare e sviluppare la nostra rete. Ma al Governo si stanno accorgendo di quanto sta accadendo?”. A rassicurare gli animi ci pensa il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Paola De Micheli aveva detto che a garanzia di tutta l’operazione c’è Cdp. “Credo che il modello che ha in testa Cdp ovvero da un lato avere partner italiani insieme a partner stranieri che rendono l’operazione più di mercato e dall’altra il fatto che Cdp abbia la governance e quindi la guida della più grande azienda concessionaria del nostro paese” ha detto la De Micheli.

Il governo approva la cordata (forse) senza rendersi conto che questa operazione può trasformarsi in un cappio. I nostri partner non sono dei comuni investitori. The Blackstone Group è una delle più grandi società finanziarie del mondo, specializzata nei settori di private equity, hedge funds ed investimenti. In Italia ha già fatto shopping nel settore immobiliare.

Per non parlare del gruppo Macquaire, banca d’investimenti australiana consigliere finanziario ed erogatrice di servizi per gestione di fondi di investimento per aziende, istituzioni e clienti al dettaglio in tutto il mondo. Un colosso capace di movimentare 500 miliardi. Nel 2016 la società di Sidney voleva investire in Italia ben 4 miliardi, ora il governo gli ha riservato un posto speciale nel banchetto che si sta consumando su una delle nostre più importanti infrastrutture. A nulla, dunque, è servito quanto è successo finora. Il nostro complesso d’inferiorità ci porta, come ai tempi del Britannia, a chiedere aiuto anche agli investitori più avidi.

Salvatore Recupero

Author: Il Primato Nazionale

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