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Caso Regeni, da cinque anni si sceglie di non sapere

Author: Luigi Mastrodonato Wired

Il 25 gennaio 2016 spariva lo studente italiano. Il nostro Paese ha atteso la verità da parte delle autorità egiziane, sapendo benissimo che non sarebbe mai arrivata

Sono passati cinque anni esatti da quando quella che sembrava un’innocua breaking news rilanciata dalle principali agenzie italiane dava il via alla più terribile delle storie, che ancora oggi tra mille incognite continua a segnare le nostre vite. Si erano perse le tracce di un ricercatore italiano di 28 anni, Giulio Regeni, che si trovava in Egitto per motivi di studio. Il corpo senza vita venne ritrovato nove giorni dopo quel 25 gennaio del 2016, abbandonato lungo una strada e pieno di segni di vessazioni e torture.

(Photo by Stefano Montesi – Corbis/Getty Images)

Se c’è una parola che meglio di tutte le altre può definire la vicenda Regeni, oggi come ieri, è ‘omertà’. Fin dal primo momento della sua scomparsa e poi del suo ritrovamento, è apparso chiaro come la ricerca della verità su quanto gli fosse successo e sul perché sarebbe stato un tortuoso percorso a ostacoli. Dalla sua insegnante all’università di Oxford, alle istituzioni egiziane, passando perfino dai servizi segreti italiani recatisi al Cairo quando il suo corpo ancora non era stato rinvenuto, di Giulio Regeni e della sua sorte si è sempre detto troppo poco e chi poteva sapere qualcosa ha sempre preferito i depistaggi piuttosto che l’aiuto alle indagini.

Se il caso Regeni è diventato di dominio nazionale e internazionale è grazie alla testardaggine dei genitori Paola e Claudio, ma anche della società civile e delle organizzazioni come Amnesty International. Fin dal primo giorno hanno fatto sentire la loro voce, hanno sensibilizzato, hanno informato, e questo ha permesso che i riflettori continuassero a restare puntati sulla vicenda, senza che il desiderio di insabbiamento di molti riuscisse a essere portato a compimento.

Sono passati cinque anni esatti dal giorno in cui scompariva Giulio Regeni e solo ora sembra che qualcosa stia iniziando a muoversi. Il 20 gennaio scorso la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro agenti dei servizi segreti egiziani, dopo aver ricostruito il modo brutale con cui per giorni il ricercatore friulano è stato brutalmente torturato. Sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravate le accuse, in quello che appare come un primo segno di cedimento del muro di omertà e un passo da gigante nella ricostruzione della verità. Il processo si terrà in Italia senza gli imputati, perché le autorità egiziane non solo continuano a non collaborare, ma a tentare di insabbiare la storia del personaggio scomodo eliminato per le sue ricerche, a favore della vecchia favoletta della rapina finita male.

Così facendo, l’Egitto ha disatteso le ripetute promesse che il suo governo aveva fatto ai nostri politici e ai genitori della vittima. Ma diciamolo, i nostri politici non si sono mai scomodati a mettere in dubbio quelle stesse promesse, prendendole per buone. Già il 4 febbraio 2016, quando il cadavere dello studente veniva rinvenuto, Al Sisi telefonava al premier Matteo Renzi promettendogli di “perseguire ogni sforzo per togliere ogni ambiguità”. Il 16 marzo, lo stesso si rivolgeva alla famiglia Regeni: “Vi prometto che faremo luce e arriveremo alla verità, che lavoreremo con le autorità italiane per dare giustizia e punire i criminali che hanno ucciso vostro figlio“. Il 17 luglio sempre del 2016, Nicola Latorre, Senatore Pd, volava al Cairo per reclamare la verità, ottenendo rassicurazioni. Le stesse parole che avrebbero ricevuto il vicepremier Salvini e altri politici a seguire.

È questo il più grande paradosso della storia di Regeni. Uno stato come l’Egitto che per cinque anni ha continuato a mistificare il reale, a deviare le indagini, a proteggere i suoi carnefici, è allo stesso tempo uno stato che ha visto crescere i rapporti economici con quell’Italia che pubblicamente gli lanciava accuse, ma che in privato firmava contratti commerciali. Il Cairo non solo continua a essere uno dei principali mercati di sbocco del made in Italy, ma lo è in particolare per quello che è un settore che suona una beffa alla luce della vicenda Regeni: l’industria bellica. In tutti questi anni, l’Italia ha continuato a mandare elicotteri militari, carri armati, armi e munizioni a un paese nella black list mondiale nell’ambito della violazione dei diritti umani e dove la prima delle vittime in questo senso è stato proprio un ragazzo italiano.

Di fronte a una tragedia come quella di Giulio Regeni verrebbe da pensare che l’Italia stia tenendo economicamente e diplomaticamente sotto scacco lo stato egiziano. Invece sta avvenendo l’esatto contrario: Roma è totalmente sottomessa al Cairo e i pochi gesti forti che sono stati fatti, come il ritiro dell’ambasciatore, hanno avuto durata limitata. Così il messaggio che passa è che i diritti umani, la democrazia, costituiscano un contorno magari desiderabile ma sicuramente non decisivo nella ragnatela dei rapporti internazionali mondiali. L’atteggiamento dell’Italia e più in generale dell’Europa ha trasmesso al regime di Al Sisi il messaggio che la repressione contro il suo popolo e contro chi calpesta il suolo egiziano potrà al massimo causare qualche condanna a parole nei consessi internazionali, ma per il resto tutto andrà avanti come prima.

Un messaggio che la dittatura egiziana sembra aver ben recepito: cinque anni dopo quella di Giulio Regeni c’è  un’altra storia simile che sta causando sdegno nella società civile e silenzio nella politica italiana ed europea. Riguarda un altro studente naturalizzato italiano, Patrick Zaki, da ormai un anno nelle carceri egiziane senza un apparente motivo. Una vicenda che va avanti con la stessa sceneggiatura di quella di Regeni: omertà, depistaggi, silenzi istituzionali e strette di mano commerciali.

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A che punto siamo con l’intelligenza artificiale generale?

Author: Andrea Daniele Signorelli Wired

Potrebbero mancare pochi anni o non essere nemmeno all’orizzonte: perché prima di tutto bisogna capire di che cosa parliamo, quando parliamo di Agi

“Arriverà tra noi in tempi molto rapidi e poi dovremo capire che cosa possiamo fare. Sempre che si possa fare qualcosa”. Il soggetto di questa frase è la superintelligenza artificiale, mentre le funeste previsioni sul suo impatto – come forse avrete immaginato – appartengono al solito Elon Musk, uno che non si è mai tirato indietro quando c’è da prefigurare l’imminente avvento di una Ai in stile Skynet capace di mettere a rischio l’umanità.

Questa volta, però, qualcuno ha deciso di mettere mano alla tastiera e rispondere alle esternazioni del fondatore di Tesla e SpaceX: “Elon Musk non sa di cosa parla quando parla di Ai”, ha scritto su Twitter Jerome Pesenti, uno dei massimi esperti mondiali di intelligenza artificiale oggi a capo del dipartimento Ai di Facebook. “Non esiste nulla di simile alla Agi [Artificial General Intelligence, Ndr] e non siamo neanche lontanamente vicini a raggiungere l’intelligenza umana” (Elon Musk ha replicato: “Facebook fa schifo”). 

Chi ha ragione? Siamo davvero a pochi anni di distanza da un’intelligenza artificiale di livello umano oppure non è nemmeno ancora in vista? A dare retta ai pesi massimi del deep learning (il sistema algoritmico oggi sinonimo di Ai) ha ragione Pesenti: Andrew Ng (co-fondatore di Google Brain), Yann LeCun (vincitore del Turing Award 2018 oggi a Facebook), Yoshua Bengio (anche lui Turing Award 2018) e altri pionieri del settore sono concordi che l’avvento di una Agi – un’intelligenza artificiale dalle caratteristiche simili, pari o superiori a quelle umane – sia oggi fantascienza.

I progressi della Ai

Eppure non si possono negare i costanti e impressionanti progressi che sono alla base di queste fantasie sci-fi. Oltre agli arcinoti esempi di AlphaGo (algoritmo capace di sconfiggere il campione mondiale di un gioco incredibilmente complesso come il Go) e di AlphaZero (che dopo sole nove ore di allenamento è diventato imbattibile a scacchi), possiamo guardare anche al recente Gpt-3: il più vasto algoritmo di deep learning mai creato (175 miliardi di parametri, l’equivalente digitale delle nostre sinapsi) e addestrato con 450 gigabytes di dati all’interno dei quali è contenuta anche l’intera Wikipedia in lingua inglese.

Progettato per scrivere testi di ogni tipo, Gpt-3 è stato in grado di redigere un lungo editoriale dal sapore filosofico per il Guardian in cui – citando Matrix, la Rivoluzione industriale e lanciandosi in sottili ragionamenti logici – ha smontato la tesi secondo cui dovremmo temere le intelligenze artificiali troppo intelligenti. Eppure, neanche in questo caso ci troviamo di fronte a una vera dimostrazione di intelligenza. Per farla molto breve (qui trovate una spiegazione più dettagliata), Gpt-3 non ha la più pallida idea di cosa sta scrivendo e si limita a calcolare statisticamente – in seguito a un lunghissimo addestramento con milioni di dati – quale frase abbia più probabilità di completare logicamente quella precedente. Più che vera intelligenza, siamo di fronte a un’immensa opera di taglia e cuci probabilistico. 

Tutto questo, comunque, non significa che nei più avanzati laboratori del mondo non si stia realmente cercando di progettare l’intelligenza artificiale generale. Tutt’altro: sono in particolare due i centri di ricerca che lavorano esplicitamente a questo obiettivo: la londinese DeepMind (che ha progettato AlphaZero) e la statunitense OpenAi (ideatrice di Gpt-3 e finanziata inizialmente proprio da Elon Musk), che punta a diventare la prima società a costruire una macchina in grado di ragionare come un essere umano.

Proprio OpenAi ha recentemente messo a segno un altro colpo. Un algoritmo ricavato da Gpt-3 ha dimostrato di poter disegnare correttamente delle immagini basandosi solo sulla loro descrizione testuale. Il sistema in questione è stato battezzato Dall-E (che immagino sia un gioco di parole tra Wall-E e Dalì) ed è addestrato sfruttando centinaia di migliaia di coppie testo-immagine pescate su internet. A furia di associarli, Dall-E ha imparato a ricavare autonomamente delle immagini dai soli testi. Per esempio, chiedendo all’algoritmo di creare l’immagine cartoon di un pinguino che indossa un cappello blu, dei guanti rossi, una maglietta verde e dei pantaloni gialli il risultato è quello che vedete qui sotto.

Ancor più impressionante è il fatto che Dall-E sia stato in grado di creare dal nulla immagini in cui difficilmente può essere incappato online, com’è il caso di queste sedie a forma di avocado. Per quanto alla base ci sia sempre e comunque un modello statistico, è difficile continuare ad affermare che un’intelligenza artificiale non ha la più pallida idea di che cosa sta facendo e non comprende il significato delle parole quando è in grado di tradurle con impressionante precisione in immagini. Siamo di fronte a un altro passo che ci porta nella direzione di una vera intelligenza artificiale?

Che cos’è la Agi?

Prima di tutto, bisognerebbe capire che cosa si intende per intelligenza artificiale generale. La definizione più letterale è anche quella che ha più probabilità di essere un domani realizzata: una Ai in grado di risolvere molteplici problemi senza bisogno – come avviene con gli algoritmi di oggi – di essere riprogrammata da capo. In grado quindi di giocare a scacchi, scrivere testi, riconoscere immagini e altro ancora passando senza difficoltà da un compito all’altro; un po’ come facciamo noi esseri umani, che non abbiamo bisogno di imparare nuovamente da zero ogni volta che ci apprestiamo a portare a termine un obiettivo differente. “Da questo punto di vista, la Agi non sarebbe più intelligente di AlphaGo o Gpt-3, dovrebbe soltanto avere un maggior numero di abilità”, si legge sulla Mit Tech Review. “Sarebbe una Ai di carattere generale, non una vera e propria intelligenza”. 

Più spesso (almeno nell’immaginario collettivo) parlare di Agi significa però fare riferimento all’intelligenza artificiale di livello umano e quindi – come spiegò un altro pioniere del calibro di Marvin Minsky già negli anni ’70 – “una macchina in grado di leggere Shakespeare, fare politica, raccontare una barzelletta, litigare”. Non solo, “a quel punto, la macchina potrà insegnare a se stessa a una velocità incredibile. Nel giro di pochi mesi avrà raggiunto un livello geniale e pochi mesi dopo i suoi poteri saranno incalcolabili”.

Lasciando perdere il fatto che Minsky immaginava che ciò sarebbe avvenuto entro la fine degli anni ’70 (in confronto, Musk è un realista), questa definizione è la stessa che ancora oggi si sente ripetere quando si parla di superintelligenza artificiale, di singolarità tecnologica, dell’ultima invenzione dell’essere umano e di tutte le altre aspettative più o meno messianiche nei confronti di questa innovazione. Se poi si aggiunge al mix anche la possibilità che le Ai sviluppino una coscienza (un concetto ancor più sfuggente di quello già complesso di intelligenza), ecco che si rischia definitivamente di deragliare dai binari scientifici e finire dritti tra le braccia della fantascienza.

Quando arriveremo alla Agi?

Per capire a che punto siamo sulla strada dell’intelligenza artificiale generale è allora meglio limitarsi al senso più letterale del termine, quello che indica la conquista di una Ai di carattere generale, in grado di passare da un compito all’altro senza difficoltà. L’importanza di uno strumento del genere (e quanto queste Ai potrebbero così trasformarsi in fondamentali assistenti) si può intuire pensando a come sarebbe diverso il mondo se dovessimo utilizzare un computer per scrivere, un altro per inviare email, un terzo per navigare sul web, un quarto per vedere i film e così via, invece di avere a disposizione un computer general-purpose in grado di passare da una mansione all’altra senza alcuna difficoltà.

Come si arriva fin qui? Le strade oggi in fase di sperimentazione sono parecchie. Tra queste vale la pena di citare il metodo noto come transfer learning, che punta a permettere alle Ai di conservare parte dell’addestramento utilizzato per un compito anche per l’apprendimento di uno nuovo (un po’ come noi utilizziamo parte dell’addestramento per imparare ad andare in bicicletta anche per imparare ad andare in motorino). Ancor più affascinante è la possibilità che le Ai non si limitino più a scovare correlazioni, come fanno oggi, ma imparino a comprendere il rapporto di causa effetto (ovvero non limitarsi a capire che c’è una relazione tra le nuvole e la pioggia, ma che una è la causa dell’altra), dotandosi così di quel “buon senso” che – sempre secondo Yoshua Bengio – è fondamentale per fare qualche passo in avanti (in questo campo siamo però ancora agli inizi).

Se e quando si arriverà a un’intelligenza artificiale di carattere generale, avremo a quel punto compiuto un altro piccolo passo verso l’intelligenza artificiale di tipo umano. Già solo messa in questi termini, si capisce quanto la strada sia ancora lunga e come le previsioni di Elon Musk – tanto per cambiare – siano destinate a non realizzarsi. Potrebbero volerci decenni affinché una Ai riesca a superare il test di Turing, potrebbe non avvenire mai. Peggio ancora: potrebbe essere una delusione. Secondo un filosofo come John Searle, le macchine potranno ragionare a livello umano solo quando saremo in grado di fornire loro una configurazione materiale di complessità equivalente a quella del nostro cervello. Un obiettivo che non solo è ancora lontanissimo, ma che smonta qualunque possibilità di creare una macchina superiore all’uomo. E a quel punto, addio sogni di singolarità tecnologica e superintelligenza.

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Soul e il dibattito sul doppiaggio in Europa

Author: Paolo Armelli Wired

È polemica sulla scelta di aver assegnato ad attori bianchi la voce di personaggi afroamericani nell’ultimo film d’animazione Pixar

soul

L’ultimo film Pixar Soul, uscito lo scorso 25 dicembre su Disney+, è stato particolarmente apprezzato per la profondità psicologica della trama e l’originalità dell’animazione. Eppure, a un mese dal debutto, stanno emergendo alcune polemiche riguardanti il doppiaggio realizzato per diversi paesi. Il protagonista è il musicista afromamericano Joe Gardner, non a caso doppiato in originale dall’attore Jamie Foxx; in generale tutta la storia è molto legata alla cultura black degli Stati Uniti, in particolare alla musica jazz, e molti sono i personaggi di colore che vi compaiono. Nonostante ciò, sembra che nella maggior parte dei doppiaggi portati avanti soprattutto in Europa di questo non si sia tenuto conto, con conseguente critiche di whitewashing.

Secondo quanto riportato dal New York Times, il dibattito è stato scatenato dal quotidiano danese Berlingske, il quale racconta di un gruppo di studiosi e attivisti che denunciano un fatto: nella versione uscita in Danimarca la voce di Joe è stata affidata a Nikolaj Lie Kaas, un attore bianco. Secondo gli accusatori si tratta di un caso di razzismo sistemico, mentre Lie Kaas si è dovuto giustificare con un comunicato: “Per me la questione è semplice: lasciate che chi sa fare il proprio lavoro ottenga la parte”. Per altri, invece, la situazione è molto complessa, soprattutto perché una scelta simile dà a intendere che non ci siano persone nere abbastanza qualificate per doppiare personaggi neri.

Una petizione per richiedere un nuovo doppiaggio più rispettoso dell’origine culturale dei personaggi è stata avviata anche in Portogallo, mentre polemiche simili sono nate in Germania, dove Joe è doppiato dall’attore bianco Charles Rettinghaus, voce storica dell’attore Jamie Foxx. E in Italia? La situazione è praticamente simile: Neri Marcorè è stato chiamato a fare Joe, così come altri personaggi afroamericani hanno voci di persone bianche; uniche eccezione sono il barbiere Dez, dietro cui c’è l’attore italo-somalo Jonis Bascir, e il piccolo Sognaluna Dibrezza, che parla per bocca di Paola Enogu, pallavolista italiana nata da genitori nigeriani. Nel frattempo infuria il confronto fra chi sostiene che i doppiatori, così come gli attori, possano interpretare qualsiasi parte e chi invece vorrebbe maggiore attenzione alla rappresentazione fedele di tutti i ruoli chiamati in causa.

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Coronavirus, nei primi mesi del 2020 circolavano in Lombardia 7 varianti

Author: Viola Rita Wired

Le hanno identificate i ricercatori della Statale di Milano. Le varianti erano in Lombardia da febbraio a aprile 2020. Ma non hanno nulla a che vedere con le varianti spesso citate (la cosiddetta variante inglese, sudafricana e brasiliana). Lo studio ricostruisce la geografia del virus

Lombardia
(foto: Michael Gaida via Pixabay)

Dopo la scoperta a Milano della possibile paziente 1 italiana, che aveva il nuovo coronavirus già in novembre 2019, oggi arrivano nuove informazioni sulla circolazione del Sars-Cov-2 in tutta la Lombardia, una delle regioni più colpite, anche considerando le dimensioni del territorio, soprattutto nella prima fase. Uno studio condotto dall’Università Statale di Milano, insieme all’ospedale Niguarda e al policlinico San Matteo, ha scoperto sette diverse varianti del coronavirus circolanti in Lombardia nella prima fase dell’epidemia, da febbraio a aprile 2020. Questo farebbe pensare che il patogeno fosse circolante all’interno della popolazione almeno un mese prima dei primi casi a Lodi. I risultati sono pubblicati su Nature Communications. Ecco cosa sappiamo delle sette varianti, che non hanno nulla a che vedere con quelle scoperte recentemente nel Regno Unito, in Sudafrica e in Brasile.

Lo studio della Statale

La Statale di Milano è fortemente impegnata nella ricerca sul coronavirus e sulle sue origini in Italia, dalla scoperta del caso di un bimbo di quattro anni con Covid a dicembre alla possibile paziente uno italiana. Non è un caso che secondo uno studio su Science la Statale risulti prima in Europa e quarta al mondo per numero di articoli pubblicati sul Covid-19.

In questa indagine genomica e geografica i ricercatori hanno studiato e sequenziato 346 genomi completi del coronavirus Sars-Cov-2 prelevati da pazienti con il Covid nella prima fase dell’epidemia, da febbraio ad aprile 2020. In questo periodo, la Lombardia ha avuto il primato per numero di contagiati a livello globale (circa 89mila entro il 2 giugno 2020), scrivono gli autori nel testo – almeno stando ai dati rilevati all’epoca dal nostro paese e dagli altri paesi (può essere che ci fossero dei casi non identificati in altre zone e in altri paesi).

I risultati: le 7 varianti in Lombardia

L’indagine ha messo in luce la presenza di sette diverse varianti di Sars-Cov-2 e tre di queste sono ampiamente ricorrenti nei campioni. Inoltre due varianti si sono probabilmente originate proprio qui in Italia, in Lombardia, mentre le altre sarebbero state introdotte da altri territori e zone in un periodo di tempo ridotto. Questi dati, scrivono gli autori nella pubblicazione, “suggeriscono che il virus stava circolando in maniera silente da qualche tempo prima del suo primo rilievo e della conferma del ruolo centrale della Lombardia nell’epidemia di Sars-Cov-2”. Secondo gli autori, infatti, è probabile che il coronavirus fosse presente già un mese prima della scoperta dei primi casi nel lodigiano, che hanno rappresentato l’inizio dell’epidemia in Italia.

I percorsi geografici del virus sono differenti

Ma c’è di più. Gli autori sono riusciti a collegare le varianti alla diffusione geografica dell’epidemia. E si sono accorti che c’erano almeno due sub-epidemie, legate a due varianti diverse: una che ha colpito soprattutto il Sud della Lombardia, con le province di Lodi e di Cremona maggiormente investite, e la seconda diffusasi principalmente nel Nord della Lombardia, con Bergamo e i suoi territori adiacenti (per esempio Alzano e Nembro) più intaccati.

A che serve lo studio

Il risultato fornisce un tassello per comprendere come evolve e cambia il virus e può essere d’aiuto anche per indagini future, considerando che la ricostruzione del percorso dell’epidemia nei vari paesi è molto importante anche per future strategie di prevenzione e contenimento – il 2021 è l’anno in cui la task force dell’Oms, appena arrivata in Cina, indagherà sulle origini del virus.

Riguardo alle varianti circolanti in Lombardia nella prima fase pandemica, non possiamo escludere che questa circolazione multipla e simultanea di catene di Sars-Cov-2 – scrivono gli autori nel testo – possa aver aumentato la potenziale trasmissibilità del virus e dunque creato un vera cascata virale in una regione così densamente popolata”. Insomma, potrebbe essere uno dei fattori di cui si parla da tempo (un altro elemento indicato all’inizio era lo smog) alla base della maggiore circolazione del virus in Lombardia, nel nord Italia e nella Pianura Padana rispetto al sud e ad altre regioni.

In generale questo e altri studi del genere sono importanti anche per rilevare precocemente eventuali mutazioni e nuove varianti con caratteristiche tali da rendere il coronavirus più mutevole e sfuggente al riconoscimento del nostro sistema immunitario, come probabilmente la variante scoperta in Brasile, che i ricercatori di vari istituti al mondo stanno studiando.

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Le Olimpiadi in Giappone rischiano di saltare definitivamente

Author: Kevin Carboni Wired

La pandemia mette a rischio la XXXII Olimpiade di Tokyo: secondo il Times il governo avrebbe già deciso ufficiosamente di sospenderla, ma il primo ministro giapponese ha smentito tutto. Le conseguenze per Tokyo sarebbero gravi

(foto: Carl Court/Getty Images)

Il futuro delle Olimpiadi di Tokyo resta incerto. Secondo quanto riportato ieri dal Times di Londra, il governo giapponese avrebbe già preso in via ufficiosa la decisione di sospendere i Giochi, per ricandidarsi nel 2032. Le dichiarazioni della fonte del Times sono state tuttavia smentite dal governo giapponese e dal presidente del Comitato olimpico internazionale. “Desideriamo smentire ogni congettura ricostruita nell’articolo” ha dichiarato il vicecapo di gabinetto Manabu Sakai.

“Nessuno vuole essere il primo a dirlo” ha detto, secondo il Times, una fonte anonima della maggioranza di governo “ma sono tutti d’accordo che sarà troppo difficile. Personalmente, credo che non si faranno”. Già a marzo dello scorso anno, fino all’ultimo, il comitato organizzatore di Tokyo e il Comitato internazionale avevano confermato che i Giochi non sarebbero stati rimandati. Solo a seguito del ritiro degli atleti e delle atlete di Australia, Canada e Regno Unito dalla competizione, annunciato il 23 marzo, i due comitati hanno rilasciato un comunicato congiunto in cui i Giochi venivano posticipati all’estate del 2021.

All’epoca di questa decisione, la comunità internazionale sperava ancora che il mondo sarebbe riuscito a superare la pandemia nel giro di un anno. Il passare del tempo ha dimostrato invece che le cose non sono andate come previsto. Anche il Giappone, che era stato colpito più lievemente rispetto ad altri paesi del cosiddetto primo mondo, ha registrato una recente impennata delle infezioni da coronavirus, costringendo il governo alla chiusura dei confini e a dichiarare lo stato di emergenza a Tokyo e in altre città. I dati parlano di oltre 2400 contagi giornalieri dall’inizio di gennaio e circa 4900 decessi in totale. Numeri non paragonabili a quelli europei e statunitensi, ma che potrebbero comunque mettere a rischio l’avvio della XXXII Olimpiade.

A inizio gennaio sir Keith Millis, vicepresidente del Comitato per le Olimpiadi di Londra del 2012, aveva espresso i sui dubbi sull’apertura dei giochi a luglio 2021. “Se fossi nei panni del comitato organizzativo di Tokyo, starei preparando la cancellazione e sono sicuro che lo stiano facendo”, aveva dichiarato ai microfoni dalla Bbc Radio 5. Invece, dopo quasi un mese e a seguito dello scoop del Times il primo ministro giapponese Yochihide Suga si è detto determinato a proseguire nell’organizzazione delle Olimpiadi di Tokyo. “Saranno un simbolo dell’umanità che supera Covid-19 e un’opportunità per mostrare al mondo la ricostruzione del Giappone dal devastante terremoto e dallo tsunami del 2011” ha affermato in un intervento al parlamento.

Anche il presidente del Comitato internazionale, Thomas Bach, ha assicurato che i giochi si apriranno nella data inaugurale scelta del prossimo 23 luglio. Di diverso avviso è invece il Ceo di High Five, un’importante azienda di marketing sportivo, Robert Maes, secondo cui il Comitato e gli organizzatori di Tokyo stanno agendo “alla Donald Trump e negando la realtà”, e sarebbe “una pazzia organizzare adesso le Olimpiadi”.

Il Comitato internazionale e il governo giapponese sono però determinati a mantenere la loro linea a causa delle perdite enormi che potrebbero subire in caso di cancellazione. Secondo The Guardian Tokyo perderebbe tra i 2 e i 3 miliardi di dollari se i Giochi fossero sospesi a tempo indeterminato.

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