5 fumetti western da leggere durante l’estate

Author: Andrea Curiat Wired

Quale momento migliore dell’estate per riscoprire i grandi generi della narrativa disegnata? A cominciare dal vecchio, selvaggio e lontano west

Non c’è momento migliore dell’estate per sedersi a leggere al sole e recuperare qualche fumetto arretrato. Magari approfittandone per scoprire, riscoprire o approfondire i grandi generi della letteratura illustrata, come il western. Un tempo sinonimo esclusivamente di cowboy, indiani e duelli sotto il sole cocente di mezzogiorno, il vecchio, selvaggio Far West mantiene i suoi elementi tradizionali ma ha ancora molto da dire, e a volte con elementi sorprendenti. Per chiunque abbia intenzione di avventurarsi in un viaggio estivo tra canyon, mandrie di bufali, saloon e praterie, ecco 5 western a fumetti da leggere tutti d’un fiato.

1. Tex. La vendetta delle ombre, di Mauro Boselli, Massimo Carnevale

Non c’è appuntamento più atteso tra gli appassionati di Tex del Texone, l’albo fuori formato che esce a cadenza annuale e che regolarmente ospita i migliori sceneggiatori e, soprattutto, i migliori disegnatori nel panorama del fumetto italiano. Per guadagnarsi l’onore di firmare un Texone bisogna essere dei veri maestri del disegno. Non fa eccezione, ovviamente, il disegnatore del Texone più recente, uscito il 20 giugno: Massimo Carnevale, storica matita sulle riviste antologiche Skorpio e  Lanciostory prima, sbarcato poi in casa Bonelli con John Doe e Dylan Dog (tra gli altri), e copertinista negli Stati Uniti di Y: L’ultimo uomo.

Nel nuovo Texone (editore Sergio Bonelli, 264 pp, 8,90 euro) , il nostro eroe dalla camicia gialla e il suo pard Kit Carson incrociano le loro strade con un misterioso e inquietante carrozzone di artisti circensi di origine indiana, denominato “Indian Carnival”. Sono stati loro, forse, a uccidere un cacciatore di taglie e a dare rifugio a due pericolosi fuorilegge. Ma cosa è accaduto, 20 anni prima, a Cedar’s Grove, l’ultima tappa del circo itinerante? Qual è l’obiettivo di Shado e della sua coorte di personaggi grotteschi e inquietanti? Un’avventura da leggere tutta d’un fiato, imperdibile per gli amanti di Tex, dei western e del fumetto italiano.

2. L’odore dei ragazzi affamati, di Loo Hui Phang, Frederik Peeters

Un western di grande formato, in tutti i sensi. Grandi le praterie e i canyon del selvaggio west; grandi le personalità dei tre protagonisti: un giovane garzone, un fotografo e un geologo; grande l’edizione cartonata (Bao Publishing, 112 pp, 18 euro) con pagine ampie che rendono giustizia alle splendide tavole del disegnatore Frederik Peeters.

Come nella migliore tradizione del genere, un terzetto di personaggi male assortiti si unisce in una fuga verso ovest. Ciascuno ha una ragione per scappare, ciascuno ha un segreto da nascondere, e tra i tre nasceranno sentimenti contrastanti di amore, odio, diffidenza e fiducia. Il pilastro della tradizione western è però scardinato dalla visione moderna della sessualità e dagli inserti onirici che rendono il viaggio della piccola carovana davvero unico.

Questo western sui generis è scritto da Loo Hui Phang, sceneggiatrice originaria del Laos e cresciuta in Francia, nota per opere come Panorama (diventato un film nel 2004) ed è illustrato con colori caldi dallo svizzero Peeters, già autore di Pillole Blu e Pachiderma.

3. Loveless, di Brian Azzarello, Marcello Frusin, AA.VV.

Nato per Vertigo, l’etichetta di Dc Comics riservata a un pubblico maturo, Loveless (da non confondere con lo shonen manga dello stesso titolo) è stata una delle serie più cupe e violente tra i comics americani a tema western. Giunta alla prematura conclusione con il numero 24, raccontava la storia di Wes Cutter, un soldato sudista uscito sconfitto e prigioniero dalla guerra di secessione americana. Tornato a casa da sua moglie Ruth dopo anni durante i quali era stato dato per morto, aveva trovato la propria città natale, Blackwater, in mano a un governo ostile e corrotto. Ben presto le dure qualità acquisite in guerra permettono a Cutter di assumere il ruolo di sceriffo di Blackwater, rendendolo però anche il bersaglio di molti nemici, alcuni dei quali intrecciati da uno stretto legame al suo passato personale.

La serie è stata raccolta in Italia in tre volumi da Planeta de Agostini; i primi due sono imperdibili per gli amanti del west duro e puro ma, proprio sul finale, Azzarello aveva cercato di dare alla trama un orizzonte più ampio, privandola in parte del mordente originale. Vale comunque la pena esplorare Blackwater e giudicare da sé quanto fosse davvero accogliente la cittadina del Missouri.

4. Sam il ragazzo del West, di Sohji Yamakawa, Noboru Kawasaki

Se tutti conoscono gli spaghetti western (il cui solo ricordo basta a farci compiangere la recente scomparsa di Ennio Morricone), non tutti avranno presente l’equivalente fenomeno di reinterpretazione western in chiave giapponese, operato tanto al cinema (con film improbabili a base di revolver e katane) quanto sulla carta stampata. Risale proprio agli anni ’70 una delle opere più famose del genere, ancora oggi un classico che merita di essere riscoperto: Sam il ragazzo del west. Ci sono tutti gli stereotipi che hanno reso grande il genere, inseriti in una storia di formazione dalla sensibilità tipicamente giapponese. Lo stesso Isamu detto Sam, il protagonista, è un ragazzo tormentato e disprezzato perché figlio di una pellerossa (sic) e di un uomo giapponese. Quando il padre scompare misteriosamente, il bimbo giovanissimo viene allevato da una banda di fuorilegge, che lo porrà dinanzi a una serie di dure prove senza però riuscirne a piegare lo spirito gentile e fondamentalmente orientato alla giustizia. Infine, Sam deciderà di fuggire e mettersi alla ricerca del padre perduto.

Il manga è stato pubblicato in Italia da Rw Edizioni – Goen (9 volumi, 272 pp, 6,95 euro cad.), ma i nati nella generazione anni ’70 e ’80 ricorderanno probabilmente meglio l’anime (il cartone animato, all’epoca) tratto dal fumetto, e la memorabile sigla italiana che esordiva cantando “la faccia nel vento, il ferro nel braccio“…

5. Le storie del West, di Paolo Eleuteri Serpieri

Tra le grandi firme del fumetto italiano vi è quella del maestro dell’anatomia Serpieri. Noto per la sua più provocante creatura Druuna, l’artista veneto è stato sempre un appassionato di western e, agli esordi della carriera, per le edizioni francesi Larousse prima e per le riviste italiane Orient Express, Skorpio e l’Eternauta poi, dimostra il proprio talento illustrando splendidamente vicende di cowboy, indiani e pionieri della frontiera selvaggia.

Tra le opere più celebri vi sono sicuramente storie brevi e dai titoli evocativi come Lo sciamano, L’indiana bianca e L’uomo di medicina. Non sorprende, quindi, che lo stesso Serpieri abbia finito per illustrare una delle storie visivamente più memorabili del Tex nazionale nel volume L’eroe e la leggenda. Negli anni, i racconti west di Serpieri sono state ristampate più volte, come nella raccolta Le storie del West delle edizioni del Capricorno, o in volumi tematici e lussuosi come quelli realizzati dalle edizioni Grifo. Rileggere le storie di Serpieri significa immergersi in un west classico, a volte con spunti sovrannaturali o horror, ma sempre contraddistinto tra alcuni dei migliori disegni che abbiano mai graziato il genere.

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Le leggende metropolitane sulla peste

Author: Stefano Dalla Casa Wired

Non solo la peste non è mai scomparsa, ma le sue epidemie hanno lasciato tracce permanenti nella nostra cultura. Tra queste ci sono anche le leggende metropolitane

Illustrazione di Yersinia pestis sulla base di un’immagine al microscopio (1000x) (foto: BSIP/UIG Via Getty Images)

Che la peste non fosse mai scomparsa lo sapevamo. Le notizie del nuovo focolaio in Mongolia sembrano la copia carbone di quello di un anno fa. Due morti, collegati al contatto con marmotte, su cui vivono le pulci vettore di Yersinia pestis, il batterio responsabile della malattia. Poco dopo è arrivata anche la notizia del focolaio nella Mongolia interna, senza contare quelli segnalati in Congo nei mesi scorsi. Prima però non c’era la Covid-19. David Quammen ha spiegato che la peste la conosciamo bene, ed esistono trattamenti efficaci, ma è chiaro che la notizia sembra aggiungersi all’elenco di sciagure che stanno segnando il 2020.

Del resto basta la parola peste per evocare scenari apocalittici. Le epidemie e le pandemie che ha causato hanno segnato la storia, l’arte e la letteratura, creando un legame che arriva fino a noi. Un esempio: la pratica della quarantena si è sviluppata per la prima volta nel 1300 in Europa contro la peste. La sperimentò per prima la città Stato di Ragusa (oggi Dubrovnik), ma la durata era trenta giorni. In seguito la repubblica di Venezia seguì l’esempio e allungò il tempo di isolamento a 40 giorni.

Altro esempio: le descrizioni di Alessandro Manzoni sulla peste a Milano in questi mesi sono state letteralmente saccheggiate per trovare parallelismi (non sempre giustificati) con la situazione attuale. La parola untore, fin troppo usata, viene da quel contesto. Gli untori sono un esempio classico di leggenda metropolitana che si ripete di epidemia in epidemia. Ma nella sua storia secolare, la peste ce ne ha donate molte altre.

Giro giro tondo: una filastrocca macabra?

Le strofe della canzoncina sono impresse nella nostra memoria, ma che cosa significano? Un’interpretazione molto popolare è che, in particolare nella versione originale inglese, descrivano i sintomi della peste. E poi, naturalmente, tutti giù per terra. Una teoria di cui sicuramente erano consapevoli gli sviluppatori del videogioco Plague Inc. Se ci giocate, a un certo punto si sentirete Ring a Ring o’ Roses (il titolo originale) cantata da bambini.

Ma è una storia forse troppo perfetta per essere vera. Come ha riassunto il Ceravolc, la filastrocca appare verso la fine del Settecento. Le epidemie di peste a cui dovrebbe riferirsi sono di un secolo prima. Ci sono anche molte versioni delle strofe. Nessuna descrive particolarmente bene i sintomi della peste, e molte non parlano proprio di sintomi.

Il presunto collegamento con la peste è una speculazione apparsa nel secondo dopoguerra. Ci piace perché trasforma una innocente filastrocca in un macabro memento mori, ma non ha basi nella realtà.

Il costume del medico della peste

A proposito di memento mori: grazie a Covid, il costume del medico della peste sta spopolando. Basta guardare la maschera a becco per richiamare alla memoria quel medioevo immaginario dove bruciavano streghe, infliggevano la cintura di castità, e praticavano lo ius primae noctis. Ma anche quel costume è, in gran parte, immaginario.

Non è medievale per cominciare, se ne comincia a parlare a partire dal Seicento. Non è vero quindi che era in uso durante la Peste nera. Probabilmente non era nemmeno così comune, cioè non era un abbigliamento standard per il personale medico o paramedico in Europa. Sappiamo che fu usato in particolare in Italia, dove è stato poi trasfigurato in una maschera della commedia dell’arte, e in Francia.

Già all’epoca, inoltre, il costume cominciò a diventare un simbolo da utilizzare. In una delle incisioni più celebri che abbiamo il dottore ha in mano un bastone con in cima una clessidra alata, ma si tratta di un’interpretazione satirica, non storica. I costumi odierni si ispirano in gran parte a queste rappresentazioni, più che ai reali costumi (di cui abbiamo pochi reperti).

Il profeta Manzoni

Dal Boccaccio a Camus, in questi mesi siamo andati a cercare quello che aveva da dire la letteratura sulle epidemie. Ma è stato naturalmente il Manzoni ad attirare di più l’attenzione. Nel romanzo storico I Promessi Sposi è descritta la peste del 1630, mentre in Storia della colonna infame l’autore racconterà in dettaglio il processo a due presunti untori.

Lapide della Colonna infame, con la descrizione delle pene inflitte agli untori, oggi al Castello Sforzesco (M.casanova / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

Il materiale da commentare non manca, e i libri sono a disposizione di tutti. Ma anche in questo caso non abbiamo potuto fare a meno di massaggiare un po’ la realtà.

 “Sono partiti prima della mezzanotte. Nonostante le gride che proibivano di lasciare la città e minacciavano le solite pene severissime, come la confisca delle case e di tutti i patrimoni, furono molti i nobili che fuggirono da Milano per andarsi a rifugiare nei loro possedimenti in campagna”. A. Manzoni

Questo testo è stati ripetuto su giornali e social media quando la Lombardia divenne zona rossa (7 marzo) e le persone tentarono di lasciare la regione. Non è molto chiaro come centinaia di persone spaventate possano essere paragonate a nobili, ma soprattutto Manzoni non ha mai scritto niente del genere.

Per la folklorista Sofia Lincos è una delle numerosi false citazioni dotte che hanno colorato la pandemia. Non appare né nei Promessi sposi, né nella Colonna infame, ma solo in un testo divulgativo sui Promessi sposi (compare tra i primi risultati cercando promessi sposi + peste). La fonte principale di Manzoni è poi Giuseppe Ripamonti: Lincos sottolinea che Ripamonti stesso si rifugiò in campagna, come fecero altre personalità. A maggior ragione Manzoni, e la storia della peste a Milano, non giustificano il tentativo di biasimare a colpi di letteratura il comportamento osservato di recente.

Lo sterminio dei gatti

Pandemie ed epidemie fanno parte della natura, ma gli esseri umani possono dar loro una mano, anche se in involontariamente. Sulla peste gira a questo proposito una strana storia. Nel medioevo la Chiesa Cattolica avrebbe ordinato lo sterminio dei gatti, perché erano animali associati al demonio. La purga dei felini, però, ebbe una conseguenza inattesa. In assenza dei predatori, i ratti si sarebbero moltiplicati in modo incontrollato, rendendo possibile le epidemie di peste, tra cui la famosa Peste nera a metà del 300.

Quando si legge questa storia, ci viene detto che esiste la prova documentale: la bolla Vox in Rama di Gregorio IX. La bolla esiste, e riguarda le presunte pratiche eretiche. In un passaggio viene nominato un gatto nero che farebbe parte del rituale. Ma questo è tutto: non è ordinato nessuno sterminio felino.

(via reddit)

Questa ipotesi pseudostorica non ha comunque molto senso. Da una parte, i gatti non sono eccezionali cacciatori di ratti, dall’altra il ruolo dei ratti nella Peste nera è dibattuto. Secondo alcuni ricercatori la diffusione del contagio è stata troppo rapida, facendo sospettare il contagio da uomo a uomo mediato dai suoi parassiti (pulci e pidocchi che vivono sugli umani).

L’aceto dei quattro ladroni

Sulle false cure della peste si potrebbero scrivere enciclopedie, ma vale la pena ricordare questo presunto rimedio profilattico perché è ancora ricordato. E anche perché al suo uso è associata una storia leggendaria.

Il rimedio era costituito da aceto, a cui si aggiungevano aglio e diverse erbe, in base alla ricetta. Andava spalmato sulle mani e sul viso, e questo avrebbe protetto dal contagio. Se ne comincia a parlare dal Settecento, ma spesso si fa risalire il suo uso al medioevo.

La storia, con molte variazioni, è che il rimedio sia stato inventato da quattro ladri a Marsiglia, anche se a volte i ladri diventano sette. Catturati per aver derubato i morti e moribondi di peste, rivelarono la pozione segreta che usano per essere rilasciati. L’aceto è ancora famoso, e nonostante la storia evidentemente leggendaria c’è chi tenta di razionalizzare: probabilmente il forte odore scoraggiava le pulci, evitando il contagio. Quello che si dimentica è che non esiste alcuna prova che funzionasse.

Ancora oggi non è difficile trovare in vendita misture chiamate aceto dei quattro ladroni, sia come condimento che come tonico con generiche proprietà benefiche. La leggenda dei ladri e della peste è sempre presente.

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Coronavirus, ecco cosa ancora ci sfugge sulla pandemia

Author: Anna Lisa Bonfranceschi Wired

Dall su reale diffusione, alla possibilità di una seconda ondata: ecco alcuni degli aspetti più incerti sul coronavirus

coronavirus
(foto: Erik Mclean on Unsplash)

Dall’inizio della pandemia, ma ancor prima, quando il coronavirus era una minaccia emergente solo in Cina, quello su cui molti scienziati hanno concordato è che su tanti aspetti quello che potessimo dire sul nuovo patogeno fosse limitato, appunto perché nuovo. Non lo conosciamo, non sappiamo come possa comportarsi, come evolverà e in che modo questo influenzerà la sua diffusione e il peso sulla popolazione. Se il sentimento di incertezza in parte sembra a tratti essere andato perso – e verrebbe da pensarlo a seguire le affermazioni perentorie di alcuni scienziati, specie negli ultimi tempi – in realtà le cose che ancora non sappiamo sul nuovo coronavirus e sugli effetti che determina nell’uomo sono tante. A cominciare dalla pericolosità del virus: quanto uccide Sars-Cov-2?

Quanto uccide il coronavirus?

Su questo tema si discute da tempo. Come è naturale che sia in buona parte all’emergere di un nuovo patogeno. Calcolare il numero di morti su casi accertati – e avere così la misura della letalità del virus, nel cosiddetto Case Fatality Rate (Cfr) – è limitante soprattutto per patologie con un elevato numero di casi che passano inosservati e non vengono intercettati (gli asintomatici in primis). Un tentativo di superarlo è quello di calcolare l’Infection Fatality Rate (Ifr), come vi avevamo raccontato, il rapporto tra morti e numero di infezioni totali (anche questo con dei limiti). Per il coronavirus l’Ifr diventa un dato più affidabile con il passare del tempo e l’avvio di indagini di sieroprevalenza che aiutino a stimare la diffusione dell’infezione nella popolazione. E oggi, dopo oltre sei mesi, sappiamo quanto uccide il coronavirus?

Dall’Organizzazione mondiale della sanità, attraverso la Chief Scientist Soumya Swaminathan si parla di una stima per l’Ifr dello 0,6%, secondo quanto riferisce il New York Times, che rimarca però tutti i limiti del considerare affidabile l’indicatore. Per motivi diversi, in parte legati al fatto che la pandemia è ancora in corso, e questo impedisce di fare stime accurate, depurate dei fattori confondenti che possano rendere difficile la conta dei morti (che rischiano in alcuni casi di essere sottostimati). In buona parte perché parlare di un unico Ifr a livello globale nasconde realtà tra loro molto diverse, come paesi in cui i sistemi sanitari (e sociali) sono più pronti a fronteggiare l’epidemia (e quindi a ridurre anche la conta dei morti) e condizioni anagrafiche e sanitarie della popolazione stessa che incidono sulla gravità della malattia. O ancora il periodo stesso in cui ha colpito la pandemia: non sappiamo cosa potrebbe succede in inverno, anche nei paesi più preparati. Ma soprattutto siamo ben lungi dall’esserne fuori: ogni bilancio o stima non può che essere a oggi parziale. Considerati anche i limiti metodologici e l’eterogeneità dei dati.

Non sappiamo effettivamente quanto è diffuso il coronavirus

La difficile stima della letalità del coronavirus in parte dipende anche dalle difficoltà di capire effettivamente quanto sia diffuso il patogeno nella popolazione. Senza conoscere gli infetti (o avvicinarsi quanto meno a stimarli), le persone già esposte al virus, è impossibile avere un’idea di quanto uccida il virus. In alcuni casi anche fare delle stime su campioni rappresentativi rischia di essere particolarmente difficile, come in Italia dove, riporta Repubblica, rischiamo seriamente di non riuscire ad avere dei dati significativi dall’indagine di sieroprevalenza promossa da Istat e ministero della Salute. Non solo per la bassa adesione alle chiamate (per i motivi che vi avevamo raccontato) ma anche per l’imminente scadenza dei test messi a disposizione. I dati che arrivano da indagini parallele, come quelle portata avanti dalla Regione Lazio, non permettono di fotografare l’effettiva diffusione del virus nella popolazione, perché sono condotti su una fascia della popolazione selezionata, quella di operatori sanitari, farmacisti e forze dell’ordine.

Arriverà una seconda ondata?

È una delle paure più grandi quando si parla dell’incertezza che ancora avvolge il coronavirus: avremo una seconda ondata? Vedremo nuovamente impennare numero di casi e morti come la scorsa primavera? La paura è che possa accadere quanto avvenne oltre un secolo fa con la Spagnola, quando la seconda ondata colpì più duramente della prima. Ma malgrado la somiglianza di Sars-Cov-2 con virus respiratori e stagionali come l’influenza, che tendono appunto a seguire un andamento stagionale, non possiamo affermare che il nuovo coronavirus sia un virus stagionale con certezza.

Lo ha ribadito, tra gli altri, Jeremy Rossman Honorary Senior Lecturer in Virology della University of Kent sulle pagine di The Conversation. Sì, ha scritto, alcuni fattori ambientali e comportamentali che caratterizzano il periodo estivo – come umidità, luce e vita all’aria aperta – possono certamente influenzare Sars-Cov-2 e le infezioni, ma una popolazione suscettibile perché ancora non immune al patogeno potrebbe avere più peso di tutti questi fattori. Tanto che Rossman critica l’idea stessa di una seconda ondata, e ricorda come nuovi casi si continuino a registrare ogni giorno, nel Regno Unito, da cui parla, ma non solo.

Il virus continua a esistere e il suo comportamento, il modo in cui colpirà o meno in futuro, non è indipendente dalle nostre azioni. “Non siamo in balia del virus, né ora né in futuro. Questa è una buona notizia, ma conferisce l’onere della responsabilità su tutti noi – scrive – Dobbiamo continuare a combattere, ma così facendo non dovremo temere una seconda inevitabile ondata”. Un onere della responsabilità però che non ricada unicamente sui cittadini, ma sia prima di tutto una responsabilità politica e istituzionale, rimarca Guido Silvestri, virologo della Emory University su Facebook. Sì, scrive, la possibilità di una seconda ondata è molto reale, seppur incerta, ma che tanto, tantissimo, del peso che avrà dipende dalla nostra capacità di preparazione.

Non siamo certi che si possa diventare immuni al virus e per quanto

Le cose che ancora non sappiamo sul coronavirus sono diverse. A interrogarsi in materia, nei giorni scorsi, era stata anche la rivista Nature, con un articolo in cui, tra l’altro, ricordava come ancora uno dei dubbi che su Covid-19 riguarda l’immunità acquisita dopo l’infezione. Conosciamo il virus da soli sei mesi e non abbiamo dati di così lungo corso per stabilire se una nuova esposizione dopo una infezione fornisca immunità e per quanto, come si ripete da tempo. Sappiamo però che l’esposizione al virus induce la produzione di anticorpi (ed è su questo che si basano i test sierologici), ma non è chiaro se siano protettivi né quanto durino.

A tal proposito uno studio, pubblicato di recente, mostrava come la produzione di anticorpi diminuisse notevolmente dopo i primi mesi dall’infezione, mentre per altri coronavirus, come quelli della Sars e della Mers si osservavano per uno due anni. Ma la scoperta di cellule T, altri componenti del sistema immunitario, sia in pazienti guariti da Sars-Cov-2 che mai esposti (ma verosimilmente esposti ad altri coronavirus), potrebbe lasciar pensare a un altro tipo di immunità, forse più duratura.

Non sappiamo perché alcune persone sono più suscettibili di altre al virus

Oltre alla corsa ai vaccini, che non sappiamo ancora oggi se e quanto funzioneranno, alle mutazioni del virus e ai loro effetti nella popolazione, nella lista dei misteri che avvolgono il coronavirus rimane ancora anche quello al perché di risposte tanto diverse da persone a persone. Da tempo di parla di diversi fattori di rischio, più o meno certi: sappiamo che alcune patologie e l’età avanzata si associano al rischio di malattia più aggressiva, ma parallelamente alcuni scienziati sono al lavoro per capire se esistano differenze più sottili e invisibili, magari a livello genetico, in grado di rendere ragione della grande variabilità con cui si presentano (o meno) i sintomi. Un grande studio, per ora disponibile in preprint, pare aver identificato una suscettibilità genetica per l’insorgenza dell’insufficienza respiratoria da Covid-19 (in un caso riconducibile alla zona del genoma del gruppo sanguigno). Ma altri studi sono in corso per capire se esistano singoli geni in grado di giustificare la suscettibilità o meno alla malattia, scrive Nature.

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Oh coraggioso uomo nuovo!

DI VALENTIN KATASONOV

fondsk.ru

Metodologie di “soft power” nella distopia di A. Huxley

La letteratura, nel genere distopico, sta diventando sempre più richiesta. Ciò non sorprende: ci sono seri indicatori del fatto che l’umanità si sta muovendo con passi da gigante verso un nuovo ordine mondiale. E le distopie possono contenere indizi su che tipo di ordine si tratta.

Menziono le più famose distopie: “Noi” (1920) di Evgenij Zamjatin; “Kotlovan” (1930) di Andrej Platonov, “Il mondo nuovo” (1932) di Aldous Huxley, “Guerra delle Salamandre (1936) di Karel Čapek, “La fattoria degli animali” (1945) e “1984” (1948) di George Orwell, “Fahrenheit 451”(1953) di Ray Bradbury,“La rivolta di Atlante”(1957) di Ayn Rand,“Arancia meccanica”(1962) di Anthony Burgess,“L’ora del toro”(1970) di Ivan Efremov e altre.

Una caratteristica distintiva di tutti i sistemi sociali “ideali” è la loro stabilità, l’assenza di rivoluzioni, si altri sconvolgimenti sociali, dell’ingiustizia, della fame e, soprattutto, la “felicità” universale. A prima vista, è più corretto chiamare utopie tali modelli di società –non è questo ciò che hanno sognato molti pensatori e personaggi pubblici del passato, denominati utopisti?

Tuttavia, a un esame più attento, molte utopie, specialmente nei tempi moderni, sono distopiche; prevedono il raggiungimento di buoni obiettivi con buoni mezzi a di poco non molto buoni.

In tutte le opere del genere distopico, senza eccezioni, la posizione più importante è data alla scienza e alla tecnologia. Le società “ideali” sono create sulla base di vari risultati del progresso scientifico e tecnologico. Analizzando il romanzo distopico Evgenij Zamjatin “Noi”, ho menzionato alcuni miracoli scientifici e tecnici che garantiscono la “felicità” nello Stato Unico. La scienza e la tecnologia, in questo romanzo come in altre distopie, appaiono in tre ipostasi.

In primo luogo, come mezzo per comprendere il mondo e conquistare la natura al fine di soddisfare i bisogni materiali di tutti i membri della società. Quindi, nel romanzo “Noi”, il problema alimentare è risolto dalla transizione generale alla produzione di prodotti alimentari dalla nafta.

In secondo luogo, come mezzo di costruzione della società similare a una gigante macchina, dove ogni persona è un piccolo componente. Nel romanzo “Noi”, la collettività di tutte le persone [come] in un formicaio si realizza utilizzando le Tavole delle Ore e il sistema del Taylorismo.

In terzo luogo, come mezzo per ricreare la persona stessa. Esempi di tale interferenza nella natura umana, si vedono anche nel romanzo “Noi”. Alla fine del romanzo, il Benefattore (il capo dello Stato Unico) firma un decreto, secondo cui tutti i numeri (i cosiddetti cittadini dello Stato) subiscono la Grande Operazione per rimuovere il “centro della fantasia” dal cervello. Questo è uno dei mezzi più radicali per privare una persona della sua anima (una persona non dovrebbe averla, le impedisce di essere felice).

Su questo punto (ricreare una persona) vorrei soffermarmi più in dettaglio. Tra tutte le distopie con cui ho familiarità, il tema della ricreazione umana è trattato in modo più chiaro e completo nel romanzo “Il mondo nuovo”[Brave New World] dello scrittore inglese Aldous Huxley, pubblicato nel 1932. Per Huxley, una società “ideale” non ha segni esteriori di uniformità totalitaria. Nel romanzo “Noi”, ad esempio, i cittadini vengono monitorati, possono essere puniti e persino giustiziati (per questo viene creata la Macchina del Benefattore – un mezzo tecnico unico per l’eliminazione fisica). Nel romanzo di George Orwell “1984”, il Ministero dell’Amore rintraccia le persone sleali al Grande Fratello e al Partito, e le annienta.

Invece ne”Il mondo nuovo” [Brave New World] non vediamo violenza esterna contro la persona. Tutti sono felici a modo loro, almeno non mostrano alcun malcontento. Qual è il segreto di una società così “ideale”? Il fatto è che per Huxley ci sono altre persone che sono diverse dagli abitanti dei mondi “ideali” delle restanti distopie. Uno dei dieci governanti dello Stato mondiale (de “Il nuovo mondo”) Mustafa Mond confida: “È necessario governare con la mente e non con la frusta. Non agire con i pugni, ma agire sui cervelli.” Naturalmente, nel sistema di gestione de “Il nuovo mondo”[Brave New World], di tanto in tanto si verificano anche dei malfunzionamenti, a volte compaiono i dissidenti. Tuttavia, in questo caso si fa a meno della Macchina del Benefattore: i dissidenti vengono semplicemente esiliati in terre lontane. Nel romanzo, due di questi dissidenti vengono mandati in esilio: Bernard Marx in Islanda, Helmholtz alle Isole Falkland.

Se nel romanzo di Zamjatin c’è un gran numero di dispositivi e macchine tecniche, che sono assolutamente fantastici al momento della stesura del romanzo “Noi” (per quanto vale, ad esempio, l’astronave che dovrebbe volare su pianeti lontani), allora [nel romanzo] di Huxley non c’è nulla del genere. Bene, ci mezzi volanti (vertoplani), ma chi si sarebbe potuto sorprendere di ciò nel 1932, quando il romanzo è stato pubblicato? Sì, [nel romanzo di] Huxley c’è anche cibo artificiale, ma esiste insieme al cibo naturale. Non come nel romanzo di Zamjatin, dove si mangiano esclusivamente prodotti a base di nafta.

Ma apprendiamo da Huxley che tutti gli sforzi della scienza e della tecnologia mirano a ricreare l’uomo. Nella moderna letteratura occidentale, questo si chiama human-tech (al contrario del termine familiare high-tech). Una nuova persona dovrebbe diventare un prodotto della scienza e della tecnologia e, al momento descritto nel romanzo, questo problema è stato sostanzialmente risolto. Non del tutto, però, ma gli abitanti de “Il nuovo mondo”[Brave New World] si aspettano che il tempo non sia lontano quando sarà completamente e finalmente risolto. Nel [romanzo di] Huxley, vediamo già i non umani – esseri che hanno solo un guscio umano. Solo alcuni [nel romanzo] di Huxley hanno tracce di consapevolezza e coscienza umana.

Il motto del pianeta nello Stato Mondiale: “Comunità, identità, stabilità”.

Il principio di “identità” viene costantemente attuato attraverso l’organizzazione della produzione in serie di persone standardizzate. Ne”Il nuovo mondo”[Brave New World], con rare eccezioni, le persone non nascono naturalmente, ma vengono coltivate in grandi provette, in impianti speciali – incubatori. Al termine di questa produzione il prodotto [passa per] cinque modifiche. Ci sono cinque caste nella società (sono indicate dalle lettere “alfa”, “beta”, “gamma”, “delta”, “epsilon”). Di conseguenza, ai primi stadi dello sviluppo degli embrioni umani, è eseguita la suddivisione artificiale in cinque tipi con differenti proprietà mentali e fisiche. La suddivisione avviene con l’aggiunta alla provetta di varie sostanze e miscele. Nell’ambito di ogni tipo (casta), i prodotti devono essere esattamente gli stessi, soddisfare gli standard necessari. L’unificazione si ricava clonando (al termine si ottengono gemelli omozigoti). Tutto questo retroscena può essere definito “programmazione genetica”.

In fase dello sviluppo dell’embrione, viene determinata la futura funzione socio-produttiva del “prodotto”. I chimici del futuro creano immunità al piombo, alla soda caustica, alle resine e al cloro. Ai minatori viene instillata la predisposizione al calore. Gli “epsilon” sono assegnati ai lavori più difficili e sporchi che non richiedono intelligenza. Al termine [della produzione]sembrano semi-idioti. I prodotti designati come “alfa” devono possedere le più alte caratteristiche fisiche e mentali”. A loro sono affidate le funzioni di gestione, educazione, attività scientifica e tecnica.

Non appena il neonato viene rimosso dalla provetta (la nascita si chiama “sturamento”), cade sul nastro trasportatore educativo. La scienza ha creato molti metodi efficaci per formare la coscienza “giusta”. In sogno, ad esempio, il bambino è ispirato dagli atteggiamenti nei confronti del consumo, del collettivismo, delle distinzioni di classe, dell’igiene, ecc. Questa è un’ipnopedia – l’ipnosi in sogno.

Quando i bambini sono in stato di veglia, sviluppano alcuni riflessi incondizionati, affinché il bambino venga attirato da qualcosa o che ne sia disgustato. Ad esempio, il Direttore di un asilo istruisce le tate a portare i “lattanti”; le tate portano grandi carrelli in cui giacciono i bambini del gruppo “delta”. Quindi egli dà il comando di portare i bambini al banco con libretti e fiori. I bambini sono attratti da oggetti meravigliosi, ma prendono una scossa. L’operazione si ripete, ma i bambini non sono più attratti dai fiori e dai libretti. Il Direttore spiega questa misura con la necessità di disabituare i rappresentanti della casta “delta” ad amare la natura e la letteratura. Per il loro sviluppo estetico e mentale non si deve “spendere il tempo della Società”, perché i “delta” devono fare un lavoro sporco e duro. L’attività intellettuale e creativa è controindicata per loro. Per la conservazione dell’amore verso la natura, i “delta”si avvarranno di [mezzi di] trasporto per lasciare la città, e questi sono gli inutili costi economici di cui soffriva la “società precedente”. Il Direttore è sicuro che i bambini siano programmati per il “consumo inutile” e che l’asilo svolga un compito sociale molto importante.

Nel processo di educazione, alle persone viene instillato l’amore per la propria casta, ammirazione per una casta superiore e disprezzo per le caste inferiori. A ogni persona, indipendentemente dalla casta, viene inculcata l’abitudine ai piaceri e ai divertimenti, il culto del consumo. La persona che consuma converte volontariamente la sua libertà in piacere (all’autorità è anche necessaria la rinuncia volontaria alla libertà personale).

Il romanzo parla del consumo non tanto dei soliti cibi e beni, quanto piuttosto di droghe chiamate “soma”. Questa è un’invenzione geniale. “Soma” è considerata una droga innocua (non ostacola l’adempimento delle funzioni sociali e del lavoro) e allo stesso tempo è uno strumento efficace per alleviare la depressione. Un detto popolare: “Soma a grammi – e niente drammi!” Pertanto, gli abitanti de “Il mondo nuovo”[Brave New World] raramente si sentono tristi, quasi mai gioiscono per la vita. Il “soma” ha uno svantaggio: coloro che consumano questa droga muoiono presto. Tuttavia, qui c’è un grande vantaggio: non ci sono anziani nella società, i cittadini de “Il mondo nuovo”[Brave New World] vivono nella gioia e non sanno che cos’è la vecchiaia. L’assunzione di una grande dose di “soma”, prima della morte, rende persino piacevole l’abbandono della vita.

Per quanto riguarda un pilastro dell’ordine statale come “Comunità”, è possibile solo con l’abolizione della proprietà privata non solo verso i mezzi di produzione, ma anche verso i bambini. L’idea di “privatizzare” i bambini non viene nemmeno in mente a nessuno dei cittadini dello Stato Mondiale, poiché i bambini sono un prodotto che esce dalla catena di montaggio dell’incubatore. Né possono esserci diritti speciali per un uomo verso una donna e una donna verso un uomo. Non esiste l’istituto del matrimonio e della famiglia ne “Il mondo nuovo”[Brave New World]. La presenza di un partner sessuale stabile è considerata indecente. Viene promosso il principio: “Ognuno appartiene a tutti gli altri”. Una relazione sessuale caotica tra soggetti si chiama “uso reciproco”.

Le parole “famiglia” e “matrimonio” hanno una sfumatura di indecenza, e “padre” e “madre” sono considerati parolacce rozze (in particolare “madre” – dopo tutto, i bambini non sono nati nell’utero, ma sono cresciuti in beute). Le lezioni di educazione sessuale e i giochi di sesso sono obbligatori per tutti i bambini e gli adulti hanno una vita sessuale promiscua e guardano la pornografia nei film. Questo è considerato una garanzia di salute mentale. Per le donne non sterilizzate sono necessarie la contraccezione e le lezioni di malthusianesimo.

Coloro che hanno costruito “Il mondo nuovo”[Brave New World]sono giunti alla semplice conclusione che, i dittatori dei secoli passati non potevano arrivare a pensare: una società totalitaria basata sulla violenza è instabile. Ad un certo punto, il popolo diventa più forte dei sovrani e li rovescia. Totalmente in modo diverso appare il potere sulle creature simili all’uomo che si sentono “felici”, soddisfacendo i propri bisogni “fondamentali” di cibo, sesso e divertimento. Tale potere è affidabile, perché gestisce persone deboli che non hanno intenzione di rovesciare i sovrani. Perché distruggere il potere che garantisce i beni “di base”?

Nel 1958, A. Huxley ha scritto “Ritorno al mondo nuovo”. Questo è un saggio in cui l’autore afferma che il mondo si sta muovendo verso lo stato descritto nel suo romanzo distopico, molto più velocemente di quanto egli pensasse. Le droghe stanno già sopraffacendo il mondo. L’atmosfera di “amore libero” regna sovrana, molti vedono la famiglia e il matrimonio come un anacronismo. La televisione è diventata uno strumento per il lavaggio del cervello, più efficace della propaganda di Goebbels. I laboratori segreti si impegnano in esperimenti di ingegneria genetica.

  1. Huxley scrive che l’Occidente del dopoguerra conferma l’ipotesi espressa nel romanzo “Il mondo nuovo”[Brave New World], secondo cui per un controllo efficace su ogni persona, non si dovrebbe punire per un comportamento sgradevole, ma ricompensare per quello appropriato. “Di conseguenza, il terrore è un mezzo di controllo meno efficace della trasformazione non violenta del mondo che ci circonda, così come i pensieri e i sentimenti delle persone”, conclude A. Huxley. Questa è la metodologia del “soft power” che oggi viene applicata con successo alle persone.

Foto del titolo: skyteach.ru

Valentin Katasonov

07.06.2020

Fonte: https://www.fondsk.ru/

Link:https://www.fondsk.ru/news/2020/06/07/o-divnyj-novyj-chelovek-51072.html

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org daNICKAL88

Author: Come Don Chisciotte

I 10 migliori mercenari del cinema

Author: Gabriele Niola Wired

Qui c’è il fior fiore dei soldati a pagamento che nascondono poi un cuore d’oro (più o meno). L’ultimo in ordine di tempo è una lei, Charlize Theron in The Old Guard, su Netflix dal 10 luglio

Se l’eroe combatte per degli ideali, il mercenario combatte per soldi. Il che lo rende un antieroe, perché sta dalla parte dei buoni ma non lo fa per le ragioni dei buoni, almeno inizialmente. La storia dei mercenari al cinema è quella di figure che si redimono alla fine trasformando un’impresa economica in una sentimentale, raramente rimangono tali fino all’ultimo. Eppure, proprio in questa maniera i mercenari sono stati la porta d’ingresso per queste figure più ombrose e meno chiare dei soliti eroi, gli unici autorizzati a far finta di fregarsene di tutto.

Questa settimana The Old Guard, su Netflix, riprende i mercenari dell’omonimo fumetto per un film che vorrebbe lanciare un franchise con al centro Charlize Theron. Si tratta qui di una banda di immortali che da secoli sono soldati che combattono per denaro e che nel corso del tempo hanno influenzato la storia per il meglio e salvato chi ne aveva bisogno. Cinici e disillusi, ma alla fine anche dotati di un’elevata statura morale. Non proprio il ritratto del classico mercenario, l’antieroe che rifiuta i sentimenti eppure vive la propria violenza con un codice personale e una bassissima voglia di guadagnare.

I migliori 10 film ad aver raccontato i mercenari hanno oscillato tra la leggerezza e la pesantezza del ruolo, tra la fierezza del dirsi tali (puro post-moderno), la coolness del vivere senza padrone e il peso delle scelte.

10. Deadpool – Deadpool

Qui si gioca parecchio sulla figura del mercenario, ma del resto si gioca con tutto: con la serietà, con la cornice, con il genere e con la forma del film. Il protagonista ha il cuore spezzato ma l’ironia che copre la rottura, il volto deturpato ma la maschera che lo qualifica come personaggio da fumetto (anche se è conscio di esserlo). Il risultato di averlo portato al cinema mantenendo la componente metatestuale è un piccolo trionfo, nonostante alla fine, di mercenario, ha davvero poco.

9. Farda – I professionisti

Prima ancora di Quella sporca dozzinaLee Marvin ha un altro manipolo di maledetti che deve guidare in una missione. Stavolta sono mercenari e per denaro devono recuperare una donna rapita dai banditi (Claudia Cardinale). Le cose si fanno complicate e alla fine non sono più solo i soldi il motivo per cui rischiano la vita.

8. Jamie Shannon – I mastini della guerra

Il tentativo di Christopher Walken di accreditarsi su un territorio d’azione, che sarebbe stato in realtà preda di Chuck Norris di lì a poco, non ha funzionato. Veniva da un Oscar, veniva da diversi film di guerra, ma nei panni del mercenario che scatena un conflitto era quasi avanti con i tempi (rispetto a Arnold Schwarzenegger e soci), senza però avere fisico e credibilità. Il film rimane ottimo.

7. Barney Ross – I mercenari

Silver Stallone non prolunga l’idea di mercenari, ma usa quel tipo di figura per dare carattere alla sua banda. Potevano essere qualunque cosa, queste ex action star invecchiate: dar loro l’aria mercenaria, di chi ne ha passate tante, è sopravvissuto a tutto e ha ancora voglia di sporcarsi le mani (per soldi) è, però, così tremendamente onesto e specchio di quella che davvero è la ragione del film da dargli un tono quasi sincero.

6. Allen Faulkner – I 4 dell’oca selvaggia

Un intrigo internazionale risolto da mercenari. Un dittatore deposto va recuperato per gli interessi di un banchiere, che è disposto ad assoldare un gruppo di combattenti. Questi non sono proprio giovanissimi, ma sanno come muoversi. Vecchie glorie e action hero britannici ormai anziani si riuniscono. Stallone non ha inventato niente.

5. David Dravot e Peachy Carnehan – L’uomo che volle farsi re

Due decidono di recarsi in uno Stato in cui l’uomo bianco non è mai arrivato dai tempi di Alessandro Magno. Sono ex militari britannici e contano di mettersi al servizio dei popoli locali per imbastire una serie di guerre da vincere facilmente e farsi così incoronare re di quelle terre con facilità. Epico.

4. Riddick – Pitch Black

Una delle mosse più centrate della carriera di Vin Diesel è stato inventare questo mercenario dello spazio che vede benissimo al buio e si trova, non a caso, coinvolto in una storia horror in cui l’oscurità è mortale. Pitch Black è un gioiello di cinema di serie B moderno, tutto tecnica, pochi mezzi e idee, e Riddick è così memorabile da aver avuto due sequel.

3. Dutch – Predator

Nell’epica di John McTiernan su un uomo che regredisce fino allo stadio primitivo, per confrontarsi con il più terribile dei nemici immaginabili, c’è l’essenza della guerra. E il fatto che il protagonista sia attirato nella giungla in una missione farlocca, una truffa per recuperare dei documenti, è ancora più significativo.

2. Lo straniero senza nome – Per un pugno di dollari

È un vero mercenario che spara per denaro, ammucchia cadaveri per interesse e prova empatia per l’ingiustizia ovunque si trovi. Nel primo film serve due padroni diversi per riuscire nel proprio obiettivo, nel secondo incontra un altro uomo alla caccia di una taglia (uno con più motivazioni per farlo), nel terzo cerca semplicemente l’oro. Mutismo, cinismo, battute sagaci e pistola rapida, lo straniero senza nome ha creato un modello per tutte le generazioni a venire.

1. I samurai – I sette samurai

I mercenari originari. L’archetipo perfetto. Guerrieri senza padrone, pieni di etica e con un codice di ferro che accettano una missione praticamente suicida per un pugno di riso. Aiutano dei contadini contro un padrone arrogante, lo fanno con una determinazione incredibile e molti non sopravvivono, ma è la sublimazione della vita del mercenario. I magnifici 7, Il mucchio selvaggio e 13 assassini vengono tutti da qui.

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