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Gli eroi della guerra in Russia nel ricordo di Enrico Reginato

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Roma, 10 gen – Anni fa, durante una commemorazione al Pantheon degli eroi che combatterono in Russia, risaltò la presenza di due persone. La vedova del generale Enrico Reginato, signora Imelda, e vicino a lei Franco Perlasca, figlio dell’eroe Giorgio che salvò cinquemila ebrei dai lager.

La lunga prigionia di Enrico Reginato in Unione Sovietica

Il 16 aprile 2020 sono trascorsi trent’anni dalla morte del generale Enrico Reginato. Ufficiale medico degli alpini, ritornò in patria dopo dodici durissimi anni di prigionia, prodigandosi per salvare dalla morte tante persone. La guerra che gli italiani combatterono in Russia fu una dura, disperata: il valore del soldato italiano fu elogiato anche dal nemico. Per le migliaia di soldati che s’impegnarono in Russia furono conferite poche medaglie. Togliatti non li amava, e non fece nulla per ottenere da Stalin un trattamento umano per quelli che furono imprigionati. Migliaia di loro non tornarono e di altrettanti non si seppe nulla.

Qualcuno ricorderà il film in cui Don Camillo si reca​ in Russia poiché aveva avuto da una madre l’incarico di portare un fiore sulla tomba del figlio. Ma le tombe di quei soldati erano state tolte e i campi arati. Don Camillo non disse nulla di quello che aveva visto e d’aver deposto un fiore in quel campo. In un altro film é rappresentata una madre che tutti i giorni si recava a portare un fiore e una preghiera davanti a un capitello della Madonna, per ricordare il proprio figlio che non era tornato dalla Russia. Le lacrime di quella donna avevano bagnato la terra davanti al capitello.

Maria Boensch​ nella rivista Il Borghese del 17 maggio 1970 scrive queste parole descrivendo uno dei tanti tempietti che adornano il ricordo di questi soldati caduti: “Una rosa galleggia nell’acqua del bicchiere, nella minuscola nicchia scavata nel muro e illuminata, giorno e notte, da una luce biancastra; ai due lati, un Gesù e una Madonna di alabastro mostrano, attraverso il petto squarciato, i loro cuori sanguinanti. Nella parete di fronte della celletta che funge da ingresso, su una mensoletta di finto marmo, è la fotografia a colori del sergente Jannini Carlo del 52mo Artiglieria, Reparto viveri e munizioni. “Divisione Torino”. Il viso roseo e liscio del ragazzo è ancora senz’ombre e le vivissime pupille sembrano fissarsi allegramente sul visitatore”.

Il ritorno in Italia

La madre di Enrico Reginato fu una delle poche fortunate che poté abbracciare il figlio dopo averlo atteso per dodici lunghi anni. Solo l’amore di una madre non poteva dimenticarsi di lui. Tante madri non videro mai tornare i loro figli. Di loro rimangono forse le croci disseminate in un campo come descrive nel suo libro Don Aldo Del Monte, cappellano militare in Russia: “C’è un campo di girasoli, poi c’ è una altura sempre battuta dal vento; ecco, appena a valle, c’è il cimitero.Un cimitero stagliato a balze nella terra nera della steppa: croci ed elmetti di guerra, nulla più. E sotto, composte un po’ alla svelta, però maternamente, ci soni i miei morti. Ragazzi di ogni paese d’Italia, morti a cinquemila chilometri dalla patria. Pochi con ideali ben definiti anche in quel marasma indiavolato di uomini e di cose; i più, invece, nell’angoscia dello spirito, sgomenti di qull’uragano dell’Est, dove invano avevano cercato una briciola di verità… allora desolati hanno reclinato amaramente il capo sulla neve o chiamando la madre o baciando- sfiniti – la croce, come in un estremo sorso di pace. Ora li veglia una croce gigantesca levata su girasoli!

Sono passati trent’anni dalla morte di Enrico Reginato, che ha raccontato la sua vicenda nel libro “12 anni di prigionia nell’URSS”.

Quel giuramento al sovrano

Partito a combattere con la bandiera sabauda, tenne nel cuore il giuramento che aveva fatto al Re Vittorio Emanuele III. Giuramento confermato anche nella sua appartenenza come membro dell’Unione Monarchica Italiana. Al suo ritorno in patria ricevette su volontà di Umberto II un’onorificenza, nonché la medaglia d’oro al valor militare.

Il generale Enrico Reginato era un grande cattolico, come testimonia la moglie: “Uomo mite e buono che mai parlò della guerra se non con chi come lui, ne aveva coscienza, ne conosceva i patimenti. Si ammalò nel 1989. Da medico sapeva bene di non avere scampo, consapevole che la malattia lo avrebbe preso per sempre. Ma non ne parlava. Continuava nella sua vita d’ogni giorno. Incontrava gli Alpini, prendeva parte alle cerimonie, si dedicava alla famiglia. Nelle orazioni mattutine e serali che recitava con i figli e la moglie, terminava sempre con una invocazione alla Vergine: «Salva l’Italia e il mondo dal comunismo»”. Le parole della moglie toccano il cuore, come tocca il cuore leggere le pagine del suo libro, scritto ricordando gli anni di prigionia in Russia.

Enrico Reginato visse e operò solo per il bene dei suoi soldati e della sua patria. Un esempio di dedizione umana e di senso del dovere professionale e militare ma soprattutto una testimonianza preziosa che fa ripercorrere la storia di quella triste vicenda degli italiani abbandonati, per scelta politica, in Russia.

Emilio Del Bel Belluz


Author: Il Primato Nazionale

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