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Ministro delle finanze tedesco: se uscite dall’Euro, la Germania crollerà.

theo waigel ex ministro finanze greco se uscite dall'euro è la Germania a crollare

Theo Waigel è stato per dieci anni Ministro delle Finanze di Helmut Kohl. Il 21 giugno scorso ha rilasciato un’intervista a T-Online. Questo è un frammento delle sue dichiarazioni.

Intervistatore: I sondaggi sull’uscita dalla UE mostrano che se si chiedesse ai francesi e ad altri, vincerebbe chi vuole uscire, con uno scarto minimo. Secondo lei da dove viene questa disaffezione per l’UE?

Theo Waigel: “Al grado di sviluppo della globalizzazione e dei mercati aperti cui siamo arrivati – che non è più reversibile -, ci sono forze che si oppongono, sostenendo la necessità di ritornare ai confini e alle regolamentazioni nazionali, che prima funzionavano bene, per tornare ad appropriarsi delle proprie capacità decisionali“.

Intervistatore:E cosa gli si può rispondere?

Theo Waigel: Gli si può rispondere in modo del tutto chiaro quali svantaggi ne scaturirebbero. Se la Germania oggi uscisse dall’unione monetaria, allora avremmo immediatamente, il giorno dopo, un apprezzamento tra il 20% e il 30% del marco tedesco – che tornerebbe nuovamente in circolazione -. Chiunque si può immaginare che cosa significherebbe per il nostro export, per il nostro mercato del lavoro, o per il nostro bilancio federale“.

L’euro conviene alla Germania, ecco perché ci restiamo dentro. Va da sè che se il marco diventasse sconveniente, la lira diventerebbe conveniente per i mercati, per gli investitori e per i consumatori. Queste cose i commentatori nazionali non ve lo dicono. Queste notizie ai telegiornali non passano. Per chi lavora la stampa italiana? Per chi lavora la politica italiana? Per l’Italia o per Berlino? Se lavorasse per gli italiani, interviste come queste sarebbero in prima pagina su tutti i quotidiani, in luogo dello spettro dell’inflazione, e la gente inizierebbe a trarne le conclusioni.

In Germania, invece, non si fanno problemi a dirlo con chiarezza. Anche perché hanno interessi opposti. Ci fu anche un pezzo dello Spiegel Online, che io riportai puntualmente sul blog, datato 13 giugno 2012 (ben 4 anni fa), che lo disse con altrettanta chiarezza:

« Con un’uscita dall’Euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di miliardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti target 2 intraeuropei. E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i paesi europei, non s’immagina neanche cosa possa accadere durante una crisi economica così profonda. Un’uscita dall’euro da parte dell’Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l’Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcuni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un Interesse a un crollo dell’euro. »


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Autore: Byoblu.com

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HardwareSoftware

Google acquisisce Moodstocks per il riconoscimento delle immagini

Nei giorni scorsi Google ha annunciato di aver stretto un accordo di acquisizione con Moodstocks, società che opera nel campo del riconoscimento delle immagini. Si tratta di una startup francese fondata nel 2009 e che ha introdotto una soluzione di riconoscimento immagini nel 2012 consentendo agli smartphone di riconoscere qualsiasi cosa inquadrata dalla fotocamera.

Nel corso degli ultimi due anni e mezzo, un piccolo gruppo di ricercatori e ingegneri ha sfruttato le tecniche e le tecnologie di deep learning per ampliare la portata degli algoritmi di riconoscimento degli oggetti, fornendo in licenza il codice eseguibile e offrendo un kit di sviluppo software agli OEM interessati ad integrare la soluzione all’interno dei loro prodotti. Le API di Moodstocks, per esempio, consentono di integrare una funzionalità di ricerca visuale nelle applicazioni, con l’analisi delle immagini per individuare corrispondenze di colore, di forma o di trama.

L’acquisizione verrà perfezionata nel corso delle prossime settimane, ma il valore economico dell’operazione resta attualmente un’informazione riservata. Il gruppo di ricercatori ed ingegneri di Moodstocks verrà integrato all’interno del centro di ricerca e sviluppo di Google a Parigi e contribuirà alle attività di Google nel campo dell’intelligenza artificiale, focalizzandosi ovviamente nella realizzazione di soluzioni e strumenti di riconoscimento delle immagini all’interno di big G.

Moodstocks ha dichiarato che a seguito dell’acquisizione sospenderà tutti i servizi di riconoscimento immagine sotto il brand Moodstocks, ma che tutti gli attuali clienti potranno utilizzare gli strumenti fino alla scadenza della licenza.

Autore: Le news di Hardware Upgrade

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Pc Games

Il presidente di Epic Games elogia le versioni potenziate di PS4 e Xbox One

Il presidente di Epic Games, Tim Sweeney, ha elogiato la decisione intrapresa da parte di Sony e Microsoft, che porterà all’immissione sul mercato di PlayStation 4 Neo e Xbox Scorpio. La prospettiva di sviluppare su hardware più potenti assume una valenza molto importante per tutti gli studi di sviluppo e, in prospettiva, garantirà all’intera industria il raggiungimento di nuovi traguardi.

“Questa soluzione offre il meglio su entrambi i versanti. Il ciclo di aggiornamento previsto su PC assicura agli utenti di aver accesso ai più recenti componenti hardware e ai giochi senza dover sottostare a cicli di oltre sette anni. In questo caso vengono messi a disposizione un box – o due box – già pronti, in grado di garantire che tutto funzioni senza problemi. Credo che queste configurazioni siano davvero soddisfacenti per gli sviluppatori”, ha comentato Sweeney durante un’intervista rilasciata a Eurogamer.net.

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PlayStation 4 Neo e Xbox Scorpio saranno in grado di far girare al meglio i titoli di nuova uscita, ma saranno compatibili anche con i titoli già presenti nelle librerie dei giocatori. Nella prospettiva di Sweeney questo è uno dei fattori più interessanti da tenere in considerazione, in quanto non obbligherà gli studi a rivedere dalle fondamenta le tecniche di sviluppo.

“L’industria console crescerà e sosterrà la sua base utenti molto meglio se non sarà necessario resettarla ogni sette anni. L’idea di buttare via tutto quanto e rifare praticamente ogni cosa da zero a intervalli di sette anni è completamente folle. Tutto ciò che Epic ha realizzato con il nostro nuovo approccio di sviluppo, inclusi i titoli online che manterremo nel corso del tempo, prevedono la costruzione di giochi nei quali non sia più previsto di azzerare la base installata qualora sia nostra intenzione aggiungere nuove funzionalità ai progetti”.

Sebbene PS4 Neo non sia ancora stata annunciata ufficialmente e Scorpio sia destinata a giungere nei negozi solamente alla fine del 2017, sappiamo che entrambi i sistemi supporteranno il 4K. Secondo Sweeney anche questo fattore sarà interessante da monitorare, dal momento che i prezzi dei pannelli 4K sono destinati a scendere considerevolmente nei prossimi mesi. Il leader di Epic ha infine dichiarato di aspettarsi una grafica fino a tre volte superiore rispetto a quella degli attuali sistemi.

Autore: GAMEmag – Videogames

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Calcio

«Griezmann não é um solista e mostra-se sempre disponível e com frescura para a equipa»

*Enviado-especial ao Euro 2016

Didier Deschamps foi várias vezes a responder, este sábado, sobre o momento de forma de Antoine Griezmann, melhor marcador do Euro 2016, e decisivo nos triunfos da seleção francesa até à final. O avançado melhorou muito quando passou a jogar numa posição mais central, mas o treinador desvalorizou a questão.

«Já mudei várias vezes de sistema, o Antoine Griezmann tem participado numa posição em que joga muito bem, e frequentemente no Atletico Madrid. Às vezes cai mais nas alas, mais na direita. Tem jogado muito bem, tem sido decisivo para nós, e importante ao ajudar a equilibrar a equipa. Já foi e é capaz de jogar noutros registos se eu achar que é melhor para a equipa», avaliou, antes de levar a sustentação do momento do goleador também para o coletivo: «Griezmann teve uma época carregada. Digeriu bem a derrota na Liga dos Campeões, e tem muita qualidade. É muito eficaz e é muito importante para a equipa. Joga e faz jogar, não é um solista, mostra-se sempre cheio de frescura e disponível para a equipa. Tem estado muito bem, mas depende da equipa, dos seus parceiros e de quem lhe tapa as costas.»

O selecionador não quis também comparar Portugal da meia-final de 2000 com o desta final: «Detesto comparar gerações. Foi há 16 anos. Mas os portugueses em 2000 eram muito fortes, muito difíceis de bater. Estão agora na final e merecem-no. É normal e legítimo que possam pensar ser campeões europeus, o passado já lá vai. O mais importante para ambas as seleções é o jogo de amanhã», disse, antes também de se recusar a falar do último particular com a seleção das quinas vencido com um golo de Valbuena: «Desde que ganhámos em Portugal passaram-se muitas coisas, algumas negativas. Mas os jogadores chegaram aqui com mérito, e este é o jogo mais importante. A seguir a este encontro há um título.»

Deschamps elogiou também a prestação da sua mais recente dupla de centrais. «Não sei se falam ou não dele, mas Koscielny sempre esteve aqui. Está habituado a estar integrado na família da seleção, esteve no Mundial, embora não tenha jogado os jogos todos. Está mais batido, fez uma grande época no Arsenal, tem estado a um nível muito elevado e precisamos dele a este nível. Não há um que seja mais do que os outros. Se estão na lista de convocados, numa altura ou noutra vão desempenhar o seu papel. Tenho de vos dizer que o Samuel Umtiti não me tem surpreendido. Escolhi-o porque trazia mais-valias à equipa, não porque não havia mais ninguém. Tenho confiança nele e ele sabe-o. É muito jovem, mas há muitos jogadores que aos 30 não têm maturidade e outros que aos 20 já são muito maduros. É muito tranquilo, não tem oscilado psicologicamente, embora seja a primeira meia-final que tenha jogado. Tem muitas qualidades futebolistas e grande força mental para jogar ao mais alto nível», assegurou.

O técnico acha que os que falharam o Euro por lesão «estarão no estádio amanhã», mas garante que só está concentrado «apenas nos 23.»

Autore: Maisfutebol

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Politica

Dallas, è partita la corsa a dare la colpa a Black Lives Matter e a Obama: “Attenti, questa è una guerra”

Non hanno perso tempo. I corpi degli agenti uccisi erano appena stati portati via dalla scena della strage di Dallas. Il responsabile presunto, Micah Johnson, era ancora barricato al secondo piano del garage, da dove la polizia cercava di stanarlo. I media conservatori non perdevano però tempo e suggerivano una tesi: che la morte dei cinque agenti sia diretta responsabilità di Black Lives Matter, il movimento nato nel 2013, subito dopo la morte di Trayvon Martin e l’assoluzione del suo assassino, George Zimmerman. Con Black Lives Matter, sul banco degli imputati, saliva anche lui, Barack Obama, il presidente nero che soltanto qualche ora prima aveva detto che nella giustizia americana esiste il pregiudizio razziale.

Ha incominciato Joe Walsh, ex deputato repubblicano dell’Illinois, oggi ascoltato conduttore di uno show radiofonico. In un tweet, poi cancellato, Walsh ha scritto: “Questa è una guerra. Attento Obama. Attenti Black Lives Matter. L’America vera vi sta per ritenere responsabili”. Poco dopo è stata la volta di “Drudge Report”, un aggregatore di notizie con il gusto del titolo forte e della provocazione (spesso di taglio reazionario). “Black Lives ammazza 4 poliziotti”, ha scritto in un titolo “Drudge”. In entrambi i casi, si è trattato della punta estrema dell’iceberg. Per ore, su Facebook, Twitter, sui social e in molti media il mondo conservatore americano ha accusato Black Lives Matter di essere quanto meno l’ispiratore morale della strage.

Poco importa che la notizia non abbia alcun fondamento. Poco importa che Micah Johnson non fosse affiliato al gruppo. Poca importa che i rapporti tra la polizia di Dallas e la sezione locale di Black Lives Matter siano tendenzialmente buoni. Prima che Johnosn iniziasse a sparare, gli agenti di polizia si sono fatti fotografare abbracciati a manifestanti e militanti. E la polizia di Dallas ha, negli ultimi anni, riorganizzato le sue file con una particolare attenzione al tema della diversità e della lotta al pregiudizio. Le denunce per uso eccessivo della violenza, nei confronti della polizia di questa città texana, sono radicalmente diminuite. Erano 147 nel 2009; sono diventate 13 nel 2015.

La manifestazione di Dallas non era del resto organizzata contro la polizia di Dallas. Era, come spesso accade per le azioni pensate da Black Lives Matter, un modo per evidenziare, anche con azioni clamorose, di disturbo, le contraddizioni e il razzismo insito nel sistema americano. Le accuse verso il gruppo non sono comunque nuove. Lo scorso settembre, dopo l’assassinio di un poliziotto di Houston da parte di un afro-americano. Bill O’Reilly, una delle voci più ascoltate dei conservatori americani, ha detto che il movimento “predica l’odio”; O’Reilly ha anche mostrato un cartello, esibito da una aderente di Black Lives Matter, che dice: “Friggeteli (i poliziotti) come il bacon”.

E’ stato un altro repubblicano, ex candidato alla presidenza, Ted Cruz, a dire che il movimento, nato soprattutto per le strade di Baltimore e Ferguson, “vilipende le forze di polizia e mette in pericolo la sicurezza di noi tutti”. E l’anchor di Fox, Kimberly Guilfoyle, ha spiegato che “la loro agenda suggerisce che è ok prendersela e uccidere I poliziotti”. I dubbi sono stati fatti propri anche dai democratici. Per esempio, Martin O’Malley, anche lui ex candidato alla presidenza, durante un comizio ha detto: “Le vite dei neri contano. Contano anche quelle dei bianchi. Tutte le vite contano”, suscitando però un putiferio presso il suo elettorato, che lo ha costretto a fare marcia indietro e spiegare che non intendeva attaccare il gruppo.

Il fatto è che, sin dalla sua nascita, Black Lives Matter ha suscitato dubbi e obiezioni – all’interno dello stesso movimento afro-americano. Già il nome è stato giudicato da alcuni come una prova di suprematismo, non differente da quello della destra radicale bianca. E poi ci sono le tattiche usate: interruzione dei discorsi dei candidati politici occupazione delle strade e blocco del traffico, canzoni e slogan spesso particolarmente polemici. Sono tattiche comuni anche ai gruppi per i diritti civili degli anni Sessanta (molti degli attivisti di allora venivano arrestati con l’accusa di “disturbo alla quiete pubblica”) che Black Lives Matter riporta in auge e radicalizza.

Il movimento non ha del resto una struttura centralizzata e una leadership definita. Ci sono stati certo dei fondatori – Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi – e ancora oggi esistono delle figure di riferimento e una trentina di sedi dislocate in tutta l’America. Di più: recentemente Black Lives Matter ha anche cercato di darsi degli obiettivi concreti, come rendere pubblici i curricula degli agenti e obbligatoria la presenza di telecamere per le pattuglie in servizio – e questo per coalizzare le forze disperse attorno a fini condivisi. Detto ciò, Black Lives Matter ha sempre sostenuto di non poter controllare i suoi membri, di non poter orientare le loro opinioni né vigilare sulle loro azioni – trattandosi appunto di un movimento, non di un partito.

Questo rifiuto di assumersi responsabilità generali è stata criticata da alcuni settori della politica americana, e vista come un implicito via libera a eventuali azioni violente nei confronti della polizia. In queste critiche si può del resto intravvedere anche il fastidio che Black Lives Matter solleva. A differenza della leadership afro-americana nata alla politica negli anni Sessanta, nella stagione dei diritti civili – per esempio il reverendo Al Sharpton o Jesse Jackson – i giovani leader di Black Lives Matter non delegano i bianchi a rappresentarli nella battaglia per i diritti. Non controllano un voto afro-aemricano, da portare poi in dote al politico democratico di turno. Sono molto più autonomi dalla politica, più consapevoli delle loro richieste, dei loro diritti, portati a sorpassare la politica e le stesse strutture tradizionali del potere afro-americano attraverso un appello diretto all’opinione pubblica, attraverso i social media.

Black Lives Matter è, insomma, un movimento che accompagna naturalmente la presidenza di Barack Obama. L’ascesa del primo presidente nero alla Casa Bianca fa infatti da un lato scattare nuove forme di pregiudizio e di crimine razziale, di opposizione testarda e violenta da parte dell’America che non accetta un nero a capo della nazione. Non è un caso che, in questi ultimi anni, le morti di afro-americani per le strade d’America, siano aumentate. D’altra parte, l’elezione di Obama libera anche molte energie all’interno del movimento afro-americano; dà ai neri il senso dell’apertura di nuove possibilità; mostra che subordinazione e minorità non sono inevitabili.

Dallo scontro di queste due tensioni opposte nascono anche i dissidi, i sospetti, le accuse di queste ore. Non è del resto un caso che Barack Obama – per esempio nel tweet di Joe Welsh – venga associato a Black Lives Matter, come se fossero la stessa cosa. Il politico afro-americano alla Casa Bianca è l’altra faccia di un movimento che prende in mano il destino e il futuro dei neri, e non lo delega più al potere tradizionale, più o meno paternalistico. Resta da vedere, a questo punto, come Black Lives Matter riuscirà a rispondere alle nuove sfide. Come, e se, riuscirà a trasformarsi da movimento di protesta per le strade in gruppo di pressione che chiede quello che Obama ha chiesto, due giorni fa, dopo l’uccisione di Philando Castile a Minneapolis: e cioè un intervento della politica per “riformare un sistema legale segnato dal pregiudizio”.

Autore: Il Fatto Quotidiano