Boeing prevede che il 737 MAX  possa tornare a volare a novembre, ma non ovunque

MOON OF ALABAMAmoonofalabama.org

Il Boeing 737 MAX avrebbe dovuto ritornare a volare nel mese di ottobre. Dennis Muilenburg, Amministratore Delegato di Boeing, ha spostato la data a novembre:

Mercoledì scorso, il Presidente e Amministratore Delegato di Boeing, Dennis Muilenburg, ha ribadito la sua previsione secondo cui, nonostante le preoccupazioni espresse pubblicamente dall’autorità di regolamentazione europea per la sicurezza aerea, il 737 MAX dovrebbe iniziare a ritornare in servizio, più o meno, nel mese di novembre.

È poco probabile che questa sia la data definiva. Muilenburg ha portato ulteriori cattive notizie:

Tuttavia, ha ammesso che la mancanza di armonizzazione tra gli organismi di regolamentazione internazionali potrebbe significare che gli aerei attualmente costretti a terra potrebbero riprendere a volare negli Stati Uniti, mentre altri paesi importanti si adeguerebbero successivamente.

Stiamo facendo buoni e concreti progressi per un ritorno al servizio,” ha detto Muilenburg, parlando ad una conferenza degli investitori di Morgan Stanley a Laguna Beach, California. In seguito ha aggiunto che “è possibile una certificazione graduale di riammissibilità al volo dell’aereo da parte dei regolatori di tutto il mondo.”

Una “certificazione graduale di riammissibilità al volo” significa che la Federal Aviation Administration degli Stati Uniti certificherà l’aereo come sicuro, mentre gli altri regolatori non lo farebbero ancora. Ai passeggeri statunitensi verrebbe chiesto di viaggiare su un aereo che il resto del mondo considera ancora troppo pericoloso per volare. I 737 MAX dei voli dagli Stati Uniti verso gli altri paesi rimarrebbero ancora a terra, così come la stragrande maggioranza di tutto il parco velivoli, in Europa e Cina.

È dubbio che le compagnie di assicurazioni, le aviolinee statunitensi, i loro passeggeri e i piloti apprezzerebbero una simile mossa “graduale.” È un comportamento estremamente rischioso. Qualsiasi incidente durante quel periodo, non importa per quale motivo, causerebbe problemi ancora più gravi alla compagnia aerea interessata, alla Boeing e anche alla FAA.

È probabile che alla Boeing e alla FAA piacerebbe incolpare i regolatori stranieri di aver fatto richieste tardive o irragionevoli. Ma la storia dei due mortali incidenti occorsi ai 737 MAX e i successivi sviluppi dimostrano che solo Boeing e FAA sono responsabili di questa situazione.

La dichiarazione di Muilenburg è venuta dopo una presentazione del 3 settembre (pdf) del capo dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Aerea (EASA), Patrick Ky, destinata al Parlamento Europeo. Vi è documentato come l’EASA avesse inizialmente comunicato alla FAA e alla Boeing i problemi che avrebbero dovuto essere risolti prima che l’agenzia europea consentisse all’aereo di tornare a volare.

Il 1° aprile l’EASA aveva posto 4 condizioni:

1. Le modifiche al progetto proposte da Boeing dovranno essere approvate dall’EASA (nessuna delega alla FAA)2. Un’ulteriore e più ampia revisione indipendente del progetto dovrà essere valutata in modo soddisfacente dall’EASA.3. Dovrà essere fatta piena luce sugli incidenti dei voli JT610 e ET302.4. I piloti dei B737 MAX dovranno essere adeguatamente addestrati.

La dichiarazione più importante fra quelle riportate sopra è che l’EASA non farà affidamento sul giudizio della FAA per quanto concerne la sicurezza al volo del 737 MAX, ma effettuerà invece una propria valutazione. Questa è la conseguenza della delega a Boeing dell’autorità di certificazione da parte della FAA e della sua tardiva messa a terra dell’aereo.

Ky ha accusato apertamente la FAA di aver dato troppa autorità a Boeing:

Sì, c’è stato un problema in questo tipo di delega da parte della FAA a Boeing per quanto riguarda la valutazione della sicurezza del MCAS,” ha detto Ky alla commissione del Parlamento Europeo.

Questo, nel nostro sistema, non sarebbe accaduto,” ha insistito. “Tutto ciò che è critico per la sicurezza, tutto ciò che è innovativo … deve essere valutato da noi e non delegato.”

L’EASA ha assegnato a 20 dei suoi esperti, collaudatori e ingegneri la revisione del 737 MAX. Hanno valutato 70 test point e, in giugno e luglio, hanno effettuato voli di prova al simulatore. Sono stati rilevati problemi tecnici significativi, che sono stati comunicati a Boeing all’inizio di luglio. La risoluzione di questi problemi è una condizione per la ricertificazione dell’aereo:

Questi sono:

• Mancanza di un monitoraggio esaustivo dei guasti del sistema che potrebbero causare un runaway stabilizer (perdita di controllo dello stabilizzatore).• L’eccessiva forza occorrente per ruotare manualmente la trim wheel in caso di runaway stabilizer.• La disconnessione troppo lenta dell’autopilota in prossimità della velocità di stallo (in condizioni particolari).• Il carico di lavoro dell’equipaggio troppo elevato e il rischio di confusione per l’equipaggio in alcuni casi di guasto, in particolare di malfunzionamento di un unico sensore dell’angolo di attacco durante il decollo.

Boeing doveva trovare una soluzione a ciascuno di questi problemi.

Ma, in un incontro nell’agosto 2019 con i regolatori internazionali, Boeing non ne aveva presentata nessuna:

I contrasti tra Boeing e le autorità internazionali addette alla sicurezza aerea minacciano un ulteriore ritardo al ritorno in servizio della flotta dei 737 MAX attualmente costretta a terra, secondo funzionari governativi e del sindacato piloti informati sulla questione.

L’ultima complicazione di questa lunga saga, secondo questi funzionari, deriva da un briefing della Boeing tenutosi nel mese di agosto, aggiornamento interrotto dai regolatori provenienti da Stati Uniti, Europa, Brasile e da altri paesi, che si erano lamentati del fatto che il costruttore dell’aereo non fosse riuscito a fornire dettagli tecnici e non avesse risposto alle domande specifiche sulle modifiche al funzionamento dei computer per il controllo di volo del MAX.

Come conseguenza della scarsa collaborazione di Boeing, l’EASA ha reso pubbliche le sue richieste inserendole nella presentazione di cui sopra. Anche sotto pressioni politiche, non è possibile che l’EASA si rimangi la propria parola.

L’EASA manderà i propri piloti ad effettuare i voli di certificazione sul 737 MAX rinnovato. Lo testeranno con e senza il MCAS modificato. Verificheranno anche gli altri punti elencati nel documento dell’EASA.

I regolatori che si occupano di sicurezza di volo non forniscono soluzioni tecniche per i problemi che riscontrano. Dicono solo a Boeing di predisporre e migliorare i progetti in grado di soddisfare le richieste dei regolatori. Se anche uno solo dei punti di cui sopra non venisse risolto in maniera soddisfacente, l’EASA non consentirà al 737 MAX di volare in Europa. Altri organi regolatori, come la CAAC cinese, probabilmente seguiranno l’esempio dell’EASA, ma potrebbero anche aggiungere ulteriori richieste. Circa l’80% degli aerei a corridoio singolo della Boeing è venduto sui mercati esteri. Questi velivoli non saranno autorizzati a volare fino a quando le richieste dell’EASA e delle altre agenzie non saranno state soddisfatte.

Finora Boeing ha fornito solo una soluzione ai problemi del computer per il controllo di volo. Deve ancora migliorare i segnali di allarme che creano confusione, le procedure dell’equipaggio e l’addestramento connesso. Boeing non desidera un addestramento obbligatorio al simulatore per i nuovi piloti del 737 MAX e la FAA sembra essere d’accordo su questo punto. Ma il Canada ha già detto che richiederà tale addestramento e l’EASA e gli altri probabilmente faranno lo stesso. Boeing non ha ancora dato una risposta adeguata ai problemi di integrità dei sensori dell’angolo di attacco. L’EASA vuole un terzo sensore o una soluzione tecnica equivalente. Anche il problema del blocco della trim wheel manuale, che potrebbe verificarsi vecchio modello 737 NG, è ancora tutto da risolvere.

Muilenberg non sembra capire (pdf) che Boeing deve fare di più su questi temi e non solo “rispondere alle domande“:

Rajeev Lalwani, analista presso Morgan Stanley & Co. LLCQ

… abbiamo tutti sentito le voci su un ulteriore sensore. Quindi avremmo piacere che lei ci chiarisse ciò che è, o non è, veritiero.

Dennis A. Muilenburg Responsabile, Presidente e Amministratore Delegato, The Boeing Co

[…] rispetteremo le singole richieste dei diversi regolatori e l’EASA ha sollevato alcune domande a cui stiamo attualmente lavorando. Non le considerei controverse. Penso solo che quelle siano domande a cui dobbiamo rispondere come parte del processo. E domande su cose come l’angolo di attacco, la progettazione del sistema. Riconoscere che l’architettura dei velivoli Boeing è diversa da quella dei velivoli Airbus. E questo è sempre stato un argomento di discussione, la cosa non comporta necessariamente modifiche hardware. In alcuni casi, è possibile rispondere a tali domande con il lavoro al simulatore o con aggiornamenti del software o delle procedure. Quindi non c’è specificità sulle risposte. Sono solo aree di domanda che dobbiamo risolvere come parte del normale processo di certificazione. Quindi lo descriverei in questo modo. Penso che dovremo concencentrarci su di esso, c’è molto lavoro da fare per rispondere alle domande. Ma qui tutti sono motivati a lavorare insieme e questo crea incertezza nella sequenza temporale.

La mancanza di ridondanza per il sensore dell’angolo di attacco e l’impossibilità di azionare manualmente la trim wheel richiedono soluzioni tecniche. “Rispondere alle domande” non ne fornirà. Io, per primo, non riesco a pensare che l’EASA o la CAAC permetteranno a Boeing di farla franca.

L’ammissione di Muilenburg che l’aereo non è pronto per la certificazione internazionale è una notizia devastante per la compagnia, anche se ha cercato di venderla come progresso. La FAA potrebbe sbloccare la messa a terra dell’aereo sotto pressioni politiche, ma gli altri regolatori non seguiranno a ruota. Lo sdegno pubblico causato da una decisione del genere renderebbe quasi impossibile vendere biglietti per i voli dei 737 MAX.

Anche se Boeing fosse in grado di trovare soluzioni che le autorità di regolamentazione internazionali possano finalmente accettare, la loro attuazione richiederebbe mesi aggiuntivi. I problemi al sensore dell’angolo di attacco e alla trim wheel richiedono probabilmente modifiche hardware ai circa 600 velivoli MAX esistenti. La richiesta di addestramento al simulatore allungherà ulteriormente i tempi della permanenza a terra dell’aereo. Ci sono solo circa due dozzine di simulatori per il MAX 737 in tutto il mondo e migliaia di piloti che dovranno farne uso.

Tutti questi problemi tecnici e organizzativi sono noti ormai da diversi mesi. L’EASA e gli altri li hanno segnalati subito e numerose volte. Ma Boeing, invece di risolverli, sta ancora recalcitrando. I ritardi causati da questo irragionevole comportamento stanno mettendo a rischio le vendite dell’azienda, la sua reputazione e forse anche la sua stessa esistenza.

Moon of Alabama

Fonte: moonofalabama.orgLink: https://www.moonofalabama.org/2019/09/boeing-foresees-return-of-the-737-max-in-november-but-not-everywhere.html#more12.09.2019Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Author: Come Don Chisciotte

Le 5 storie più morbose del Joker

Author: Andrea Curiat Wired

Il film con Joaquin Phoenix nei panni della nemesi di Batman torna da Venezia con un ruggente Leone d’Oro, in bella mostra nel taschino della giacca viola. Ecco le storie a fumetti per scoprire la mente contorta del clown assassino di Gotham City

Nuovo traguardo per i film ispirati ai fumetti. Dopo l’Oscar come migliore film d’animazione a Spider-Man: Into the Spider-verse, il 2019 segna anche il trionfo del Joker di Joaquin Phoenix nel nuovo film di Todd Phillips, appena aggiudicatosi il Leone d’oro come miglior film alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Il film, però, è lontano dal solco dei blockbuster tracciato dai Marvel Studios e dalla stessa Warner Bros con i precedenti film dedicati a Batman e Justice League. Sono distanti i supereroi, sono lontane le scene tutte azione ed effetti speciali, e anche un crossover con il Cavaliere oscuro è, a detta del regista, fuori questione. Insomma, un Joker davvero fuori dai canoni, il che ben si addice al pagliaccio simbolo di caos, rivolta, follia e violenza insensata. Per scoprire tutti i modi in cui il Joker dei fumetti differisce da quello del cinema, ecco le 5 storie imperdibili e più morbose dedicate al clown assassino di Gotham City.

Batman: l’uomo che ride, di Ed Brubaker, Doug Mahke

La primissima apparizione di Joker sulle pagine di Batman 1, nel 1944, è certo un classico del fumetto, ma non si può dire che sia invecchiata bene. Nel 2005, lo sceneggiatore superstar Ed Brubaker riscrive quella storia adattandola per l’ennesimo reboot della continuity Dc Comics (dopo Zero Hour, per chi tiene il conto), regalando al primo incontro tra Batman e la sua arcinemesi il respiro che si merita.

Il titolo? Richiama quello dell’omonimo libro di Victor Hugo, che a sua volta è stato da ispirazione per la creazione del Joker. Insomma, parlando del clown assassino, è proprio il caso di definirlo un circolo… vizioso (Rw Lion, Grandi Opere DC – Batman: Joker L’Uomo che Ride, 132 pp, 15,95 euro).

Una morte in famiglia, di Jim Starlin, Jim Aparo

Una storia forse sopravvalutata, ma d’obbligo per chiunque voglia studiare il curriculum del Joker: quella volta in cui uccise Jason Todd, alias il primo Robin, cambiando per sempre il suo rapporto con Batman. Qui assistiamo per la prima volta alla morte del sidekick teenager di un supereroe, peraltro ucciso brutalmente a colpi di spranga di ferro in una scena davvero per stomaci forti.

Chissà la sorpresa dei lettori, giusto? E invece no. Anzi, si può dire che i veri colpevoli siano stati proprio i fan, interpellati dalla Dc Comics a decidere, con un sondaggio, il finale della storia: Robin deve morire, o sopravvivere? La risposta, purtroppo, è ormai ben nota… (Rw Lion, Dc Best 01 – Batman: una morte in famiglia, 144 pp, 5,95 euro).

The killing joke, di Alan Moore, Brian Bolland

Una leggenda vivente dei fumetti, lo scorbutico e geniale Alan Moore, nel 1988 relativamente giovane e ancora rassegnato a lavorare su fumetti mainstream, si mette alla prova su Batman. Non sorprendentemente, la sua miniserie The killing joke diventa un caposaldo nella mitologia del rapporto tra il Joker e il Cavaliere oscuro, e pone alcune basi per il recente film con Joaquin Phoenix.

Qui Joker è più depravato che mai, ma paradossalmente mostra anche un lato umano, con un racconto delle proprie origini che dà un nuovo significato al termine narratore inaffidabile. Imprescindibile per chiunque voglia (non) comprendere il Joker (Rw Lion, Batman library 36, 64 pp, 9,95 euro).

Joker, di Brian Azzarello, Lee Bermejo

Un’altra graphic novel in cui il Joker è protagonista assoluto, scritta dal maestro dell’hard boiled Brian Azzarello e illustrata splendidamente da Bermejo. Scarcerato (ma come? Ma perché? Mistero!) dal manicomio di Arkham, il folle criminale organizza una nottata davvero memorabile. Al suo fianco c’è un giovane delinquente da due soldi, Jonny Frost, che diventa l’autista personale e il confidente di Joker, almeno sino all’inevitabile, drammatica conclusione della nottata.

Una storia ambientata una Gotham cupa, folle e distorta quasi quanto la mente del clown assassino (Rw Lion, Grandi Opere Dc – Batman: Joker, 128 pp, 14,95 euro).

Morte della famiglia, di Scott Snyder, Greg Capullo

Riuscitissima saga in cui Scott Snyder riesce a dimostrare l’impossibile: che una storia assolutamente canonica, in cui il Joker molto semplicemente cerca di uccidere tutti gli alleati di Batman ricorrendo ai suoi soliti espedienti (veleno, esplosivi, ricatti), è sempre, comunque, assolutamente inquietante.

Da tempo il Joker non faceva tanta paura, e il fatto che indossi la propria pelle scarnificata come una sorta di maschera in stile Non aprite quella porta, beh, non fa altro che aumentare il fattore horror. Uno scontro epico che mette in palpabile pericolo tutta la Bat-famiglia, con atmosfere da brividi e un Joker davvero ai massimi livelli (Rw Lion, New 52 Limited 35 – Batman 03: Morte della Famiglia, 256 pp, 24,95 euro).

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Le leggenda del Club 27, da Brian Jones ad Amy Winehouse

Author: Stefano Dalla Casa Wired

36 anni fa nasceva Amy Winehouse: è l’ultima stella entrata a far parte del famigerato Club dei musicisti morti a 27 anni. Ecco come è nata e si è diffusa la leggenda, e che cosa ci può insegnare

Un murales del Club 27 a Tel Aviv (artista: Jonathan Kis-Lev, foto via Wikimedia Commons)

Amy Winehouse è nata 14 settembre 1983 a Londra. L’11 luglio del 2011, entrava nel Club 27, cioè l’esclusivo gruppo di star morte all’apice della loro carriera all’età precisa di 27 anni. Causa della morte: avvelenamento da alcol. Inevitabili, anche in questo caso, le teorie cospirative. Per esempio c’è una scultura del 2008, intitolata L’unica rockstar buona è una rockstar morta“, e ritrae la cantante ammazzata in un pozza di sangue. Per alcuni la scultura non è stata solo un presagio: se si leggono bene i simboli massonici nascosti (tra cui la maschera di Minnie accanto al corpo) sarebbe chiaro che c’entrano gli Illuminati. Più classica la teoria della falsa morte: il padre di Amy, come quello di Elvis, è stato accusato di nascondere la verità.

Senza una dieta a base di blog e forum specializzati in verità alternative, difficilmente si possono incontrare queste teorie. Il discorso è diverso per il Club 27. Nell’ondata di articoli e libri successiva alla morte di Amy Winehouse, era molto difficile non trovare un riferimento a quella che è forse la più grande leggenda del mondo della musica. Ecco la sua storia.

Anni ’70: si forma il Club

L’idea che sui musicisti più talentuosi penda una specie di maledizione che se li porta via a 27 anni nasce intorno agli anni ’70. Nel 1969 morì Brian Jones, tra i fondatori dei Rolling Stones. L’anno successivo lo seguono Alan “Blind Owl” Wilson, Jimi Hendrix e Janis Joplin; Jim Morrison muore nel 1971. Questo raggruppamento di tragiche morti è probabilmente quello che diede origine alla leggenda. Oggi nei tanti elenchi che sono stati compilati (esistono anche siti dedicati) si trovano moltissimi altri nomi, come quello del cantautore Robert Leroy Johnson (1911-1938), ma il cluster del 1969-1971 rimane quello più ricordato. Secondo il giornalista e biografo Howard Sounes, autore di 27 – A History of the 27 Club through the Lives of Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain, and Amy Winehouse (2015)è proprio dopo la morte di Morrison che Rolling Stone, per la prima volta sulla carta stampata, stabilisce un legame con le presunte vittime precedenti.

Ma l’espressione 27 club o Forever 27 club, così come la leggenda che c’è dietrodiventa nota a tutti solo nel 1994, dopo il suicidio di Kurt Cobain. La madre del cantante dichiarerà “Ora se n’è andato ed è entrato in quello stupido club. Gli avevo detto di non entrare in quello stupido club”. Anche se un paio di autori pensano che il club si riferisse ad altri famigliari morti suicidi, in generale i biografi credono che parlasse proprio di quel Club, come scrissero tutti i giornali. In ogni caso Cobain era convinto che suo zio si fosse suicidato di proposito il giorno della morte di Morrison. Ora il Club 27 era diventato di pubblico dominio.

Statistica e mitologia

Uno spin-off del Club 27 è la leggenda dell’accendino bianco. È facile leggere in giro che molte delle vittime, oltre a condividere l’età, avevano in tasca un accendino Bic di questo colore. L’oggetto sarebbe quindi capace di attirare la malasorte sul capo del musicista. Superstizioni sulla sfortuna a parte, la leggenda si smonta facilmente considerando che l’accendino bianco non è entrato in produzione prima del 1973, quindi l’originario Club 27 non lo poteva possedere. Ma nemmeno Cobain ce l’aveva: sono stati trovati due accendini (non in tasca) e nessuno di questi era bianco. Per il Club 27 le cose sono più complesse. Potrebbe sembrare frivolo parlare seriamente di una maledizione nel 2019, ma la leggenda è così conosciuta e ripetuta che vale la pena capire perché sia così importante culturalmente.

Dopo la morte di Winehouse alcuni scienziati hanno smentito il Club 27 con la statistica. L’esempio più recente è l’analisi della psicologa Dianna Theadora Kenny, che ha cercato di capire come e quando muoiono le pop star rispetto alla popolazione generale. I risultati, emersi da un campione di più 11.000 musicisti, è in linea con gli altri calcoli, come quelli pubblicati nel 2011 per l’edizione natalizia del British Medical Journal. Non esiste un Club 27, ma è vero che i musicisti rischiano maggiormente di morire nei primi decenni della loro esistenza rispetto agli altri. L’età più a rischio secondo i calcoli di Kenny sarebbe 56 anni, con 2,3 % di frequenza di morti, contro 1,3 % dei 27 anni.

(immagine: Dianna Theadora Kenny, The Conversation)

A differenza dei suoi predecessori, Kenny nota che i numeri non bastano. In teoria smentiscono senza appello l’età maledetta dei musicisti, ma il Club 27 va oltre il nostro problema a ragionare statisticamente. Da Brian Jones a Amy Winehouse, i principali membri del Club hanno uno status mitologico nella musica, e sono accomunati da vite difficili e molto chiacchierate. Serviva solo la giusta coincidenza perché cominciassimo a pensare a un altrettanto mitologico, esclusivo Club che ne garantisce, in un certo senso, l’immortalità. Come per famosi avvistamenti di Elvis (e di altri), non è escluso che cospirazione e religione si intreccino, dando vita a teorie impossibili da smentire. Sul Club 27 il professore di studi religiosi Christopher Partridge ha osservato che:

“Una volta stabilito che il ventisettesimo anno di un artista è significativo [il 27 ha anche una valenza numerologica nda] ed è stato identificato un andamento, il processo di costruzione della cospirazione è difficile da fermare. Poco può essere considerato coincidenza. Altri musicisti morti confermeranno la teoria e, visto che sono ventisettenni, autolesionismo, droghe, incidenti e malattie tenderanno a essere scartati come spiegazione soddisfacente per la morte”

Epidemiologia delle popstar

I numeri possono fare poco per toglierci dalla testa il Club 27, ma possono dirci altro. Per esempio, la mortalità nei musicisti sembra cambiare a seconda del genere musicale, per entrambi i sessi. Chi fa blues, jazz e country ha un’aspettativa di vita simile a quella della popolazione generale. I generi più recenti sono invece associati a una minore aspettativa di vita. Anche le cause della morte sembrano essere associate al genere: quelle accidentali (dalle droghe agli incidenti d’auto) sono più frequenti nel rock, punk e metal. L’omicidio è molto sopra la media per rap e hip hop, lo stesso vale per i suicidi in punk e metal. Non si può ancora dire di avere una fotografia esaustiva dei rischi occupazionali delle popstar, i lavori pubblicati sono ancora pochi. Soprattutto, queste sono correlazioni, non rapporti causa-effetto. Ma il problema esiste. Secondo Dianna Theadora Kenny:

“L’industria discografica deve esaminare questi risultati per scoprire come riconoscere e assistere giovani musicisti in difficoltà. Come minimo le persone che si guadagnano da vivere da questi giovani devono imparare a riconoscere i primi segni di angoscia, crisi, depressione e suicidalità, e provvedere a un sistema di supporto che fornisca l’assistenza e le cure necessarie”.

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Secondo l’Onu la Libia è corresponsabile del traffico di migranti

Author: Simone Fontana Wired

Un rapporto delle Nazioni Unite delinea un meccanismo criminale messo in piedi da guardia costiera libica, trafficanti e pezzi dello stato africano. Da oggi far finta di niente sarà un po’ più difficile

Foto di Benjamin Lowy/Getty Images

Uomini e donne intercettati in mare solo per essere condotti in centri di detenzione non ufficiali, dove saranno torturati, posti in schiavitù, stuprati e infine rivenduti ai trafficanti, da funzionari del governo corrotti e senza scrupoli. A puntare il dito contro le autorità libiche questa volta non è un organizzazione umanitaria, ma un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite, redatto servendosi delle testimonianze delle agenzie inviate sul campo a Tripoli.

Quello della presunta compromissione di alcuni pezzi dell’entità statale libica è un tema centrale per giudicare il modo in cui l’Italia e l’Europa hanno gestito il dossier immigrazione negli ultimi anni, in particolar modo dopo il memorandum d’intesa per il “contrasto dell’immigrazione illegale” firmato nel 2017 dal governo Gentiloni, che ha elargito al paese africano finanziamenti ed equipaggiamenti dal valore complessivo di 800 milioni di euro.

Cosa dice il dossier dell’Onu

Nelle 17 pagine del documento consegnato dall’Onu al Tribunale internazionale dell’Aja e raccontato in Italia da Nello Scavo per Avvenire, viene descritto un meccanismo criminale, già più volte denunciato dalle organizzazioni umanitarie.

Al centro dei riflettori c’è ancora una volta l’operato dell cosiddetta guardia costiera libica, una forza di sicurezza che l’Italia riconosce come l’organismo deputato a pattugliare l’area Sar che si estende da Zuara a Tobruch, ma che di fatto è composta da milizie armate aggressive e spesso in conflitto tra loro. È questa entità dai confini indefiniti che si occupa delle “intercettazioni in mare”, come le definisce il rapporto, presentate come operazioni di salvataggio agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

Già nel 2017 l’Onu aveva evidenziato la problematicità dell’azione dei guardacoste, in un rapporto in cui ne denunciava il coinvolgimento “in gravi violazioni dei diritti umani”. Questa volta, però, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres alza il tiro e descrive quello somiglia ad un vero e proprio cartello criminale, responsabile della scomparsa di centinaia di persone. Uomini e donne, di cui si perdono ufficialmente le tracce una volta sbarcati a terra e che finirebbero prigionieri in centri di detenzione al limite della legalità.

Sul territorio libico esistono infatti 19 centri gestiti direttamente dal governo libico – appena tre di questi accessibili da Onu, Oim e organizzazioni umanitarie – che ospitano in totale quasi 5mila rifugiati, ma il numero di prigioni ufficiose è ben più alto. È in questi ultimi luoghi di detenzione che le persone strappate al mare, stando al rapporto, subirebbero atroci violazioni dei diritti umani: l’Unsmil, la missione Onu a Tripoli, ha raccolto testimonianze credibili “di detenzione prolungata e arbitraria, torture, sparizioni forzate, cattive condizioni di detenzione, negligenza medica e rifiuto di visite da parte di famiglie e avvocati da parte di i responsabili delle carceri e di altri luoghi di privazione della libertà”.

Ancora una volta, però, sono le donne le vittime più esposte e dai resoconti di donne e ragazze migranti emerge un quadro fatto di violenze e abusi, perpetrati da “trafficanti, membri di gruppi armati e funzionari”. C’è infine l’ultimo livello, quello che coinvolge veri e propri pezzi dello stato libico, disposti a usare quelle persone ormai scomparse dai radar come merce di scambio, da vendere ai contrabbandieri di esseri umani.

Cosa sta facendo la comunità internazionale

Non è la prima volta che le Nazioni Unite assumono una posizione forte contro il sistema di gestione delle persone migranti sul territorio libico e già nel 2018 l’organizzazione intergovernativa parlò di “orrori inimmaginabili”, nel commentare la situazione carceraria del paese. Per questo, lo scorso 27 luglio l’Onu ha chiesto la chiusura di tutti i centri di detenzione in Libia, un appello rimasto fin qui inascoltato.

Proprio per monitorare la situazione nel paese, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha nei giorni scorsi esteso di 12 mesi il mandato della missione Unsmil, mentre l’Unhcr nella giornata di venerdì ha evacuato dalla Libia 98 rifugiati, messi in pericolo dal conflitto che continua a infuriare alle porte di Tripoli.

È in questo scenario che si misurerà il peso internazionale del neonato governo di coalizione tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio prossimamente impegnato al tavolo dell’assemblea Onu, dove l’Italia dovrà decidere una volta per tutte che posizione assumere nei confronti dei dirimpettai libici, fino a oggi ufficialmente considerati come un porto sicuro per l’approdo di migranti.

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I 10 attori più sbagliati per un film biografico

Author: Gabriele Niola Wired

Gli attori peggiori, i fisici più sbagliati, i volti meno somiglianti e gli abbinamenti più improbabili di Hollywood

La cosa più importante in un biopic è scegliere bene il protagonista, l’attore che dovrà interpretare l’illustre deceduto, la star della musica, della politica, del cinema o della letteratura che viene ritratta. Eppure alle volte ci sono dei casi di errori, scelte folli e disastri di casting che creano delle perle senza senso. Tolkien, il film che questa settimana porta in sala la vita di JRR Tolkien, l’autore di Il signore degli anelli, è proprio uno di questi casi. Mette Nicholas Hoult nel ruolo di letterato della working class che cerca di farsi strada nella buona società accademica britannica negli anni ‘10 e già questa idea è terribile. Poi il film ha anche tutta una parte di guerra (la Prima guerra mondiale) ed è anche peggio quanto a credibilità del protagonista.

Non che la scrittura fosse di quelle preziose e che poi il casting la distrugga. È probabile che anche una scelta più centrata non avrebbe fatto la differenza, tanto è vecchio stampo il film. Ma Nicholas Hoult mette veramente una pietra sul progetto.

L’aumento vertiginoso dei film biografici negli ultimi due decenni ha causato un’impennata di questo tipo di casi di casting inadatto. Tornando con la mente ai peggiori biopic, abbiamo stilato la classifica dei 10 attori scelti peggio, i meno adatti e i più fuori parte. In rigoroso ordine di mancanza di senso.

10. Beyond The Sea – Kevin Spacey interpreta Bobby Darin

Non che Kevin Spacey non sia in grado di recitare qualsiasi ruolo, ma il suo temperamento, il suo portamento e la sua grazia fanno a cazzotti con Bobby Darin. Non solo non gli somiglia, e va bene, ma non ha nemmeno il medesimo tono.

9. The Runaways – Kristen Stewart e Dakota Fanning interpretano Cherie Currie e Joan Jett

Il film è un disastro e non aiuta il fatto che le due interpreti siano totalmente fuori parte. L’idea qui era di fare un biopic su una band non conosciutissima tramite le sue figure più controverse e simboliche. Il risultato è un disastro di recitazione enfatica e volti puliti di Hollywood là dove gli originali erano ben più rudi.

8. A Beautiful Mind – Russell Crowe interpreta John Nash

L’eroe d’azione per eccellenza degli anni ‘90, il più noto degli uomini forti di quegli anni, nel ruolo di un accademico. Ancora grosso, ancora in forma e con la mascella volitiva, Russell Crowe vuole cambiare carriera e Ron Howard gli va dietro. Il risultato è un Hollywood-pleaser, un perfetto film da studio system che infatti vince premi e riceve applausi, ma lui rimane totalmente fuori parte.

7. Amelia – Hilary Swank interpreta Amelia Earhart

Veniva da due Oscar Hilary Swank e lo stesso questo film è riuscito a mettere la parola fine alla sua carriera d’alto profilo. Di fatto è l’ultimo film ad alto budget di cui è stata protagonista. Per dire di quanto fosse azzeccata la scelta.

6. Giovanna D’Arco – Milla Jovovich interpreta Giovanna D’Arco

Luc Besson rivede la vita di Giovanna D’Arco come un film fantasy ad uso e consumo di Milla Jovovich (con cui all’epoca stava) che passa da sex symbol a caschetto e armatura. La ricetta del disastro.

5. Little Ashes – Robert Pattinson interpreta Salvador Dalì

Ora: che Robert Pattinson potesse fare Salvador Dalì forse era plausibile. Ma che Pattinson potesse interpretare Dalì con questo set di parrucchette e baffetti, in una specie di mascherata da recita delle scuole medie, è davvero impensabile.

4. Wired – Michael Chiklis interpreta John Belushi

Non è molto famoso Michael Chiklis ma fa ridere che per interpretare uno dei volti più noti ed iconici in assoluto si sia preso qualcuno che non gli somiglia per niente, che in comune con Belushi ha solo il fisico. Chiklis doveva essere uno degli interpreti più energici di Hollywood non avendo nessun carisma.

3. Jobs – Ashton Kutcher interpreta Steve Jobs

Instant film realizzato per capitalizzare la frenesia post mortem di Steve Jobs, valori produttivi da film tv e interpretazione di Kutcher da imitazione del bagaglino. L’attore avrebbe anche una certa rassomiglianza con il vero Jobs ma vedere come nel passare degli anni lo scimmiotta fa subito capire che è stata un’idea folle.

2. J. Edgar – Leonardo DiCaprio interpreta J. Edgar Hoover

Li ricorderemo come gli anni in cui Leonardo DiCaprio era disposto a tutto per vincere un Oscar. Disposto a qualsiasi cosa, anche gettarsi vestito in un fiume ghiacciato, anche interpretare una figura ambigua come J. Edgar Hoover (lui che davvero non ha niente a che vedere con quel personaggio) in un film reazionario come quello di Eastwood, indossando nel finale un mascherone che lo fa sembrare Ruggero di I soliti idioti.

1. Il conquistatore – John Wayne interpreta Gengis Kahn

A chi è venuta l’idea che avesse un senso far fare Gengis Kahn a John Wayne? Alla stessa persona che ha deciso di filmare l’intero film su un luogo di test nucleari americani nello Utah traboccante di radiazioni: Howard Hughes, il miliardario matto e cineasta che è stato raccontato in un biopic anche lui (The Aviator). Ovviamente Wayne non ha senso in quei panni e la cosa è peggiorata dal fatto che accanto a lui gli altri attori sono invece di etnia giusta.

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