Trailer di lancio per Medal of Honor: Warfighter

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Trailer di lancio per Medal of Honor: Warfighter
Il gioco sarà disponibile dal 26 ottobre

A tre giorni dall’uscita nei negozi, Electronic Arts e Danger Close Games hanno rilasciato il trailer di lancio per Medal of Honor: Warfighter.

Sviluppato utilizzando il potente engine Frostbite 2, il gioco ci metterà nei panni di un manipolo di soldati d’elite, impegnati in una serie di pericolose operazioni di contrasto al terrorismo.

Medal of Honor: Warfighter – Trailer di lancio


Medal of Honor: Warfighter - Trailer di lancio



Cameron vuole un’Europa a due velocità

Autore: ByoBlu – Il video blog di Claudio Messora

David Cameron

 da Londra, Valerio Valentini

 Come è stato commentato l’ultimo Consiglio Europeo dai giornali italiani? Tutto sommato, con soddisfazione. Il fronte del rigore della Merkel s’è impantanato di fronte alle resistenze di Hollande, con Monti a gongolarsi nel ruolo di mediatore. Dunque: niente super commissario (probabilmente tedesco) a vigilare e a bacchettare gli Stati cattivi che non rispettano i patti e sforano coi bilanci.

 In Inghilterra, però, sono state ben diverse le reazioni. Il Premier Cameron, presentandosi alla Camera dei Comuni alle 7 e 30 del mattino, ha riferito quanto è stato discusso e deciso a Bruxelles. Ebbene sì, questi Inglesi hanno la bizzarra abitudine di pretendere che il loro primo ministro, di ritorno da ogni vertice o consiglio europeo, si rechi immediatamente in Parlamento ad esporre una relazione riassuntiva delle varie riunioni tenute, delle iniziative intraprese e delle proposte avanzate, e poi si sorbisca un’ora e mezza di domande da parte dei vari deputati che gli chiedono ulteriori chiarimenti o ne criticano la condotta.

 “Il nostro Paese non è nell’eurozona e non ha alcuna intenzione di entrarci” ha esordito Cameron, tra l’apprezzamento generale. “È da molto tempo che lo vado ripetendo: entrare a far parte dell’eurozona implica entrare a far parte di un’unione bancaria, di cui il nostro Paese non farà assolutamente mai parte. Le nostre banche nazionali saranno controllate dalla Banca Centrale del nostro Stato, non dalla Banca Centrale Europea, e i nostri contribuenti non andranno certo ad assicurare o a salvare le banche dell’eurozona”.

 Fin qui, si dirà, nulla di trascendentale. La tendenza britannica a curare soltanto i propri interessi, senza preoccuparsi troppo del resto del Continente, è risaputa. Ma nel prosieguo del discorso, Cameron ha detto cose un po’ meno scontate e prevedibili, su cui bisognerebbe riflettere: “Ciò di cui noi abbiamo davvero bisogno è che i membri dell’eurozona portino a compimento quell’unione bancaria. Unione bancaria che però non può essere davvero efficiente se la si priva delle prerogative più importanti, come stabilire le garanzie di mutualizzazione del debito, una politica condivisa di stabilizzazione finanziaria, e un organismo chiamato a decidere sul salvataggio delle banche in crisi. E abbiamo anche bisogno di evitare che l’elevato indebitamento dei singoli Paesi dell’eurozona vada a destabilizzare l’intero sistema bancario europeo”.

 In sostanza, Cameron dice: noi stiamo fuori e pensiamo ai nostri affari, e non gradiamo alcun tipo di ingerenza; ma pretendiamo che voi che state dentro mandiate avanti a dovere la baracca. E infatti ha continuato: “L’organismo che attualmente garantisce la regolarità dell’operato della banche europee all’interno del mercato unico è l’EBA (Autorità Bancaria Europea). Ebbene, noi dobbiamo essere sicuri che tale autorità continui a lavorare garantendo in maniera efficace la correttezza e le capacità decisionali”.

 Poi, in mezzo a un coro di approvazione generale, ha concluso: “A novembre si prevede un nuovo accordo per decidere i piani di spesa europei per il 2014/2020. Ecco, noi non abbiamo introdotto misure «lacrime e sangue» in Inghilterra per poi andare allegramente a Bruxelles e firmare per un aumento di spesa in Europa. Io non credo affatto che gli elettori tedeschi lo vogliano più di quanto lo vogliono gli elettori britannici, ed è per questo che il nostro Governo s’è schierato in prima fila nel pretendere delle riduzioni di spesa”.

 Ora, la cosa curiosa è proprio questa sorta di assist alla Germania. È come se l’Inghilterra, di fronte al rischio – a questo punto concreto – di restare sempre più isolata (anche dai Paesi scandinavi, che non stanno gradendo molto la politica estera di Cameron), lanci un appello alla Germania: “chi ve lo fa fare a spendere soldi e fare sacrifici per sistemare i disastri fatti dai PIGS?”. E la cosa ancor più bizzarra è che Cameron, questo appello, lo lanci proprio nel momento in cui con più fermezza ribadisce la volontà dell’Inghilterra di non immischiarsi nei pasticci dell’eurozona. E infatti, dopo che Cameron e Milliband se ne sono dette di tutti i colori per una decina di minuti, rinfacciandosi errori e incompetenze reciproche, un deputato laburista, molto pacatamente, ha chiesto al Premier: “Ma quando lei ha espresso queste sue osservazioni alla cancelliera Merkel, lei cosa ha risposto?”. E Cameron: “La Merkel ha convenuto con me che è necessario rinforzare la stabilità dell’eurozona e giungere ad una più forte unione bancaria. Ma ovviamente ha rispettato l’indipendenza economica e finanziaria dell’Inghilterra, che ha una propria moneta e un sistema bancario autonomo”.

 Delle due l’una: o Cameron ha raccontato panzane per raccogliere consensi in Patria – visto che sia i Laburisti sia la parte più radicale dei Conservatori gli chiedono maggiore fermezza in Europa – oppure si stanno aprendo degli scenari nuovi. Che sono quelli di una Europa bipolarizzata, in cui i Paesi più forti economicamente (dalla Germania in su) si mettono a capo di un’unione bancaria con una moneta forte, e quelli in difficoltà s’arrangiano come possono. E in questo nuovo scacchiere, l’Inghilterra potrà continuare a dialogare con i più virtuosi, senza dover sborsare una sterlina per intervenire nel salvataggio dei Paesi in difficoltà.

Grandi rischi, la scienza non c’entra. I sismologi “condannati” dalla politica


Autore: Il Fatto Quotidiano

C’è persino chi tira in ballo Giordano Bruno e Galileo Galilei per commentare la sentenza contro i membri della Commissione grandi rischi per l’ormai famosa riunione indetta pochi giorni prima del terremoto in Abruzzo. Lo fa il presidente della Toscana Enrico Rossi, che parla di una sentenza che “lascia sconcertati”, perché la scienza “non si processa in tribunale”. E agli esperti condannati a sei anni di reclusione arriva la solidarietà della comunità scientifica internazionale, in difesa dei colleghi colpevoli “di non aver previsto il terremoto”. Accusa che giustamente appare assurda alla stragrande maggioranza dei sismologi, tutti concordi nel dire che allo stato attuale delle conoscenze fissare sul calendario la data anche approssimativa di un sisma è semplicemente impossibile.

Peccato che le cose non stiano affatto così, e probabilmente chi ha diffuso appelli per la libertà della ricerca non ha letto le carte dell’inchiesta. A partire dalla memoria del pm dell’Aquila Fabio Picuti, depositata il 13 luglio 2010 e quindi ben nota, dove si legge: “L’intento non è quello di muovere agli imputati un giudizio di rimprovero per non aver previsto la scossa distruttiva del 6 aprile 2009 o per non aver lanciato allarmi di forti scosse imminenti o per non aver ordinato l’evacuazione della città”. Proprio perché, è lo stesso sostituto procuratore a scriverlo, “la scienza non dispone attualmente di conoscenze e strumenti per la previsione deterministica dei terremoti”. A inguaiare gli esperti capitanati dal presidente dell’Ingv Enzo Boschi non è stato il presunto oscurantismo dei giudici, ma l’esigenza tutta politica di “rassicurare” gli abitanti del capoluogo abruzzese, allarmati da una lunga sequenza di scosse e dai primi danneggiamenti di edifici, a partire da una scuola.

LE TESTIMONIANZE: “MORTE PERCHE’ RASSICURATE DA QUELLA RIUNIONE”. L’accusa è opposta a quella evocata negli appelli a difesa degli imputati: da quella riunione sono filtrati messaggi tranquillizzanti, tesi a escludere una scossa devastante. Agli atti dell’inchiesta ci sono le testimonianze che raccontano come la vulgata mediatica di quella riunione abbia convinto molte future vittime a metter da parte ogni preoccupazione. “Placentino Ilaria, deceduta nel crollo dell’abitazione di Via Cola dell’Amatrice n.17, e Rambaldi Ilaria, deceduta nel crollo dell’abitazione di Via Campo di Fossa n.6/B”, secondo le testimonianze dei parenti, “erano studentesse universitarie fuori sede che all’indomani del 31 marzo 2009 avevano scelto di rimanere a L’Aquila e di restare in casa la notte tra il 5 e il 6 aprile facendo affidamento sulle conclusioni della riunione della Commissione grandi rischi”. 

La Commissione grandi rischi si riunisce a L’Aquila (scelta irrituale, dirà poi Boschi, visto che di solito gli incontri avvenivano a Roma) alle 18,30 del 30 marzo 2009, una settimana prima del terremoto notturno che avrebbe provocato più di 300 morti, devastando la città e diversi centri della provincia. Oltre al presidente dell’Ingv arrivano diversi pezzi grossi della Protezione civile e della sismologia nazionale, tra i quali Franco Barberi, presidente vicario della Commissione grandi rischi, Gian Michele Calvi, presidente dell’Eucentre di Pavia, anche loro condannati per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose.

LA TELEFONATA DI BERTOLASO: “DEVONO DIRE CHE LA SCOSSA NON CI SARA’”. La ragione di quel vertice lo racconta Guido Bertolaso, allora capo della Protezione civile, dipartimento della presidenza del consiglio, con Palazzo Chigi occupato al tempo da Silvio Berlusconi: “Ti chiamerà De Bernardinis, il mio vice, al quale ho detto di fare una riunione lì all’Aquila domani su questa vicenda di questo sciame sismico che continua, in modo da zittire subito qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni, eccetera”, spiega Bertolaso a Daniela Stati, assessore regionale abruzzese alla Protezione civile, in una telefonata intercettata per un’altra inchiesta (quella sugli appalti del G8). Si tratta soprattutto di rintuzzare gli allarmi lanciati da Giampaolo Giuliani, un ricercatore che si diceva in grado di prevedere ulteriori scosse sulla base dell’analisi del gas radon, metodo noto ai sismologi, ma giudicato inaffidabile. “Io non vengo, ma vengono Zamberletti, Barberi, Boschi, quindi i luminari del terremoto d’Italia”, continuava Bertolaso. “Li faccio venire all’Aquila o da te o in prefettura, decidete voi, a me non frega niente, di modo che è più un’operazione mediatica, hai capito? Così loro, che sono i massimi esperti di terremoti diranno: è una situazione normale, sono fenomeni che si verificano, meglio che ci siano 100 scosse di 4 scala Richter piuttosto che il silenzio perché 100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa, quella che fa male”. Quindi la conclusione: “Parla con De Bernardinis e decidete dove fare questa riunione domani, che non è perché siamo spaventati e preoccupati, ma è perché vogliamo tranquillizzare la gente“.

L’operazione mediatica per “tranquillizzare la gente” ha successo. Sono presenti amministratori locali, a partire dal sindaco Massimo Cialente, e molti giornalisti attendono fuori dalla porta. “La mattina del primo aprile incontrai in Piazza palazzo il sindaco”, spiega ai pm l’allora presidente della Provincia Stefania Pezzopane. “Mi confermò che secondo la Commissione la situazione era sotto controllo e che sostanzialmente non c’erano pericoli imminenti. Tant’è vero che già dal primo aprile decidemmo di riaprire le scuole che erano state chiuse precauzionalmente un paio di giorni”. Tra le tante dichiarazioni rasserenanti rilasciate dopo la riunione, i magistrati ricordano in particolare quella di Bernardo De Bernardinis, vicecapo settore tecnico operativo della Protezione Civile. Intervistato da Tv Uno, parla di “una situazione favorevole“, dato lo “scarico di energia continuo”. 

BOSCHI E IL VERBALE POSTDATATO. Il risultato della riunione del 30 marzo è riassunto in uno stringato verbale, nel quale Boschi definisce “improbabile una scossa come quella del 1703″, pur rimarcando che “non si può escludere”. Dal testo si deduce che i massimi sismologi italiani si riuniscono a L’Aquila per dirsi  quel che per loro ovvio, e cioè che i terremoti non si possono prevedere. Ma l’imprinting di Bertolaso ottiene il suo effetto, se all’opinione pubblica passa un messaggio rasserenante. Ma c’è di più. Il 16 settembre Boschi denuncerà in una lettera che quel verbale è stato redatto e firmato non la sera dell’incontro, ma in una nuova riunione convocata a L’Aquila il 6 aprile, subito dopo il sisma. E’ Mauro Dolce, capo dell’Ufficio rischio sismico della Protezione civile, anche lui condannato al processo, a mostrargli “un testo che riporta in maniera confusa cose dette nella riunione del 31 marzo”. Qualcuno, continua Boschi, “corregge il testo alla meno peggio e Dolce ce lo fa firmare per ‘ragioni interne’”. In quel momento il presidente dell’Ingv apprende anche che il 30 marzo e il primo aprile “dalla Protezione civile sono stati diramati due comunicati (recanti anche il mio nome) ‘tranquillizzanti’ di cui non sapevo niente”. 

I successivi gradi di giudizio diranno se i condannati in primo grado sono davvero colpevoli di quei reati e se i sei anni di reclusione sono proporzionati ai fatti attribuiti a ciascuno. Ma a trascinarli in tribunale è stato il pasticcio politico-mediatico di quella riunione, non certo il presunto attacco alla libertà scientifica da più parti evocato. E’ la dolorosa consapevolezza espressa dopo la sentenza da Giustino Parisse, il caporedattore del Centro che alle 3.32 del 6 aprile 2009 ha perso due figli: “Sono io la causa prima della morte di Domenico e Maria Paola e non me lo perdonerò mai”, scrive sul suo blog. “Certo fra le tante colpe che ho c’è anche quella di essermi fidato della commissione Grandi rischi credendo a una scienza che in quella riunione del 31 marzo del 2009 rinunciò a essere scienza”.

Apple, oltre ad iPad mini c’è MacBook Pro 13 Retina e iMac

Autore: Hardware Upgrade RSS

Introduzione

“We’ve got a little more to show you”, liberamente traducibile con “abbiamo ancora qualcosina da mostrarvi”. Sull’invito che Apple ha diramato la scorsa settimana alla stampa specializzata quel “little more” è un divertito gioco di parole che sottointende molto di più: la Mela ha qualcosa di più piccolo da far vedere al pubblico, qualcosa che nel corso degli ultimi mesi e ancor più nelle ultime settimane è stato al centro di un’interminabile sequela di indiscrezioni e voci di corridoio. iPad mini, il fratellino da 7,9 pollici del tablet che ha sparigliato il mercato dei dispositivi portatili dando il via ad una nuova era nel mondo della tecnologia.

Per una volta non è Apple a creare un fenomeno, anticipando (o, per meglio dire, condizionando) le esigenze del pubblico: questa volta la Mela segue i passi dei suoi concorrenti, in primis Amazon e Google, disconoscendo le critiche che Steve Jobs oppose alla categoria dei tablet da 7 pollici. Il fondatore di Apple, infatti, ebbe modo di esprimere più volte il proprio scetticismo su questi dispositivi, citando una praticità di fruizione non ottimale e vedendoli come un inutile punto medio tra lo smartphone ed il tablet.

Sta di fatto che grazie a questo nuovo form factor il Kindle Fire di Amazon ha suscitato moltissimo interesse nel pubblico, aiutando inoltre la società di Jeff Bezos a battere le stime di fatturato del primo trimestre 2012 e segnando un volume di circa 7 milioni di pezzi venduti ad ottobre 2012, così da spingere anche Google a sviluppare uno dei suoi Nexus Device attorno ai 7 pollici. Così, con buona pace di Jobs, la Mela decide di tornare sui suoi passi e realizzare una proposta, anzi una iProposta, anche per questo segmento di mercato allo scopo di arginare i diretti avversari.


Come da tradizione, il preludio alle vere novità è rappresentato dalla presentazione di qualche numero e di qualche risultato, per compiacere gli investitori della compagnia, il cui titolo in borsa ha vissuto un andamento un po’ turbolento nelle ultime settimane, e anticipando i risultati del trimestre fiscale che saranno ufficialmente annunciati il prossimo 25 ottobre.

Ecco quindi che salito sul palco del California Theater di San Jose, Tim Cook CEO di Apple, parte dalle vendite del recente iPhone 5, che ha saputo far segnare ben 5 milioni di unità vendute nel primo weekend di disponibilità effettiva sul mercato. Cook passa a ricordare il lancio dei nuovi iPod touch ed iPhone nano, avvenuto parallelamente ad iPhone 5 ed il debutto di iOS6, l’ultima versione del sistema operativo per i dispositivi portatili della Mela. In appena un mese iOS è stato scaricato da 200 milioni di utenti. Velocemente Cook, facendo inoltre cenno anche a Mountain Lion, snocciola altri numeri: 125 milioni di documenti caricati su iCloud, 300 miliardi di messaggi scambiati con iMessage, 160 milioni di account Game Center e oltre 70 milioni di fotografie condivise con Photo Stream.

Parlando di iPad, sebbene non si tratterà, come vedremo, dell’unica star dell’evento, non può mancare un cenno ad App Store: il negozio virtuale dove gli utenti possono scaricare, gratuitamente o a pagamento, gli applicativi per gli smartphone e i tablet della Mela mordicchiata conta ad oggi 700 mila App, con 275 mila titoli specifici per iPad. App Store continua a bruciare le tappe, con il raggiungimento di 35 miliardi di app scaricate dal negozio virtuale ed il pagamento, da parte di Apple, di 6,5 miliardi di dollari agli sviluppatori.

Cook osserva come una delle applicazioni più utilizzate nel mondo iOS sia iBooks, la libreria virtuale dove è possibile trovare e acquistare i libri digitali per iPad. A catalogo vi sono 1,5 milioni di titoli, con gli utenti che hanno già acquistato e scaricato 400 milioni di libri. Il CEO di Apple annuncia la nuova versione di iBooks, con nuove opzioni di lettura come lo scrolling continuo ed una maggiore integrazione con iCloud per avere a disposizione i contenuti su tutti i device. Più interazione anche con i social network, Twitter e Facebook, per avere la possibilità di condividere passi e citazioni con gli amici. Supporto, inoltre, per gli ideogrammi delle lingue orientali.

Ma è adesso che si entra nel vivo delle novità, con qualche sorpresa inattesa. Per ora i riflettori sono puntati sul mondo Mac, con Phil Schiller che sale sul palco.

iPad Mini, la data di uscita in Italia e nel resto del mondo

Autore: Gadgetblog.it

iPad Mini è da poche ore una realtà, ma ancora c’è una domanda molto frequente in queste ultime ore alla quale vogliamo dare una risposta: quando uscirà iPad Mini? Dunque ecco le date per l’uscita di questo dispositivo sia in Italia che per il resto del mondo.

I pre-ordini per iPad Mini inizieranno ufficialmente il prossimo 26 Ottobre, tra tre giorni esatti, dal 2 Novembre invece sarà possibile acquistare la versione Wifi sul sito ufficiale o nei retailer Store. Qualche settimana dopo sarà disponibile pure la versione Wi-Fi + Cellular sarà disponibile due settimane più tardi.

Come è successo per altri prodotti Apple, c’è da attendere qualche giorno prima che questi siano realmente disponibili. Certo, mancano davvero pochi giorni, ma l’attesa, visti i prodotti presenti, cresce. Per chi se la fosse perso, possiamo trovare a questo indirizzo l’intero liveblog del keynote e il nostro mastodontico post su iPad Mini. Sul sito ufficiale Apple è già possibile conoscere nel dettaglio iPad Mini, prezzi compresi. Cosa ne pensate, lo acquisterete?