La tecnologia Led abbatte i costi e aumenta l’efficienza

Autore: Rinnovabili

La tecnologia Led abbatte i costi e aumenta l’efficienza

(Rinnovabili.it) – La tecnologia Led si è conquistata di diritto il primo posto nel futuro dell’illuminazione. Efficienti, di lunga durata e con bassissime richieste energetiche, i diodi ad emissione luminosa si stanno facendo progressivamente spazio nel settore dell’illuminotecnica. Non tutti i nodi però sono risolti. Uno di questi, forse il più importante, è quello relativo ai costi di fabbricazione che lievitano con il miglioramento delle prestazioni. Un aiuto in tal senso arriva in questi giorni dalla ricerca condotta all’interno della Florida State University. Qui un professore di ingegneria ha sviluppato un nuovo Led ad alta efficienza e basso costo che potrebbe contribuire ad eliminare le attuali barriere.

Si tratta di un’innovazione “potenzialmente in grado di rivoluzionare la tecnologia dell’illuminazione”, commenta lo stesso ricercatore Zhibin Yu. “In generale, il costo di dell’illuminazione a LED è ancora una grande preoccupazione. Il risparmio energetico ottenibile non bilancia perfettamente la spesa ma questo diodo potrebbe cambiare la situazione”. Yu ha sviluppato una combinazione di materiali organici ed inorganici: la star del progetto è la perovskite, cristallo che a seconda del design può assorbire o emettere luce.

Nel dettaglio il Led è formato da una pellicola sottile di ossido di perovskite e polietilene inserita tra uno strato di ossido di indio stagno e indio gallio. La struttura richiede una tensione inferiore per emettere luce e vanta un’alta luminosità. Ma ciò che rende davvero speciale questa tecnica è che il processo di produzione è molto più semplice rispetto al tradizionale processo di fabbricazione dei LED oggi esistenti sul mercato: la maggior parte dei diodi a emissione luminosa infatti, richiede quattro o cinque strati di materiale depositati uno sopra l’altro, mentre il nuovo LED ibrido necessita di solo uno strato di materiale completo e già dissolto, che può pertanto essere applicato come una vernice. I risultati della ricerca sono stati pubblicati in questi giorni sulla rivista scientifica Advanced materials.

Gas: quanto è davvero importante il nuovo giacimento scoperto da Eni?


Autore: QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari

La scoperta fatta dalla nostra partecipata pubblica nel mediterraneo egiziano è importantissima per l’Egitto e per l’ENI, ma va messa in prospettiva: le nuove riserve individuate, ancora solo potenziali, se sfruttate appieno accrescerebbero la disponibilità mondiale solo dello 0,48% e si esaurirebbero in 3 mesi di consumi mondiali.

Notizia che rivoluziona lo scenario energetico mondiale – come abbiamo letto su parte della stampa – o piccola goccia nel mare di un sistema energetico mondiale che comunque deve cambiare? La verità sta nel mezzo: la scoperta di un giacimento di gas fatta da Eni nell’offshore egiziano è senz’altro importantissima per l’azienda partecipata pubblica italiana e per l’Egitto, ma i toni miracolistici con cui la notizia è stata data sono decisamente esagerati: le nuove riserve individuate, ancora solo potenziali, se sfruttate pienamente accrescerebbero la disponibilità mondiale solo dello 0,48% e si esaurirebbero in 3 mesi di consumi mondiali.

Partiamo dall’annuncio diffuso da Eni (vedi comunicato stampa in allegato): presso il prospetto esplorativo denominato Zohr è stato individuato un giacimento supergiant che presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas e un’estensione di circa 100 kmq. Zohr – spiega l’azienda – rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo.

La scoperta, secondo il governo egiziano, “farà aumentare di un terzo le riserve del Cairo e contribuirà grandemente alla realizzazione del piano energetico nazionale che prevede di conseguire l’autosufficienza entro cinque anni”.

Soddisfazione per il risultato della partecipata pubblica (lo Stato detiene circa il 30% delle azioni tramite Cassa Depositi e Prestiti e MEF) arriva anche dal Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, che fa i “complimenti a Eni per questo straordinario risultato di un lavoro di ricerca che si inserisce nell’ambito dei rapporti tra Italia ed Egitto, in un’ottica di partnership economica strategica che riguarda il nostro Paese e più in generale l’intero continente africano”. Renzi fa sapere di aver sentito il Presidente egiziano Al-Sisi – arrivato al potere con un golpe nel luglio 2013 e che vi sta rimanendo grazie ad una repressione sanguinosa – “per commentare insieme l’impatto di questa scoperta sulla stabilità energetica del Mediterraneo e più in generale sulle prospettive di sviluppo della regione”.

La scoperta potrebbe in effetti essere molto importante per l’Egitto, che negli ultimi anni è diventato un importatore netto, con effetti negativi sull’economia. Le stime diffuse dalla stampa (Financial Times ad esempio) dicono che la nuova scoperta potrebbe soddisfare i consumi egiziani per circa 10 anni. “La notizia è estremamente positiva per l’Egitto – spiega a QualEnergia.it Davide Tabarelli, analista di Nomisma Energia – e di conseguenza potrebbe avere ricadute positive per la stabilizzazione geopolitica dell’area”.

Tra le ricadute positive per il nostro Paese, continua Tabarelli, “quelle per Eni e le aziende della filiera, come Saipem che si apprestano a un investimento da decine di miliardi”. Non a caso oggi in Borsa si stanno vedendo rialzi dei due titoli. Per l’analista Nomisma la scoperta potrebbe “contribuire a fare dell’Italia un hub del gas, puntando di più sulla rigassificazione, e fornirci più potere di contrattazione”. Al momento, aggiungiamo noi, i 3 rigassificatori italiani operativi sono decisamente poco utilizzati: hanno fornito circa l’8,5% dei consumi italiani dei primi 7 mesi del 2015. Per tradurre in produzione reale la scoperta, come stima Tabarelli, “ci vorranno circa 3 anni, meno che in altre situazioni, nelle quali dalla scoperta all’estrazione passano circa 5 anni, perché in questo caso parte delle infrastrutture necessarie sono già presenti sul luogo”.

Molto meno ottimista il pofessor Ugo Bardi, ex presidente di Aspo Italia, la sezione italiana dell’associazione che studia il picco del petrolio: “A tutti quelli che stanno lanciando urla di gioia perché il gas Egiziano ci libererà da Vladimir Putin e dal suo gas russo, prego di notare che non c’è nessun gasdotto che possa mettere in connessione l’Egitto con l’Italia. E se lo volessimo costruire, dovrebbe passare attraverso una delle regioni più instabili del mondo; la Libia …”.

“Come al solito – commenta Bardi – la stampa dà i numeri, ma non riesce mai a renderli comprensibili. Dopo aver detto che dentro questo giacimento è possibile che ci siano ‘850 miliardi di metri cubi di gas’ (e notare il ‘possibile’), se non li metti in prospettiva, tanto valeva dire ‘millanta’. Al mondo, si ritiene che ci siano qualcosa come 190.000 miliardi di metri cubi di gas naturale estraibile. Ne consegue che la nuova scoperta aggiunge circa lo 0,45% alle riserve mondiali, sempre ammesso che le riserve ‘possibili’ si rivelino poi reali”.

Visto che la domanda mondiale di gas (dato IEA sul 2014) è di poco inferiore a 3.500 miliardi di gas – calcoliamo noi di QualEnergia.it – il potenziale del giacimento, se si riuscisse a sfruttarlo completamete, basterebbe per poco meno di 3 mesi di consumi mondiali.

“Intendiamoci, non è una scoperta da poco – precisa Bardi – ed è anche un bel successo per l’Eni; che ne ha molto bisogno, vista la situazione non proprio brillante del campo di Kashagan, che ancora non produce e non produrrà fino al 2017 (perlomeno). Posto che poi che Kashagan produca qualcosa; è un giacimento molto costoso e con i prezzi del petrolio attuali non conviene di certo. Per non parlare poi del cambiamento climatico che galoppa e fa sì che diventi sempre più essenziale lasciare almeno una parte degli idrocarburi fossili sottoterra”.

E proprio qui sta il nocciolo della questione. Per alcuni, come Tabarelli, la maggiore disponibilità di gas è “una notizia positiva per l’ambiente, perché questa fonte permette di ridurre le emissioni (in confronto ad altre fossili come carbone e petrolio, ndr)”. Altri invece si chiedono se ha senso, anziché accelerare la transizione energetica vero le nuove fonti pulite, continuare a spremere altra energia da fossili, investendo in infrastrutture che richiederanno anni per essere realizzate, decenni per ripagarsi e che hanno rischi ambientali e geopolitici elevati.

Certo sia per la sicurezza energetica, che per la stabilità politica del Medio Oriente, e la lotta al global warming, le rinnovabili potrebbero fare molto di più di qualsiasi nuovo giacimento di gas.

Come consumare solo energia solare senza pannelli sul tetto

Autore: Rinnovabili

Come consumare solo energia solare senza avere i pannelli 2

(Rinnovabili.it) – Si chiama SunPort, e non è altro che un piccolo adattatore per la presa di corrente. Ma serve ad uno scopo ben preciso: permettere al consumatore di prendere dalla rete energia solare anche senza possedere un impianto fotovoltaico sul tetto di casa. Il progetto è nato dall’idea di Paul Droege, imprenditore ed ingegnere che vive nel New Mexico e ha lanciato una campagna di crowdfunding su Kickstarter. Spera di raccogliere denaro sufficiente per iniziare a produrre il suo dispositivo SunPort.

Il congegno nasce da una riflessione: quella solare è una fonte energetica pulita, che dovrebbe essere disponibile a tutti, anche a coloro che non possono permettersi un impianto domestico. Inoltre, chi intende agire in maniera più ecocompatibile deve poterlo fare. Poniamo, dunque, che un cittadino decida di approvvigionarsi solamente da fonti rinnovabili. Quando accende la luce o gli elettrodomestici di casa non può sapere quale elettricità sta consumando: potrebbe provenire da combustibili fossili o da energie pulite.

Come consumare solo energia solare senza avere i pannelli

Il dispositivo SunPort, che promette non di aumentare la quota di energia solare consumata in casa, fornirebbe un accesso preferenziale ad essa per l’utente che lo inserisce nella presa. In pratica, si propone consentire ai consumatori americani di fare uso dei Certificati per l’Energia Solare Rinnovabile (SRECS), ognuno dei quali vale un migliaio di kWh di energia solare prodotta da un impianto. Questi certificati sono stati progettati per essere scambiati e venduti tra i produttori e l’industria, nell’intento di promuovere una maggiore produzione di energia da fotovoltaico. Ogni volta che un SREC viene acquistato da un produttore di energia, rappresenta un incoraggiamento alla produzione di energia solare. Esistono aziende che affermano di alimentarsi al 100% da fonti rinnovabili solo grazie al sistema dei SRECs.

Il problema è che l’utente singolo, diversamente dall’azienda, non può acquistare 1.000 kWh per volta. Per questo, SunPort si propone di acquistarli e frazionarli in quantità minori – che chiama SunJoules – da rivendere alle famiglie. Ogni SunJoule equivale a 1 kJ di energia prelevata dalla rete.

Regno Unito: la dubbia sostenibilità di una centrale a carbone convertita a legna


Autore: QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari

Un progetto di produzione energetica molto discutibile e al tempo stesso innovativo: la riconversione della centrale a carbone di Drax, la più grande del Regno Unito, che fornisce il 7% dell’energia del paese. Verrà alimentata a biomassa, per la quasi totalità proveniente dall’America dal Nord, e si prevede la cattura e il confinamento della CO2.

È il progetto che indica una delle strade per salvarci dal disastro climatico? O solo un imbroglio che peggiorerà ulteriormente lo stato dell’ambiente planetario?

Raramente un progetto di produzione energetica ha suscitato interpretazioni così opposte, ma in effetti è vero anche che raramente un progetto è stato così radicale e innovativo come questo riguardante la riconversione della centrale a carbone di Drax, la più grande del Regno Unito (foto in alto), che oggi fornisce il 7% dell’energia del paese, in una a biomassa con cattura e confinamento della CO2.

L’idea venuta in mente alla società Drax Group, che gestisce questa centrale-mostro da 4 GW, in grado di ingoiare quasi 13 milioni di tonnellate di carbone l’anno, è quella di sostituire una parte via via crescente di antracite e coke, con biocombustibili in piccola parte costituiti da paglia locale, ma soprattutto da pellet di legna, fabbricati con segatura canadese e legname da foreste del sud degli Usa. A queste fonti, in seguito, si dovrebbe aggiungere altro biocombustibile proveniente dal Brasile, la cui natura non è stata ancora precisata.

Da luglio circa la metà dell’elettricità prodotta a Drax viene da biocombustibili, ma a regime, 7 milioni di tonnellate di pellet (per capirci, tutta l’Italia ne consuma 2,2 milioni di tonnellate) dovrebbero sostituire completamente la generazione a carbone.

Fin qui nulla di particolarmente straordinario, se non la taglia dell’impresa, che richiederà una complessa logistica sulle due sponde dell’Atlantico, per assicurare un flusso continuo di biocombustibile verso l’Inghilterra.

Ma il tocco veramente innovativo è un altro: spendendo 600 milioni di euro, di cui 300 milioni da parte dell’Unione Europea, la Drax Group conta di creare un impianto per la separazione della CO2 proveniente dalle caldaie dove viene bruciata la biomassa e pompare, attraverso un tubo lungo 160 km, il gas serra in un acquifero salino posto sotto il fondale del Mare del Nord, dove, si spera, resterà per sempre.

Visto che la CO2 pompata sarà quella estratta dall’aria dalla fotosintesi degli alberi e immagazzinata nel legno come cellulosa e lignina, il risultato netto di questo piano sarà quello di sottrarre CO2 all’atmosfera, facendone diminuire la concentrazione al ritmo, a pieno regime, nel 2020, di 2 milioni di tonnellate l’anno.

In questo modo Drax Group conta non solo di smettere di pagare per le emissioni di carbonio fossile nel sistema Ets (oltre, magari, a una futura carbon tax), ma, al contrario di intercettare incentivi per l’energia rinnovabile e di poter vendere crediti per le quote negative di carbonio prodotte.

In sintesi, mentre la cattura della CO2 (o CCS) applicata ai combustibili fossili evita (ammesso funzioni) di aggiungerne ancora gas serra in aria, il CCS applicato alle biomasse dovrebbe farci tornare indietro sulla strada del cambiamento climatico e potrebbe quindi essere parte della soluzione per evitare di superare i 2 °C di aumento.

Ma il piano della Drax è stato accolto da un mare di critiche. Il punto dolente è ovviamente il taglio delle foreste nel Sud degli Usa e l’energia (fossile) necessaria a trattare e trasportare tutta quella legna verso l’Inghilterra.

Secondo la Drax, tutto il processo di trasporto e preparazione del combustibile dalle foreste americane alle caldaie in Inghilterra, richiederà circa il 14% dell’energia prodotta bruciando i pellet, una quantità quindi accettabile.

Ma Timothy Searchinger, analista ambientale della Princeton University, dice che le cose non sono così semplici: l’assorbimento di CO2 da parte dei nuovi alberi richiederà decenni per compensare quella rilasciata in aria prima dell’implementazione del CCS, il che si tradurrà in un aumento di CO2 atmosferica e quindi in più riscaldamento globale. E il riassorbimento della CO2 non avverrà mai se quei terreni, una volta disboscati, al ritmo di circa 50-100.000 ettari per milione di tonnellate di pellet, venissero adibiti ad altri usi e non ripiantati con alberi. Per esempio, una loro totale riconversione in campi di cotone, produrrebbe, secondo Searchinger, emissioni di CO2 triple, rispetto a quelle che Drax produrrebbe bruciando carbone

Tutto questo non avverrebbe se la centrale usasse culture a crescita rapida da piantagioni dedicate, come pioppi, salici, canne o paglia, oppure se si limitasse ad usare solo la quantità di legna che i boschi riescono ad aggiungere anno per anno.

Ma le foreste scelte dalla Drax sono quelle di pini americani del Mississipi e della Louisiana, che non vengono tagliate a rotazione pluridecennale, lasciando parte degli alberi per la rinascita, come si fa in Italia, ma a raso, spianando tutto, settore dopo settore (come nella foto).

Una pratica che, oltre a non consentire un bilanciamento fra CO2 emessa ed assorbita, apre la strada a cambio di uso delle aree e provoca notevoli danni all’ambiente e alle specie che in quei boschi vivono.

La Drax, però, controbatte che in realtà quei boschi sono comunque destinati ad essere tagliati, visto che vengono usati da decenni per la produzione di legname da costruzione e che per il pellet vengono solo usati i rami, gli scarti di segheria e gli alberi inadatti alla costruzione di assi e travi.

Dale Greene, professore di scienze forestali alla University of Georgia, è d’accordo «L’estensione delle del Mississipi è cresciuta di 400.000 ettari in questi ultimi decenni, proprio per l’abbandono dei campi di cotone, e se imprese come queste della Drax danno un valore alla legna di queste foreste, è nel nostro interesse continuare a ripiantarne sempre di più».

Però una cosa sono le foreste originarie, con tutta la loro varietà di specie vegetali e animali che trova il suo equilibrio in secoli di coabitazione, un’altra le piantagioni di monoculture forestali, ogni pochi decenni tagliate a raso. È un innegabile impoverimento di biodiversità.

Un problema che diventerà ancora più delicato quando il legno per Drax arriverà non più da aree temperate, ma tropicali, come il Brasile: al confronto delle foreste tropicali, con le loro decine di specie di alberi e migliaia di animali per ettaro, le piantagioni forestali sembrano dei deserti inanimati.

Per capire la sostenibilità della riconversione della centrale di Drax, bisognerà quindi prima valutare quanta e che tipo di biomassa proverrà dal paese sudamericano.

Ma anche se la Drax Group riuscisse alla fine a contenere i danni ambientali, utilizzando biomassa di scarto di foreste o piantagioni comunque destinate al taglio, viene da chiedersi quanto sia sostenibile una moltiplicazione di progetti di questo tipo “per salvare il clima”.

Anche sorvolando sul fatto che non è chiaro ancora se il CCS sia economicamente sostenibile e se sia in grado veramente di sequestrare per sempre la CO2, visto quanto accaduto, per esempio con l’olio di palma, pare grave il rischio che un’espansione dell’uso delle biomasse per alimentare enormi centrali elettriche, finisca per indurre il taglio di foreste native, magari in Russia, Africa o Asia, provocando enormi danni ambientali.

Forse sarebbe meglio limitare l’uso delle biomasse forestali per la produzione elettrica a progetti di piccole o medie dimensioni, così che possano limitarsi a sfruttare risorse locali in modo sostenibile, riuscendo anche ad utilizzare il calore prodotto.

Lasciando invece il sequestro della CO2 a pratiche più sicure, come il rimboschimento, e il gigantismo produttivo a fonti che non producano per niente gas serra (né altri fumi inquinanti), così da non dover essere poi costretti a seppellirli da qualche parte.

Clima, a Bonn ripartono i negoziati. Speranze al lumicino

Autore: Rinnovabili

Clima a Bonn ripartono i negoziati Speranze al lumicino 1

(Rinnovabili.it) – I governi concordano sulle questioni sostanziali ma i colloqui sul clima avanzano «a passo di lumaca», per usare le parole del numero uno ONU, Ban Ki Moon. Oggi a Bonn inizia un nuovo round negoziale fra i delegati dei 196 Paesi componenti la Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Obiettivo: spianare la strada ad un accordo globale durante la COP 21 di Parigi, in calendario dal 30 novembre all’11 dicembre.

Dall’ultimo incontro di giugno, alcune questioni chiave sono state risolte e una bozza di trattato è stata redatta, concordando sulla necessità di una revisione quinquennale del testo da quando entrerà in vigore. Tuttavia, restano profonde divisioni sulla portata degli impegni tra economie emergenti (o già emerse, come la Cina) e colossi già affermati (Unione europea e Stati Uniti). La bozza, 83 pagine, è in gran parte una lista di opzioni contrastanti ancora da discutere. Come spartire le responsabilità in merito alle emissioni tra nazioni ricche, che hanno inquinato per molto più tempo, e Paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, che sostengono di aver necessità di inquinare per alimentare le popolazioni ed economie in rapida crescita? In che modo le nazioni sviluppate hanno intenzione di dar seguito alla loro promessa di versare 100 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti per il clima a partire dal 2020? La difficoltà di mettersi d’accordo su misure in grado di limitare l’aumento delle temperature globali all’ormai celebre tetto dei 2 °C, rischia di portare al fallimento della più importante conferenza sul clima.

Clima a Bonn ripartono i negoziati Speranze al lumicino 2

Ad oggi, più di 50 paesi responsabili di quasi il 70% delle emissioni globali hanno presentato piani per il taglio delle emissioni. Ma secondo gli scienziati i conti non tornano, e saremmo sulla buona strada per provocare un riscaldamento globale molto al di sopra del limite fissato dall’IPCC. Attualmente, rispetto ai livelli preindustriali, abbiamo già visto salire le temperature medie di 0.8 °C. Il risultato, sempre più visibile in futuro, è un aumento degli effetti negativi di siccità, inondazioni e alluvioni, diffusione di malattie innalzamento del livello del mare.