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Author: F. Q. Il Fatto Quotidiano

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Prima di parlare del fascismo, rileggete De Felice (e gli altri)

Questo articolo, che espone dieci tesi essenziali di Renzo De Felice sul fascismo, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2018

Quando si parla di Mussolini e fascismo in Italia, sembra sempre che si cominci da zero. Sembra che si sia ancora ai primi di maggio del 1945, quando l’eccessivo trasporto nei confronti del dittatore negli anni precedenti alla guerra doveva essere compensato con una carica espressiva di odio manifesto, soprattutto da parte di coloro che, avendo rapidamente dismesso la camicia nera, si apprestavano a vestire nuovi abiti nell’agone politico post-bellico.

Antifascismo liberticida

Il progetto di legge repressiva di Fiano, la dichiarazione ufficiale di Mattarella («nel fascismo non vi fu nulla di buono») corrispondono a quella fase in cui si abbattono i monumenti dello sconfitto e – in virtù della eterna legge del vae victis, guai ai vinti! – non c’è posto per nessun distinguo, per nessun ragionamento basato sulla complessità. Ma in realtà noi non siamo all’anno zero, sia per un ovvio calcolo cronologico, sia perché l’Italia ha prodotto in questi anni una storiografia di tutto rispetto sul fenomeno «fascismo». Di questa storiografia non-nostalgica e post-antifascista Renzo De Felice è stato il principe. Ma potremmo ricordare anche un Giorgio Bocca che, nella sua migliore produzione saggistica, ha ricostruito la giovinezza del Mussolini «socialfascista»; e ancora Giordano Bruno Guerri, il quale ha studiato figure come D’Annunzio e Balbo che non possono essere definite di contorno; Emilio Gentile con il suo studio (raffrontabile a quello di Mosse sul nazionalsocialismo) sul fascismo come tentativo di realizzare una «religione civile degli italiani». Al di là di questi robusti storici «di professione», si possono ricordare le analisi non basate su preconcetta irascibilità di Indro Montanelli e Sergio Romano.

La nostra classe dirigenteè stata finora incapacedi recepire i dati acquisitidalla migliore storiografiasul fenomeno fascista

L’ennesima dimostrazione che l’Italia è un Paese in affanno è data anche dal fatto che la classe dirigente non riesce ad esprimere sul passato della nazione una posizione che sia anche in minima parte vivificata dalle acquisizioni di questi storici; e che le tesi di una «storiografia non nostalgica e post-antifascista» non riescano a fare breccia nelle scuole e nei luoghi di formazione. Vero è che queste tesi sono acquisite agli atti e – a meno che non subentri un imbarbarimento primordiale – sono destinate ad essere assimilate dal comune sentire.

10 tesi di De Felice da mandare a memoria

Certo De Felice non è un testo sacro e, d’altra parte, in ogni società libera l’essenza della storiografia è un continuo e ponderato revisionismo delle tesi. Tuttavia alcune valutazioni defeliciane del fenomeno fascista rappresentano punti di non ritorno. Queste sono le più importanti.

1. La definizione di Mussolini come «rivoluzionario». Suscitò scandalo il fatto che De Felice considerasse Mussolini non come il pupazzo degli industriali, ma come una figura capace di imprimere all’Italia una tensione e una dinamica a loro modo rivoluzionarie. D’altra parte Lenin sintetizzò in una frase – rivolta ai compagni italiani – questa idea: «In Italia c’era un solo uomo capace di compiere la rivoluzione, Mussolini, e voi ve lo siete lasciato scappare».

2. La vocazione rivoluzionaria del fascismo apparentava anche questa ideologia italiana al grande sommovimento che si era generato con la Rivoluzione Francese. In pratica, De Felice sottolineò la «radice giacobina» del fascismo: questo suscitava scandalo in chi aveva della Rivoluzione Francese una visione oleografica, ma provocava anche l’orticaria in quegli arcigni tradizionalisti di destra che, facendo marameo al principio di non contraddizione, mescolavano nostalgia per il Ventennio e nostalgia per gli Stati preunitari, seriamente convinti che scopo primario del dittatore fosse quello di ripristinare i privilegi del Papa-Re e di mandare i ragazzi italiani al catechismo di Pio X. Se il fascismo di San Sepolcro ha qualche venatura di giacobinismo, quello realizzato si apparenta indubbiamente al bonapartismo. Collegamenti che in ogni caso pongono questa «ideologia italiana» al di là delle categorie rigide di destra e sinistra e, insieme, la caratterizzano come «eresia nazionale del socialismo, eresia sociale del nazionalismo» (M. Veneziani).

3. Il fascismo-regime, dimostra De Felice, fu un vettore di modernizzazione per l’Italia. Anche questa constatazione suscitò scandalo, malgrado si fosse scoperta l’acqua calda. Grandi opere pubbliche e legislazioni sociali sono muti testimoni di questo «riformismo» fascista. D’altra parte, non solo De Felice, ma anche interpreti d’Oltreoceano inseriscono il fascismo nella griglia formale della «rivoluzione dei tecnici», che imprimono cambiamenti scavalcando i parlamenti. Una tesi del genere fu ricordata da Adriano Romualdi nella bozza del suo Fascismo come fenomeno europeo.

Uno dei rospi più difficilida ingoiare per la sinistraè stato l’innegabile carattererivoluzionario attribuitoda De Felice al fascismo

4. Il culmine dello scandalo De Felice lo raggiuse parlando di «anni del consenso», un consenso che fino ad allora era stato spiegato con le cartoline-precetto alle adunate in piazza Venezia. Anche qui la voluminosa mole di documentazione defeliciana trovava il suo riscontro nell’affermazione icastica di uno statista straniero, Churchill, che, all’indomani della Seconda guerra mondiale, annotava: «Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni di partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti». Al di là della facile polemica missina sui voltagabbana (vedi il libro di Tripodi Intellettuali sotto due bandiere), De Felice dimostrava che il consenso al Duce culminò nel 1936, fu vasto tra gli uomini di cultura (ahi, Mattarella!) e che una vasta maggioranza di italiani condivise lo stesso ingresso in guerra dell’Italia nel 1940: una maggioranza più ampia di quella interventista che portò l’Italia in guerra nel maggio del 1915. Mussolini e gli italiani uniti, insomma, nella buona e nella cattiva sorte.

5. De Felice vedeva nel concetto di «nazifascismo» una «invenzione del tempo di guerra» coniata dagli americani – i sovietici invece estendevano il concetto di fascismo allo stesso regime tedesco – come strumento di propaganda, poi ripreso dai partigiani. Nel successivo dopoguerra, in una indistinta notte del pensiero in cui tutte le vacche sono nere, sarebbe diventato «fascista» anche Saragat e «nazista» ogni proposta di limitazione dell’immigrazione (in tal senso «supernazista» lo Stato di Israele…), ma chiunque conservi l’equilibrio del pensiero non può che considerare la differenza tra una ideologia incentrata sul Volk, sull’elemento biologico del sangue (nazionalsocialismo) e una invece basata sul principio formatore dello Stato (fascismo). Inutile dire che anche la decostruzione del concetto di nazi-fascismo avrebbe suscitato una certa allergia in quegli ambienti dell’estrema destra votati all’idealizzazione di ciò che avviene al di là del Brennero.

6. Se Mussolini a un certo punto si legò indissolubilmente a Hitler, ciò in gran parte avvenne per dinamiche messe in atto dagli occidentali dopo la Guerra d’Etiopia. De Felice ricostruisce la complessità della politica estera di Mussolini e documenta la più originale proposta mussoliniana del Patto a Quattro: un direttorio collegiale dell’Europa che correggesse le storture del Trattato di Versailles, includendo in forma paritaria Inghilterra e Francia, ma anche la Germania sconfitta nella Prima guerra mondiale e l’Italia in funzione di equilibrio.

7. L’antisemitismo – sosteneva De Felice – non fu consustanziale al fascismo, anche questa una tesi scontata (ma non nella fiction del dibattito politico) e che ultimamente è stata confermata dal discepolo defeliciano Emilio Gentile. A dimostrazione della tesi: il concordato con gli ebrei dopo quello con i cattolici, il rapporto tra Mussolini e Jabotinski, le stesse amanti ebree di Mussolini ecc.

Sull’antisemitismo, la Rsie la guerra civile lo storicoreatino ha scritto pagineche restano insuperate

8. Altra tesi forte di De Felice: la funzione della Rsi come «Stato cuscinetto», come freno dopo l’8 settembre alle (prevedibili) reazioni dell’alleato, che senza Mussolini avrebbe avuto poche remore nel considerare l’Italia come territorio occupato. Se il complesso industriale non fu smontato e trasferito in Germania, se le rappresaglie contro i civili – seppur tragiche – si limitarono a quelle che la guerra per bande suscitava, lo si deve primariamente alla Rsi «repubblica necessaria», secondo la definizione di un protagonista dell’epoca, Piero Pisenti.

9. Tra il 1943 e il 1945 si combatté in Italia una vera e propria «guerra civile» (così come guerra civile a bassa intensità fu quella del «biennio rosso»). Anche questa definizione era destinata a indignare e turbare i benpensanti. Al contrario, la coscienza di Renzo De Felice fu turbata da ciò che rappresentò l’8 settembre: una sorta di «morte della Patria».

10. Infine, tipica della concezione defeliciana, è la distinzione tra fascismo-regime e fascismo-movimento. Una parte forse meno originale (applicabile a ogni ideologia che si fa Stato) della sua visione storiografica, che fu ripresa a volte in maniera maldestra da certi esponenti del neofascismo, che finirono col mettere tra parentesi un intero ventennio in nome di fascismi immaginari di gusto personale.

Alfonso Piscitelli

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Author: Il Primato Nazionale

Rafi Eitan, morta la spia del Mossad ‘eroe di Israele’: catturò Adolf Eichmann, la SS responsabile dello sterminio degli ebrei


Author: F. Q. Il Fatto Quotidiano

Fu l’uomo che la sera dell’11 maggio 1960 alla periferia di Buenos Aires mise le mani su Adolf Eichmann, la SS responsabile tecnico della ‘Soluzione Finale’, lo sterminio di 6 milioni di ebrei. Sabato, a 93 anni, Rafi Eitan, leggendaria spia del Mossad, è morto. Il premier Benyamin Netanyahu l’ha definito “eroe di Israele”.

Nato a novembre del 1926 nel kibbutz di Ein Harod, nell’allora Palestina sotto Mandato britannico, Eitan era figlio di due sionisti russi emigrati nel paese tre anni prima. Tra i membri dell’Haganah, l’esercito clandestino ebraico, non ci mise molto a passare nel 1944 al ‘Palmach’, unità d’elite delle imprese impossibili guidato da Yitzhak Sadeh. Fu lì che conobbe il futuro premier Yitzhak Rabin: insieme aiutavano gli immigranti ebrei ad entrare nel Paese aggirando i divieti inglesi. O liberandoli dai campi di detenzione, come quello di Atlit, dove erano stati rinchiusi dall’esercito britannico.

Eitan era un uomo d’azione: non a caso il suo soprannome era ‘Rafi the stinker’ (Rafi il puzzolente) affibbiatogli nel 1946 quando aveva dovuto attraversare vari canali di scarico maleodoranti per far saltare ad Haifa il radar inglese sul Monte Carmelo che tracciava l’arrivo delle navi clandestine ebraiche. E fu lui ad essere scelto per guidare la squadra (12 persone) che – su ordine di Ben Gurion e la supervisione sul campo di Isser Harel, capo del Mossad di allora – avrebbe dovuto catturare e portare Eichmann in Israele.

Fu lui ad esempio a decidere di aspettare – al di là degli ordini ricevuti – l’arrivo di Eichmann che tardava il suo rientro a casa. Il 22 maggio, 11 giorni dopo i fatti di Calle Garibaldi, Eitan e la sua squadra atterrarono in Israele con un aereo dell’El Al: con loro c’era il tenente colonnello delle SS. Da allora non si contano le missioni di Eitan: tra queste la programmazione e la realizzazione del bombardamento del reattore nucleare iracheno di Osirak nel giugno del 1981. O l’operazione – quando già aveva lasciato il Mossad – che portò al reclutamento di Jonathan Pollard, un’analista della Marina Usa, che, prima di essere arrestato e condannato, passò ad Israele molti e importanti segreti militari americani.

Dopo un breve rientro nell’intelligence per volontà dell’allora premier Begin, Eitan scelse il settore privato e diventò anche consigliere del MI6 inglese per la questione nord-irlandese. Quindi la politica come ministro dal 2006 al 2009: in quel caso si occupò di far restituire le proprietà ebraiche rubate durante la Shoah.
Il direttore del Mossad, Yossi Cohen, ricordando Eitan ha ammesso che “la grande maggioranza delle sue operazioni non può essere pubblicizzata, ma queste hanno contribuito grandemente alla sicurezza di Israele”.

Pamela. La famiglia pubblicherà foto: “Il Parlamento deve vedere, è una nuova forma di criminalità”.

Un’udienza a porte chiuse per decisione del presidente della corte Roberto Evangelisti, con l’ammissione solo delle parti, dei familiari e dei giornalisti, perché era prevista la visione di immagini choc. [….]Le foto hanno permesso ai consulenti della procura, i medici legali Antonio Tombolini e Mariano Cingolani e il tossicologo Rino Froldi, di mostrare le lesioni e chiarire le circostanze del decesso. Il dottor Tombolini ha parlato del trattamento con la varechina sulla pelle e sui genitali della ragazza «finalizzato a cancellare ogni traccia di un precedente rapporto sessuale».

Il medico legale Mariano Cingolani ha dimostrato che le due coltellate al fegato erano state inferte quando Pamela era viva; la disarticolazione invece è avvenuta dopo la morte. Nessuna overdose, come chiarito dal tossicologo Rino Froldi: l’eroina era quasi del tutto smaltita. Senza più sangue né urine, perché i genitali erano stati tagliati e lavati con la varechina, il prof Froldi ha rintracciato la sostanza «nell’umor vitreo dell’occhio, che dà livelli analoghi a quelli del sangue sulla presenza della sostanza […]

«In Italia non ci sono casi di disarticolazione – ha aggiunto il professor Cingolani –. I tagli sono precisi, alla schiena ad esempio all’altezza dei dischi, che sono più elastici. Un’opera molto raffinata: io faccio autopsie da 40 anni e lo avrei fatto in modo analogo».

Una maglietta rossa per i migranti, contro l’emorragia di umanità“. Roberto Saviano, Corriere della Sera.

Pamela, famiglia pubblicherà foto: Italiani devono vedere l’orrore dell’immigrazione

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Author: maurizioblondet.it