E ADESSO VI SOSPENDIAMO NOI!

Autore: Byoblu.com

sospensione M5S Boldrini
Dodici ragazzi sono stati sospesi dalla Boldrini per avere fatto sventolare dal tetto della Camera uno striscione con “La Costituzione è di tutti“. Un intollerabile affronto. Nel frattempo, ci sono senatori condannati e interdetti dai pubblici uffici a cui qualcuno vuole concedere la grazia. Altri senatori che dichiarano di campeggiare nelle aule del Senato (che non frequentano mai) solo per sfuggire alla magistratura. Ci sono avvocati eletti che hanno scritto leggi palesemente incostituzionali come il Lodo Alfano, facendo perdere al Paese un anno e mezzo di tempo e facendo guadagnare un anno e mezzo di tempo al loro padrone. Ci sono stati banchieri al Governo che hanno svenduto il Paese, professori che ci hanno svenduto alla Merkel, altri che ci hanno traghettati nell’euro per poi dire, anni dopo, che sapevano che non avrebbe funzionato. Ci sono traditori scagionati solo per mancanza di prove. Ci sono onorevoli che in Parlamento non vengono mai. Ce ne sono altri che votano al posto loro e non gli fanno perdere il gettone di presenza.

Allora io vi chiedo: se dodici ragazzi che sventolano uno striscione a favore della Costituzione meritano di essere sospesi per 5 giorni a testa dai lavori dell’aula, cosa dovrebbero meritare questi altri signori? Dite chi sospendereste voi, se foste nella posizione di farlo, e per quanto tempo. Pubblicherò i risultati su questo blog.

Comincio io: sospenderei Giorgio Napolitano per 50 anni, per avere esercitato un potere abnorme a discapito del normale corso della democrazia, nominando un senatore a vita in meno di 48 ore e affidandogli l’incarico di governare un Paese che non lo aveva eletto, e per avere costruito un Governo, cosiddetto delle larghe intese, escludendo una forza politica votata da 9 milioni di elettori, accettando di essere rieletto senza nessun precedente in tal senso in 65 anni di storia della nostra Costituzione.

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Il clientelismo tossico della pubblica amministrazione

Autore: Byoblu.com

Clientelismo Concorsi Pubblici Pubblica Amministrazione

Che i concorsi pubblici siano a volte truccati non è una novità per nessuno. Scoprire il trucco qualche volta è però difficile. Oggi ci concentriamo su un singolo caso piuttosto istruttivo: il concorso bandito dal Ministero degli esteri per l’assegnazione di 35 posti a segretario di legazione in prova, tenutosi dal 1 al 5 luglio 2013 presso il comando dei carabinieri in via Tor di Quinto a Roma, è stato falsato sin dal giorno delle prove preselettive, tenutesi l’11 giugno c.a. presso l’hotel Ergife, sempre a Roma.

Secondo quanto previsto dal bando di concorso, la nuova modalità di svolgimento della prova preselettiva consisteva in un quiz di 60 domande a risposta multipla in 60 minuti, concernenti le tre materie degli scritti affiancate da domande in lingua inglese e di logica. Per avere accesso alle prove scritte, erano necessari i due terzi delle risposte corrette, pari a 40 risposte. Purtroppo, sin dalla pubblicazione dei risultati delle prove preselettive, si sono verificati alcuni episodi che hanno gettato fondati dubbi sulla validità e sulla trasparenza di tale concorso.

Innanzitutto, molte delle domande a risposta multipla contenute nei test preselettivi non erano esposte in modo preciso. Alcune contenevano errori palesi, altre, invece, erano formulate in modo ambiguo mentre altre ancora esulavano dal programma di studio. Per ovviare a questa imbarazzante situazione il Ministero ha abbuonato arbitrariamente sei domande su sessanta a tutti i concorrenti. Tuttavia, non è affatto chiaro quale sia stato il criterio seguito per abbuonare proprio quelle sei domande e non altre, altrettanto oscure. In ogni caso, tale potere di “abbuono” non è contenuto nel regolamento del bando ed è quindi da considerarsi illegittimo, in quanto il regolamento del bando non può essere modificato né tantomeno disatteso dopo che è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Il ministero ha agito, in questa circostanza, contro le stesse regole da esso emanate.

Come se ciò non bastasse, il Ministero ha violato un’altra prescrizione del bando. Ovvero, anziché applicare la soglia dei due terzi indicata nel bando alle 54 domande ritenute valide, è stato mantenuto il punteggio minimo di 40 risposte esatte non applicando quindi la regola dei due terzi alle 54 domande ritenute valide. In questo modo, era però sufficiente azzeccare 34 risposte corrette per passare il test e non più 40. Sembra un aiuto per tutti, ma vedremo che non è affatto cosí.

Per questi motivi, il Movimento 5 Stelle ha già presentato un’interrogazione parlamentare nei confronti del Ministro degli esteri allo scopo di fare luce sulla vicenda di questo concorso. Nell’interrogazione si chiede al Ministro se e come intenda intervenire al fine di ristabilire una situazione di trasparenza e di correttezza amministrativa, anche annullando l’intero concorso e ordinarne la ripetizione a causa dei numerosi errori contenuti nei test preselettivi e delle situazioni poco chiare appena esposte che ne hanno palesemente falsato l’esito. L’interrogazione, presentata il 27 giugno c.a. e che prevede una richiesta di risposta scritta, è caduta nel dimenticatoio. Il Ministero ha ignorato completamente le legittime richieste di chiarimenti su tale situazione di manifesta anormalità presentate dai numerosissimi candidati ingiustamente esclusi e ha lasciato che il concorso si svolgesse come se nulla fosse accaduto.

Anche per quanto riguarda le prove scritte, con incredibile velocità, le correzioni dei temi consegnati dai candidati sono arrivate nel tempo record di 20 giorni: considerando che i consegnatari erano circa duecento e che le prove erano cinque a testa, sembra difficile ipotizzare che mille temi possano essere stati corretti ed equamente valutati in un tempo così ristretto. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Infatti, nonostante sia possibile per ciascun candidato visionare le proprie prove scritte, queste non presentano alcun segno di correzione e nemmeno il voto è riportato in calce alla prova. Gli esiti dei compiti scritti vengono pubblicati solo online e credere che le proprie prove siano state realmente corrette o che i voti non siano stati scambiati tra i candidati è un atto di mera fiducia nei confronti del Ministero. Evidentemente malriposta.

Considerate le vicissitudini del concorso diplomatico di quest’anno, risulta assolutamente incomprensibile pensare a come il Ministero degli esteri possa selezionare opportunamente il proprio personale diplomatico tramite un concorso cosí palesemente falsato, che già a partire dalle prove preselettive ha escluso validi candidati sulla base di domande inesatte che hanno causato confusione a tutti i partecipanti alla prova. Ecco perché, come anticipato poc’anzi, l’abbuono arbitrario delle sei domande non è affatto un aiuto per tutti: buona parte degli ammessi è in realtà insufficiente (ma alcuni di loro dovevano passare…), mentre anche chi non ne ha beneficiato non è, a buona ragione, escludibile a causa della confusione generale derivante dai quesiti errati e/o mal posti. Si configura, in questo modo, un danno evidente all’immagine del Ministero stesso e della diplomazia italiana ma soprattutto di tutti quei giovani preparati e volenterosi che per l’ennesima volta devono amaramente confrontarsi con il malfunzionamento e con il clientelismo tossico della pubblica amministrazione italiana.

Poi non meravigliamoci se quelli bravi sono costretti ad andare all’estero. A meno che la funzione del Ministero degli Esteri non sia proprio questa: mandare i migliori all’estero.

Altrimenti ci arrabbiamo!

Autore: Byoblu.com

Altrimenti Ci Arrabbiamo Morra Nuti

Dunque un vecchio puttaniere che si è fatto proteggere dalla mafia (sentenza Dell’Utri), che ha comprato giudici per interposta persona (Vittorio Metta) e che è stato appena condannato in via definitiva con interdizione dai pubblici uffici può continuare a gravare sui conti pubblici (prendere stipendi, avere commessi, avere protezione da parte delle forze dell’ordine o per esempio pagare solo l’1% sul fatturato per le concessioni delle frequenze televisive), pur senza presentarsi mai al Senato. Invece, una dozzina di parlamentari del M5S, incensurati, con tutti i loro bravi diritti politici a posto, che al contrario del vecchio puttaniere si presentano talmente tanto sul posto di lavoro da restarci anche per una intera nottata pur di difendere i principi in cui credono e gli ideali dell’elettorato che rappresentano, dovrebbero invece venire sanzionati e perdere il diritto di voto.

M5S Camera Costituzione Costitution Day

Questo è il senso dell’equità politico-sociale della presidente della Camera Laura Boldrini. O, per dirla con le sue parole, questa è l’interpretazione che lei dà del “decoro istituzionale“, giacché ieri si è presentata all’ufficio di Presidenza, dopo i lavori d’aula, sostenendo che l’iniziativa del Movimento 5 Stelle di salire sul tetto della Camera, contraria appunto ad ogni decoro istituzionale, era stata fonte di maggiori costi, i quali sarebbero stati dunque da addebitare senza indugio ai ragazzi che da ieri pomeriggio hanno appeso uno striscione in cima alla Camera dei Deputati, con scritto (pensate un po’) “LA COSTITUZIONE E’ DI TUTTI“.

Una cosa francamente imbarazzante e inaccettabile. Non è “decoroso” dal punto di vista istituzionale che ci sia qualche ragazzo di una forza politica da 9 milioni di voti che appende uno striscione che ricorda ai cittadini l’amore che devono a se stessi, alla loro forma di Stato, a chi ha combattuto per realizzarla. Invece, per la Boldrini è decorosissimo che ci siano centinaia di parlamentari che tentano di cambiare la Costituzione senza rispettare le regole della Costituzione stessa. Non si sa se ridere o se piangere.

Striscione Cotituzione M5S

E come dovrebbero essere sanzionati, questi ragazzi? Come si fa a ripianare i costi esorbitanti che questa iniziativa avrebbe fatto pesare sui conti pubblici, arrivando ad essere causa di sforamento dei parametri europei sul rapporto deficit/pil e causando un immediato rialzo dello spread sui mercati internazionali?

Regolamenti alla mano, secondo il questore del Senato M5S, Laura Bottici, l’unica cosa che la Boldrini può fare, in base all’art. 60, comma 4, è, per fatti di eccezionale gravità  che si svolgono nella Camera ma fuori dell’aula, proporre all’ufficio di presidenza le sanzioni del comma 3. Ossia interdizione dai lavori dell’aula da due a quindici giorni di seduta, il che equivale a togliere al Movimento 5 Stelle una dozzina di voti per un massimo di due settimane, ostacolando così ancora di più la difesa della Costituzione, visto che il Movimento 5 Stelle è l’unico che ancora se ne preoccupa e visto che, proprio da lunedì, si inizia a votare su come cambiare l’articolo 138, che è quello che dice come si cambia l’articolo 138, senza rispettare le regole indicate dall’articolo 138. Un capolavoro del furto con scasso da veri delinquenti della democrazia.

Ma forse la Boldrini, giacché secondo lei questa operazione sarebbe stata fonte di maggiore esborso per le istituzioni, intende allora addebitarne i costi smodati agli incauti sventolatori di striscioni sovversivi? Innanzitutto bisognerebbe chiederle allora come intenderebbe incassare l’eventuale sanzione pecuniaria, giacché non ha mai neppure permesso al Movimento 5 Stelle di versare nei bilanci della Camera le eccedenze delle indennità dei parlamentari pentastellati. Quelle sì, che rappresentano a tutti gli effetti “maggiori costi” per le istituzioni, tanto che i Cinque Stelle hanno dovuto arrangiarsi da soli e versare sul fondo di ammortamento del debito pubblico ben un milione e seicentomila euro (il famoso Restitution Day cui presto ne seguirà un altro forse ancora più sostanzioso).

E visto che non ha voluto più di un milione e mezzo di euro (si vede che non le servivano), ma ora può darsi che voglia gli spiccioli degli spazzacamini costituzionali che si sono accampati stanotte sui tetti dei suoi regali uffici, proviamo a calcolarlo, questo maggiore esborso frutto di cotanta giustificata indignazione.

La Boldrini lamenta che sarebbero stati coinvolti una ventina di commessi a lavorare, stanotte, alla Camera. Ogni commesso costa circa 75 euro. Venti commessi per 75 euro fanno 1500 euro. Peccato che 15 commessi restino alla Camera comunque, tutte le notti, perché ovviamente il Palazzo non è che al calare delle tenebre si trasformi in qualcos’altro, in una riedizione istituzionale di Una Notte al Museo: no, continua ad essere la Camera dei Deputati e questi 15 commessi continuano a fare il loro lavoro. Dunque stiamo parlando del maggiore esborso di 4 soli commessi (se sono stati fatti 2 turni da 2 commessi ciascuno) o meno ancora (come sembra): 2 commessi in un turno unico. Ovvero la bellezza di 150 euro, che possiamo ipotizzare costino tanto quanto le pulizie dell’ufficio della Boldrini nell’arco di una settimana.

E che il “maggiore esborso” che denuncia la Boldrini non corrisponda affatto alle sue strumentali previsioni, lo ha detto ieri perfino il questore della Camera Fontana, nientemeno che del Pdl, direttamente a lei durante l’ufficio di Presidenza.

Quindi, secondo una nuova e interessante interpretazione di “decoro istituzionale”, i famigerati vecchi puttanieri pregiudicati di cui sopra possono gravare per miliardi di euro sulle spalle dei cittadini e stuprare la Costituzione a loro piacimento, senza incorrere in nessuna sanzione pecuniaria e tantomeno senza essere privati del loro sacrosanto diritto di voto (pur se interdetti dai pubblici uffici) per essere più sicuri che l’operazione riesca al meglio, mentre i cittadini che la Costituzione vogliono rispettarla devono perdere la possibilità di farlo in aula, non possono restituire un milione e seicentomila euro e in più si deve presto istituire una nuova procedura d’urgenza per chiedergli la fondamentale restituzione di 140 euro.

Che poi, francamente, pure se si fossero sprecati ben 140 € (o anche più) per finire su tutti i giornali e ricordare agli italiani che gliela stanno facendo sotto al naso, mi pare che si possa solo apprezzare l’efficacia di un’operazione mediatica portata a termine in regime di vera austerity. Il tutto è molto più socio-sostenibile che fare leggi che paralizzano l’attività di interi settori della giustizia solo per sfuggire (senza successo) ai propri guai con la legge. Chissà se per la Boldrini il blocco del motore istituzionale che gli italiani hanno subito per decenni, per colpa di chi non ha mai fatto una legge contro il conflitto di interessi (gli stessi che l’hanno messa dove è ora), rientra nei suoi parametri di “decoro istituzionale”.

Non si sa se ridere, se piangere o se perdere la pazienza. Mi viene in mente quando il solito demente di turno chiedeva a Bud Spencer e Terence Hill “altrimenti che fate, vi arrabbiate?”. E loro rispondevano “Siamo già arrabbiati!”.

L’ultima disperata resistenza

Autore: Byoblu.com

Modifica Articolo 138 Costituzione Paolo Becchi

Vorrei dire qualcosa a proposito del disegno di legge costituzionale n. 1359 sull’istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali, di cui si riprende l’esame in questi giorni. Ci sono tre aspetti su cui è necessario riflettere, e che devono essere considerati attentamente.

1° ASPETTO: IL PROCEDIMENTO

Anzitutto, il procedimento. Bisogna qui fare una premessa generale, ma che credo sia comunque utile. L’ art. 138 della Costituzione prevede, per la revisione costituzionale, una procedura del tutto particolare, incentrata sui poteri del Parlamento. La revisione, si legge all’articolo 138, è adottata da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi ed è approvata a «maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione».

Non è previsto il referendum confermativo se la revisione è approvata con la maggioranza dei due terzi. Se invece la modifica è approvata a maggioranza assoluta, si procede a referendum nel caso in cui lo richiedano o un quinto dei membri dell’una o dell’altra Camera o cinquecento elettori, o cinque Consigli regionali. La revisione sottoposta a referendum non è promulgata «se non viene approvata dalla maggioranza dei voti validi». Nel caso di referendum confermativo, a differenza di quello abrogativo, è sufficiente la maggioranza dei voti validi espressi, mentre non è necessario che alla votazione abbia partecipato la maggioranza degli aventi diritto.

Il meccanismo delineato è chiaro: il parlamento modifica la costituzione e il popolo (eventualmente) decide in ultima istanza su tali modifiche. Questo Parlamento, tuttavia, sta violando apertamente questa procedura, sia sotto il profilo formale che sotto quello sostanziale. Parlo anzitutto dell’aspetto formale:

  1. Il disegno di legge in votazione prevede, infatti, la nomina di una commissione di 35 «saggi» a cui si sono aggiunti 7 esperti, che avranno il compito di redigere il testo elaborato dai primi. Ora: dove è previsto questo “passaggio” preliminare alla votazione in Assemblea? Da nessuna parte! C’è dell’altro, però…
  2. A questi 35+7 se ne aggiungeranno altri 40, perché dopo che i primi avranno scritto il testo della nuova Costituzione, un comitato di 20 deputati e 20 senatori scelti all’interno delle commissioni Affari costituzionali dovrà valutarlo. Il comitato trasmetterà, a sua volta, il testo definitivo alle Camere. Alle quali non resterà che approvare. O, ancor meglio, semplicemente ratificare un testo già perfezionato ed approvato. Un Parlamento che si limita a ratificare una legge costituzionale scritta, discussa e decisa da altri, siano essi dei “tecnici” o dei commissari, non è esattamente quel Parlamento di cui parla la Costituzione. Quello che mi chiedo, di cui non riesco a capacitarmi, è come professori di diritto costituzionali nominati dal Governo (almeno quelli) non si siano vergognati di accettare un incarico che li chiama a far parte di un procedimento di revisione costituzionale non previsto in alcun modo dal nostro ordinamento.

Passo ora al profilo sostanziale. Vorrei discutere con voi questa domanda: l’art. 138, il procedimento di revisione disciplinato dalla Costituzione, ha senso con questo attuale sistema elettorale? Sembrano due questioni completamente diverse, ma non lo sono affatto. Con il sistema elettorale vigente all’epoca dell’introduzione della Costituzione, ossia un sistema rigidamente proporzionale, non era semplice mutare la Costituzione sulla base dell’art. 138. Conseguire la maggioranza assoluta (e tanto più quella dei due terzi) senza il concorso della minoranza era piuttosto difficile, considerato che il sistema proporzionale fa emergere un Parlamento relativamente frammentato. L’art. 138 era stato pertanto formulato con questo presupposto di fondo: che modificare la Costituzione non era un diritto della maggioranza, ma richiedeva un accordo con le minoranze parlamentari. Con un sistema elettorale come quello attuale, peraltro sospetto di incostituzionalità, le cose cambiano. C’è, oggi, un premio di maggioranza che fa sì che la Costituzione sia nelle mani della maggioranza di Governo e Pdl e Pd-L possano, se trovano tra loro un accordo, cambiare quello che vogliono. Basta che entrambi raggiungano la metà più uno dei voti.

Questa questione venne discussa, in realtà, già nei primi anni Novanta, con la fine del sistema proporzionale e l’introduzione del maggioritario. Allora si discusse, per un certo periodo, la necessità di modificare l’art. 138 Cost. (con un innalzamento delle maggioranze previste, ad esempio) per evitare il rischio che il sistema elettorale maggioritario consegnasse la revisione della Costituzione alla maggioranza parlamentare. Di tutto ciò si è ormai persa la traccia perché per la prima volta nella storia Pdl e Pd-L sono alleati, ed insieme non solo controllano il funzionamento del Parlamento ma hanno la possibilità di modificare a loro piacimento la Costituzione. Non è un caso, del resto, che dei 35+7 nessuno può essere in qualche modo riconducibile all’opposizione presente in Parlamento. Non esistono “saggi” che non facciano parte della maggioranza Pdl – Pd-l.

Dunque, riassumendo, direi:

  • che il presente procedimento di revisione costituzionale è del tutto atipico, non previsto dall’ordinamento e talmente complicato da impedire al Parlamento ogni decisione reale su un testo che gli verrà presentato già discusso ed approvato dai “saggi” e dai commissari Pdl – Pd-l;
  • che, con questa legge elettorale, ogni revisione o modifica della Costituzione verrà facilmente controllata dalla maggioranza parlamentare, senza alcun rispetto dei diritti delle minoranze.

2° ASPETTO: LA LEGGE ELETTORALE

Il secondo aspetto è direttamente connesso con il primo. Nell’art. 2 del disegno di legge (Competenze e lavori del Comitato) viene detto che il Comitato esaminerà i progetti di «legge ordinaria di riforma dei sistemi elettorali». La domanda è la seguente: perché nella revisione costituzionale si discuterà della legge elettorale, che è però una legge ordinaria? Abbiamo una procedura di revisione costituzionale che al suo interno prevede la modifica di una legge ordinaria come quella elettorale. Credo che il significato sia chiaro a tutti: spostando in modo artificioso la questione della legge elettorale all’interno della «revisione» della Costituzione, si blocca ogni iniziativa di riforma elettorale immediata. In altre parole: i partiti, al momento delle redazione del disegno di legge, non intendevano affatto cambiare subito il Porcellum, perché non ne avevano alcun interesse. Anzi per evitare che il M5S potesse sostenere l’opposizione ad esso in Parlamento, presentando proposte alternative, si è deciso, con un colpo di mano, di obbligare a rinviare ogni discussione sulla legge elettorale al Comitato di revisione della Costituzione. L’episodio della mozione Giacchetti va spiegata in questo contesto. I partiti hanno “bloccato” ogni possibilità di modificare la legge elettorale, che è una legge di livello ordinario, attribuendo un’esclusiva competenza su di essa ad un Comitato incaricato, in realtà, di elaborare progetti di livello costituzionale. Così la questione è risolta: quando si dirà ai partiti che non vogliono cambiare la legge elettorale, loro potranno sempre rispondere che non è colpa loro, perché la materia, ormai, è oggetto di revisione costituzionale, con i tempi dettati dalla Costituzione stessa.

Ora, però, sembrerebbe che con i venti di elezioni anticipate i partiti intendano tornare parlare di legge elettorale. Ed ecco la bella pensata: approvare una piccola legge-ponte. Insomma, non una legge elettorale definitiva ma una provvisoria, destinata nel giro di pochi mesi ad essere rifatta per adeguarla alla nuova Costituzione. Come dire: i partiti non sono stati capaci di fare una legge elettorale in otto anni e adesso ne vogliono fare due in quindici mesi.

3° ASPETTO: IL COLPO DI STATO DEFINITIVO

Sarebbe quasi comico parlarne, se non fosse tragicamente reale. Vorrei che si prestasse ancora attenzione all’articolo 2 del disegno di legge, nella parte in cui si legge che la «revisione costituzione» sarà relativa agli articoli ai titoli della parte seconda della Costituzione «afferenti alle materie della forma di Stato, della forma di Governo e del bicameralismo». Si modificherà la Costituzione, in altri termini, sia nelle disposizioni riguardanti la forma di Governo sia in quelle concernenti la forma di Stato. L’articolo 139 della Costituzione dice, però, chiaramente: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». Ora, mi domando: si tratta di un errore materiale, di una svista? O il Governo Letta ha realmente intenzione di modificare la forma di Stato, oltre che quella di Governo? Non saremo più una Repubblica, ma una Monarchia? O forse si intende il passaggio ad una Repubblica federale, e non più «una e indivisibile», come vuole l’art. 5 della Costituzione, anch’esso ritenuto però immodificabile dalla Corte Costituzionale?

Quali che siano le intenzioni del Governo Letta, il mutamento della forma di Stato non costituisce una forma di «revisione» costituzionale, ma l’instaurazione di un nuovo ordine costituzionale nascosto dietro una formale modifica della Costituzione precedente. È il potere costituito che, in modo illegittimo, diviene potere costituente.

CHE FARE?

Ora io mi chiedo: che mezzi può avere il M5S per difendere non tanto se stesso, quanto la Costituzione democratica di questo Paese? I mezzi, purtroppo, non sembrano molti. C’è l’ostruzionismo parlamentare, è vero, ma, viste le maggioranze di cui dispone il Governo Letta, sembra destinato ad una sconfitta, per quanto essa possa essere rimandata in avanti. E in ogni caso mi chiedo: è sufficiente l’ostruzionismo parlamentare di fronte alla aperta rottura e violazione della Costituzione da parte del Governo?

È davvero un peccato che la nostra Costituzione non preveda, come quella tedesca (art. 20), il diritto di resistenza, da parte di ciascun cittadino, «contro chiunque si appresti a sopprimere il regime costituzionale vigente, se non sia possibile alcun altro rimedio». Siamo in una situazione in cui il Governo sta sopprimendo la Costituzione senza neppure che, apparentemente, vi siano mezzi possibili per fermarlo. In realtà, però, il diritto di resistenza non è un diritto come gli altri, che esiste soltanto se previsto espressamente dal legislatore o dal testo costituzionale.
Esso, infatti, è quel diritto che fonda la stessa Costituzione e che la Costituzione stessa presuppone fin nel suo primo articolo, quando proclama che la sovranità appartiene al popolo. Scriveva John Locke, nel suo Secondo Trattato sul Governo:

Laddove è possibile un appello alla legge e ai giudici costituiti, ma il rimedio è negato da un manifesto pervertimento della giustizia e da una sfacciata distorsione della legge intese a proteggere o incoraggiare la violenza o le offese di alcuni uomini o partiti, qui è difficile immaginare altra cosa da uno stato di guerra. Poiché ogniqualvolta si usi violenza o si arrechi offesa, anche se viene dalle mani di chi è designato ad amministrare la giustizia, è sempre violenza o offesa, per quanto dissimulata sotto il nome, le vesti o le forme della legge il cui fine è proteggere e rendere giustizia all’innocente mediante un’imparziale applicazione a tutti coloro che a quella legge sono soggetti.

Oggi il M5S deve fare appello alla resistenza del popolo italiano. Resistenza non significa necessariamente violenza o qualcosa di simile. Significa, diversamente, la volontà dei cittadini di far sentire la loro voce, la loro protesta. Resistere non significa nient’altro che restituire la sovranità al popolo. Significa rispettare, cioè, quella Costituzione che questo disegno di legge vuole fare a pezzi. Soltanto un grande movimento di massa, pacifico, in difesa della Costituzione, potrà impedire che questo Paese venga distrutto. Al M5S spetta il compito di mettere i cittadini in contatto tra loro, di dare a ciascuno di noi la possibilità concreta di partecipare, di esserci. Noi ci siamo: dobbiamo manifestare, mobilitarci, essere presenti nelle città e nelle piazze per fermare tutto questo.

Giù le mani dalla Costituzione:


Costituzione modifica 138 M5SSe vuoi andare in piazza ad informarti su come intendono cambiare la forma di Stato e la forma di Governo, senza usare il metodo previsto dalla Costituzione, clicca qui per vedere in quante piazze italiane, da oggi in poi, troverai banchetti informativi.

A questo link, invece, potrai scaricare materiali utili come volantini, petizioni, spiegazioni ed altre cose.

 

 

Gli Stallisti

Autore: Byoblu.com

Beppe Grillo Ombelico

Leggo sul Corriere, in questo articolo, che in relazione alla metafora scacchistica usata da Grillo per dire che i neri non si possono alleare con i bianchi qualcuno avrebbe così commentato: “Gli scacchi sono un gioco bellissimo. Mi spiace leggere che chi ne parla non sappia che esiste lo stallo!“.

Un commento simile, se riportato correttamente, lascia innanzitutto trasparire una lettura poco attenta del post oggetto della critica, il quale testualmente dice: “A differenza degli scacchi in questa partita non è previsto il pari, ma solo lo scacco matto.”. Quell’ “A differenza degli scacchi” implica correttamente che negli scacchi un terzo tipo di risultato esista eccome (lo stallo secondo le regole odierne determina il risultato di “patta”, cioè di parità), e che l’autore della metafora (Grillo) ne sia perfettamente consapevole.

Ciò premesso (che taglia la testa al toro), la parte che più lascia perplessi è la conclusione di quella che evidentemente voleva essere una critica, ovvero: “Spiace leggere che chi ne parla non sappia che esiste lo stallo!“. Il contesto è infatti quello della linea dei cosiddetti “aperturisti”, cioè coloro che vorrebbero mettere in discussione la possibilità di formare alleanze con il PD (che trovano una loro rappresentanza nelle posizioni di Luis Orellana). Ci si aspetta dunque che chi critica la metafora degli scacchi (“o si vince o si perde”), proponga una terza via che sia migliore rispetto a quella prospettata. E qual è la terza via proposta dall’autore del commento? Lo stallo.

Ricordo che lo stallo, in ambito scacchistico, è quel particolare stato di una partita nella quale un giocatore non può muovere, perché per esempio finirebbe sotto scacco, ma non è neppure sotto scacco e dunque tecnicamente non ha perso. Uno stato che descrive alla perfezione quel tipo di immobilismo che paralizza la politica italiana da lungo tempo e che ha portato il Paese a ridursi nelle condizioni in cui è, mancando nelle istituzioni un’opposizione seria e determinata. Le regole di interpretazione della condizione di stallo sono cambiate, nel tempo, ma sempre hanno attribuito la vittoria alternativamente a chi lo causava, a chi lo subiva, oppure hanno determinato lo stato di patta. Nei primi due casi si ricade nella situazione descritta da Grillo (si vince o si perde), mentre nel secondo si perde comunque, perché a perdere sono i cittadini, privati della possibilità di provare almeno a vincere e lasciati a macerarsi in una morte lenta e inesorabile.

Dunque gli “stallisti” (gli “stallieri” sono un’altra cosa) dovrebbero esercitare la loro vis polemica usando metafore più appropriate e che non vadano a loro stesso detrimento. Altrimenti, comunicativamente, gli argomenti che sostengono paiono ben poca cosa. Oppure, potrebbe addirittura sembrare che essi si augurino che il Paese resti indeterminatamente in una condizione di stallo, che non consenta a nessuno di vincere (cambiando finalmente le cose) né di perdere (tornando a casa e lasciando che siano altri a provarci).

Di seguito, alcune riflessioni di Paolo Becchi e gli interventi di Paola Taverna, Carlo Martelli e Andrea Cioffi, ieri al Senato, durante la riunione interna andata in diretta streaming.


 

di Paolo Becchi

Come ha scritto efficacemente su questo blog Serenella Fucksia, portavoce pentastellata al Senato, il Movimento è un vulcano in eruzione che ha fatto tremare il Parlamento. Il lavoro dell’opposizione non è facile, soprattutto per molti giovani alle prime armi, ma i nostri portavoce hanno imparato bene e in fretta dimostrando quelle competenze che all’inizio nessuno voleva loro riconoscere.

Che si discuta, anche animatamente, all’interno del Movimento 5 Stelle è un ottimo segno di democrazia e se i media tradizionali non perdono occasione per evidenziare lacerazioni e lotte intestine, possiamo pure non curarci di loro. Sono pagati per farlo. Vanno però, credo, richiamati almeno tre punti.

  1. Per esperienza, ahimè, so bene cosa significhi rilasciare dichiarazioni ai media e come esse possano essere facilmente travisate. Molto spesso il giornalista ti mette in bocca cose non dette o dette diversamente. In un momento delicato come questo mi permetto di consigliare ai nostri portavoce estrema prudenza, evitando dichiarazioni che possano ritorcersi contro il Movimento.
  2. In secondo luogo, anche se può sembrare superfluo, vorrei ricordare che la regola che il Movimento si è dato per prendere decisioni nei gruppi parlamentari è la seguente: si discute, ci si scanna anche, si vota e alla fine tutti devono sentirsi vincolati alla decisione della maggioranza.
  3. In terzo luogo, ma ritengo sia il punto più importante, non bisogna lasciarsi attirare dalle sirene che incantano con la prospettiva di un governo PD. Il programma politico che i nostri portavoce hanno sottoscritto è al riguardo chiaro: nessun voto di fiducia a un governo di questi partiti, perché questo tradisce l’ispirazione originaria del Movimento, vale a dire ribaltare il sistema partitocratico e mandarli tutti a casa.

Su tutto si può discutere, ma su questo no, a meno che non si voglia la fine di un Movimento che rappresenta per l’Italia l’unica possibilità di un’autentica svolta.