Apple: il 5 febbraio un nuovo iPad con 128 GB di memoria

Autore: IlSoftware.it

Un iPad con storage da 128 GB, vale a dire il doppio della capacità dei modelli attualmente in commercio.
Lo annuncerà Apple il prossimo 5 febbraio, con l’obiettivo di offrire alla comunità dei suoi utenti un dispositivo con ancora maggiore spazio per archiviare musica, video, libri e alle aziende un dispositivo più idoneo a gestire applicazioni e task che utilizzano grandi quantità di dati.

Il prezzo, va da sé, scala insieme alla capacità: si parte da 799 dollari per il modello WiFi, mentre si sale a 929 dollari per il modello con il supporto 3G. Il device sarà disponibile nelle versioni bianca e nera.

La strategia di Cupertino è chiara: in un mercato sempre più competitivo qual è quello dei tablet, è necessario essere presenti con una offerta il più possibile articolata.
Così lo scorso mese di ottobre è arrivato iPad mini, il primo modello con un form factor differente ad affiancare quello tradizionale, cui fa seguito ora il nuovo iPad, più carrozzato dal punto di vista delle dotazioni.

Apple strizza l’occhio a settori specifici, che vanno dalla medicina, con numerose applicazioni per la gestione della diagnostica per immagini, all’architettura.
Nondimeno una domanda sorge spontanea: pochi giorni fa il titolo della società è stato penalizzato in Borsa dopo una trimestrale deludente, dalla quale era emersa come criticità una certa carenza di innovatività nelle strategie aziendali. Basteranno 128 GB di storage a fare la differenza?

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Norwegians trap sunlight with microbeads, produce solar cells that are 20 times thinner, cheaper

Autore: ExtremeTech

Norwegian researchers are the happiest researchers

Researchers from the University of Oslo have used a bunch of “wonderful tricks” to produce silicon solar cells that are twenty times thinner than commercial solar cells. This breakthrough means that solar cells can be produced using 95% less silicon, reducing production costs considerably — both increasing profits (which are almost nonexistent at the moment), and reducing the cost of solar power installations.

Standard, commercial photovoltaic solar cells are fashioned out of 200-micrometer-thick (0.2mm) wafers of silicon, which are sliced from a large block of silicon. This equates to around five grams of silicon per watt of solar power, and also a lot of wastage — roughly half of the silicon block is turned into sawdust by the slicing process. With solar cells approaching 50 cents per watt (down from a few dollars per watt a few years ago), something needs to change.

Reducing the thickness of solar cells obviously makes a lot of sense from a commercial point of view, but it introduces another issue: As the wafer gets thinner, more light passes straight through the silicon, dramatically reducing the amount of electricity produced by the photovoltaic effect. This is due to wavelengths: Blue light, which has a short wavelength (450nm), can be captured by a very thin wafer of silicon — but red light, with a longer wavelength (750nm), can only be captured by thicker slabs of silicon. This is part of the reason that current solar cells use silicon wafers that are around 200 micrometers — and also why they’re mirrored, which doubles the effective thickness, allowing them to capture more of the visible spectrum.

Some microbeads (unrelated to the University of Oslo story, though)In essence, the University of Oslo researchers have devised methods for trapping those longer wavelengths, even when the silicon wafers are just 10 micrometers thick. The first trick is using microbeads — very small plastic spheres, uniform in size, that create an almost perfect periodic pattern on the silicon. These beads force the sunlight to “move sideways,” increasing the apparent thickness of the silicon by 25 times.

The University of Oslo is also experimenting with asymmetric microindentations on the back of the silicon wafer. ”Cylinders, cones and hemispheres are symmetrical shapes. We have proposed a number of structures that break the symmetry. Our calculations show that asymmetrical microindentations can trap even more of the sunlight”, says Erik Marstein, one of the researchers involved with the work.

The researchers are in talks with industrial partners to investigate whether these methods can be scaled up to industrial production. The researchers seem quite confident that their technology could come to market within five to seven years.

Now read: Solar panel made with ion cannon is cheap enough to challenge fossil fuels

Research paper: dx.doi.org/10.4229/27thEUPVSEC2012-2CV.7.22 – “Light management in thin crystalline silicon solar cells”

Ubisoft: la serie Prince of Persia è stata messa in pausa

Autore: Ultimi articoli e news per PC Windows | Multiplayer.it

Ubisoft: la serie Prince of Persia è stata messa in pausa
In effetti è già da un po’ che non viene annunciato nulla

Nel corso di un’intervista, Yannis Mallat ha rivelato che Ubisoft ha messo in pausa il franchise Prince of Persia. Non si tratta di uno stop definitivo e, ammette, come è già successo in passato qualche team potrebbe volerci lavorare di nuovo sopra.

Comunque Ubisoft lo riprenderà solo quando avrà un piano di rilancio solido per dare un futuro all’intero brand. Mallat ha anche voluto rassicurare i fan sul fatto che Ubisoft considera il brand importante come tutti gli altri in suo possesso, e che nel frattempo pubblicherà giochi per intrattenerli.

L’ultimo gioco della serie è il dimenticabile Prince of Persia: Le Sabbie Dimenticate del 2010.

Fonte: Games Industry

Bancarotta Islanda, la Corte Efta esenta l’isola dal risarcimento dei risparmiatori stranieri


Autore: Il Fatto Quotidiano

Gli islandesi hanno vinto. La Corte dell’Efta (Associazione europea di libero scambio) ha sancito che l’Islanda non deve risarcire i risparmiatori britannici e olandesi che avevano investito nei conti Icesave andati in fumo dopo il tracollo nel 2008 di alcuni istituti di credito dell’isola, tra cui la Landsbanki e la Glitnir Bank. A pagare restano i rispettivi Paesi che hanno dovuto rimborsare i correntisti per alcuni miliardi di euro. La sentenza, accolta con giubilo dagli islandesi, costituisce un interessante, e a tratti pericoloso, precedente in Europa per quanto riguarda le garanzie dei depositi in tempo di crisi.

“La Direttiva Ue sulla garanzia dei depositi non prevede l’obbligo per un Paese e le sue autorità di assicurare la compensazione se il sistema stesso di garanzie sui depositi non è in grado di ottemperare ai propri obblighi in caso di una crisi di sistema”, si legge nella sentenza. In questo modo prevale appieno la difesa del governo islandese che sosteneva, a quanto pare a giusto titolo, di non poter pagare le conseguenze di un crac bancario come quello del 2008 mentre la crisi finanziaria sbarcava ufficialmente in Europa.

Tutto inizia nel 2008, quando a causa di una politica di indebitamento avventata, alcuni istituti di credito collassano, la moneta crolla del 37% in un anno e la Borsa sospende tutte le attività: il Paese viene dichiarato in bancarotta. Tra le conseguenze di questo crollo, c’è anche la sparizione nel nulla di alcuni miliardi di ignari risparmiatori inglesi ed olandesi che avevano investito nei conti online Icesave. Ecco che, di fronte alle minacce dei partner internazionali, il parlamento islandese si vede costretto a proporre una legge che prevede il risanamento del debito attraverso il pagamento di 3,5 miliardi di euro che avrebbe gravato su ogni famiglia islandese, mensilmente, per  15 anni e con un tasso di interesse del 5,5% (prestito internazionale).

Ovviamente la novella non era stata accolta a braccia aperte dalla popolazione che, in un referendum indetto per scegliere se risarcire o meno i consumatori stranieri, si sono opposti con il 93 per cento dei voti. Un plebiscito. A dover ripagare i risparmiatori inglesi e olandesi ci hanno dovuto pensare i rispettivi governi (anche tramite i ricavati della vendita delle proprietà delle banche nazionalizzate in Islanda), i quali hanno quindi portato la piccola isola di fronte alla Corte dell’Efta (alla quale aderisce insieme ad altri Paesi non Ue come Norvegia, Svizzera a Liechtenstein).

Ma se i risparmiatori stranieri alla fine sono stati rimborsati, le banche nazionalizzate e gli islandesi esentati dal pagare di tasca loro, possono davvero essere tutti contenti? Quasi. Si perché la sentenza della Corte dell’Efta, pur non vincolante nei confronti della Corte di Giustizia Ue, costituisce un importante precedente all’interno della giurisprudenza comunitaria: le garanzie sui depositi bancari non sono sempre garantite e non per tutti, specie in tempo di crisi economica. Spieghiamoci meglio: la Direttiva europea 94/19/CE prevede che sul territorio di ogni Stato membro (anche quelli aderenti all’Efta) vengano istituiti e ufficialmente riconosciuti uno o più sistemi di garanzia dei depositi dei correntisti per proteggerne i risparmi nel caso un istituto di credito si trovi in difficoltà. Per quanto riguarda l’Islanda, però, a crollare è stato l’intero sistema creditizio gonfiatosi all’inverosimile anche dopo aver attirato molti investimenti stranieri. Ecco quindi, ed è questo il centro della questione, che uno Stato non può farsi garante ultimo al cento per cento, o almeno non sempre.

Una peculiarità tutta islandese? Niente affatto. Prima del crack, le banche dell’isola erano lievitate a dismisura grazie proprio a conti online come gli Icesave che non conoscevano limiti nazionali. Ma la stessa cosa succede altrove, come a Cipro, che sta attualmente negoziando un altro salvataggio internazionale con Bruxelles (e Mosca), dove il 40 per cento dei circa 70 miliardi di depositi attuali sono stranieri. La Commissione europea, che si era costituita parte civile nel processo contro l’Islanda, cerca di gettare acqua sul fuoco. “L’attuale schema di garanzie per i depositi si applica anche nel caso di una crisi sistemica e gli Stati membri sono responsabili per assicurare che gli schemi nazionali di garanzia dei depositi paghino effettivamente le compensazioni garantite dalla legislazione europea nell’intero mercato interno”, fa sapere Stefaan De Rynck, portavoce del Commissario Ue al mercato interno Michel Barnier. Tuttavia, gli esperti di Bruxelles stanno già studiando le carte del caso e le implicazione che la sentenza della Corte Efta potrebbe comportare in futuro.

@AlessioPisano

Quando la parola d’ordine è ‘disinvestiamo nel fossile’


Autore: QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari

Nasce negli Usa una rivolta contro le compagnie delle fonti fossili. Un movimento dal basso che chiede di vendere le azioni di società del settore dei combustibili fossili o semplicemente di non investirvi. Anche le mobilitazioni contro l’oleodotto Keystone testimoniano che il cambiamento climatico è il tema. L’editoriale di Gianni Silvestrini.

Nuove forme di lotta e di pressione si stanno sviluppando per sbloccare l’impasse sui cambiamenti climatici negli Usa. Un forte movimento, ad esempio, sta crescendo per forzare la vendita di azioni di società coinvolte nel settore dei combustibili fossili.

Una generazione fa l’obiettivo era l’abbattimento dell’apartheid del Sud Africa. Per dare forza alla battaglia 155 università e 90 città statunitensi decisero di eliminare dal proprio patrimonio le azioni delle società sudafricane. Nel 1986 l’Università di California disinvestì 3 miliardi di dollari. Come è noto, questa pressione ha avuto un ruolo importante nell’introduzione del suffragio universale e nella successiva elezione di Nelson Mandela.

Oggi sono 210 i campus americani coinvolti nella campagna “Let’s divest from fossil fuels!” volta a fra vendere le azioni delle società legate a queste attività. E il movimento si sta allargando. Mike McGinn, sindaco di Seattle, ha invitato il fondo pensione degli impiegati, il Seattle City Employees’ Retirement System che gestisce 1,9 miliardi $ , a non investire più nei comparti fossili e ad iniziare un’azione di uscita da questo settore. Anche il mondo religioso si sta mobilitando. La United Church of Christ cui afferiscono 1,2 milioni di fedeli in giugno voterà per aderire alla campagna lanciata dalla associazione 350.org.

L’argomentazione di fondo deriva dalla riflessione che larga parte (80% secondo alcune stime) delle riserve di combustibili fossili del pianeta non dovranno essere utilizzate per non superare l’incremento di 2 °C della temperatura dell’aria richiesto dalla comunità scientifica per evitare conseguenze catastrofiche. A meno di utilizzare su larga scala il sequestro del carbonio, la cui sperimentazione però al momento incontra molte difficoltà ed è dubbio che riesca ad essere ambientalmente ed economicamente sostenibile.

Accanto a questa iniziativa, sta crescendo la mobilitazione per bloccare l’autorizzazione alla realizzazione dell’oleodotto Keystone, infrastruttura fondamentale per garantire l’espansione dell’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose del Canada. Obama, dopo avere una prima volta rinviato la decisione, dovrà pronunciarsi nei prossimi mesi su questo delicato tema.

Nel novembre del 2011 quindicimila cittadini hanno manifestato di fronte alla Casa Bianca per chiedere di bloccare l’oleodotto e in tutto il paese sta crescendo la pressione per portare il 17 febbraio decine di migliaia di attivisti a Washington per un “Climate Rally”. Nei giorni scorsi 18 tra i più prestigiosi climatologi hanno inviato una lettera al presidente chiedendo di evitare la realizzazione dell’oleodotto perché contraria agli interessi del pianeta e del paese.

Insomma, le dichiarazioni prima di Obama e poi del neoeletto Segretario di Stato Kerry sull’importanza della lotta ai cambiamenti climatici e la crescente pressione dal basso testimoniano un cambio di passo. E’ possibile forse che gli Usa si spostino su posizioni più attive e impegnate, facilitando il raggiungimento di quell’accordo internazionale sul clima che dovrà essere definito entro i prossimi 35 mesi.