I motivi a favore del referendum sull’euro

Autore: Byoblu.com

Giorgio Napolitano Referendum Euro

Questa mattina è apparso un articolo sul Corriere a firma di Paolo Becchi, intitolato “Referendum sull’euro, fantascienza costituzionale“, nel quale sostanzialmente Paolo fa le pulci all’iter parlamentare cui una legge di rango costituzionale deve sottostare prima di essere approvata. La tesi è che a dicembre 2015 non si può fare il referendum: tutt’al più, anche ammesso che il Parlamento viaggi a passo militare verso la sua approvazione (e consentitemi di nutrire qualche dubbio), a Natale dell’anno prossimo potremmo sapere se un referendum ce lo lasceranno fare o no.

Non c’è bisogno di avere una cattedra in filosofia del diritto per capire che Becchi non dice stupidaggini, altrimenti non l’avrei mai pescato dalle colonne di Libero dove scriveva di tanto in tanto prima che arrivasse la fata di Cenerentola a trasformare le zucche in carrozze e Libero nel Corriere. Del resto, con prosa meno formale, dicevo più o meno le stesse cose il 13 ottobre scorso. Tuttavia, atteso che sono tutti bravi a trovare i motivi per cui un referendum non va bene (difficile percorso istituzionale, tempi lunghi e incertezza sull’esito), devo ancora capire quale alternativa viene proposta.

Quelli che avversano il referendum dicono che non c’è tempo e che bisogna uscire subito. Bene, a meno di non voler imbracciare i fucili (no, Repubblica no, ti prego, non farci un titolo), mi risulta che non resti che percorrere una strada istituzionale. Per uscire subito dall’euro, dicono alcuni, il Movimento 5 Stelle dovrebbe allora trovare una convergenza con altre forze euroscettiche finalizzata ad uscire per decreto. Peccato che un decreto ha due trascurabili caratteristiche: deve essere approvato dal Consiglio dei Ministri e deve essere emanato dal Presidente della Repubblica. Ora, anche sforzandomi con la fantasia, un Matteo Renzi che mi firma un decreto per uscire dall’euro proprio non riesco ad immaginarmelo (se ci riuscite voi, fatevi vedere da uno bravo), ma la vera fantascienza costituzionale sarebbe ipotizzare che un europeista più convinto di Altiero Spinelli, un vero e proprio integralista, fondamentalista dell’euro e dell’Europa come Giorgio Napolitano (che pur di preservare la marcia verso gli Stati Uniti d’Europa ha consentito e agevolato un’aberrazione politica e democratica come la formazione di un governo di destra e di sinistra allo stesso tempo) possa mai emanare un decreto che abbia ad oggetto l’uscita dall’euro. Se ci riuscite, uno bravo non vi basta: ci vuole un esorcista.

Dunque uscire subito non si può. Allora quando? Beh, se questo Governo e questo Presidente della Repubblica non vanno bene, ci vuole un altro Governo e ci vuole un altro Presidente della Repubblica. Ci vogliono quindi libere elezioni. Le quali non è mica detto che arrivino presto: Renzi spergiura che vuole andare avanti fino al 2018, nel qual caso il referendum di Grillo sarebbe l’unica cosa ragionevole da fare perché, se già oggi pensate che “non ci sia tempo” (mi ricorda tanto il “Fate presto” del Sole 24 ore con il quale non ci hanno fatti votare), allora nel 2018 saremo già morti e sarà tutto inutile, mentre se gli italiani dovessero decidere di uscire dall’euro già ai primi del 2016, questo dovrebbe costringere qualunque Governo a firmare un decreto o perlomeno a rassegnare le dimissioni e anticipare le elezioni.

Nel caso in cui invece il Governo cada e si vada a votare entro la prossima estate, allora è più che evidente che la campagna elettorale diventerebbe tutta uno scontro tra quelli che “dobbiamo uscire dall’euro” e quelli che “siete pazzi”, e in quel caso non riesco ad immaginarmi come il Movimento 5 Stelle, dopo essersi speso così largamente contro l’euro, possa non inserire il ritorno a una valuta nazionale al primo punto del suo programma di governo. A quel punto (sempre ammesso che Napolitano sia già andato in pensione o tutt’al più, come dice Crozza, sia partito per un buco nero nella costellazione di Andromeda), si danno due scenari possibili: il Movimento 5 Stelle (o una forza eurexit) vince le elezioni, e allora il referendum diventa obsoleto (perché si esce e stop) ma è servito per creare consenso, oppure non le vince, e allora il referendum continua a servire perché torniamo alla situazione attuale, con il vantaggio che nel frattempo ci siamo portati avanti.

Dunque, ricapitolando, per un eurexit convinto il referendum è l’unica strada se non si va a votare, mentre non fa male o fa guadagnare tempo se invece si va a votare, a seconda che le prossime ipotetiche politiche si vincano o si perdano.

C’è poi un ultimo argomento che i detrattori del referendum usano per dire che non va fatto. Tale argomento prevede che le masse siano poco informate, che i media manipolino e dunque che vi sia il rischio di perdere la partita, e una volta che gli italiani si siano espressi per la permanenza dell’euro, …beh, allora tanti saluti!

A parte che abbiamo già due precedenti illustri a dimostare che, anche in presenza di un’informazione mainstream fortemente orientata, gli italiani sono perfettamente in grado di decidere con la propria testa. E mi riferisco al referendum sull’acqua pubblica e a quello sul nucleare, dove in entrambi i casi siamo stati capaci di dire no, nonostante tutti i media spingessero spudoratamente per il sì. A parte questo, dicevo, mi viene difficile comprendere come si possa compendiare il sostegno dei principi democratici, i quali prevedono che su questioni di tale portata e rilevanza i cittadini vengano chiamati a una consultazione popolare, con la convinzione che i cittadini non siano titolati né abbiano gli strumenti per prendere una decisione simile, e quindi che sia lecito che “pochi decidano per tutti”. Se si crede nella democrazia e si passano anni a fare campagne contro le élite antidemocratiche che compiono scelte senza legittimazione popolare, poi non ci si può comportare allo stesso modo e sostenere che una legittimazione popolare in questo caso è pericolosa perché gli italiani non capiscono niente e quindi non vanno consultati. Non vedo molte differenze tra questo genere di approccio e quello della Commissione Trilaterale che, già decine di anni fa, nel rapporto Crisis of Democracy sosteneva che le masse devono restare in apnea, ai margini del dibattito pubblico, altrimenti la democrazia non funziona. In entrambi i casi sento una fortissima puzza di elitarismo di stampo paternalistico-autoritario. E per ogni sincero sostenitore della libertà di informazione e della sovranità popolare (che si fonda sull’essere proprietari innanzitutto delle proprie idee, prima ancora che di un territorio) questa è una cosa che proprio non si può sentire.

Bolkestein: l’euro è fallito!

Autore: Byoblu.com

Frits Bolkestein L'Euro è fallito

L’Unione Monetaria è il risultato di un desiderio francese e di una concessione tedesca. Il desiderio francese era quello di guadagnare potere sul marco tedesco per mezzo di una Banca Centrale Europea aperta alla persuasione della politica; il desiderio tedesco era quello di ottenere un’unione politica europea. Da questo punto di vista, il Cancelliere Helmut Kohl mostrò di essere un romantico: è dalle immagini che i politici traggono inspirazione.

L’immagine ispiratrice di Kohl fu la morte in un Luftangriff, un bombardamento, del suo fratello maggiore, poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. “Che non accada mai più” deve aver pensato, “meglio una Germania europea che una Europa tedesca”, e l’unione politica dell’Europa lo avrebbe garantito (cfr: “La terza guerra mondiale della Merkel“). Per raggiungere questo obiettivo era disposto a sacrificare il simbolo del rinascimento economico della Germania: il marco tedesco. Questa era la sua concessione. Come sostenne Hubert Védrine, assistente del Presidente Mitterrand e poi Ministro degli Affari Esteri in Francia, “con la Moneta Unica Kohl ha fatto la più grande concessione che si possa chiedere a un Cancelliere tedesco”. Se all’epoca fosse stato fatto un referendum sulla creazione della Moneta Unica, la scelta di rinunciare al marco avrebbe potuto benissimo essere sconfitta nelle urne.

Nel Novembre 1992 Helmut Kohl disse al Parlamento Tedesco: “Die Politische Union ist das unerlässliche Gegenstück der Wirtschafts und Währungsunion”, ovvero “l’Unione Politica è la controparte fondamentale dell’Unione Monetaria”. Così, fummo avvertiti. L’Unione Politica doveva precedere l’Unione Monetaria, ma non lo fece, ed è stato esattamente il contrario. L’Unione Monetaria è stata concordata a Maastricht, e stiamo ancora qui ad aspettare l’Unione Politica. Poco tempo dopo la conferenza di Maastricht, Helmut Kohl scrisse che non era stato possibile soddisfare tutte le aspettative in quell’occasione, ma era stata creata una dinamica politica alla quale nessuno degli stati membri sarebbe stato in grado di resistere. Come tutti noi possiamo vedere, non ha funzionato in questo modo e l’Unione Monetaria ha portato alla scissione, non all’integrazione.

Al fine di ottenere l’accettazione dell’euro, la Germania ha insistito sul cosiddetto Patto di Stabilità e Crescita, che qualche tempo dopo venne concluso a Dublino, stabilendo i cinque criteri che tutti i paesi membri avrebbero dovuto raggiungere se avessero voluto aderire all’Euro. In primo luogo, tra questi criteri c’era il requisito che determinava che il deficit annuale di uno stato membro non deve superare il 3% (ndr: leggi qui come nacque questo limite). Tutti i firmatari del Patto di Stabilità e Crescita dichiararono “solennemente” che avrebbero “rigorosamente” osservato questo criterio, ma le cose non andarono così: nel 2003 la Germania e la Francia furono i primi a non rispettare le regole. Ora, se un patto che tutti i firmatari di una dichiarazione solenne hanno dichiarato di osservare rigorosamente viene disatteso dopo pochi anni, quale patto o dichiarazione europea successiva potrà avere credibilità? Questo, temo, vale anche per il recente accordo conclusosi a Bruxelles, dove si riafferma il Patto di Stabilità e Crescita e si rafforzano le sanzioni per i trasgressori. Staremo a vedere.

L’Unione Politica Europea immaginata da Helmut Kohl non è altro che un’unione federale, una cosa con cui i tedeschi hanno tanta esperienza perché è proprio dentro un’unione federale che vivono. L’Unione Europea però non diventerà mai una federazione come la Germania, gli Stati Uniti, il Canada o il Brasile. Importanti stati membri non lo vogliono. Primo fra tutti il Regno Unito, dove il progetto di un superstato europeo — lì la chiamano così la federazione europea — viene respinto con orrore. Ma anche la Polonia, dove i ministri hanno detto che i polacchi non sono passati attraverso 40 anni di dominazione sovietica per finire sotto la tutela di Bruxelles. Stessa cosa anche per i cechi e gli spagnoli, e ora anche gli olandesi, che un tempo hanno creduto che uno stato federale europeo avrebbe protetto i piccoli Paesi membri da quelli più grandi.

Certamente è vero che l’Unione Europea ha determinate caratteristiche federali: il Parlamento Europeo, la Commissione Europea, la Corte Europea di Giustizia e il Consiglio Europeo. Ma questo è il massimo a cui si è riusciti ad arrivare. Quindi, possiamo dire che nessun protagonista ha ottenuto quello che voleva. La Francia ritiene che il Trattato di Maastricht ha rappresentato una vittoria sulla Germania ma ancora non ha ottenuto una Banca Centrale Europea aperta all’influenza dalla politica, dal momento che questo per i tedeschi sarebbe una violazione del patto che farebbe abortire l’Unione Monetaria. La Germania non ha raggiunto la sua ambizione, perché non ci sarà mai una Federazione Europea.

Signore e signori, non si riflette mai abbastanza attentamente. I politici europei sono stati confusi dalla nozione romantica di un’unione sempre più stretta, come il preambolo del Trattato di Roma lasciava intendere, ma il romanticismo in politica è fatale: meglio essere realisti ricordando che “i migliori piani dei topi e degli uomini vanno spesso fuori strada”, come scrisse il poeta scozzese Robert Burns.

Una cosa che avrebbe dovuto essere considerata fin dall’inizio – ma così non è stato – era la differenza di cultura economica tra il Nord Europa e l’area Mediterranea guidata dalla Francia. Messa nel modo più sintetico possibile: il Nord ha voluto la solidità, il Mediterraneo la solidarietà. Tornando negli anni sessanta, Johannes Witteveen, all’epoca Ministro delle Finanze olandese e successivamente direttore del Fondo Monetario Internazionale, disse: “i paesi che formano un’unione monetaria si firmano reciprocamente un assegno in bianco”. Questo è stato dimenticato.

Secondo la visione francese la disciplina prevista dalla bilancia dei pagamenti dovrebbe sparire. Se le differenze economiche tra gli stati membri dovessero manifestarsi, gli squilibri risultanti dovrebbero essere finanziati congiuntamente o – in alternativa – regolati in modo tale che l’onere dell’aggiustamento venisse simmetricamente distribuito sui paesi in deficit e in surplus. In questo modo i paesi in surplus mostrerebbero solidarietà con quelli in deficit.

Un’altra differenza altrettanto perniciosa tra il Nord e gli stati membri del Mediterraneo era l’asimmetria nella competitività. Herman Van Rompuy, il Presidente del Consiglio Europeo, è noto per aver detto che l’euro è un sonnifero: ha permesso ai paesi mediterranei di prendere in prestito denaro a tassi d’interesse artificialmente bassi, trascurando la necessità di apportare miglioramenti strutturali alle loro economie, lasciandosi andare al sogno del “dolce far niente”. Tali erano gli effetti del “one size fits all”. Non conosco un singolo americano che abbia creduto alla durata dell’euro, e questi sono i motivi.

Al momento del dibattito sul chi avrebbe e chi non avrebbe dovuto avere la possibilità di entrare nell’Unione Monetaria, io ero il leader del mio partito. Ero contrario all’adesione dell’Italia perché era evidente che non avrebbe soddisfatto i criteri. Il nostro Ministro delle Finanze, Gerrit Zalm, era d’accordo con me. Di conseguenza, è stato chiamato “il duro” o “il perfido” quando a Roma ha insistito sull’osservanza dei criteri. Da parte mia, sono andato a Francoforte per incontrare il signor Tietmeyer, all’epoca Presidente della Bundesbank, per convincerlo a opporsi all’ingresso dell’Italia nella Zona Euro. Fu tutto inutile, e mi disse: “Lieber Herr Bolkestein, Sie sind Politiker, ich bin nur Beamte” (Caro signor Bolkestein, lei è un politico, io solo un impiegato). In altre parole: “Dovrei fare io il lavoro sporco?” Certo, poteva fare ben poco visto che il suo capo, Bundeskanzler Helmut Kohl, aveva già deciso che l’Italia poteva entrare nell’euro (cfr: “Nino Galloni: Il funzionario oscuro che fece paura a Kohl” e “L’Italia come la Grecia: truccò i conti per entrare nell’euro“).

L’adesione italiana alla Zona Euro ha avuto conseguenze disastrose, una di queste è che anche la Grecia è stata accettata come membro; non a discapito dell’aver mentito sulle statistiche – cosa che ha fatto – ma perché il Consiglio Europeo ha ritenuto che non poteva negare alla Grecia quello che era stato consentito all’Italia. I tedeschi chiamano questo comportamento “die Fluch der bösen Tat”, ovvero “fai una cosa sbagliata e questa continuerà a perseguitarti”.

E così, adesso ci troviamo di fronte alla crisi del credito. Secondo alcuni la crisi è stata causata dai banchieri, ma le cose non stanno così. Non nego che alcuni banchieri – forse anche molti – si siano comportati male, ma l’origine si trova negli Stati Uniti e la causa erano le scelte politiche sbagliate del Governo. Tre fattori meritano di essere menzionati:

  1. in primo luogo, il deficit del Governo finanziato in gran parte dai cinesi. Questo significa che alcune delle persone più povere della terra hanno pagato per mantenere alcuni dei consumatori più ricchi e garantiti finanziariamente;
  2. in secondo luogo, la politica della Federal Reserve, che ha mantenuto il tasso d’interesse artificialmente basso allo 1% quando avrebbe dovuto essere intorno al 4%. Questi due fattori hanno causato un eccesso di liquidità;
  3. in terzo luogo, la normativa che ha chiesto ai banchieri di concedere mutui per comprare casa anche a persone che non erano solvibili. È vero che alcuni banchieri hanno approfittato dei clienti creduloni, ma era il Governo a permetterglielo.

Noi europei ci siamo invischiati in un bel pasticcio. L’ordine del giorno è che i governi dovrebbero ridurre le spese e risparmiare denaro al fine di soddisfare i criteri del 3%, ma una delle lezioni degli anni ’30 è che ridurre la spesa in un momento di crisi ha l’effetto di prolungarla. Certo, la situazione attuale non è come quella degli anni ’30. Per prima cosa abbiamo sistemi di sicurezza sociale che servono ad attutire gli effetti della disoccupazione, ma questi sistemi di stabilizzazione significano anche un aumento della spesa pubblica, e in parte vanno a contrastare proprio quello che cercano di salvare.

Il Governo spagnolo ha supplicato di essere perdonato per non aver applicato la regola del 3%. La Francia è messa peggio. Il Governo greco può fare promesse, ma non può mantenerle a causa della sua debolezza. Quando ero membro della Commissione Europea (prima del Novembre 2004) abbiamo concesso alla Grecia 150 milioni di euro per istituire un Registro del catasto: ad oggi ancora non esiste. La sua economia gira solo attraverso gli accordi corporativi. È difficile pensare come la Grecia possa rimanere uno stato membro dell’Unione Monetaria. Penso che la cosa migliore per la Grecia sia uscirne, forse per ritornare più tardi, dopo aver sistemato tutto quello che c’è da sistemare. Non c’è dubbio che questa sarebbe una faccenda molto complicata da gestire, ma che significato ha mandare di tanto in tanto ad Atene delle missioni della Troika solo per scoprire che ancora una volta il Governo greco non ha fatto quello che aveva promesso?

Una cosa che di sicuro non dovremmo fare è creare i cosiddetti euro bond. Questo significherebbe che tutti gli stati membri metterebbero in comune i loro debiti facendoseli finanziare da queste obbligazioni: un piano disastroso. Per prima cosa farebbe pagare ai Paesi Bassi un tasso d’interesse molto più elevato del dovuto. Il mio ultimo calcolo ha mostrato che l’onere degli interessi salirebbe di 7 miliardi di euro all’anno. In secondo luogo, e, cosa più grave, gli euro bond si presenterebbero come un diaframma tra i paesi in deficit e il mercato, proprio come fece l’euro: ma in questi paesi il deficit dovrebbe rispondere di più al mercato, non di meno. L’ex Primo Ministro del Belgio Guy Verhoffstadt è un adepto di questo piano, ma – questo è il mio sospetto – lo è perché vuole abolire lo Stato-Nazione, il che è assurdo. In termini più generali, la mutualizzazione del debito scarica dalla responsabilità, che è esattamente l’opposto di quello che invece dovrebbe essere.

Ci sarà la rottura della Zona Euro? O piuttosto, che tipo di Euro avremo in futuro? Mostrerà “solidità” come la Germania e il mio paese vogliono? Oppure significherà “solidarietà”, che significa usare i soldi degli altri? I tedeschi non vogliono gli euro bond; non vogliono un’unione di trasferimento, che significherebbe un flusso permanente di denaro da Nord verso Sud nella stessa maniera delle sovvenzioni che passano dalla Germania Ovest a quella dell’Est. Resisteranno anche all’Unione Fiscale, che ci costringerebbe ad imitare l’economia francese fatta di tasse elevate ed elevata spesa pubblica. Ringrazio la Corte Costituzionale di Karlsruhe, che ha reso le ulteriori cessioni di sovranità a Bruxelles oggetto di approvazione parlamentare (cfr: “I tedeschi non sono mica scemi come noi“).

Permettetemi di ricordarvi la storia di questo paese. L’Italia è stata costituita nel 1870. La lira divenne la moneta nazionale. È stata progettata per il Nord, e quindi, troppo forte per il Sud. Il Nord ha compensato questo squilibrio attraverso la Cassa per il Mezzogiorno, e questa unione di trasferimento continua ancora oggi, ma ha fatto ben poco per migliorare la situazione economica del Mezzogiorno.

L’Unione Monetaria ha fallito. Impedisce le svalutazioni di cui i paesi in disavanzo hanno bisogno. Invece di essere una zona di stabilità monetaria, è una fonte di inquietudine. Finché il Nord e il Sud sono legati insieme, non potremo mai uscire dalla fossa che noi stessi ci siamo scavati.

Così la BCE di Draghi finanzia Twitter per fare pubblicità all’Euro

Autore: Byoblu.com

Mario Draghi Selfie 10 euro

Se aprite Twitter in questi giorni, potrebbe comparirvi questo annuncio a pagamento. Gli annunci a pagamento sono commissionati da uno sponsor che paga perchè il suo tweet campeggi ben visibile sulla vostra timeline. In questo caso, sotto all’immagine, si legge “Sponsorizzato da ECB“. L’ECB, meglio conosciuta nel nostro Paese con l’acronimo italiano BCE, è la Banca Centrale Europea. E cosa promuove, la Banca Centrale Europea, sui social network? L’euro. Sembra incredibile, ma la BCE paga soldi a twitter per chiedere a voi di farvi un selfie con 10 euro in mano. Se cliccate sul link dell’iniziativa, trovate una immagine formato famiglia della nuova banconota da 10 euro, con la firma ben visibile di Mario Draghi in alto a sinistra.

Mario Draghi Selfie 10 euro

Draghi vi regala un iPad per farvi un selfie con il suo autografo. Ma a parte questo effetto paradossale, sarà in questo che sono finiti i due milioni di euro che, secondo il Telegraph, l’Unione Europea ha speso per manipolare l’euroscetticismo sul web? E’ lecito che vengano spesi dei soldi per fare pubblicità a una sola parte di quella che è una guerra economica, prima ancora che politica?

Ci sono paesi, come l’Italia, dove il dibattito a favore o contro all’euro è forte, e dove la permanenza nell’unione monetaria potrebbe addirittura essere presto sottoposta a referendum popolare. Dobbiamo aspettarci che la BCE faccia un’operazione LTRO apposta per generare la liquidità necessaria a invadere tutti i cartelloni stradali, tutti i gingle radiofonici, tutti gli spazi pubblicitari televisivi, e magari anche per brandizzare la vostra carta igienica con la firma di Mario Draghi? Si deve stampare moneta per fare pubblicità a quella stessa moneta? E cosa succederà ai social network, quando a ridosso del referendum Draghi comprerà milioni di euro di spazi pubblicitari per promozionare l’euro? Daranno ancora spazio ai contenuti alternativi, gratuiti, che i poveracci sul web produrranno per promuovere un dibattito serio e critico nei confronti della moneta unica? O partirà la censura selvaggia e indiscriminata come spesso accade a ridosso delle elezioni?

Provate a farvi un selfie con mille lire in mano e pubblicatelo su Twitter, con il link a questo stesso post e con l’hashtag #mynew10. Facciamo sapere alla BCE cosa ne pensiamo del selfie di Draghi.

Draghi: la sovranità? L’avete già persa.

Autore: Byoblu.com

Mario Draghi Sovranità
Dunque siamo d’accordo, herr Draghi, lei lo sa come lo sapevamo noi. L’ha sempre saputo. Come lo sapevano Giorgio Napolitano, Mario Monti e chiunque abbia fatto in modo che non vi fossero libere elezioni in Italia, nel 2011, ma che vi fosse un Governo di banchieri per fare in modo che si accettassero senza colpo ferire le condizioni della resa. Quelle contenute nella famosa lettera della BCE in quell’agosto prima del Grande Spread. E per fare sì che noi non si potesse più cambiare idea, ci avete blindati in un contratto di svendita totale che avete chiamato MES, perché chiamarlo “sovranità in saldo” o “democrazia in liquidazione” pareva troppo anche a voi.

Lo sapevate, che la sovranità l’avevamo persa, perché il vostro progetto era proprio quello. Ridisegnare geografie e ridefinire popoli e culture perché si adeguassero alla vostra visione neoliberista di una società liquida, priva di ostacoli valoriali, priva di rigidi diritti e anacronistiche tutele, un mondo perfetto per smantellare le conquiste che la classe proletaria aveva trasferito a tutti, con il suo coraggio, con i suoi morti bruciati nelle fabbriche, con i suoi martiri ed i suoi eroi. Un nuovo mondo fatto di serbatoi di manodopera a basso costo e basato sul vostro modello ideale, quello che arriva da lontano, perché far costruire gli iPhone ai bambini cinesi, o i palloni ai bambini pakistani, o le scarpe da calcio ai bambini cambogiani non era sufficiente. Cosa dovranno fare quelli italiani, adesso che da settima potenza industriale ci avete trasformato nella periferia del mondo? Gli facciamo confezionare gli hamburger di Mac Donald o i vasetti di burro di arachidi per ricchi e grassocci americani? O gli facciamo pelare Kartoffel per la Merkel? Dove andranno, dopo che avrete finito di deindustrializzare e svendere tutto, dopo che grazie al vostro arbitrario limite del 3% avrete finito di togliere tutti i soldi al settore pubblico e alla ricerca, …dove andranno le eccellenze manageriali di questo Paese, o i nostri cervelli che giusto ieri hanno fatto atterrare il lander Philae sulla cometa Churyumov–Gerasimenko?

Draghi, lei è il custode di un progetto fallimentare: quello dell’euro. Doveva funzionare al contrario. E lei lo sa bene, come ha ricordato perfino Bolkestein, il commissario di Romano Prodi e della famosa direttiva, pochissimo tempo fa a Roma davanti alla vostra élite che applaudiva convinta. Dovevate fare prima l’unione politica e poi quella monetaria. Ma forse vi andava bene così. Perché nel primo caso sarebbero stati i popoli a decidere, mentre invertendo l’ordine dell’agenda avreste deciso voi, e i popoli avrebbero seguito, sfiniti e ridotti allo stremo da una crisi programmata, come sapeva bene lo stesso creatore della moneta unica europea, Robert Mundell.

Ora lei dice che dopo questo furto di sovranità, deciso da poche decine di persone e subito da milioni di altre, dovremmo recuperla con la “condivisione”. Ma l’unica condivisione che abbiamo vissuto fino ad oggi è stata la socializzazione delle perdite delle banche che lei rappresenta. Gli utili ve li siete tenuti, e i debiti li avete fatti pagare a noi. Sa bene che è così. E non parlo solo dei salvataggi alla MPS. Avete salvato le banche, again and again, con i vostri prestiti miliardari all’1%, che i suoi rappresentati hanno usato per acquistare nuovo debito pubblico italiano a tassi da capogiro e rivenderlo subito dopo sul mercato secondario prima di restituirle i soldi tenendosi gli interessi, senza che un solo centesimo fosse andato all’economia reale ma lasciando le tasche degli italiani più vuote e il nostro debito ancora più alto. Per poi sentirsi dire dai suoi amici di Bruxelles che la colpa di tutto era proprio del nostro debito insostenibile. E vogliamo parlare del giro dell’oca dei miliardi di prestiti alla Grecia, dei quali solo il 5% è rimasto al Governo di Atene, mentre tutto il resto se lo sono pappati i suoi colleghi? Del resto lo stesso spread è un imbroglio di proporzioni gigantesche: si pagano interessi spropositati perché – si dice – abbiamo un elevato rischio di insolvenza, ma questo rischio nei fatti è inesistente, visto che anche volendo non ci consentite di fallire. E dunque, se non possiamo fallire perché la Troika ce lo impedisce e impone alle famiglie italiane di pagare a costo di restare in mutande, perché allora il nostro debito dovrebbe essere più rischioso di quello tedesco? Mettiamoci d’accordo: o possiamo fallire, e allora si può giustificare un’interesse più elevato, o non possiamo, e allora vogliamo gli stessi rendimenti di cui beneficia Berlino.

Draghi, forse è per questo che ieri, all’uscita dall’università Roma Tre dove lei ha detto che non esiste un problema di “perdere la sovranità, perché quella i paesi con alto debito l’hanno già persa”, un gruppo di studenti l’ha contestata, lanciando vernice rossa mentre lei andava via passando dal garage e scortato dalla polizia. La prossima volta, anziché parlare davanti agli “amici e colleghi che la hanno accompagata nella vita”, parli a loro, parli con questi ragazzi che non hanno altro sistema per farsi sentire. Gli spieghi perché, grazie al vostro progetto fallimentare, oggi non hanno più un futuro. Gli dica che hanno perduto la sovranità a loro insaputa. E magari anche che lei invece sapeva, ma non gli ha detto niente.

La grande guerra fra stati e mercati

Autore: Byoblu.com

Mario Draghi La grande guerra tra stati e mercati
di Lidia Undiemi

In un sistema economico e finanziario fortemente globalizzato, si governa con i trattati internazionali. Quella che stiamo vivendo è una vera e propria guerra fra Stati e mercati, ovvero il capitale internazionale. Per comprenderne la portata, basta ragionare sul nuovo strumento messo in campo dalla BCE per far fronte alla crisi dell’Eurozona, ossia l’OMT.

L’OMT (Outright monetary transactions) è un piano di acquisto illimitato sul mercato secondario dei titoli pubblici degli stati in difficoltà, nato con lo scopo di ridurre le pressioni dei mercati che si manifestano attraverso l’aumento dello spread. Per questa ragione, tale strumento è stato anche definito “piano anti spread” oppure “piano salva euro”, proprio perché venne preannunciato nel 2012 da Mario Draghi, quando disse: “farò di tutto per salvare l’euro”.

Ma lungi dall’essere un aiuto disinteressato in favore dei paesi che versano in una situazione di emergenza, l’accesso all’OMT è subordinato alla sottoscrizione di un accordo con il MES  (un’organizzazione finanziaria di cui su questo blog si è parlato a lungo), cioè all’obbligo di sottoporsi a cosiddette condizioni rigorose, ovvero il rispetto dell’agenda politica imposta da tale organizzazione finanziaria (le famose “riforme” richieste a gran voce dalla BCE di Mario Draghi). Tradotto: se non vi fate commissariare non riceverete alcun aiuto qualora i mercati generino destabilizzazioni finanziarie (ndr: e sappiamo bene quanto sia facile, alla bisogna, destabilizzare i mercati).

Ecco un esempio di come i circuiti finanziari, mediante un accordo-trattato internazionale quale è il MES, riescano a governare un paese scavalcando qualsiasi barriera democratica.

Aspettiamoci presto un’altra lettera con le riforme dettate dai mercati.