La crocifissione di Julian Assange

CHRIS HEDGEStruthdig.com

Il rifugio di Julian Assange nell’ambasciata ecuadoriana di Londra si è trasformato in una piccola bottega degli orrori. Negli ultimi sette mesi [il giornalista] è stato praticamente escluso da ogni forma di comunicazione con il mondo esterno. La cittadinanza ecuadoriana, che gli era stata concessa in virtù del suo status di richiedente asilo, sta per essergli revocata. Le sue condizioni di salute si vanno deteriorando. Gli vengono negate le cure mediche. I suoi tentativi di ottenere un ricorso sono stati vanificati da tutta una serie di restrizioni, compreso il divieto da parte del governo ecuadoriano di rendere pubbliche le sue condizioni di vita all’interno dell’ambasciata per tutto il periodo del ricorso contro la revoca della cittadinanza ecuadoriana.

Il Primo Ministro australiano, Scott Morrison, si è rifiutato di intercedere a favore di Assange, cittadino australiano, anche se il nuovo governo dell’Ecuador, guidato da Lenín Moreno (che definisce Assange un “problema ereditato” ed un ostacolo al miglioramento delle relazioni con Washington) sta rendendo intollerabile, nell’ambasciata, la vita del fondatore di WikiLeaks. Non passa giorno che l’ambasciata non imponga regole sempre più dure per Assange, compreso il pagamento delle cure mediche, norme astruse per poter tenere un gatto e tutta una serie di umilianti lavori domestici.

Gli Ecuadoriani, riluttanti ad espellere Assange dopo che gli avevano garantito cittadinanza ed asilo politico, vogliono rendergli la vita talmente sgradevole da indurlo a lasciare l’ambasciata per essere arrestato dagli Inglesi ed estradato negli Stati Uniti. L’ex-Presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, il cui governo aveva concesso l’asilo politico al giornalista, definisce le attuali condizioni di vita di Assange una forma di “tortura.”

Sua madre, Christine Assange, ha detto in recente appello diffuso in video: “Nonostante Julian sia un giornalista più volte premiato, amato e rispettato per aver coraggiosamente divulgato, nell’interesse di tutti, crimini e corruzione ai più alti livelli, ora è solo, malato e sofferente, in isolamento e impossibilitato a parlare, separato da tutti i contatti e torturato nel cuore di Londra. Al giorno d’oggi il carcere per i prigionieri politici non è più nella Torre di Londra. E’ nell’ambasciata ecuadoriana.”

“Questi sono i fatti,” aveva continuato. “Julian è in stato di detenzione da quasi otto anni, senza capi d’imputazione. Proprio così. Senza capi d’imputazione. Per tutti gli ultimi sei anni, il governo inglese ha rifiutato le sue richieste per le esigenze sanitarie di base, l’aria, l’attività fisica, la luce del sole per la vitamina D e la possibilità di poter accedere a cure dentistiche e mediche appropriate. Come risultato, la sua salute è andata seriamente deteriorandosi. I medici che lo hanno visitato hanno avvertito che le sue condizioni di detenzione sono pericolose per la vita. Un lento e crudele assassinio sta avvenendo proprio davanti ai vostri occhi, nell’ambasciata di Londra.”

“Nel 2016, dopo un’indagine approfondita, le Nazioni Unite avevano stabilito che i diritti umani e legali di Julian erano stati violati in molteplici occasioni,” aveva continuato. “E’ detenuto illegalmente fin dal 2010. E [le Nazioni Unite] avevano ordinato il suo immediato rilascio, un salvacondotto e un indennizzo. Il governo inglese si è rifiutato di rispettare la decisione delle Nazioni Unite. Il governo degli Stati Uniti considera l’arresto di Julian una priorità. Vogliono aggirare la protezione che il Primo Emendamento concede ai giornalisti americani accusandolo di spionaggio. Pur di farlo non si fermeranno davanti a nulla.”

“Le pressioni statunitensi sul nuovo presidente dell’Ecuador hanno messo in serio pericolo l’asilo finora garantitogli,” aveva continuato. “ Le pressioni americane sul nuovo presidente dell’Ecuador hanno avuto come risultato che Julian, negli ultimi sette mesi, è stato tenuto in completo isolamento, privato di ogni contatto con la famiglia e gli amici. Potevano vederlo solo i suoi avvocati. Due settimane fa, le cose sono sensibilmente peggiorate. L’ex-Presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, che aveva giustamente concesso l’asilo politico a Julian per metterlo al riparo dalle minacce statunitensi alla sua libertà e alla sua vita, aveva dichiarato pubblicamente, durante la recente visita del Vicepresidente americano Mike Pence in Ecuador, che era stato raggiunto un accordo per consegnare Julian agli Stati Uniti. [Correa] aveva aggiunto che, dal momento che il costo politico dell’espulsione di Julian dalla loro ambasciata era troppo alto, il piano [degli Ecuadoriani] era di distruggerlo psicologicamente. All’ambasciata si era allora deciso di implementare un nuovo, insopportabile ed inumano protocollo, per torturarlo fino al punto di rottura e costringerlo ad uscire.”

Assange, tempo fa, veniva riverito e corteggiato dai maggiori organi di informazione mondiali, New York Times e Guardian compresi, per le informazioni di cui disponeva. Ma, dopo la pubblicazione da parte di questi media del suo tesoro, il materiale che documentava i crimini di guerra degli Stati Uniti e che, per la maggior parte gli era stato fornito da Chelsea Manning, [Assange] era stato messo in disparte e demonizzato. Com’era trapelato da un documento del Pentagono, preparato dalla Cyber Counterintelligence Assessment Branch [Divisione Valutazione Controspionaggio Informatico] e datato 8 marzo 2008, era stato dato il via ad una campagna di propaganda sporca per denigrare WikiLeaks ed Assange. Il documento asseriva che la campagna diffamatoria avrebbe dovuto cercare di distruggere quel “senso di fiducia” che è il “centro di gravità” di WikiLeaks e infangare la reputazione di Assange. Ha funzionato alla grande.

Assange viene vilipeso sopratutto per la pubblicazione di 70.000 emails hackerate, provenienti dal Comitato Nazionale Democratico (DNC) e da alte personalità del Partito Democratico. I Democratici e l’ex-direttore dell’FBI, James Comey, hanno affermato che le emails erano state copiate dalle caselle di posta di John Podesta, il responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton, da hackers ingaggiati dal governo russo. Comey aveva anche detto che i messaggi erano stati fatti pervenire a WikiLeaks probabilmente da un intermediario. Assange aveva affermato che le emails non erano affatto arrivate da “rappresentanti dello stato.”

Il Partito Democratico (cercando di attribuire la colpa della propria sconfitta elettorale all’”interferenza” russa, piuttosto che alla grottesca disparità fra i redditi, al tradimento della classe lavoratrice, alla perdita delle libertà civili, alla deindustrializzazione e al colpo di stato corporativo che il partito aveva aiutato ad orchestrare) aveva attaccato Assange come fosse un traditore, anche se non è cittadino degli Stati Uniti. Non è neppure una spia. Che io sappia, non c’è nessuna legge che gli impedisca di rivelare i segreti del governo degli Stati Uniti. Non ha commesso nessun crimine. E adesso, gli articoli dei quotidiani che un tempo pubblicavano il materiale di WikiLeaks si concentrano sul suo aspetto trasandato (che non ho mai notato nel corso delle mie visite) e come egli sia diventato, secondo il Guardian, “un ospite indesiderato” nell’ambasciata. L’aspetto fondamentale dei diritti di un editore e della libertà di stampa viene ignorato, a favore di una sarcastica diffamazione.

Ad Assange era stato concesso asilo nell’ambasciata nel 2012, per evitargli l’estradizione in Svezia, dove avrebbe dovuto essere interrogato su presunti reati sessuali, accuse che, alla fine, erano cadute. Assange temeva che, da detenuto in Svezia, avrebbe potuto essere estradato negli Stati Uniti. Il governo inglese ha fatto sapere che, anche se non è più ricercato per essere interrogato in Svezia, Assange, se dovesse lasciare l’ambasciata, verrebbe arrestato per violazione alle norme sulla libertà vigilata.

WikiLeaks ed Assange hanno avuto più voce in capitolo di ogni altro organo di informazione nel rivelare le oscure macchinazioni e i crimini commessi dall’esercito degli Stati Uniti nelle sue guerre infinite, nel far luce sui meccanismi interni della campagna della Clinton, nel pubblicizzare i metodi di spionaggio informatico della CIA e della NSA, i loro programmi di sorveglianza e la loro interferenza nelle elezioni straniere, comprese quelle francesi. Hanno reso pubblica la cospirazione dei membri del parlamento [inglese] nei confronti del leader del Partito Laburista britannico, Jeremy Corbin. E WikiLeaks aveva fatto un buon lavoro quando aveva salvato dall’estradizione negli Stati Uniti Edward Snowden, che aveva fatto conoscere la reale entità della sorveglianza che il governo americano esercita sui propri cittadini, aiutandolo a fuggire da Hong Kong a Mosca. Anche le rivelazioni di Snowden avevano purtroppo rivelato che Assange era sulla “lista dei ricercati” dagli Stati Uniti.

Quello che sta succedendo ad Assange dovrebbe terrorizzare la stampa. E, tuttavia, il suo dramma viene accolto con indifferenza e sprezzo beffardo. Una volta uscito dall’ambasciata, sarà messo sotto processo negli Stati Uniti per quello che ha pubblicato. Questo costituirà un nuovo e pericoloso precedente legale, che l’amministrazione Trump, e quelle che seguiranno, useranno contro altri giornalisti, compresi quelli che ora fanno parte della folla che sta cercando di linciare Assange. Il silenzio sul trattamento di Assange non è solo un tradimento nei suoi confronti, ma è anche un tradimento della stessa libertà di stampa. Pagheremo a caro prezzo questa complicità.

Anche se fossero stati i Russi a fornire ad Assange le emails di Podesta, avrebbe dovuto pubblicarle ugualmente. Io lo avrei fatto. Facevano luce su aspetti della macchina politica della Clinton, che lei e tutta la dirigenza democratica cercavano di nascondere. Nei vent’anni che ho lavorato all’estero come corrispondente straniero mi venivano costantemente offerti documenti trafugati, da organizzazioni e da fonti governative. La mia unica preoccupazione era se quei documenti fossero contraffatti o autentici. Se erano autentici li pubblicavo. Quelli che mi fornivano il materiale trafugato erano i ribelli del Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Marti (FMLN); l’esercito salvadoregno, che una volta mi aveva fatto avere documenti del FMLN trovati dopo un’imboscata, ancora sporchi di sangue; il governo sandinista del Nicaragua; il servizio di intelligence israeliano, il Mossad; l’FBI; la CIA; il gruppo ribelle del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK); l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (PLO); i servizi di intelligence francesi, Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE); e il governo serbo di Slobodan Milošević, processato poi come criminale di guerra.

Abbiamo saputo dalle emais pubblicate da WikiLeaks che la Fondazione Clinton aveva ricevuto milioni di dollari dall’Arabia Saudita e dal Qatar, due dei maggiori finanziatori dello Stato Islamico. Come Segretario di Stato, Hillary Clinton aveva ripagato i suoi benefattori approvando una vendita di armi di 80 miliardi di dollari all’Arabia Saudita, consentendo al regno di scatenare nello Yemen una guerra devastante, che ha causato una crisi umanitaria, una carestia e un’epidemia di colera e che finora è costata la vita a quasi 60.000 persone. Abbiamo appreso che la Clinton era stata pagata 675.000 dollari per un discorso nella sede di Goldman Sachs, una somma così esorbitante che può essere definita solo come una tangente. Siamo venuti a conoscenza che la Clinton aveva detto alle elites finanziarie, nel corso dei suoi redditizi discorsi, di essere favorevole al “libero scambio e alle frontiere aperte” e di credere che i dirigenti di Wall Street avessero le migliori capacità per gestire un’economia del genere, una dichiarazione in netto contrasto con le sue promesse elettorali. Abbiamo saputo che la campagna della Clinton aveva fatto di tutto per influenzare le primarie del Partito Repubblicano, in modo che la nomina andasse a Donald Trump. Abbiamo saputo che la Clinton conosceva in anticipo le domande dei dibattiti pre-elettorali. Abbiamo appreso, visto che 1.700 delle 33.000 emails provenivano dal server della Clinton, che era stata lei il principale artefice della guerra in Libia. Abbiamo saputo come credesse che la caduta di Mu’ammar Gheddafi le avrebbe lustrato le credenziali di candidato alla presidenza. La guerra che aveva voluto ha lasciato la Libia nel caos, ha visto la salita al potere, in quello che ora è uno stato fallito, dei radicali jihadisti, ha scatenato un massiccio esodo di migranti in Europa, ha lasciato i depositi di armi libici in tutta la regione in mano alle milizie ribelli e agli estremisti islamici, ed ha causato la morte di 40.000 persone. Queste informazioni avrebbero dovuto rimanere nascoste al pubblico americano? Potete anche dire di si, ma allora non definitevi giornalisti.

Stanno cercando di incastrare mio figlio, per avere il pretesto di estradarlo negli Stati Uniti, dove verrebbe processato,” aveva messo in guardia Christine Assange. “ Negli ultimi otto anni non ha mai avuto un vero processo. Con un simile travisamento della giustizia, ogni azione si è dimostrata scorretta. Non c’è ragione di credere che la situazione possa cambiare in futuro. Il gran giurì americano su WikiLeaks, quello che aveva rilasciato il mandato di estradizione, era stato tenuto in segreto, con la partecipazione di quattro pubblici ministeri, ma senza un avvocato difensore e senza un giudice. Gli accordi anglo-americani consentono alla Gran Bretagna di estradare Julian negli Stati Uniti anche senza un vero e proprio capo d’accusa. Una volta negli Stati Uniti, il National Defense Authorization Act consente una detenzione a tempo indefinito, anche senza processo. Julian potrebbe benissimo essere portato a Guantanamo e torturato, condannato a 45 anni di detenzione in un carcere di massima sicurezza o affrontare una condanna capitale. Mio figlio corre un grave pericolo, a causa di una brutale persecuzione politica voluta da quei prepotenti al potere, di cui aveva coraggiosamente denunciato i crimini e la corruzione quando era caporedattore di WikiLeaks.”

Assange è rimasto solo. Ogni giorno è per lui sempre più difficile. Tutto questo è voluto. Sta a noi protestare. Noi siamo la sua unica speranza, e l’ultima speranza, temo, per una stampa libera.

“Dobbiamo rendere fragorosa la protesta contro questo sopruso,” aveva detto la madre. “Mi appello a tutti voi giornalisti, affinchè resistiate, perché è un vostro collega e voi sarete i prossimi. Mi appello a tutti voi, uomini politici, che avete detto di essere entrati in politica per servire i cittadini, affinché resistiate. Mi rivolgo a tutti voi, attivisti che vi battete per i diritti umani, i rifugiati, l’ambiente e che siete contro la guerra, affinché resistiate, perché WikiLeaks è stata utile alle cause per cui lottate e Julian ne soffre, insieme a voi. Mi appello a tutti voi, cittadini che ancora credete nella libertà, nella democrazia e nel diritto ad un giusto processo, affinché mettiate da parte le vostre differenze politiche e resistiate, uniti. La maggior parte di noi non ha il coraggio dei nostri informatori o dei giornalisti come Julian Assange che li hanno resi di pubblico dominio, perchè noi potessimo essere informati e messi in guardia sugli abusi del potere.”

Chris Hedges

Fonte: truthdig.comLink: https://www.truthdig.com/articles/crucifying-julian-assange/12.11.2018Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Author: Come Don Chisciotte

In Edicola sul Fatto Quotidiano del 15 novembre: Autostrade l’indagine dei pm di Avellino sulle barriere sostituite dai Benetton


Author: RQuotidiano Il Fatto Quotidiano

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Ddl Anticorruzione, in commissione primo via libera al daspo per i corrotti


Author: F. Q. Il Fatto Quotidiano

C’è il primo via libera al daspo a vita per i condannati per corruzione. Le commissioni Affari costituzionali e giustizia della Camera hanno approvato la norma del ddl Anticorruzione, il provvedimento che nei giorni scorsi ha provocato non poche tensioni dentro il governo e in particolare sul tema della prescrizione.

Tra le altre cose oggi è stato approvato anche un emendamento che stabilisce una diminuzione delle sanzioni in caso di circostanza attenuante speciale. Per una serie di reati come peculato, corruzione e concussione, la pena accessoria dell’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione avrà una durata tra 5 e 7 anni per condanne fino a 2 anni di reclusione; il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione diventa perpetuo per condanne superiori a due anni di reclusione. La condanna per gli stessi reati comporta anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Queste due pene accessorie, tuttavia, scendono (da uno a cinque anni) “quando ricorre la circostanza attenuante prevista dall’articolo 323-bis, secondo comma”, vale a dire quando il soggetto condannato “si sia efficacemente adoperato per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove dei reati per l’individuazione degli altri responsabili ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite”.

Il ddl Anticorruzione, dopo le polemiche sull’emendamento che riguarda la prescrizione, continua tra tensioni e rallentamenti. Oggi ad aprire le polemiche è stata la decisione dei relatori di presentare altri due emendamenti durante la seduta delle  suscitando una protesta delle opposizioni, in particolare del Pd e di Fi che, con Enrico Costa ha minacciato che il suo gruppo abbandonasse i lavori delle Commissioni, cosa che ha condotto a una sospensione della seduta di alcuni minuti. La presidente della Commissione Giustizia Giulia Sarti ha dato tempo fino a domani mattina alle 12 per presentare sub-emendamenti ai due nuovi testi. I due emendamenti dei relatori Francesca Businarolo e Francesco Forciniti modificano uno dei punti più discussi del ddl anticorruzione, vale a dire la norma che subordinava la concessione della sospensione condizionata della pena non solo alla restituzione del maltolto per i condannati per reati corruttivi, ma anche delle somme promesse e mai percepite dal pubblico ufficiale. Norma su cui c’erano molti emendamenti delle opposizioni.

Forza Italia, con Enrico Costa e Giusi Bartolozzi, e il Pd con Emanuele Fiano e Alfredo Bazoli, hanno criticato il fatto che gli emendamenti dei relatori arrivino alla spicciolata, dando poco tempo ai parlamentari per studiarli e per presentare subemendamenti. Bazoli ha sottolineato che gli emendamenti dei relatori di fatto sono un “canguro”, dato che fanno decadere moltissime proposte di modifica delle opposizioni: “Come è possibile – ha aggiunto che si modifichi come se nulla fosse una norma che era una porcata ma che era uno dei punti centrali del ddl”. Sull’andamento dei lavori Costa ha chiesto una sospensione per poter parlare con la capogruppo Mariastella Gelmini e valutare insieme se abbandonare i lavori. Dopo la sospensione Costa ha detto che Forza Italia proseguirà ad essere presente in Commissione, ma che Gelmini andrà a protestare con il presidente della Camera Roberto Fico, “per la pesantissima limitazione dei nostri diritti”. Costa e Francesco Paolo Sisto hanno proposto di accantonare gli articoli sulla giustizia (i primi 6) finché la maggioranza non abbia trovato una intesa generale e affrontare prima gli articoli sui partiti. Una proposta non appoggiata dal Pd e comunque respinta dalla presidente Sarti. Si è quindi ripreso a votare gli emendamenti al primo articolo, seppur a rilento.

Nel corso della giornata la commissione ha anche approvato un emendamento di Fi: “La commissione Giustizia di Montecitorio”, hanno dichiarato i deputati azzurri, “ha approvato all’unanimità una nostra richiesta di modifica che esclude l’abuso d’ufficio aggravato dall’elenco dei reati per i quali si prevede l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione. La maggioranza Movimento 5 stelle-Lega voleva inglobare la nostra proposta di modifica, ma noi abbiamo deciso di mantenere il nostro emendamento chiedendo un voto alla Commissione, che, a quel punto, lo ha approvato con l’ok di tutti i gruppi”.

In mattinata il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede aveva invece annunciato delle limature al testo: “Mattina di lavoro intenso al Ministero”, aveva scritto su Facebook. “Con i parlamentari del Movimento 5 stelle e della Lega abbiamo fatto le ultime limature alla legge Spazzacorrotti, un provvedimento che rivoluzionerà la lotta alla corruzione in Italia e porterà finalmente il Paese all’avanguardia, anche a livello internazionale, nella lotta a una piaga che sottrae risorse ai cittadini ,indebolisce il mercato e penalizza gli imprenditori onesti. Continuiamo a lavorare per eseguire il contratto di governo. Tutti insieme”.

COMMERZABANK E DEUTSCHE “DANNO CONSIGLI” AL PRESIDENTE ITALIANO

Un appello diretto al presidente della repubblica viene dal capo-economista di Commerzbank, Jorg Kramer: lo ha fatto su Handelsblatt Global, l’edizione inglese del principale giornale economico. Ecco il  ragionamento:

https://global.handelsblatt.com/opinion/power-markets-chasten-italy-populists-980858

La UE tenga duro. Noi (“i mercati”)  puniremo  governo populista, esigendo tali interessi sul loro debito pubblico, da renderlo insolvente.  L’Italia dovrà chiedere aiuto alla BCE. E’ vero che la BCE “proabilmente interromperà il suo programma di acquisto di obbligazioni alla fine dell’anno. Ma  è ancora in essere il  programma OMT, che  gli consentirà comunque di acquistare volumi illimitati di titoli di stato emessi da un singolo stato membro se è a rischio di collasso finanziario o rappresenta una minaccia per la zona euro”.

Questo programma “aiuta” il paese in difficoltà, ma sotto  precise condizioni:  le “riforme” (tagli all’osso  che abbiamo visto applicare alla Grecia. In pratica, il paese  viene messo sotto  amministrazione controllata dai pignoratori europei.


Jörg Krämer, capo economista di Commerzbank, dà idee a Mattarella…

C’è un piccolo  guaio, per il tedesco: deve essere il paese-vittima a chiedere l’aiuto speciale (OMT) della banca centrale, chiedendo prima l’assistenza finanziaria  del piano ESM. Ora, è altamente improbabile che  Roma avanzi questa richiesta, “tanto più  che alcuni rappresentanti dei partiti al governo hanno flirtato con l’idea di uscire dalla zona euro”.

L’ideale   – attenzione  – sarebbe che “il presidente italiano facesse  prima  una rapida elezione e chiedere al parlamento di appoggiare un governo moderato che dovrebbe accettare le richieste di riforma dell’UE e quindi creare le condizioni perché la BCE intervenga”.

Purtroppo, “data la popolarità degli attuali partiti al potere”, è dubbio che “il presidente rischierebbe una simile mossa”. Bisogna che i mercati lo aiutino. Per esempio “se  tutte e quattro le agenzie di rating abbassassero lo stato di solvibilità dell’Italia, le banche italiane sarebbero addirittura escluse dalle regolari operazioni di rifinanziamento della BCE”.

“Ciò è accaduto in Grecia al culmine della crisi del debito greco nel 2015, quando le banche greche si sono avvicinate a non avere  liquidità, costringendo il primo ministro Alexis Tsipras a fare un’inversione di politica”.

“Affinché i mercati obbligazionari esercitino la loro disciplina, la BCE deve attenersi alle regole OMT se l’Italia scivola in crisi, intraprendendo  acquisti illimitati di titoli di stato soltanto se il paese ha chiesto aiuto dal MES e si è piegato alle sue esigenze di riforma. La BCE dovrebbe rendere le regole giuridicamente vincolanti” . Allora la pressione dei mercati (traduciamo:  la BCE che prosciuga i bancomat, smettendo di fare ciò che una banca centrale deve fare) farà  votare per un altro governo..

Certo,si  rincresce Kramer, “non è  l’ideale se il governo italiano dovesse solo arginare il conflitto di bilancio a causa della pressione del mercato piuttosto che capire la necessità di una disciplina di bilancio.

Ma sarebbe molto peggio se l’UE dovesse chiudere un occhio sulle politiche di bilancio irresponsabili e fare un assegno in bianco all’Italia diluendo le regole OMT. I populisti italiani esulterebbero  tifo e l’idea della disciplina di bilancio, ma sarebbero rimasti a brandelli. A lungo termine, l’unione monetaria europea non sopravviverebbe a questo”.

Uno dei timori dell’oligarchia è infatti questo: se la UE cede al piccolissimo sgarro italiano sul bilancio, Spagna , Portogallo (e Francia)  e altri paesi in difficoltà esigerebbero lo stesso trattamento, e addio alla “disciplina”   ordoliberista che i tedeschi  hanno instaurato. “Se la UE diventa più cedevole con l’Italia, si crea l’effetto domino”,  dice l’economista Daniel Lacalle  intervistato dall’Express britannico. Lacalle, spagnolo che lavora a Londra ed è membro del Gruppo Mises, dice anche che purtroppo, l’Italia “vincerà” nella sua sfida con la UE.  Essenzialmente perché, contrariamente alla Grecia  è un contributore nello alla UE, per di più  da decenni ha un avanzo primario, insomma non ha bisogno di prendeere a prestito, se non per pagare gli interessi sul debito stesso. Infine, ha anche un avanzo commerciale, al contrario della Francia – e di tutti i paesi dell’euro tranne Germania e Olanda.

https://www.express.co.uk/news/world/1044452/Italy-EU-standoff-eurozone-budget-crisis-Salvini

Motivo per cui David Folkerts, il capo economista di Deutsche Bank (!)  sul Financial Times, cerca di convincere l’Italia con le buone. La UE riconosca, dice, che l’austerità non ha funzionato. L’Italia ha questo surplus primario, è fugale, ha l’avanzo commerciale…. L’Italia sagnba perché ha adottato l’austerità; le riforme non le ha fatte perché non si possono fare nello stesso tempo dell’austerità;   il degrado degli standard di vita ha radicalizzato gli elettori italiani facendoli votare è per i populisti…insomma il capo di Deutsche Bank accetta le motivazioni italiane, ci dà persino ragione, non aderisce alla narrativa che corre in Germania sull’Italia che vive sopra i propri mezzi a spese dei tedeschi…

Europe must cut a grand bargain with Italy — FT – app.FT.com.

app.ft.com/cms/s/a8d572b8-e65d-11e8-8827-ff56e7163c11.html

Insomma, Folkerts,  sa che l’Italia ha punti  di forza, che  la possono far vincere  nella sfida – uscendo dall’euro – e rovinando la Germania (ma questo non lo dice). Per cui propone un grande  affare: la BCE  può ricomprare metà  del debito italiano, facendo risparmiare all’Italia un  bel 35 miliardi l’anno, che essa può usare per  “la crescita” in investimenti infrastrutturali.  Basta solo che il governo italiano acceda allo ESM, lo European  Stability Mechanism: e allora la BCE farà quello che adesso nega, di fatto abbassare lo spread. Ricomprerà parte del nostro debito  gratis? Quasi gratis: con interessi che saranno richiesti  solo in un secondo tempo, quando l’Italia potrà pagarli essendo “cresciuta” con  quella spesa pubblica di 35miliardi aggiuntivi.

Insomma l’uomo di Deutsche Bank  ci offre  con tanta simpatia e comprensione  ciò che l’economista di Commerzbank ci vuole  far fare con la punizione dei mercati: chiedere l’intervento dello ESM. Interessante vedere come il capo di Deutsche Bank (fallito) appaia  in  grado di convincere la BCE senza fatica  a fare  uno strappo importante, ossia a fare la banca centrale vera, comprando metà del nostro debito, cosa che oggi è vietata, e facendo calare lo spread. Ma la BCE non è “indipendente”?

Naturalmente, in entrambi i casi  il risultato sarà il commissariamento dell’Italia  da parte dei tedeschi, la perdita finale anche di quel poco di autonomia dei bilanci che abbiamo.

E quanto all’appello  di Commerzbank, provate solo a immaginare il contrario. Ossia che sul Corriere della Sera un economista italiano facesse un appello al presidente tedesco perché cambi il governo Merkel, ormai inutile e dannoso, e  in continua violazione delle norme UE  coi suoi surplus. Così potete capire il rapporto di servaggio che la politica italiana ha fino ieri accettato di subire da  Berlino e Parigi.

Questo rivela con quanta concentrazione i dirigenti tedeschi si dedicano a escogitare mezzi per tenere l’Italia  nell’euro (la nostra presenza rende le loro esportazioni svalutate) senza arrivare a costituire una vera zona monetaria. La commissione UE non è da meno: Juncker, dopo la visita di Trump che ha maltrattato Macron e Merkel sulla questione dell’esercito europeo, ha ventilato l’idea che le decisioni della UE in  fatto di politica estera non debbano più  richiedere l’unanimità  degli stati membri.

Immediatamente, la Merkel  si è detta: favorevole a  rinunciare all’unanimità in questioni di politica estera, e anche alla  creazione di un Consiglio di Sicurezza Europeo, operativo per un esercito europeo….Tutto  fra lei e Macron,  che evidentemente si ritengono in grado di decidere per tutti noi vassalli.

Prendere decisioni politiche nella UE a maggioranza “è un punto di rottura netto”, dice Jacques Sapir: trasforma davvero l’Europa  in un Reich tedesco. “E’ una linea rossa da non accettare, se non vogliamo che la Francia sia trascinata in guerre contro  la sua volontà”.

Probabilmente l’esercito europeo sognato dai due servirebbe anche a imporre la disciplina di bilancio, le austerità e le appropriazioni dei beni pignorati dal Creditore  BCE?  Le lodi di  Macron per il maresciallo Pétain,  governatore della Francia occupata, fanno pensare che non avrebbe nulla in contrario.

La polizia francese  sposa i giubbotti gialli?

Ma intanto per Macron  si avvicina il 17 novembre, giorno della mobilitazione dei Giubbotti Gialli,  la gente della Francia periferica che protesta per l’aumento dei carburanti: inchieste  interviste (finalmente) a questi francesi sconosciuti ai media, rivelano gente che per arrivare a comprare il diesel s’è sovra-indebitata, casi di miseria immedicabile  che non si conoscevano

https://www.francetvinfo.fr/economie/transports/prix-des-carburants/on-est-en-train-de-crever-emmanuel-macron-de-nouveau-interpelle-lors-de-son-periple_3026225.html

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E’ istruttivo apprendere – ce ne informa Le Figaro –che i grandi sindacati, CGT (la loro CGIL), CFDT e  Force Ouvrière non appoggiano il  movimento dei gilet gialli  (che del resto non hanno fatto appello a loro), e senza rigettarlo  esplicitamente, cercano di defilarsi. Il capo della CFDT (Confédération française démocratique du travail, socialdemocratica) ha detto che il movimento è “strumentalizzato dall’estrema destra”). Questo movimento di “cafoni” e bifolchi (Libération)  è  spontaneo, e ciò lo rende temibile perché rischia di “permettere a tutte le destre di cortocircuitare  gli apparati dell’opposizione”, s’intende dell’opposizione permessa.

Il movimento ìnvece avrà  l’appoggio dei poliziotti.


Si è tolta la vita a 36 anni.

Giorni fa si è tolta la vita , con la pistola di servizio,  Maggy Biskupski,  agente di polizia,  presidente dell’associazione “Policiers en Colère”. Aveva fondato  l’associazione nell’ottobre 2016,   quando una decina di teppisti in pieno giorno aveva attaccato un’auto  della polizia a Vitry Chatillon con bombe molotov e spranghe, provocando gravissime ustioni a un agente donna e riducendo in fin di vita il collega di 29 anni.  Maggy era stata messa sotto inchiesta interna per aver criticato i comandi  dopo quella tragedia, e aver chiesto di essere ascoltata dal ministro dell’Interno;  e punita  per aver  “mancato al dovere di riservatezza”.  Nel 2017,  sono stati 137 i poliziotti francesi che si sono tolti la vita. Per il 2018, è calata la censura su questi eventi.  Una cifra inimmaginabile in qualunque altro paese civile: stress,  l’odio palpabile che  sentono  dei quartieri  criminali, un profondo senso di essere isolati rispetto al resto della popolazione sembrano essere le cause di questa tragica ondata di morte.  Adesso  gli agenti possono aver trovato il “loro”  popolo. Vedremo cosa faranno il17 novembre.

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Author: maurizioblondet.it