Apple pubblica Unleash, un nuovo spot dedicato a A11 Bionic e iPhone X

Apple ha pubblicato un nuovo video dedicato a iPhone X e A11 Bionic, il SoC presente sui top di gamma 2017, tra cui anche iPhone 8 e 8 Plus. Intitolato Unleash, lo spot mette in evidenza le performance grafiche del chip attraverso l’utilizzo di uno dei MOBA mobile più popolari: Vainglory.

Ma non solo gaming, dal momento che lo spot si concentra anche nelle doti multitasking dello smartphone di punta della casa di Cupertino, reso possibile dai 3GB di memoria RAM e dalle enormi potenzialità del SoC.

Apple è da sempre molto attenta al mondo del gaming da mobile e i primi rumor relativi al prossimo chip Apple A12 sembrano suggerire importanti miglioramenti proprio nel comparto grafico. Ma non aggiungiamo oltre e vi lasciamo al video:

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Author: Apple HDblog

Salvatore o boia? Marchionne, un manager nell’epoca della deindustrializzazione

Roma, 25 lug – Ufficialmente ricoverato per un intervento alla spalla, Sergio Marchionne è morto all’ospedale di Zurigo dove era ricoverato dal 27 giugno. Il decesso sarebbe stato causato, in seguito a complicazioni post operatorie inaspettate, da un arresto cardiaco. E’ quindi stato escluso, anche da fonti vicine alla famiglia (come riportato da Il Sole 24 ore), che il manager della Fiat avesse un tumore. Su di lui il giudizio, come quasi sempre accade quando ci si trova di fronte a forti personalità che ricoprono ruoli di rilievo, non è affatto unanime. Non lo è stato quando ha risolto quella che sembrava una crisi senza ritorno della Fiat, non lo sarà neppure nei prossimi giorni quando la storica azienda italiana dovrà affrontare un nuovo ciclo disseminato di punti interrogativi.

Perché di fatto con Marchionne, qualunque cosa si pensi del suo operato, si chiude un’epoca. Da parte nostra ci sembra doveroso evitare di cadere nel triste gioco mediatico che finisce sempre per sindacare sulla vita privata di chi non può più replicare. Non ci interessa dunque incensare o denigrare i pullover di un manager, piuttosto che il carattere della persona. Marchionne resterà un personaggio controverso, qualunque cosa verrà scritta su di lui. E’ indubbio in ogni caso che l’ex amministratore delegato di Fca abbia salvato la Fiat, che nel 2003 era un’azienda tecnicamente fallita. Il punto è: come, o per meglio dire, a che prezzo l’ha salvata? Seguendo quella che appare sempre più come una pedissequa volontà di deindustrializzare l’Italia.

Un aspetto difficilmente contestabile se consideriamo che la Fiat ha perso, durante i 14 anni in cui Marchionne ne è stato alla guida, circa 21 mila posti di lavoro, passando da 44 mila dipendenti agli attuali 23 mila. Un dimezzamento del personale che per forza di cose si traduce con una netta perdita di capacità produttiva: nel 2003 la Fiat in Italia produceva un milione di auto all’anno, adesso ne produce 400 mila, ovvero meno della metà. Il resto, circa 4 milioni di autoveicoli, è prodotto dalla Fiat all’estero. E’ chiaro quindi che spostare la produzione oltreconfine non abbia giovato all’Italia, ma si tratta di una linea portata avanti da Marchionne grazie alla totale assenza dello Stato, mai come oggi struzzo in politica economica. Uno Stato che non persegue più l’industrializzazione e la piena occupazione. Non si tratta quindi di aprire infinite parentesi sulle indubbie capacità imprenditoriali dell’ex ad. Si tratta al contrario di stigmatizzare la totale libertà di azione concessagli dai governi italiani.

Perché uno Stato con le mani legate che non fa nulla per liberarsi dalla stretta indotta, inevitabilmente non investe ma si fa investire. Di conseguenza si può dire senza incorrere in un macroscopico errore che Marchionne ha da una parte salvato 23 mila posti di lavoro e dall’altra usato la mannaia facendone perdere quasi altrettanti. Uno strano caso di dottor Jekyll e Mr. Hyde? No, più prosaicamente è stato uno dei tanti, forse tra i principali, esecutori di chi ha smantellato in Italia i diritti dei lavoratori e la politica industriale che dovremmo perseguire. Non è di certo il mandante di tutto questo. Che ruolo avrebbe avuto dunque Marchionne in uno stato sovrano con una moneta sovrana? Sarebbe finito alla gogna? Niente affatto, sarebbe stato un grande dirigente come è stato, soltanto al servizio della sua nazione.

Alessandro Della GugliaFilippo Burla

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Author: Il Primato Nazionale

L’Ecuador sta per ritirare l’asilo offerto ad Assange e lo riconsegnerà alla Gran Bretagna. E poi?

GLENN GREENWALDtheintercept.com

Il Presidente dell’Ecuador Leonid Moreno è arrivato venerdi a Londra con l’apparente intenzione di intervenire al Global Disability Summit del 2018 (Moreno è su una sedia a rotelle fin dal 1998, quando era stato ferito in un tentativo di rapina). Il vero, segreto motivo del viaggio del presidente è la possibilità di incontrare le autorità britanniche per finalizzare un accordo che permetta all’Ecuador di ritirare il diritto d’asilo concesso, fin dal 2012, a Julian Assange, espellerlo dall’ambasciata ecuadoriana di Londra e consegnare il fondatore di WikiLeaks alle autorità inglesi.

C’è da notare che l’itinerario di Moreno comprende anche una sosta a Madrid, dove si incontrerà con le autorità spagnole, ancora furibonde per la denuncia di Assange delle violazioni dei diritti umani, da parte del governo centrale della Spagna, nei confronti dei dimostranti che manifestavano per l’indipendenza della Catalogna. Tre mesi fa, l’Ecuador aveva privato Assange dell’accesso ad Internet, e, da allora, Assange non è stato più in grado di comunicare con il mondo esterno. Il motivo principale della decisione ecuadoriana di zittirlo va ricercato nella rabbia della Spagna per i tweet di Assange sulla Catalogna.


Il decreto presidenziale, firmato il 17 luglio, dal Presidente ecuadoriano Leonid Moreno che illustra il suo viaggio a Londra e Madrid

Una fonte vicina al Ministero degli Esteri ecuadoriano e all’ufficio del Presidente, non autorizzata a parlare in pubblico, ha confermato a The Intercept che Moreno ha quasi definito, se non lo ha già fatto, i termini di un accordo per la consegna di Assange alla Gran Bretagna nel corso delle prossime settimane. Il ritiro del diritto di asilo e l’espulsione fisica di Assange potrebbero avvenire presto, anche questa settimana. Venerdi, RT aveva riferito che l’Ecuador si stava preparando a firmare un accordo del genere.

Le conseguenze di una simile intesa dipenderanno in parte dalle concessioni che l’Ecuador sarà in grado di ottenere in cambio del ritiro del diritto d’asilo per Assange. Ma, come aveva riferito a The Intercept l’ex Presidente ecuadoriano Rafael Correa in un intervista del maggio scorso, il governo Moreno ha riportato l’Ecuador in una condizione decisamente “sottomessa” e “servile” nei confronti dei governi occidentali.

Perciò, è molto improbabile che Moreno, che si è mostrato ben volenteroso di piegarsi alle minacce e alle coercizioni di Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti, possa ottenere la garanzia che la Gran Bretagna non estraderà Assange negli Stati Uniti, dove le massime gerarchie dell’amministrazione Trump hanno giurato di processare Assange e distruggere WikiLeaks.

La cosa più strana di tutto il caso Assange (che sia stato, di fatto, incarcerato per otto anni, nonostante non fosse  accusato, per non dire condannato, di nessun reato), una volta che l’Ecuador lo avrà consegnato nelle mani della Gran Bretagna, continuerà a ripetersi, perché è quasi certo che Assange rimarrà ancora detenuto, questa volta dalle autorità inglesi.

L’unico procedimento penale attualmente pendente nei confronti di Assange è un mandato d’arresto del 2012 per “mancato arresto,” in pratica una violazione di cauzione, un reato minore che aveva commesso accettando l’asilo offertogli dall’Ecuador, piuttosto che ottemperare agli obblighi della cauzione, ritornando in tribunale per un’udienza riguardante i suoi tentativi di resistenza all’estradizione in Svezia.

Il reato comporta un periodo di detenzione di tre mesi ed una multa, perciò è anche possibile che il periodo trascorso da Assange nelle prigioni inglesi possa essere scalato dalla sentenza. Nel 2010, Assange era stato incarcerato nella prigione di Wandsworth e tenuto in isolamento per 10 giorni, fino a quando era stato rilasciato su cauzione, era poi rimasto agli arresti domiciliari per 550 giorni, nell’abitazione di un suo sostenitore.

L’avvocato di Assange, Jen Robinson, ha riferito a The Intercept che si impegnerà affinché questi giorni di prigionia già scontati vengano scalati (e dovrebbero essere quindi più che sufficienti) da qualunque periodo di detenzione comporti l’accusa di “mancanza di arresto,” anche se il pubblico ministero inglese si opporrà sicuramente questa richiesta. Assange farà presente che aveva un ragionevole e valido motivo per cercare asilo piuttosto che presentarsi alle autorità inglesi: vale a dire, il fondato timore di essere estradato negli Stati Uniti, dove sarebbe stato processato, unicamente per il fatto di aver pubblicato dei documenti.

Oltre a questa accusa minore, il pubblico ministero inglese potrebbe obbiettare che il rifiuto di Assange a sottoporsi ad un procedimento legale in Gran Bretagna è stato così protratto, intenzionale e malizioso da potersi considerare non solo una semplice “mancanza di arresto”, ma un vero e prorpio “oltraggio alla corte,” reato che comporta una pena detentiva fino a due anni. Solo con queste due accuse, Assange correrebbe il grave rischio di essere incarcerato per un altro anno, o anche più, in una prigione inglese.

Attualmente, questo è l’unico procedimento penale conosciuto a carico di Assange. Nel maggio 2017, i procuratori legali svedesi avevano annunciato di aver chiuso l’inchiesta riguardante le accuse di violenza sessuale, dal momento che, visto l’asilo ottenuto da Assange e il tempo trascorso [dai fatti], ogni ulteriore procedimento sarebbe stato inutile.

L’interrogativo più importante, quello che determinerà il futuro di Assange è ciò che intende fare il governo degli Stati Uniti. L’amministrazione di Barak Obama si era dimostrata impaziente di processare Assange e WikiLeaks per la pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti classificati, ma, alla fine, si era resa conto che non era possibile farlo senza dover mettere sotto processo anche dei quotidiani come il New York Times e The Guardian, che avevano pubblicato gli stessi documenti, creando così un precedente che avrebbe reso possibile, in futuro, l’incriminazione degli organi di informazione.

Di certo, è tecnicamente un reato, secondo le leggi degli Stati Uniti, per chiunque, anche per un mezzo di informazione, pubblicare un certo genere di informazioni classificate. Per la legislatura americana, David Ignatius, del Washington Post aveva commesso un reato pubblicando le trascrizioni delle telefonate, intercettate dall’NSA, fra l’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn e l’ambasciatore russo Sergey Kislyak, anche se quelle informazioni erano chiaramente di interesse pubblico, dal momento che erano la prova che Flynn aveva mentito quando aveva negato l’esistenza di quella stessa conversazione.

Che siano stati il Washington Post e Ignatius, e non semplicemente le loro fonti, a violare il codice penale degli Stati Uniti, rivelando il contenuto di intercettazioni telefoniche con un funzionario russo è chiarito dal testo del 18 § 798 of the U.S. Code, che riporta:

Chiunque, consapevolmente e volontariamente comunichi….o renda comunque disponibile a persone non autorizzate, o pubblichi…. qualunque informazione classificata… ottenuta da intercettazioni dei servizi di intelligence sulle comunicazioni di governi stranieri… deve essere multato a norma del presente titolo o incarcerato per non più di dieci anni, o entrambe le cose.” (enfasi aggiunta)

Ma il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti non ha mai voluto incriminare e processare nessuno con l’accusa di aver pubblicato materiale del genere, accontentandosi invece di perseguire le fonti governative responsabili delle soffiate. Questa riluttanza è dovuta a due ragioni: primo, gli organi di informazione obbietterebbero che ogni tentativo di criminalizzare la semplice pubblicazione di documenti classificati o sottratti è vietato dalla garanzia sulla libertà di stampa del Primo Emendamento, affermazione che il Dipartimento di Giustizia non ha mai contestato; secondo, nessun esponente del Dipartimento di Giustizia ha mai voluto lasciare in eredità un precedente che avrebbe permesso al governo degli Stati Uniti di incriminare giornalisti e organi di informazione per la diffusione di materiale classificato.

Ma l’amministrazione Trump ha fatto capire di non avere simili remore. Al contrario, lo scorso aprile, l’allora direttore della CIA, Mike Pompeo, ora Segretario di Stato, aveva fatto una folle, sconclusionata e assai minacciosa sparata contro WikiLeaks. Senza portare nessuna prova, Pompeo aveva decretato che WikiLeaks è “un servizio di intelligence ostile e non di stato, spesso sostenuto da entità governative, come la Russia,” e aveva poi dichiarato che “dobbiamo riconoscere che non dobbiamo più lasciare ad Assange e ai suoi colleghi la possibilità di utilizzare contro di noi i valori della libertà di parola.”

Questo congressista reazionario e scafato, attualmente uno dei più fedeli e più corteggiati funzionari dell’amministrazione Trump, rifiuta esplicitamente anche le limitazioni del Primo Emendamento per quanto riguarda l’incriminazione di Assange, sostenendo che quelli di WikiLeaks “possono anche far finta che le libertà garantite dal Primo Emendamento dell’America li proteggano dalla giustizia.. possono anche averlo creduto, ma si sbagliano.”

Pompeo ha poi pesantemente minacciato: “Dar loro la possibilità di rovinarci con segreti carpiti con l’inganno è una perversione che viene garantita dalla nostra grande costituzione. Ora non più.

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Anche il Procuratore Generale di Trump, Jeff Sessios, si è ripromesso non solo di continuare e intensificare la repressione delle fonti (come già aveva fatto il Dipartimento di Giustizia di Obama), ma anche di prendere in considerazione la possibilità di incriminare gli organi di stampa che divulghino informazioni classificate. Sarebbe molto scaltro da parte di Sessions gettare le fondamenta di un’operazione del genere incriminando, come prima persona, Assange, perché potrebbe essere quasi certo che gli stessi giornalisti, consumati dall’odio verso Assange per motivi personali, gelosie professionali e per il ruolo che, secondo loro, avrebbe avuto nella sconfitta elettorale del 2016 di Hillary Clinton, si coalizzerebbero con il Dipartimento di Giustizia di Trump e sosterrebbero il tentativo di incarcerare Assange.

Durante gli anni di Obama, fra gli organi d’informazione, il concetto imperante era stato che l’incriminazione di Assange si sarebbe rivelata un serio pericolo per la libertà di stampa. Anche un editoriale del Washington Post, che [in precedenza] aveva veementemente condannato WikiLeaks, metteva in guardia, nel 2010, che un’azione penale del genere avrebbe “criminalizzato gli scambi di informazione e messo in pericolo” tutti gli organi di informazione. L’anno scorso, quando Pompeo e Sessions avevano proferito le loro minacce riguardo l’incriminazione di Assange, l’ex portavoce del Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Obama, Matthew Miller, aveva asserito che un’azione penale del genere non avrebbe mai potuto avere successo:

Per anni, il Dipartimento di Giustizia di Obama aveva cercato le prove dell’assistenza fornita da Assange a Chelsea Manning, o alle altre fonti, nell’hackeraggio o nel furto dei documenti (per poterli incriminare con un’accusa più grave della semplice pubblicazione di documenti) e non ne aveva mai trovate. Ma anche un teorema del genere (che anche chi pubblica documenti classificati possa essere processato per aver aiutato la sua fonte di informazioni) sarebbe una grave minaccia alla libertà di stampa, dal momento che i giornalisti collaborano spesso, in qualche modo, con le fonti che sottraggono o rivelano informazioni classificate. E nessuno ha mai presentato prove che WikiLeaks fosse collusa, nell’azione criminale, con chi aveva hackerato le caselle di posta elettronica del Comitato Democratico Nazionale e di John Podesta.

Ma ci sono pochi dubbi, e Sessions sicuramente lo sa, che un gran numero di giornalisti americani, insieme a molti, se non la maggioranza, dei Democratici, di fatto sosterrebbero il Dipartimento di Giustizia di Trump nell’incriminazione di Assange per la pubblicazione di documenti. Dopo tutto, il Comitato Democratico Nazionale aveva denunciato in aprile WikiLeaks per lo stesso motivo, una seria ed evidente minaccia alla libertà di stampa, e pochi ci avevano trovato da ridire.

Ed erano stati proprio alcuni senatori democratici, fra cui Dianne Feinstein, che, durante gli anni di Obama, si erano battuti per la messa in stato d’accusa di WikiLeaks, con il sostegno di molti senatori repubblicani. Non ci sono dubbi che, dopo il 2016, il favore, fra i giornalisti e i Democratici, all’incarcerazione di Assange, colpevole di aver pubblicato dei documenti, sarà più alto che mai.

Se gli Stati Uniti incriminassero Assange per presunti reati connessi alla pubblicazione di documenti o se avessero già ottenuto un rinvio a giudizio segreto e lo utilizzassero per richiedere alla Gran Bretagna la sua estradizione negli Stati Uniti per fargli affrontare il processo, questo basterebbe da solo a garantire la permanenza di Assange nelle prigioni inglesi ancora per molti anni.

Assange, naturalmente, si opporrebbe ad un simile tentativo di estradizione, in quanto la pubblicazione di documenti non è un reato riconosciuto e per il fatto che gli Stati Uniti vogliono la sua estradizione sulla base di accuse politiche che, secondo i trattati [internazionali], non possono servire come pretesto per un’estradizione. Ma ci vorrebbe almeno un anno, che potrebbe anche prolungarsi fino a tre, prima che una corte inglese prenda una decisione su queste problematiche connesse all’estradizione. E, mentre tutto questo si trascina, Assange rimarrebbe di certo in prigione, dal momento che è impensabile che un giudice britannico possa rilasciarlo su cauzione, visto quello che era successo l’ultima volta che era stato posto in libertà.

Tutto questo significa che è molto probabile che Assange, nella migliore delle ipotesi, debba trascorrere almeno un altro anno dietro le sbarre, e finirà con l’aver passato un decennio in prigione, senza mai essere stato accusato, o condannato, per alcun reato. Sostanzialmente è stato punito, imprigionato, dal sistema.

Anche se spesso si è detto che Assange deve solo rimproverare sé stesso, è fuori di dubbio che, visto il gran giurì convocato dal Dipartimento di Giustizia di Obama ed ora le minacce di Pompeo e di Sessions, i timori che avevano portato Assange a richiedere asilo, in primo luogo la possibilità di essere estradato negli Stati Uniti ed essere processato per reati politici, erano molto ben fondati.

Assange, insieme ai suoi avvocati e ai suoi sostenitori, ha sempre detto che sarebbe immediatamente salito su un aereo per Stoccolma, se avesse avuto la garanzia che una cosa del genere non sarebbe stata utilizzata per estradarlo negli Stati Uniti e, per anni, aveva dato la propria disponibilità ad essere interrogato dagli investigatori svedesi all’interno dell’ambasciata [ecuadoriana] di Londra, cosa che il procuratore svedese aveva fatto alcuni anni dopo. Sulla base di questi fatti, una commissione della Nazioni Unite aveva deliberato nel 2016 che le azioni del governo britannico erano una “detenzione arbitraria” ed una violazione dei diritti umani fondamentali di Assange.

Ma se, come sembra quasi certo, l’amministrazione Trump alla fine dichiarerà che intende processare Assange per la pubblicazione di documenti classificati del governo americano, ci troveremo di fronte allo strano spettacolo di giornalisti statunitensi che, dopo aver passato gli ultimi due anni a preoccuparsi in modo melodrammatico della libertà di stampa a causa degli oltraggiosi tweet di Trump su Wolf Blitzer e Chuck Todd o per il meschino trattamento riservato a Jim Acosta, probabilmente esulteranno per un precedente che rappresenterebbe la più grave violazione alla libertà di stampa degli ultimi decenni.

Questo sarebbe il precedente che potrebbe facilmente farli finire in una cella di fianco a quella di Assange, colpevoli del nuovo “reato”: aver pubblicato  documenti che il governo degli Stati Uniti aveva stabilito non si dovessero pubblicare. Quando si tratta di minacce alla libertà di stampa, un’accusa del genere non sarebbe neanche lontanamente paragonabile ai tweet offensivi di Trump nei confronti delle varie personalità che appaiono in TV.

Quando si era trattato di denunciare la mancanza di un giusto processo e l’uso della tortura a Guantanamo, non era stato difficile ai giornalisti accantonare la loro personale antipatia per i simpatizzanti di al-Qaeda e segnalare i pericoli di quelle violazioni dei diritti umani e legali. Quando si tratta di attacchi alla libertà di stampa, i giornalisti sono in grado di mettere da parte il loro disprezzo personale per le opinioni altrui, per evitare che si costituisca un precedente che permetta in seguito al governo di punire chi esprime idee sovversive.

Non dovrebbe essere difficile per i giornalisti accantonare i loro sentimenti personali riguardo ad Assange e prendere atto dei gravi pericoli, non solo per la libertà di stampa ma anche per loro stessi, se il governo degli Stati Uniti riuscisse a tenere in prigione Assange per i prossimi anni, con i suoi tentativi di incriminarlo per la pubblicazione di documenti classificati o sottratti con l’inganno. Questo sembra essere lo scenario più probabile, una volta che l’Ecuador avrà consegnato Assange alla Gran Bretagna.

Glenn Greenwald

Fonte: theintercept.comLink: https://theintercept.com/2018/07/21/ecuador-will-imminently-withdraw-asylum-for-julian-assange-and-hand-him-over-to-the-uk-what-comes-next/21.07.2018Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Author: Come Don Chisciotte