Il vaccino contro la tubercolosi può davvero proteggere dal nuovo coronavirus?

Author: Mara Magistroni Wired

Al di là delle bufale sulle persone extracomunitarie immuni al nuovo coronavirus, l’ipotesi che il vaccino Bcg contro la tubercolosi abbia la capacità di “allenare” il sistema immunitario contro diverse infezioni esiste. E in Olanda dovrebbe presto partire uno studio per appurarlo

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(foto: Getty Images)

La bufala sugli extracomunitari che non si ammalano di Covid-19 è quasi storia vecchia, smentita con parole forti. Basta l’esempio delle corsie del San Raffaele a Milano per capire che il nuovo coronavirus non fa certo distinzioni. C’è però un’altra parte della bufala, quella che fa riferimento alla protezione conferita dal vaccino Bcg contro la tubercolosi (Tbc), che merita un approfondimento. Come riferisce Science, infatti, in Olanda c’è una sperimentazione pronta a partire per verificare se, come si sospetta da tempo, il vaccino Bcg alleni il sistema immunitario innato a combattere le infezioni in generale, batteriche o virali che siano. Lo studio coinvolgerà medici e infermieri, più a rischio di contrarre Covid-19.

Tubercolosi

La tubercolosi è una malattia infettiva provocata da un batterio (Mycobacterium tuberculosis, o bacillo di Koch) che penetra nelle vie respiratorie e si annida nei polmoni, dove cresce e si moltiplica. Si manifesta con sintomi quali tosse persistente per più di tre settimane, dolore toracico, febbre, sudorazioni notturne. Il batterio, però, può anche penetrare nel sangue e spostarsi nell’organismo dando luogo a altri sintomi. Se non viene curata adeguatamente può portare alla morte. La tubercolosi è presente in tutto il mondo: si mantiene nella popolazione grazie ai portatori sani (si stima che un quarto della popolazione mondiale abbia una infezione latente), persone che hanno contratto il batterio ma non manifestano i sintomi per lungo tempo, a volte mai.

Il vaccino Bcg

Circa un secolo fa i microbiologi francesi Albert Calmette e Camille Guérin trovarono un vaccino, noto come Bcg e che ancora oggi rimane l’unico disponibile: contiene un ceppo vivo e indebolito di un altro batterio, il Mycobacterium bovis, parente del patogeno responsabile della tubercolosi umana, che è in grado di stimolare la reazione del sistema immunitario e di sviluppare una risposta specifica (immunità acquisita). Questo vaccino, tuttavia, non è ottimale, e si stima che se somministrato nel primo anno di età prevenga circa il 60% dei casi di Tbc nei bambini, anche se le differenze tra paesi sono molto marcate.

Grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, l’Italia oggi è un paese a bassa incidenza di Tbc (nel 2017 si sono verificati meno di 4mila nuovi casi; qui l’ultimo rapporto congiunto di Ecdc e Oms Europa). Per questo il vaccino non è previsto nel piano vaccinale e viene somministrato solo a categorie a rischio, per esempio gli operatori sanitari. In altre aree del mondo, invece, soprattutto nel sud-est asiatico (India e Cina), rimane uno strumento molto impiegato per contenere la malattia tra la popolazione.

Un super vaccino?

Esiste la possibilità che il vaccino Bcg abbia proprietà particolari, e cioè sia in grado di stimolare non solo una risposta immunitaria specifica contro il batterio della Tbc ma anche di allenare l’immunità innata, la prima barriera di difesa del nostro organismo, a combattere diverse infezioni, sia batteriche che virali. Chi si occupa di queste ricerche la chiama trained immunity, letteralmente immunità allenata.

Sebbene all’inizio questa teoria fosse sostenuta da evidenze discutibili (studi non randomizzati, senza un gruppo di controllo, metodologicamente deboli e dunque secondo la stessa Oms non conclusivi), più di recente il gruppo di ricerca di Mihai Netea del Radboud University Medical Center di Nijmegen, in Olanda, ha dimostrato che la vaccinazione Bcg può proteggere anche dal virus della febbre gialla, o almeno da una sua forma indebolita.

E ancor prima che scoppiasse la pandemia di Covid-19 gli scienziati avevano in programma ulteriori sperimentazioni per verificare la loro ipotesi.

Il trial olandese

Perché, dunque, ora come ora, non andare a vedere se il vaccino Bcg conferisca maggiore resistenza contro Covid-19?
Lo studio olandese – riferisce Science Magazine – coinvolgerà mille operatori sanitari che riceveranno il vaccino Bcg oppure un placebo. I ricercatori non verificheranno direttamente la presenza del nuovo coronavirus nei soggetti coinvolti, ma utilizzeranno come parametro di valutazione le assenze non pianificate dal lavoro. Così, dicono, fotograferanno l’effetto della vaccinazione per le diverse forme virali del periodo, dall’influenza (e sindromi simil influenzali) a Covid-19.
Lo stesso protocollo di indagine verrà impiegato dall’università di Melbourne (Australia) mentre quella di Exeter (Uk) coinvolgerà la popolazione anziana.

Tra bufale e scienza

Se da una parte, dunque, i messaggi un po’ complottisti che vogliono gli immigrati/extracomunitari in Italia immuni al virus sembrano proprio essere dei fake (non ci sono dati sui ricoveri negli ospedali sulla provenienza dei pazienti, né tantomeno è possibile risalire alla nazionalità di chi, malato, si trova in quarantena o in isolamento a casa; inoltre, se anche fosse vero che l’incidenza di Covid-19 è inferiore tra le persone di origine extracomunitaria, potrebbe essere dovuto all’età media di questa fascia della popolazione, più giovane e quindi meno incline a sviluppare la forma grave della malattia), dall’altra l’ipotesi che certi presidi sanitari come il vaccino Bcg abbiano un potenziale immunoprotettivo extra esiste.

“Sulla minore incidenza di Covid-19 nella popolazione extracomunitaria residente in Italia si è cominciato a discutere”, ha commentato a Wired Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. “Una delle ipotesi emerse è proprio quella che si riferisce a una maggiore resistenza all’infezione conferita dal vaccino contro la tubercolosi”, presidio più utilizzato nei paesi al di fuori dell’Unione europea. Tuttavia la validità scientifica di una simile affermazione è da verificare. “I vaccini sono sviluppati per essere antigene-specifici e quindi è difficile pensare che ci sia una cross protezione data dal vaccino antitubercolare per il coronavirus”. Gli antigeni del batterio responsabile della Tbc e quelli del coronavirus sono infatti completamente diversi. “Se questo dovesse accadere, invece, significherebbe che si fa leva su un meccanismo diverso, non di risposta specifica ma di stimolazione antigenica. Il discorso, dunque, dovrebbe essere allargato e generalizzato. “È probabile che i soggetti stimolati antigenicamente o attraverso vaccinazioni o perché più esposti a processi infettivi – si vedano anche i bambini piccoli – abbiamo una immunità maggiormente stimolata che conferisce più protezione nei confronti dell’infezione da coronavirus. Con questa chiave interpretativa non sarebbe il vaccino antitubercolare in quanto tale a essere protettivo.

“Sull’apparente minore incidenza di Covid-19 nelle persone extracomunitarie bisogna comunque andare cauti”, conclude Andreoni, “Tanti fattori – per esempio l’età media più bassa o il fatto che queste persone siano più restie a essere ricoverate – potrebbero contribuire al fenomeno, qualora fosse reale. Servono dati più forti per trarre delle conclusioni”.

In pratica, non si ragiona sulle sensazioni.

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Coronavirus, gli statistici italiani propongono un nuovo modo per individuare i positivi

Author: Viola Rita Wired

Un diverso tipo di campionamento potrebbe servire per avere una stima più vicina possibile a quella reale dei positivi, scrivono gli statistici, e comprendere meglio le caratteristiche del nuovo coronavirus. Ma con il tampone non è efficace e per ora non è fattibile

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(foto: Dominique Sarraute via Getty Images)

Matematica e statistica sono spesso venute in aiuto degli scienziati per cercare di comprendere meglio l’epidemia dovuta al nuovo coronavirus e il suo andamento. Oggi, un gruppo di statistici propone un nuovo protocollo, ovvero un metodo, per campionare e dunque rilevare le persone positive al coronavirus Sars-Cov-2. E così ottenere stime più precise di quelle attuali, che includano anche gli asintomatici, i quali, inevitabilmente in parte sfuggono al rilievo, e possono essere contagiosi.

Gli autori della proposta (rintracciabile qui) sono gli statistici Giorgio Alleva e Alberto Zuliani, ex presidenti dell’Istat, insieme ai tre colleghi Giuseppe Arbia, Piero Falorsi e Guido Pellegrini. Il testo è stato inviato al ministro della Salute Roberto Speranza, a Walter Ricciardi, componente italiano del Comitato esecutivo dell’Oms, e a Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità. Ecco la proposta e il commento di un epidemiologo.

Da cosa nasce la proposta

Il documento dettaglia un nuovo possibile metodo di campionamento dei casi positivi al virus, indicando i diversi step necessari, sia temporali, sia spaziali, sia operativi. Finora, scrivono gli autori, si è svolto un campionamento “che ha privilegiato l’esame dei casi che manifestavano sintomi”. Ma questo “non consente di produrre una stima probabilistica non distorta e con un prefissato livello di accuratezza”. In pratica, come sottolineato da diversi esperti, fra cui epidemiologi e virologi, il numero dei contagiati è inevitabilmente sottostimato, dato che non è possibile identificare ogni singolo caso positivo (ci sono anche gli asintomatici), e il tasso di letalità, che è dato dal rapporto fra decessi e contagiati, è ovviamente più alto di quello reale.

Ma non solo: gli statistici rimarcano l’importanza di un’indagine diversa rispetto a quella attuale per fare luce su elementi di come si manifesta il virus singolo, ma anche nella famiglia e a livello collettivo, per comprendere meglio come evolve l’epidemia (un esempio già esistente di questo tipo potrebbe essere il fatto che il virus colpisce maggiormente gli uomini delle donne).

La proposta

Per questo, gli statistici suggeriscono di individuare e studiare due diversi campioni rappresentativi di persone. C’è il target A, che comprende i casi accertati di Sars-Cov-2 e i loro contatti. Per esempio, si selezionano 1.000 persone venute a contatto con positivi confermati (ricoverati o in isolamento a casa) attraverso un campionamento spaziale e temporale, e si somministra il tampone per il Sars-Cov-2. E poi c’è il target B, un altro campione di persone non per forza positive, dunque asintomatiche (che potrebbero rivelarsi positive o negative). Anche in questo caso potrebbero essere circa 1.000 persone per una data zona territoriale, ancora da chiarire, e gli statistici indicano come individuarle e di sottoporle al tampone una volta a settimana.

Coronavirus, come si fanno i tamponi ora

Ma oggi come vengono fatti i tamponi? “Attualmente stiamo conducendo non un campionamento statistico ma un’indagine epidemiologica”, ha spiegato Pier Luigi Lopalco, epidemiologo e docente di Igiene all’Università di Pisa “identificando tutti i casi con sintomi riconducibili potenzialmente a Covid-19 e casi venuti in contatto persone positive, isolandoli a casa se asintomatici oppure facendo subito il tampone qualora abbiano sintomi”. Questa è la priorità, al momento, spiega l’esperto, e serve a interrompere la catena dei contagi.

Fare un campionamento statistico con i tamponi, sì o no?

Ma l’idea di un campionamento statistico, anche non per forza ora, per capire quante persone hanno o hanno avuto il virus e poi stimare la letalità, è interessante e utile, come specifica Lopalco, qualora ci sia la possibilità materiale. “Attualmente non sarebbe possibile fare un campionamento come quello indicato dai colleghi statistici con il target B, ovvero identificare circa mille persone asintomatiche, che potrebbero anche sviluppare sintomi o una positività, e ripetere il test una volta a settimana”, ha commentato Lopalco. “Basti pensare che in tutta la regione Puglia abbiamo una capacità diagnostica di mille tamponi al giorno e fare un campionamento del genere significherebbe praticamente bloccare la diagnosi di un’intera regione per un giorno, ripetendo poi la cosa una volta a settimana”.

Se e come il campionamento statistico

Inoltre, prosegue Lopalco, il tampone non è il mezzo ideale per ottenere un campione rappresentativo e la stima desiderata. “Bisogna pensare che il tampone ci indica soltanto se la persona in quel momento ha il virus nella gola. Tuttavia, se risulta negativa, e dunque non ha il Sars-CoV-2 in quel momento, potrebbe comunque essere stata positiva ad esempio 10 o 15 giorni prima”, aggiunge Lopalco. “Per questo, qualora si decida di farlo, è più efficace studiare, tramite un’analisi del sangue, se la persona ha sviluppato l’immunità, gli anticorpi specifici di tipo IgG per il Sars-CoV-2 prodotti naturalmente dall’organismo dopo che il virus che ci ha colpiti viene eliminato”. La presenza di questi anticorpi, da valutare anche non per forza ora, dato che rimangono nel sangue per mesi dopo che l’infezione è conclusa,  ci potrebbe fornire una fotografia chiara anche del passato. E ci potrebbe indicare se abbiamo avuto in precedenza il virus e ora non lo abbiamo più, mentre il tampone dà solo informazioni sul presente. “In questo modo si potrebbe ottenere il denominatore comune rappresentativo”, conclude Lopalco, “ovvero un’idea di quanti sono i contagiati per poi poter calcolare (alla fine) anche la letalità, che è il rapporto fra decessi e contagiati totali”. Il tutto sempre se e quando sarà possibile farlo.

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Perché in Parlamento non si può lavorare da remoto? L’appello di 79 deputati

Author: Redazione Wired

Tutta Italia sperimenta lo smart working, mentre i parlamentari sono costretti a essere presenti in aula se vogliono votare. Per una politica più agile (e pronta a combattere il coronavirus) sarebbe meglio organizzare incontri, interventi e votazioni online. Ecco la proposta di Movimenta

Il parlamento italiano (Getty)
(foto: Getty Images)

Al Paese serve un Parlamento agile, che in questa fase di emergenza nazionale possa lavorare da remoto, come il Parlamento europeo, i Comuni italiani e tante altre istituzioni nazionali e in giro per l’Europa. I cinque deputati di Movimenta, promotori dell’iniziativa 5×5 – Alessandro Fusacchia (Misto), Paolo Lattanzio (M5s), Rossella Muroni (Leu), Erasmo Palazzotto (Leu) e Lia Quartapelle (Pd) – hanno lanciato un appello che riportiamo di seguito e che è stato già raccolto e sottoscritto da altri parlamentari. Ecco il testo dell’appello.

Il 26 marzo il Parlamento europeo ha tenuto la sua prima seduta plenaria da remoto: 687 parlamentari su 705 hanno partecipato collegandosi da tutta Europa. Un evento senza precedenti per rispondere a una crisi che ugualmente non ha precedenti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e dall’inizio del processo di integrazione europea.

Questa modalità a distanza è stata adottata per consentire al Parlamento europeo di non sospendere i propri lavori a causa della diffusione del coronavirus proprio nel momento in cui è importante che le istituzioni siano presenti e impegnate in prima linea, e per mettere al tempo stesso tutti i parlamentari europei nella condizione di partecipare in sicurezza.

Come deputate e deputati della Repubblica italiana, chiediamo con forza che anche la Camera adotti modalità simili e comunque si doti urgentemente di tutto ciò che serve per permetterci di lavorare a distanza. Anche noi abbiamo bisogno di un Parlamento agile per poter fare la nostra parte nel combattere con ogni forza il coronavirus.

Mentre Presidenza e Capigruppo valutano che modifiche anche regolamentari possano occorrere per i passaggi più formali – abbandonando ogni esitazione a riguardo e non lasciando correre inutilmente altri giorni – non c’è nulla che impedisca alle Commissioni parlamentari di riunirsi da subito da remoto, per condividere i bisogni, le preoccupazioni, le istanze che stanno emergendo nelle varie aree del Paese e presso i diversi segmenti di cui si compone la nostra società, e per valutare l’adeguatezza della risposta che le istituzioni pubbliche stanno dando; in generale per confrontarsi, discutere, proporre ulteriori elementi di intervento.

Ci teniamo a ricordare che solo una parte estremamente ridotta del nostro lavoro prevede un voto segreto. In Aula già votiamo, salvo pochissimi casi, in maniera palese; stessa cosa in Commissione, dove non esiste neppure un meccanismo informatizzato ma la presa di parola e le votazioni avvengono per semplice alzata di mano. Tutte modalità replicabili da remoto, dietro ad uno schermo, dove chiunque di noi potrebbe essere facilmente riconosciuto ed identificato, e dove con altrettanta facilità potrebbe essere accertata l’espressione libera della nostra volontà.

Continuare per settimane e settimane a lavorare solo in presenza fisica non è assolutamente sostenibile. Non lo è perché vorrebbe dire che molte colleghe e colleghi, in particolare coloro che si trovano nelle aree in questo momento più critiche del Paese, sarebbero di fatto esclusi da qualsiasi attività parlamentare. Non lo è perché forme di contingentamento, come quelle messe in atto nelle ultime sedute, devono restare assolutamente eccezionali e non possono diventare una nuova regola, dal momento che la nostra Costituzione non prevede la delega del mandato parlamentare e che non sono per nulla certi i tempi di un pieno ritorno alla normalità. 

Pensare a formule alternative ma sempre comunque solo in presenza, come votazioni per appello nominale, rappresenta comunque un palliativo, rischiando di ridurre la Camera dei deputati a un luogo di mera votazione formale. Non è un caso che l’agenda dei nostri lavori fino al 30 aprile preveda al momento solo pochissime sedute per convertire i decreti più urgenti del Governo, con evidente sacrificio sia del contributo che la Camera potrebbe apportare a questi stessi decreti, sia di ogni altro tipo di intervento parlamentare.

Non è infine pensabile che il Parlamento della Repubblica non dia l’esempio per quello che riguarda modalità di lavoro agile che nel frattempo il Paese sta chiedendo di adottare a tutti coloro che sono nelle condizioni di farlo; ne è pensabile che trascuriamo oggi l’investimento per il futuro che l’adozione di modalità da remoto rappresenterebbe per dotare il Paese di una istituzione moderna, capace di utilizzare la tecnologia e facendo di questo momento storico un periodo in cui non solo non si indebolisce la funzione di rappresentanza democratica, ma si costruisce una democrazia più forte e aumentata.

I firmatari dell’appello:

Alessandro Fusacchia
Paolo Lattanzio
Rossella Muroni
Lia Quartapelle
Erasmo Palazzotto
Roberta Alaimo
Alessandro Amitrano
Nadia Aprile
Vittoria Baldino
Elisabetta Maria Barbuto
Silvia Benedetti
Fabio Berardini
Deborah Bergamini
Marina Berlinghieri
Fabiola Bologna
Vincenza Bruno Bossio
Luca Carabetta
Alessandra Carbonaro
Elena Carnevali
Vittoria Casa
Roberto Cataldi
Stefano Ceccanti
Andrea Cecconi
Susanna Cenni
Rosalba Cimino
Jessica Costanzo
Sabrina De Carlo
Carlo Ugo De Girolamo
Rina De Lorenzo
Massimiliano De Toma
Paola Deiana
Alessandra Ermellino
Stefano Fassina
Lorenzo Fioramonti
Fucsia Fitzgerald Nissoli
Flora Frate
Guido Germano Pettarin
Veronica Giannone
Paolo Giuliodori
Chiara Gribaudo
Angela Ianaro
Antonella Incerti
Francesca La Marca
Antonio Lombardo
Vita Martinciglio
Alessandro Melicchio
Rosa Menga
Carmelo Massimo Misiti
Federico Mollicone
Romina Mura
Silvana Nappi
Dalila Nesci
Michele Nitti
Lisa Noja
Matteo Orfini
Ubaldo Pagano
Paolo Parentela
Salvatore Leonardo Penna
Stefania Pezzopane
Giuditta Pini
Fausto Raciti
Luca Rizzo Nervo
Marco Rizzone
Paolo Nicolò Romano
Roberto Rossini
Doriana Sarli
Angela Schirò
Enrica Segneri
Debora Serracchiani
Davide Serritella
Elisa Siragusa
Raffaele Trano
Giorgio Trizzino
Francesca Troiano
Gloria Vizzini
Leda Volpi
Antonio Zennaro

Sostengono l’appello anche i senatori Tommaso Nannicini e Roberto Rampi.

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Coronavirus, 5 motivi per non farsi spaventare dall’ultimo bollettino

Author: Gianluca Dotti Wired

Le cifre dell’aggiornamento del 27 marzo parlano impietose di 969 persone positive al coronavirus decedute nelle ultime 24 ore. Questo però non significa che la situazione sia peggiore rispetto ai giorni scorsi

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(foto: Massimo Bertolini/NurPhoto/Getty Images)

“Record di decessi” e “il numero più alto di morti da inizio epidemia” sono le considerazioni più semplici e immediate che il bollettino della Protezione civile del 27 marzo scatena in ognuno di noi. Se ci si ferma alle cifre ufficiali non c’è dubbio: i 969 decessi registrati rendono oggi il giorno più drammatico fin qui vissuto dal nostro Paese per la Covid-19, con il precedente triste record di 793 vittime superato del 22%, o equivalentemente un inatteso +46% rispetto a ieri.

Se però si entra nel merito dei numeri, e del significato effettivo che questi dati possono avere nel raccontare l’epidemia, forse non ha senso essere più spaventati o preoccupati di quanto fossimo fino ad alcune ore fa. Senza voler ridimensionare l’enorme dolore umano per ciò che il nostro Paese sta vivendo, abbiamo raccolto qui alcuni dei motivi per cui il dato di oggi, di fatto, non cambia granché quello che già sapevamo.

1. I dati non vengono comunicati con regolarità

Oltre alle ovvie fluttuazioni statistiche che i dati mostrano, anche il sistema di trasmissione dei numeri dalle regioni al coordinamento nazionale può contribuire a creare oscillazioni più ampie. Per esempio, come è stato chiarito durante la conferenza stampa, 50 dei decessi inseriti nel dato odierno sarebbero da attribuire alla giornata di ieri, poiché il dato del Piemonte era giunto con qualche minuto di ritardo rispetto alla presentazione del bollettino di giovedì.

Anziché avere 662 decessi per il 26 marzo e 969 per il 27 marzo, dunque, sarebbe più corretto assegnarne 712 a giovedì e 919 a venerdì. Non si tratta di un cambiamento decisivo, è vero, ma dà la misura di come le fluttuazioni tra un giorno e l’altro possano essere dovute a questioni che nulla hanno a che fare con l’evoluzione generale dell’epidemia. Per questo, così come non avrebbe senso mettersi a festeggiare se il dato del giorno segnasse una netta flessione, non ha senso nemmeno disperarsi se la brusca variazione è in senso negativo.

2. I decessi reali sono molti di più di quelli ufficiali

Come abbiamo avuto modo di raccontare anche qui su Wired nei giorni scorsi, le informazioni finora a disposizione fanno pensare che ci siano molte più persone decedute con la Covid-19 di quanto i bollettini della Protezione civile abbiano registrato. Le prime valutazioni basate sulla mortalità reale dei primi tre mesi dell’anno, infatti, lasciano intendere quanto sia probabile che i decessi effettivi siano anche 4 o più volte superiori rispetto al dato ufficiale.

In questo senso, dunque, una variazione dell’ordine del 20% o del 40% potrebbe essere dovuta (a quanto ne sappiamo) solo a una miglior capacità di intercettare la situazione reale, e non per forza a un peggioramento dello scenario epidemico. In breve, il dato è troppo poco affidabile per permettere di trarre conclusioni.

3. Il dato dei decessi è in ritardo rispetto al resto

Anche questo effetto può creare qualche qui pro quo statistico: dato che tra la comparsa dei primi sintomi e l’eventuale decesso trascorrono alcuni giorni (in media 8, di cui 4 in ospedale), l’allineamento cronologico tra i dati delle positività al tampone è quelli degli exitus è tutt’altro che garantito. Fare una valutazione esatta di questo scarto temporale è impossibile perché bisognerebbe conoscere nel dettaglio anche quanto tempo trascorre tra l’esecuzione di un tampone e l’esito delle analisi, ma in generale gli esperti ci dicono che il dato dei decessi fotografa una situazione spostata più indietro nel tempo rispetto ai casi positivi.

4. Altri dati dell’ultimo bollettino sono rassicuranti

In questo caso una premessa è d’obbligo: se già il dato dei decessi soffre di enormi fluttuazioni statistiche e di un problema di sottostima della realtà epidemica, a maggior ragione quello dei casi positivi ha una rilevanza statistica quasi nulla, perché si parla di un difetto di accuratezza che facilmente punta a un numero finale con uno zero in più.

Se proprio si vuole fare un’analisi dei dati del giorno, comunque, si nota che all’aumento dei decessi fa da contrappeso una lieve flessione di un centinaio di casi per i nuovi positivi. Ma come sempre, lo ribadiamo, non basta il confronto puntuale tra i numeri degli ultimi bollettini per giustificare entusiasmi sulla fine dell’epidemia, o viceversa l’abbandono allo sconforto.

5. Non c’è alcuna variazione di trend

Se si guarda al dato odierno in una visione d’insieme, allargando lo sguardo a ciò che è accaduto dall’inizio dell’epidemia, si nota che non c’è alcuna particolare deviazione rispetto all’andamento generale. Certo, questa può essere considerata una notizia non positiva perché indica che ancora non abbiamo raggiunto né un rallentamento completo della progressione né la tanto sperata inversione di tendenza. Ma tutti – istituzioni ed epidemiologi anzitutto – nei giorni scorsi hanno raccomandato prudenza: l’apparente rallentamento della letalità negli ultimi bollettini non era ancora abbastanza solido dal punto di vista statistico per trarre conclusioni generali o per parlare di raggiungimento del picco oppure di inversione del trend. Purtroppo dovremo attendere ancora.

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I restaurant bonds da comprare ora e usare alla fine dell’emergenza Covid-19

Author: Federica Maccotta Wired

Buoni per future cene stellate scontate, ticket per trattamenti 2×1 e soggiorni a venire: si moltiplicano le possibilità di acquistare adesso servizi da godere poi in tempi migliori. Per sostenere, fin da subito, le attività colpite

(Foto: Getty Images)

Qualcuno li ha definiti restaurant bonds. Sono buoni da comprare ora, mentre gran parte delle attività restano chiuse a causa dell’emergenza coronavirus, e da spendere quando tutto sarà tornato alla normalità. Un modo per sostenere, già da adesso, chi ha dovuto abbassare la serranda. E una promessa che le cose, prima o poi, riprenderanno a funzionare.

Sono soprattutto ristoranti e locali a proporre di “ipotecare”  subito una cena o un giro di bevute per il post-Covid19. Ma non solo: dai personal trainer ai centri massaggi, dagli agriturismi ai negozi di artigianato, risultano parecchie le attività che propongono già sconti, offerte 2×1 e gift card. A raccoglierle arrivano in soccorso portali ad hoc (molti no profit), mentre qualcuno si muove da solo.

Il termine restaurant bonds, per esempio, lo si deve ad Andrea Berton: lo chef dell’omonimo ristorante di Milano, una Stella Michelin, propone di comprare ora un buono da 150 euro da usare per una cena con calice di benvenuto e menu degustazione per due persone (praticamente, si mangia in due al prezzo di uno) fino al 20 dicembre 2020. Sempre a Milano il cocktail bar Càrico, nato a inizio anno, dà la possibilità di avere uno sconto del 30 per cento per bere e mangiare senza limiti per 30 giorni da quando riaprirà (il ticket, da 50 euro, si può comprare su Eventbrite).

(Foto: Getty Images)

Per chi non ha voglia di andarsi a cercare le singole iniziative, ci sono siti che funzionano come motori di ricerca. Riparto da casa, per esempio, dà tempo fino al 3 aprile (la data che, nel decreto dell’8 marzo, era stata indicata come termine dell’emergenza, ma che ora tutti si aspettano venga posticipata) per comprare buoni da usare entro sei mesi per una cena scontata, per soggiornare tre notti alle Cinque Terre e pagarne solo due, per aggiudicarsi 50 euro di trattamenti viso omaggio.

Simile il funzionamento di Promettoditornare: raccoglie le attività che mettono a disposizione buoni da utilizzare in gelateria, in enoteca o nei negozi di abbigliamento di parecchie città italiane, e di Torniamopresto: propone gift card (spesso collegate a una scontistica) che potranno essere riscattate una volta che l’attività riaprirà. E se il locale o il negozio dovessero fallire o non ripartire mai? L’ipotesi, terribile, è contemplata nelle faq dei due siti: prendete il vostro investimento come un modo per sostenere una realtà che si troverà in serie difficoltà.

A breve apriranno anche le prenotazioni dei Buoni Sos di Save One Seat, che permetteranno di comprare un ticket da spendere nei ristoranti italiani una volta terminata l’emergenza. Al momento, il sito, creato dall’associazione di promozione sociale Global Shapers di Roma, sta raccogliendo le adesioni dei locali.

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