Questa è… Sparta!

Autore: Byoblu.com

Pierluigi Bersani Nichi Vendola Partito Democratico Comunicazione Sparta

Una delle caratteristiche distintive del genere umano è quella di riuscire ad operare una razionalizzazione del comportamento sociale, grazie alla capacità di classificare le situazioni e identificare norme generali e condivise che tutti noi chiamiamo regole. E’ grazie alle regole che sopravviviamo. Immaginate di fare una partita a scacchi. Avete studiato a memoria centinaia e centinaia di incontri tra i più grandi campioni della storia, conoscete a menadito ogni possibile apertura e riuscite a prevedere decine di mosse più in là rispetto al vostro avversario. In poche parole: siete un genio. Vi sedete di fronte alla scacchiera, davanti al vostro avversario, il quale a un certo punto tuttavia prende un pedone e inizia a far fuori tutti i vostri pezzi, uno ad uno, senza fermarsi, come se si trattasse di una partita di dama. Poi, indispettito dal vostro sguardo sconcertato, tira una manata sulla scacchiera e fa volare tutto a terra. Se protestate, vi tira una mazzata in testa e vi stende. Ha vinto lui? Se non c’è qualcuno che interviene a sanzionarlo (per esempio le forze dell’ordine), sì: è triste dirlo, ma ha vinto lui. Tutte le vostre abilità, le vostre ragioni, valgono soltanto fino a quando tutti rispettano le stesse regole. Altrimenti non c’è partita.

Ci sono ambiti dove le regole tuttavia non sono scritte, oppure dove è più difficile identificare le violazioni. Ma non producono effetti meno gravi. Avviene costantemente nei gruppi di lavoro, tanto che la legge si è dovuta dotare di nuovi linguaggi e inediti strumenti di lettura. E’  il caso del mobbing: si può cioè rendere la vita di un collega talmente impossibile da costringerlo ad andarsene spontaneamente, quando per contratto lo stesso scopo non sarebbe perseguibile. Neppure tra amici ci si salva: c’è sempre chi nasconde dietro ai sorrisi o a una finta preoccupazione l’intento di danneggiare la reputazione di un terzo che vede come un ostacolo al raggiungimento dei suoi obiettivi. Si va dal pettegolezzo alla diffamazione vera e propria (senza contare la calunnia), e raramente a vincere è la vittima. Come si fa, infatti, a difendersi dagli abili costruttori di menzogne, se non si è altrettanto dediti alla raccolta di prove circostanziate e alla ricostruzione capillare dei fatti? Nel migliore dei casi, si rischia di perdere tempo prezioso che si sarebbe potuto meglio impiegare in attività più edificanti e utili.

E poi c’è il terreno delle opinioni, che rappresenta una vera e propria distesa di spazi liberi dove il giocatore scorretto può imperversare nella quasi certezza dell’impunità. Dietro al paravento delle legittime divergenze nelle interpretazioni date alle cose o ai fatti, si cela chi ragionevolmente esercita una critica di buon senso, ma anche chi malevolmente usa un diritto legittimo e sacrosanto per influenzare in maniera scorretta e moralmente abietta il comune sentire. Avviene continuamente. Uno degli ambiti dove questo fenomeno è più incisivo è certamente quello dei social network. La facilità con la quale ci si può costruire un’identità virtuale può aiutare le vittime di un sopruso a denunciarlo pubblicamente senza esporsi alle inevitabili conseguenze, ma può anche fornire il piede di porco a gente senza scrupoli per scassinare la reputazione di persone innocenti, che certamente hanno difetti – come tutti – ma non tali da giustificare la mole di insinuazioni, di attacchi feroci, di offese, di calunnie e di violenza verbale che gli si riversa addosso in maniera proporzionale alla forza e alla pericolosità (per gli aggressori) del messaggio di cui sono testimoni e per il quale vengono delegittimati.

E quando a comportarsi in questo modo non sono singoli individui, ma intere organizzazioni o gruppi di potere, tanto a corto di idee e ragioni da essere costretti a ricorrere alla strategia dell’intorbidimento delle acque pur di non soccombere all’evidenza, certo la cosa diventa doppiamente disgustosa e rivelatrice della decadenza di un’intera classe dirigente.

Qualche esempio è disponibile nel post “I creatori di Troll“, che inchioda la gestione social network del Pd e di Sel alle loro politiche decisamente poco chiare, per usare un eufemismo. Chiunque abbia un profilo pubblico di grande diffusione, conosce l’importanza di una sua gestione oculata e le conseguenze che derivano da un suo utilizzo sconsiderato. Ne sa qualcosa Francesco Nicodemo, il nuovo consulente di comunicazione di Renzi, che per i suoi tweet eccessivamente espliciti è stato duramente attaccato da Andrea Scanzi, il quale è arrivato a chiederne le dimissioni. Il Partito Democratico stesso, del resto, conta su una task force che dispiega sui social network e che loro chiamano “i 300 spartani”, composta da 10-15 persone che lavorano nella “War Room”, a stretto contatto, e da almeno 300 collaboratori in esterna.

Curioso dunque che cotanto dispiegamento di forze produca sconcertanti fenomeni al limite del paranormale, come profili twitter che spuntano a grappolo, con scarsissimi follower (talvolta nessuno), ferocemente dediti alla critica spietata e denigratoria di tutte le forze politiche, tranne una, ma che inspiegabilmente, nonostante un numero di iscritti che li condannerebbe alla completa irrilevanza, vengono seguiti nientepopodimeno che dai profili dei big della politica, che contano viceversa su un numero di follower enorme, come @pbersani (360mila follower al momento) e @NichiVendola (390mila follower).

Troll Pd Sel Bersani Vendola

E’ possibile, è ragionevole, è sostenibile che un profilo appena aperto, totalmente anonimo, che non esibisce neppure una foto qualunque, con un numero di followers ridicolo (solo quattro fino al momento della screenshot, esclusi i nostri due beniamini), possa essere seguito contemporaneamente dai profili ufficiali di Bersani e di Vendola? Perché lo fanno, se non per conferire un minimo di autorevolezza a marionette digitali usate come ripetitori di fango? A quanti di voi è capitato di aprire account anonimi sui social network, senza nessun iscritto e privi di qualunque spessore contenutistico, e di essere seguiti immediatamente da altri profili con centinaia di migliaia di iscritti? Ed altri esempi sono disponibili qui.

Questa è… Sparta!“, vi risponderebbero forse i 300 soldati del web di cui sopra.  No, “Questa è merda!“, vi rispondo io.  E sono sicuro che perdonerete uno stile a metà tra quello che si impara a Oxford e quello che viceversa viene insegnato a Cambridge.

Merril Lynch: il Movimento 5 Stelle andrà al Governo

Autore: Byoblu.com

Merril Lynch Governo Cinque Stelle
L’austerità porterà al potere (nelle probabili elezioni politiche del 2015), i movimenti che si oppongono allo status quo. L’Italia vista dalla banca d’affari Merril Lynch è un Paese dove lo stallo e l’immobilismo politico hanno condizionato la vita degli ultimi anni e dove solo le nuove formazioni riusciranno a salvarsi. E’ il Movimento 5 Stelle, secondo gli analisti, il vero favorito dal ritorno al voto.

Gli analisti infatti, in un report dedicato alla situazione economica italiana e al neosegretario del Partito democratico Matteo Renzi, scrivono che “l’eccessiva virtuosità nei termini di un continuo forte impegno a mantenere il deficit sotto il 3% del Pil, senza tenere in considerazione quale sia la performance del Pil, combinata con l’asticella sempre più alta posta dalla Bce per misure addizionali di stimolo all’economia, favorirà i partiti che più apertamente si oppongono allo status quo, cioè il Movimento 5 Stelle e, in misura minore, Forza Italia e la Lega Nord“.

Una volta che il Movimento 5 Stelle riuscisse a superare la soglia del 30% alle elezioni, potrebbe presentarsi come un candidato credibile. “Potrebbe così conquistare un’indiscussa maggioranza alle prossime elezioni politiche”, continuano Tenconi e Boone. “Un governo guidato dal M5S – proseguono gli analisti – implicherebbe un cambiamento significativo nel modo in cui la comunicazione e le politiche economiche vengono implementate in Italia. Gli investitori esteri sono abituati a vedere frequenti cambiamenti di governo in Italia, ma anche a cambiamenti economici lenti, ad un’esecuzione abbastanza accurata delle politiche di bilancio e a una forte propensione pro-Ue”. Il M5S, continuano i due analisti, “è invece fortemente a favore di cambiamenti politici rapidi e coraggiosi. La ragione per cui questo partito secondo noi ha avuto finora un’influenza positiva sullo scenario politico è che produce idee nuove per affrontare tutti i tipi di problemi economici e sociali: insomma, tengono vivo il dibattito sociale. Il loro alto tasso di consenso costringe i partiti ‘incumbent’ (i vecchi partiti, ndr) e a focalizzarsi di più sul cambiamento”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

L’uomo più ostile a Internet

Autore: Byoblu.com

Enrico Letta Internet Rete

Chiunque abbia fatto una guerra (e sia sopravvissuto), vi dirà che i conflitti sono i più grandi ascensori sociali. Chi era su finisce giù, e viceversa. Così è internet. Immaginate il mondo là fuori come una grande ragnatela di interessi e di equilibri: appena qualcosa si muove grossi aracnidi monopolisti, specializzati nel presidio di migliaia di filamenti, con i loro tentacoli chitinosi capaci di percepire impercettibili vibrazioni, avvolgono in un bozzolo vischioso ogni più piccolo tentativo di innovazione. Sono le lobby dell’informazione, dell’editoria, del commercio, immersi nei loro enormi gangli di potere che non sono disposti a cedere. Poco importa che così facendo paralizzino la società: l’importante è che i loro grossi ventri molli restino pingui e ben pasciuti. Poi arriva la rete, quella digitale. Informazioni, beni e servizi iniziano a transitare per vie impossibili da presidiare. Sono fatti di idee, sono comunicazione allo stato puro: nessuna barriera fisica li può fermare. Dove il mondo precedente era fatto di grandi pachidermi, di frontiere, di dazi, di proibizionismo, di censura e di poteri centrali, quello nuovo è agile come un esercito di acrobati, non ha confini se non quelli dell’immaginazione, è libero come le ali della fantasia, è impossibile da costringere in un pensiero unico ed è dominato da multiformi, cangianti concentrazioni di energie individuali, che si concentrano a realizzare un obiettivo e poi si disperdono facendo perdere ogni traccia di sé. Chiunque può costruire un ponte tra se stesso e gli altri, in una dimensione parallela rispetto a quella popolata da feroci sentinelle poste a guardia di privilegi indebiti, e farvi transitare idee originali e di successo che viaggiano alla velocità del pensiero, trasportando opportunità e trasformandole in economie reali. Internet è un ascensore sociale di incredibile potenza. Per questo va abbattuto.

Così è iniziata la lunga e triste storia degli attacchi alla rete. L’Italia è all’avanguardia: è la Cina dell’ovest, con l’aggravante che è molto più oscurantista e medioevale. Nonostante studi approfonditi della Banca Mondiale, di Google, dell’Oecd, del Boston Consulting Group e di Confindustria Digitale dimostrino inequivocabilmente che una buona infrastruttura digitale consentirebbe di risparmiare non meno di 40 miliardi l’anno (con soli 10 miliardi di investimenti iniziali, secondo calcoli di Alcatel-Lucent confermati da consorterie cinesi), che a una crescita della penetrazione della banda larga tra il 13% e il 18% corrisponderebbero incrementi di Pil compresi tra il 3,3% e il 4,3% (di cui il 75% a vantaggio dell’industria tradizionale), e nonostante il McKinsey Global Institute dimostri che internet crea più posti di lavoro di quanti ne distrugge, il nostro Paese è tra gli ultimi per la qualità delle sue infrastrutture digitali, per il numero di cittadini connessi alla rete così come per la velocità di download (93°, dopo le Fiji) e di upload (143°, dopo il classico Trinidad e Tobago). La politica, essendo espressione delle lobby dell’editoria televisiva e temendo la diffusione di contenuti multimediali concorrenti non meno della diffusione della conoscenza e dell’informazione libera, ha non solo disincentivato nel passato l’evoluzione digitale della nostra economia, ma la ha proprio decisamente ostacolata grazie al non adeguamento delle normative e alla continua minaccia, spesso ma non sempre disinnescata grazie alla mobilitazione di blog e associazioni, di atti legislativi ostili. (vedi: “A cosa serve internet“)

ACOSASERVEINTERNET_VideoIcon

Chi si illudeva che un governo di centro-sinistra, apparentemente “progressista”, avrebbe potuto invertire questa tendenza dando seguito alle direttive sull’adeguamento delle infrastrutture digitali emanate dall’Unione Europea (che fa testo solo quando impone austerity e tagli alla spesa pubblica), è oggi costretto a scendere dal proverbiale pero e constatare che contro la Rete poté di più il Partito Democratico che 20 anni di Forza Italia e Popolo delle Libertà messe insieme. Quello che il partito del rottamatore di Arcore è riuscito a fare in pochi mesi di legislatura contro le libertà digitali ha dell’incredibile. Vogliono gli Stati Uniti d’Europa, sono disposti a cedere qualunque tipo di sovranità pur di ottenerla, si stracciano le vesti quando un economista parla di una riappropriazione del sistema monetario o dell’imposizione di dazi verso i Brics, ma quando si tratta di internet sono più protezionisti di Ficthe e di List messi insieme. La Commissione Bilancio alla Camera ha approvato un emendamento di Edoardo Fanucci (Pd) alla Legge di Stabilità, sostenuto dal presidente della Commissione Francesco Boccia (Pd), che istituisce la cosiddetta Web Tax. Recita così: «i soggetti passivi che intendano acquistare servizi online, sia come commercio elettronico diretto che indiretto, anche attraverso centri media ed operatori terzi, sono obbligati ad acquistarli da soggetti titolari di una partita Iva italiana». Cosa significa? Che d’ora in poi non potremo più acquistare merce o software o servizi di qualunque tipo da siti che non abbiano aperto una partita Iva italiana. Quello che non esiste da nessun’altra parte in Europa, da noi sta per diventare realtà. Da Amazon a Google a qualunque altra impresa anche piccola, magari operante dall’altra parte del globo: saremo tagliati fuori da tutto, perché è evidente che il servizio che sarà disponibile agli altri cittadini europei, fornito magari da una piccola società del Michigan, a noi sarà precluso, essendo nei fatti impossibile dall’estero espletare tutte le pratiche previste dalla burocrazia italiana per sobbarcarsi l’onere di una posizione fiscale nel Paese più tartassato e oberato di scartoffie amministrative del mondo civilizzato. Ed è ipotizzabile che anche i giganti del web, che trovano nell’Italia un mercato del tutto marginale, possano abbandonarlo a se stesso per concentrarsi su territori meno oscurantisti e più redditizi. Vero è che oggi i colossi digitali fatturano nei paesi fiscalmente più convenienti, come l’Irlanda, ma nell’era dell’integrazione politica a tutti i costi, vuoi vedere che l’unica soluzione che non si può trovare a livello comunitario è quella di un riequilibrio delle politiche fiscali? Ci crede così poco, Letta, all’Unione Europa alla quale sacrifica ogni politica nazionale diversa da quella digitale?

Ma la scure della Santa Inquisizione democratica non si ferma. Nel Consiglio dei Ministri di venerdì scorso, il proverbiale “venerdì 13”, il governo delle ex larghe intese (“Tesoro, mi si sono ristrette le intese”) ha varato un decreto che sferza un altro micidiale colpo sui motori di ricerca e sulla stessa libertà di informazione. Sotto evidente dettatura delle morenti lobby dell’editoria cartacea, viene incredibilmente sancito che prima di “linkare, indicizzare, embeddare, aggregare” un contenuto giornalistico è necessario chiedere il permesso all’editore. Avete capito bene: la fine dei provider di ricerca che indicizzano le ultime notizie per poi rimandarvi eventualmente alla fonte (viene in mente Google News). Ora dovranno stringere accordi preventivi con gli editori, che si possono immaginare economicamente svantaggiosi. Ma se quel “linkare ed embeddare” evoca sinistri presagi che aleggiano sui blog, i quali si ritroveranno a domandarsi se possono ancora inserire collegamenti ipertestuali agli articoli dei giornali, o citarne stralci, senza dover essere costretti a firmare improbabili contratti con Rcs o con il Gruppo Editoriale l’Espresso, quell’”aggregare” evoca scenari esilaranti nei quali potrebbero diventare illegali in un colpo solo tutti i feed reader privi di autorizzazione e trasformare i vostri pc in tante pericolose rotative clandestine. Un ennesimo regalo all’editoria e un inesplicabile duro colpo allo sviluppo della cultura della circolazione delle informazioni, attuato per decreto e ancora una volta senza il coinvolgimento del dibattito parlamentare.

E senza alcun dibattito parlamentare si è consumato una vero e proprio sopruso, un atto autoritario, antidemocratico e probabilmente anche incostituzionale, perpetrato dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, che il 12 dicembre ha varato una delibera che non ha precedenti altrove nel mondo e che consegna la libertà di pensiero al suo antagonista storico, l’insieme dei gruppi di pressione che tutelano il copyright, eliminando con un colpo di spugna l’attribuzione del potere giudiziario ai magistrati e conferendolo agli avvocati delle lobby, i quali in presenza (a loro insindacabile giudizio) di “un’opera, o parti di essa, di carattere sonoro, audiovisivo, fotografico, videoludico, editoriale e letterario, inclusi i programmi applicativi e i sistemi operativi per elaboratore, tutelata dalla Legge sul diritto d’autore e diffusa su reti di comunicazione elettronica”, potranno segnalarla all’Agcom che nel giro di pochi giorni potrà ordinare agli internet provider di oscurarla o rimuoverla. Per chi si illudeva che anche il nostro Paese, un giorno, avrebbe visto la nascita di un principio sacrosanto come quello del Fair Use, in vigore altrove, che consente ai cittadini di diffondere stralci di opere protette dal diritto di autore al fine di realizzare un dibattito o di stimolare una discussione attinente, la delibera Agcom appena emanata rappresenta la fine di ogni speranza. Tutto, qualunque contenuto presente in rete, secondo le definizioni di cui sopra, potrà essere oggetto di rivendicazione da parte degli editori. Un video su internet che contiene alcuni spezzoni di un telegiornale o di un servizio giornalistico, una foto pubblicata su un blog, anche se modificata in senso umoristico, magari elaborata a comporre un fotomontaggio, uno stralcio di articolo tratto da un giornale, l’audio del saggio di pianoforte di vostra figlia nel quale l’editore dello spartito riconosce l’uso della diteggiatura da lui depositata, tutto potrà risultare in una segnalazione effettuata all’Agcom che potrà ordinare al vostro hosting provider, o magari a YouTube, di cancellare il vostro blog in tutto o in parte, così come il vostro video. E poiché il provider o il fornitore di servizi di condivisione che nel volgere di pochissimi giorni non dovesse ottemperare, si troverebbe a pagare una sanzione che può arrivare fino a 250mila euro, si può tranquillamente puntare sul rosso e scommettere sul fatto che le segnalazioni inoltrate dall’Agcom verranno immediatamente tradotte nella rimozione dei contenuti controversi, e magari nell’oscuramento di tutto il sito. Interi blog di informazione, pieni di citazioni, di clip multimediali e di composizioni fotografiche, potrebbero scomparire dal 1 di aprile, data di entrata in vigore della normativa. Scavalcando a volo d’uccello l’unico potere che secondo la Costituzione può limitare la libertà di espressione: la magistratura. E purtroppo non si tratterà di un pesce d’aprile. Ed è notizia dell’ultima ora che, in un documento confidenziale inviato al Governo italiano nientemeno che dal vicepresidente della Commissione Europea Maros Sefcovic, Commissario alle relazioni istituzionali, si chiede alle autorità italiane di chiarire in che modo intendono garantire la protezione dei diritti fondamentali dei cittadini nell’applicazione del regolamento Agcom. (vedi: “Il web ha un mese e mezzo di vita“)

Fulvio Sarzana Claudio Messora Byoblu Agcom Delibera Copyright Diritto d'Autore

Come se non bastasse, sempre nell’ottica di agevolare lo sviluppo delle nuove tecnologie e la diffusione della cultura digitale, il decreto del Consiglio dei Ministri di venerdì scorso ha escluso l’editoria elettronica (i produttori di ebook) dalle incentivazioni per l’editoria. E ha già annunciato che la settimana prossima varerà un nuovo decreto che imporrà balzelli sugli smartphone, sui tablet e sui pc, per un ammontare complessivo che nel 2014 assommerà a cento milioni di euro. Anziché spingere l’Italia e gli italiani verso la modernità, nel doveroso tentativo di mettersi perlomeno in scia con il progresso tecnologico che sostiene i popoli degli altri paesi del mondo nella loro domanda di competitività, il “progressista” Enrico Letta assesta con il suo Governo i colpi più devastanti che la storia degli attacchi alla Rete in Italia ricordi, caratterizzandosi come uno degli alfieri delle lobby più cinico e spietato, e come uno dei nemici della conoscenza distribuita, dell’innovazione e della mobilità sociale che le nuove tecnologie consentono, più ostile e oscurantista. Quanto costerà tutto questo alla nostra economia, in termini di ritardo nello sviluppo e dunque in termini di ulteriore perdita di produttività, purtroppo, lo scopriranno ancora una volta i nostri figli.

#giulemanidalweb

Lo stanno santificando

Autore: Byoblu.com

Matteo Renzi Santo Beppe Grillo

Il sistema, messo sotto pressione dall’ascesa dei Cinque Stelle, ha lavorato duramente alla sintesi di un vaccino e ora crede di aver trovato l’antidoto: un piccolo ometto della vecchia politica riverniciato a nuovo per sembrare tale e attirare, come lo scintillio della volgare bigiotteria attira i merli, quella parte di protesta che ha caratterizzato il voto delle scorse elezioni politiche. Grillo fa il tour in camper? Renzi fa il tour camper. Grillo vuole l’abolizione dei rimborsi elettorali? Renzi vuole l’abolizione dei rimborsi elettorali. Grillo vuole abolire le province? Renzi vuole abolire le province e anzi lo sfida a farlo (lui che è stato presidente di Provincia, mentre Grillo alla Provincia non ha mai candidato nessuno). E tali banalità da fotocopiatrice inceppata vengono riprese da blasonatissimi editorialisti come se fossero un distillato delle migliori pratiche di pensiero politico dal Macchiavelli in poi. La stampa celebra quotidianamente l’avvento del nuovo messia. A Washington hanno Obama, a Londra Cameron, a Berlino la Merkel e noi abbiamo Renzi, un prestanome amico della grande finanza che ha cominciato a frequentare Cologno Monzese sin dai tempi in cui partecipava alla Ruota della Fortuna (con Mike Bongiorno) e non ha mai smesso, arrivando perfino a farsi ricevere ad Arcore (per aiutarlo a pianificare la exit strategy in vista delle future condanne?) e ad accettare la collaborazione di uno dei manager di punta della Fininvest, quel Giorgio Gori che era direttore delle reti di Berlusconi ai tempi della discesa in campo di Forza Italia.

Come sia possibile che un signore che ha preso meno di due milioni di voti, nella migliore delle ipotesi solo tra i suoi stessi tesserati, abbia uno spazio abnorme sui media rispetto a quello esiguo dedicato a chi di voti ne ha presi 9 milioni, di cui almeno 8 in più rispetto ai suoi “tesserati” (gli attivisti certificati), resta uno di quei gaudiosi misteri della fede cui la patria del berlusconismo ci ha abituati fino quasi a farlo sembrare normale.

Tant’è che sul principale quotidiano nazionale, quello che dovrebbe essere super partes per vocazione, non passa giorno che editoriali cazzulliformi non occupino la prima pagina riscrivendo il teatro dell’assurdo. E’ proprio Aldo Cazzullo, ad esempio, un falsario seriale dell’informazione politica, a scrivere tre giorni fa un pezzo che sfida la salute mentale di chi prova a leggerlo. Si intitola “La generazione dei bravi ragazzi”, e uno pensa subito che si riferisca ai Cinque Stelle, dei quali tutto si può dire tranne che siano politici scafati avvezzi alle trame di palazzo. Anche perché dice:

In politica — titolano tg e giornali — è l’ora dei quarantenni. Ma, a ben vedere, è un ricambio più profondo quello che si annuncia, è un’altra generazione ancora quella che si affaccia alla vita pubblica.
La generazione che si potrebbe definire dei «bravi ragazzi». […] Avanzano i veri giovani, volti più freschi di quelli — da tempo entrati nella sfera mediatica — di Matteo Renzi o di Giorgia Meloni.  I volti che andiamo scoprendo in questi giorni non sono semplicemente di bell’aspetto; dietro ci sono persone normali, di modi garbati, di buoni studi, insomma ragazze e ragazzi come quelli che vediamo festeggiare le lauree nelle città universitarie, cercare tra grandi difficoltà un lavoro, tentare di costruirsi una famiglia e un futuro. Non figli d’arte né del Partito. Volti in cui i nonni possono riconoscere i propri nipoti, i padri i propri figli.

E invece no. Il pezzo che avrebbe dovuto scrivere dopo l’insediamento di 160 parlamentari che mai avevano calcato il suolo istituzionale prima d’ora, Cazzullo lo scrive dopo l’annuncio dei componenti della nuova segreteria di Renzi, che include novità multi-incarico del calibro di Debora Serracchiani, ad esempio. E poi si lancia nell’apoteosi del grillismo a sua insaputa:

I parlamentari sono visti come alieni che vivono un’altra vita e discutono di altre cose rispetto alla gente normale. In queste circostanze, investire di responsabilità giovani che hanno appena compiuto trent’anni, che hanno figli piccoli o in arrivo, significa finalmente distogliere lo sguardo dalle contrapposizioni ideologiche, e rivolgerlo a un avvenire che non sia l’eterno ritorno di cose già viste e già sentite. […] Abituati come siamo a classi dirigenti inamovibili, distanti, talora disoneste, avvezze a cooptare figli e famigli tagliando fuori tutti gli altri, sbaglieremmo a liquidare come inadeguati i compagni di strada di Renzi — compresi quelli che non appartenevano alla sua corrente — e coloro che emergeranno dallo scouting in corso a destra.

Tutto, dalla critica alle classi dirigenti distanti e inadeguate, alla condanna del nepotismo fino al superamento dei concetti di destra e sinistra (distogliere lo sguardo dalle contrapposizioni ideologiche) ci parla del Movimento Cinque Stelle ma Cazzullo, dopo averlo denigrato quando avrebbe dovuto esaltarlo, come un Robin Hood al contrario lo deruba per riscrivere la storia e attribuire i principi grillini alla pecora Renzi, il miglior tentativo di imitazione di Grillo che proprio la vecchia classe dirigente sia stata capace di partorire.

Non va meglio con l’editoriale di oggi, a firma di un altro che alle soglie del 2014 finalmente ha capito tutto e mette in guardia dalle “rivolte dei milioni di italiani che ogni giorno siedono in cucina e cercano di far quadrare i conti”, ma che nel 2011 dalle pagine dello stesso giornale avvertiva che internet è “uno strumento perfetto per diffondere pericolose falsità travestite da dubbi”, Beppe Severgnini.

In un pezzo che campeggia sempre in prima pagina, intitolato “La geografia del malessere”, Severgnini inanella una serie di paragoni inaccettabili e di insinuazioni sofisticate.

Sono passati dieci mesi dal trionfo elettorale del Movimento 5 Stelle, e qualcuno sembra aver dimenticato la lezione. […] È una fortuna che, negli ultimi vent’anni, siano stati megafoni e non manganelli: dal referendum di Segni alla Lega di Bossi, dalle promesse di Berlusconi ai vaffa di Grillo. Nessuno di questi, per motivi diversi, ha saputo diventare un partito. […] Matteo Renzi non ha solo il diritto di guidare il Partito democratico: ne ha il dovere. […] E potrebbe risultare meno innocuo dei Forconi, meno velleitario di Beppe Grillo. […] Chi pensa che i problemi d’Italia si risolvano con sputi, vaffa e forconi…

Inoculare la convinzione che il voto a Grillo sia stato una “lezione”, implica la derubricazione di quella che attualmente è una forza parlamentare costantemente sopra al 20% a un mero gesto distruttivo privo di qualunque dignità politica. E comporta anche una sorta di casta superiore al quale la lezione sarebbe indirizzata, che dovrebbe dunque farne bonariamente tesoro e consentire generosamente ad alcune magnanime concessioni. Il concetto di “tutti a casa” è ancora lontano anni luce dal Severgnini-pensiero. Accostare poi vent’anni di mala-politica, mettendo nello stesso calderone (e nella stessa frase) la Lega di Bossi, le promesse di Berlusconi e i “vaffa” di Grillo (appena arrivato) è un’operazione chirurgica degna di un Frankenstein inchiostratore di rotoli Tenderly che partorisce chimerici mostri del giornalismo miope e allineato, il quale si svela nel trattamento speciale riservato a Renzi, che dopo avere dimostrato di non sapere né volere fare il sindaco di Firenze, ora secondo Severgnigi avrebbe invece le carte in regola per risollevare le sorti del Paese. Il meschino e vile tentativo poi di associare il Movimento Cinque Stelle al movimento dei Forconi (cui dichiaratamente il M5S non partecipa in alcun modo) è un’esemplare dimostrazione di quanto a volte nelle liste di proscrizione ci si iscriva da soli: quelle della disonestà intellettuale che non dovrebbe trovare dimora nella patria di una professione nobile come quella del giornalismo.

Ma non basta. Recenti ricerche, pubblicate su tutti i media, dimostrano e confermano che oltre il 60% degli italiani non riesce a comprendere il significato di un testo scritto, anche se non è analfabeta. Un mondo approssimativo dove i titoli sono l’unica cosa in grado di colpire l’immaginario di 6 italiani su 10. E cosa campeggia sulla prima pagina del Corriere, oggi?

Corriere Matteo Renzi Beppe Grillo

Di tutte le motivazioni argomentate nel post di Grillo in risposta a Renzi, a fronte di righe e righe dedicate alle posizioni di Renzi, come sono liquidate quelle di Grillo? “Con te non dialoghiamo”, poi ristretto nel testo sottostante a un ancor più stringato “La risposta: niente dialogo”. Perché? Semplice: perché il leitmotif da ripetere come un mantra finché non diventi una verità assodata è che il Movimento 5 Stelle è il movimento del “NO”, dell’assenza di qualsiasi propositività, il movimento della protesta vuota e fine a se stessa che non serve a nulla se non a “dare una lezione”, finalmente raccolta da una novità come Renzi che, da esperto amministratore della cosa pubblica (basta guardare i conti di Firenze), saprà al contrario lavorare per offrire soluzioni, con il suo team di “giovani e bravi ragazzi”.

E dove vengono spiegate le posizioni di una forza politica da 9 milioni di voti? Forse a pagina 2? Forse a pagina 3? A pagina 4 o 5? No. Dentro al giornale, nelle pagine successive, ci sono solo lenzuolate di cazzullate pro Renzi. Quello che ha scritto Grillo? Non viene spiegato fino a quando non compare un timido articoletto di Emanuele Buzzi, confinato in alto a pagina 6, nel quale per di più trovano spazio anche le posizioni critiche dei contestatori, in una sorta di redivivo rispetto della par condicio. Ma che senso ha ricordarsi della par condicio solo alla fine, nel breve riquadro dove si confinano le ragioni di 9 milioni di elettori? Semmai, ci sarebbe da riequilibrare in senso inverso, considerato lo spazio abnorme e a senso unico che il Corriere riserva a Renzi. E invece, come nei regimi, per salvare la faccia si riporta una posizione lievemente difforme dalla verità ufficiale, posta al limitare dell’universo conosciuto, immediatamente minimizzata, neutralizzata dalle obiezioni di chiunque abbia da dire qualcosa (dalla casalinga di Voghera al cane del vicino di casa), come se neppure una piccola incrinatura nella tela della propaganda possa essere tollerata senza dover essere subito confutata, ricoperta da una mano di vernice. Il titolo, ancora una volta, è una lezione di manipolazione: “Il No dei Cinque Stelle: Parlamento abusivo, non può fare le regole”. Quel 60% di italiani che non sanno andare al di là dei titoli è servito: ciò che ricorderanno è ancora una volta un “no” : M5S non sa dire altro che “no”.

Ora vi domando, al di là delle posizioni legittime di ognuno (sempre che argomentate con onestà intellettuale e senza manipolazioni subliminali del tipo di quelle descritte), è normale che tra gli editorialisti di un quotidiano a vocazione equilibrata come il Corriere della Sera non si riesca a trovare mai, neppure per sbaglio, una minchia di editorialista che dopo aver mangiato pesante la sera prima la pensi come la pensano 9 milioni di cittadini di questo fottuto Paese, e che ogni tanto, per distrazione, venga pubblicato da De Bortoli in prima pagina? Da chi devono essere rappresentate le ragioni del 25% dei votanti alle elezioni politiche di un grande Paese democratico? La risposta è nel crollo verticale delle vendite e dei profitti dei quotidiani. E si capisce bene perché Letta cerchi di compensare le perdite degli editori, come ha fatto per decreto nell’ultimo Consiglio dei Ministri, tentando di addebitarle all’unico grande media ancora libero, in procinto di essere chiuso: la rete.

Libertà del web: faremo ricorso contro l’Agcom!

Autore: Byoblu.com

Guido Scorza Agcom

Dopo la delibera AgCom sul copyright che consente lo sbarco in rete delle lobby dell’editoria, le quali avranno la possibilità di rimuovere in pochissimi giorni i contenuti web a loro sgraditi senza passare per la magistratura, Guido Scorza (avvocato esperto di Internet, diritto e politica dell’innovazione) annuncia che ci avvarremo di ogni mezzo, a cominciare dai ricorsi amministrativi fino ad arrivare alla Corte Europea, per fermare un cavallo di troia verso le libertà della rete che non ha equivalenti in nessun altro Paese del mondo.

PER SAPERNE DI PIU’:

  1. Il web ha un mese e mezzo di vita (Byoblu intervista Fulvio Sarzana)
    Il post: http://www.byoblu.com/…il-web-ha-mese-mezzo-vita.aspx
    Il video: http://www.youtube.com/watch?v=MJIaKnOwYLI
  2. Domani è la fine di tutto: le lobby sbarcano in rete
    Il post: http://www.byoblu.com/…le-lobby-sbarcano-rete.aspx
  3. Libertà del Web: faremo ricorso contro l’Agcom – Guido Scorza su Byoblu ”
    Il video: http://www.youtube.com/watch?v=xmaijkNbqWM
  4. La lunga, triste storia storia degli attacchi alla rete
    Il post: http://www.byoblu.com/…attacchi-alla-rete.aspx
    Il video: http://www.youtube.com/watch?v=GK2vLQl6saI
  5. A cosa serve internet
    Il post: http://www.byoblu.com/…serve-internet.aspx
    I
    l video: http://www.youtube.com/watch?v=5Ves9rXW0Gg

Avvertenze da leggere prima di intervenire sul blog di ByoBlu.

Non sono consentiti:
* messaggi non inerenti al post
* messaggi privi di indirizzo email
* messaggi anonimi (cioè senza nome e cognome)
* messaggi pubblicitari
* messaggi con linguaggio offensivo
* messaggi che contengono turpiloquio
* messaggi con contenuto razzista o sessista
* messaggi il cui contenuto costituisce una violazione delle leggi italiane
  (istigazione a delinquere o alla violenza, diffamazione, ecc.)
* messaggi il cui contenuto rappresenta un’aggressione alla persona e non alle sue idee
* messaggi eccessivamente lunghi
* messaggi formattati in modo da diminuire la fruibilità delle discussioni

Non è possibile copiare e incollare commenti di altri nel proprio. Comunque il proprietario del blog potrà in qualsiasi momento, a suo insindacabile giudizio, cancellare i messaggi. In ogni caso il proprietario del blog non potrà essere ritenuto responsabile per eventuali messaggi lesivi di diritti di terzi.