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Calcio

Foot – ALL – Record mondial de spectateurs pour la Bundesliga

La Ligue allemande a indiqué que son Championnat attirait le plus grand nombre de spectateurs au niveau mondial, avec plus de 42 000 en moyenne par rencontre. Au cours de la saison écoulée, le chiffre s’est établi à exactement 42 421 par rencontre en moyenne, un peu en retrait toutefois par rapport au record absolu de la saison 2011-12 avec 44 293 spectateurs.

Au total, au cours de la saison écoulée, le Championnat allemand a attiré près de 13 millions de personnes dans les stades, soit un taux de remplissage de 91%. En comparaison, la moyenne de spectateur en Angleterre pour la Premier League n’a atteint que 36 452 spectateur par match lors de la dernière saison et en Espagne pour la Primera Division 28.168, selon statistiques de la DFL.

La domination de la Bundesliga s’explique à la fois par l’engouement énorme que suscite le football dans le pays mais aussi par la présence de grands stades dans la plupart des clubs de première division, ce qui n’est forcément le cas dans les autres pays.

Autore: L’Equipe.fr Actu Football

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HardwareSoftware

Asustek raises prices in UK

Blame Boris, Grove and Farage

UK Asustek customers will have to pay more for their hardware after the Brexit vote decimated the pound.

For those who came in late, a slim majority of British people were convinced by a trio of politicians who basically lied to them claiming that the UK would be better off if it left the EU. This included claims that all the money which was spent on the EU would end up funding the National Health Service, when they knew it wouldn’t. After the vote they denied they had ever said this despite some evidence that they had.

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Following the vote, the British economy tanked, as investors realised that whatever future the UK had it would never hold the role it had before. Dell and HP were the first to increase prices to UK customers and now it appears that Asustek has joined them. Acer still has not yet reached a final decision.

So now leaving the EU is currently resulting in a tax on the country of ten per cent on computer hardware. Some vendors believe that the strategy will impact notebook sales in the UK. Of course the Brits can’t get the computers any cheaper because if they go to France they will have pay the difference in the exchange rate between the Euro and the pound.

Still at least the British can say that they will be no longer controlled by unelected commissioners. Instead they will be controlled by an unelected Prime Minister Theresa May and be represented in the world by the Churchillian statesman Boris Johnson.

Autore: Fudzilla.com – Home

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HardwareSoftware

Firefox bloccherà Flash a partire da agosto

Mozilla imbocca la stessa strada già percorsa da Google con Chrome: a partire da agosto Firefox bloccherà tutti i contenuti Flash ritenuti non essenziali per la corretta fruizione della pagina web in corso di visita.
Senza mezzi termini, Mozilla ha spiegato che l’intento è quello di condurre sul viale del tramonto l’ormai vetusto plugin Flash.

La mossa di Mozilla è “l’inizio della fine” per Flash Player: nel 2017, infatti, Firefox utilizzerà per default la modalità click-to-play. Ciò significa che sarà eventualmente solo l’utente a richiedere il caricamento e la visualizzazione di un contenuto Flash cliccandovi, sulla pagina web, con il tasto destro del mouse.

Firefox bloccherà Flash a partire da agosto

Creatività Flash mal realizzate sono infatti tra le principali responsabili dei malfunzionamenti del browser: rallentamenti, utilizzo anomalo della memoria disponibile, crash di Firefox.

Ovvio, quindi, che anche Mozilla – dopo Google – abbia deciso per il “giro di vite”.

Come abbiamo spiegato anche nell’articolo Flash Player è da scaricare oppure va disinstallato?, il plugin Flash Player non è più – da tempo – un componente indispensabile.

Entro aprile 2017 (vedere Firefox non supporterà Flash e i plugin NPAPI) dovrebbe anche ritirare il supporto per i plugin NPAPI, altra fonte di problemi per il browser di Mozilla (non più utilizzati neppure in Chrome).

Autore: IlSoftware.it

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Energia

Le nuova proposta UE sui tagli delle emissioni: -33% entro il 2030 per l’Italia, ma con “scappatoie”

Un’analisi della nuova proposta della Commissione UE sulle emissioni “non ETS”. Cruciali sono non solo i numeri della ripartizione degli obblighi di riduzione delle emissioni, ma anche le regole. In primis l’anno baseline è da considerare importante quasi quanto la percentuale dei tagli.

-33% è l’obiettivo di impegno di riduzione delle emissioni di gas serra che l’Italia dovrà raggiungere entro il 2030, rispetto alla media degli anni 2016-2018.

È quanto risulta dal pacchetto di misure in merito all’attuazione dell’impegno dell’Unione Europea di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, presentato il 20 luglio a Bruxelles dalla Commissione Europea (vedi fact sheet in allegato in basso).

Cos’è l’Effort Sharing

La proposta Effort Sharing, sulla “condivisione dello sforzo” di riduzione delle emissioni di gas serra, presenta obiettivi annuali vincolanti delle emissioni per gli Stati membri per il periodo 2021-2030.

Queste emissioni coprono la maggior parte dei settori non inclusi nel sistema UE di scambio delle emissioni (EU ETS), come i trasporti (a eccezione di quelli aerei e della navigazione marittima internazionale), costruzioni, agricoltura, silvicoltura, settori dei rifiuti e uso del territorio.

La proposta si somma alle misure già delineate di riduzione delle emissioni che rientrano nei settori coperti dal sistema ETS, con un taglio previsto del 41%.

Tutti gli obiettivi nazionali di emissione per il 2030 sono calcolati come variazioni percentuali rispetto alla media degli anni 2016-2018 e definiti in base della ricchezza relativa degli Stati membri, ovvero misurate in base al prodotto interno lordo pro capite.

Perciò il range spazia da una riduzione delle emissioni del 40% del Lussemburgo e della Svezia, a una stabilizzazione delle emissioni per la Bulgaria.

I tagli più consistenti sono richiesti ai Paesi nordici, ad esempio Svezia -40% di emissioni nei settori non-ETS al 2030, Finlandia e Danimarca -39%, qualcosa di meno Germania e Francia, rispettivamente -38% e -37% in confronto ai livelli di CO2 del 2005. Per l’Italia, come detto, l’obbligo di riduzione è fissato a -33%.

Per i paesi meno ricchi sono consentiti aumenti delle emissioni in questi settori perché la loro crescita economica, relativamente più elevata, rischia di essere accompagnata da emissioni superiori. Va anche detto che i livelli delle emissioni di queste Nazioni erano già precipitati negli anni passati, a causa soprattutto della recessione economica. Siamo così nell’ordine di percentuali inferiori al 10% per Ungheria, Polonia, Romania, eccetera, toccando addirittura lo zero nel caso della Bulgaria, che quindi non dovrà ridurre alcunché.

Nessun cenno, invece, alla Brexit: la Gran Bretagna è infatti presente nella tabella di ripartizione con l’obiettivo del -37% delle emissioni.

Inoltre, la Commissione ha assicurato che lavorerà attivamente per garantire che la spesa del bilancio dell’UE sia allineata con gli obiettivi climatici: almeno il 20% del bilancio UE attuale sarà speso per l’azione per il clima.

Il vicepresidente UE, responsabile dell’Unione Energetica, Maroš Šefčovič, ha dichiarato: “Con la proposta di riforma del sistema di scambio delle emissioni l’anno scorso e la proposta di oggi (20 luglio, ndr) su obiettivi di emissioni di gas serra per gli Stati membri, ancoriamo la strategia energia e clima 2030 alla legislazione. Il pacchetto dimostra che stiamo mobilitando tutte le nostre politiche verso un’economia competitiva, circolare e a basse emissioni di carbonio”.

“L’Ue ha un obiettivo di riduzione delle emissioni ambizioso, ma sono convinto che possiamo raggiungerlo attraverso gli sforzi collettivi di tutti gli Stati membri – ha aggiunto il Commissario europeo per l’azione per il clima e l’energia Miguel Arias Cañete. – Gli obiettivi nazionali vincolanti che proponiamo sono giusti, flessibili e realistici. Forniscono i giusti incentivi per scatenare gli investimenti in settori come i trasporti, l’agricoltura, costruzioni e gestione dei rifiuti.”

Contro gli “early mover”

Uno degli aspetti cruciali della proposta riguarda non solo i numeri della ripartizione degli obblighi di riduzione delle emissioni, ma anche le regole. Per calcolare la quantità totale di carbonio che ogni paese potrà emettere dopo il 2020, infatti, il punto di partenza è importante quanto la percentuale di riduzione. La Commissione ha optato per definire l’anno base rispetto a un livello medio di emissioni per il periodo 2016-2018.

Su questo punto è intervenuto anche il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti: “Sulla riduzione delle emissioni di gas serra l’Italia è sempre pronta a fare la sua parte, ma la proposta di distribuzione delle quote della Commissione Europea per i settori non ETS e i meccanismi di flessibilità previsti non sono equi e non tengono conto dei grandi passi in avanti fatti nel tempo dal nostro Paese”.

“I criteri fissati dalla Commissione – spiega il Ministro – impongono a Stati ‘early mover’ come l’Italia, cioè che prima degli altri hanno applicato politiche virtuose di riduzione, sforzi superiori a quelli che vengono chiesti a Paesi che hanno ridotto di meno in questi anni. In particolare, il punto di partenza per la riduzione prevista incredibilmente non tiene in conto il raggiungimento, e per l’Italia l’ampio superamento, degli obiettivi fissati al 2020, né paradossalmente la ridotta incidenza della nostra agricoltura nella produzione di emissioni inquinanti. La Commissione finisce così per premiare chi emette di più e punisce i comportamenti virtuosi”.

Secondo il ministro definire l’anno base più vicino a dove le emissioni si collocheranno effettivamente nel 2021, avrebbe incrementato il taglio delle emissioni di almeno 850 milioni di tonnellate ed evitato la distorsione per cui si troveranno svantaggiati proprio gli Stati che hanno ridotto prima le emissioni.

“In occasioni ufficiali e informali, in ultimo con una lettera trasmessa domenica al Commissario Canete – conclude Galletti – avevamo chiesto alla Commissione una proposta diversa, più bilanciata, con criteri di calcolo rispondenti alla realtà: ora lavoreremo assieme agli altri Paesi per ristabilire l’equilibrio necessario”.

Le “scappatoie”

Oltre ai numeri e al periodo di riferimento, un altro punto su cui si gioca la questione sono i criteri di “flessibilità”, che sono di tre tipi.

Il primo riguarda il momento in cui realizzare i tagli di emissione: mentre è definita, in modo lineare, la traiettoria di diminuzione delle emissioni, negli anni in cui le emissioni sono inferiori rispetto alle loro assegnazioni annuali di emissioni (AEAs), gli Stati membri possono incassare eventuali AEAs surplus e utilizzarli negli anni successivi, quando i limiti sono più bassi (nel limite del 5% delle AEAs, cosiddetto “banking”).

Negli anni in cui le emissioni sono superiori al limite annuale, si possono prendere in prestito AEAs dall’anno successivo (“borrowing”). Questo dà agli Stati membri la flessibilità necessaria per trattare con fluttuazioni annuali delle emissioni dovute a condizioni climatiche o condizioni economiche. Inoltre gli Stati membri possono anche vendere le allocazioni non utilizzate ad altri Stati, nella quota massima del 5%.

Oltre a queste regole, già garantite nella prima direttiva Effort Sharing del 2009, si propone adesso di introdurre altre forme di flessibilità: riguardo all’utilizzo di una parte dei crediti eccedenti dall’EU ETS e da attività di forestazione.

È quelle che alcune associazioni ambientaliste, tra cui Transport & Environment, definiscono i loopholes” della proposta, ovvero le scappatoie: si consentirebbe ai paesi di utilizzare 100 milioni di tonnellate di crediti in eccesso dal mercato del carbonio dell’UE (ETS) e 280 milioni di tonnellate di crediti derivanti da foreste per compensare emissioni in settori come l’agricoltura e il trasporto.

Queste novità ridurrebbero quindi l’obiettivo reale complessivo previsto di taglio delle emissioni. Secondo William Todts, direttore clima a Transport & Environment “le scappatoie che i governi dell’UE hanno chiesto e che la Commissione ha inserito in questa proposta non sono solo inutili, ma anche dannose“.

Proposta EU e Accordo di Parigi

Secondo Wendel Trio, direttore europeo del Climate Action Network, “la proposta mira a mettere in atto un impegno che è fuori linea rispetto all’Accordo di Parigi.”

Infatti, nell’Accordo è previsto un meccanismo per aumentare nel tempo i tagli alle emissioni e gli obiettivi degli Stati aderenti, tramite dei nuovi negoziati di cui il primo, nella forma di un “dialogo facilitativo”, si svolgerà già nel 2018. Nella proposta della Commissione Europea manca completamente una tale forma di meccanismo correttivo al rialzo. “Dopo tutta la retorica sulla necessità di aumentare l’ambizione attraverso revisioni periodiche, rispetto cui l’UE ha spinto a Parigi, non riuscire a includere un meccanismo di revisione nelle nostre leggi invierebbe un segnale sbagliato all’estero”, ha aggiunto Trio.

Insomma, per la Commissione, si tratta di un buon compromesso che assicura equità e solidarietà. Ma per alcune organizzazioni ambientaliste, come il WWF, il piano è poco ambizioso e lascia troppo spazio a queste scappatoie, utilizzabili dai singoli Stati membri per sminuire il loro impegno effettivo nella lotta al cambiamento climatico.

Si prevede che la decisione definitiva in merito all’Effort Sharing venga presa entro la fine del 2017; certo, questo è il primo test dopo la firma dell’Accordo di Parigi e l’Europa non può permettersi di fallire.

Il fact sheet della Commissione (pdf)

Autore: QualEnergia.it – Il portale dell’energia sostenibile che analizza mercati e scenari

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Google: come usare l’IA per abbattere la bolletta della luce

I data center rappresentano l’ossatura di molti servizi, applicazioni e sistemi che utilizziamo tutti i giorni su smartphone, personal computer, e dispositivi di ogni tipo. Una semplice applicazione di mappe, musicale, o anche l’ultimo gioco online, sono tutte applicazioni che si affidano per disporre di tutte le informazioni necessarie a grossi stabilimenti posizionati anche a centinaia di chilometri di distanza. Nel caso di Google ogni ricerca viene processata in un data center, così come ogni video di YouTube viene immagazzinato in una struttura il più possibile vicina a noi per poter essere gestito rapidamente.

È facile intuire pertanto che questi grossi edifici che processano centinaia di milioni, forse miliardi, di dati tutto il giorno devono principalmente essere efficienti dal punto di vista energetico. Al loro interno troviamo migliaia di processori, hard-disk e attrezzature di rete avanzate che comportano inevitabilmente un consumo energetico drasticamente elevato. In più, l’attrezzatura stipata nei rack deve essere raffreddata con sistemi di dissipazione notevolmente più potenti di quelli che usiamo nei nostri computer tradizionali: secondo stime recenti il 2% delle emissioni di gas serra in tutto il mondo sono dovute proprio ai data center.

Non è pertanto una sorpresa che gran parte dell’evoluzione tecnologica si basa sul rendere più efficienti (e potenti) i sistemi che utilizziamo quotidianamente, e non è una sorpresa che questa evoluzione è ambita e ricercata anche e soprattutto per il miglioramento dell’efficienza computazionale dei data center. Da una parte si prova a realizzare sistemi informatici che consumano meno energia possibile a parità di potenza, dall’altra si cerca di posizionare i data center all’interno di location con un clima freddo. Altri ancora posizionano i loro stabilimenti nei fondali oceanici, in modo da sfruttarne le fredde acque.

Anche un abbassamento di pochi punti percentuali nel consumo energetico si traduce in risparmi enormi da parte delle grosse compagnie che macinano dati per professione, ma Google ha in mente una nuova strategia con cui spera in un risparmio nell’energia “spesa” per la dissipazione del calore di circa il 40%. Il segreto alla base della nuova strategia è l’intelligenza artificiale, o per meglio dire il machine learning. Alla base delle nuove procedure ci sarà la divisione DeepMind, che si occupa proprio di AI, che ha sviluppato un algoritmo che dovrebbe intuire dati in maniera apparentemente impossibile anche per i più validi cervelloni di Big G.

Il machine learning utilizza i dati raccolti dai sensori dei data center e li gestisce in modo da creare un algoritmo general purpose che impara autonomamente come controllare il raffreddamento delle strutture in ogni istante in tempo reale. In questo modo si vuole raggiungere, almeno per quella specifica componente, il massimo dell’efficienza energetica possibile. Nel data center in cui è stato applicato questo sistema Google è riuscita a mantenere l’uso di energia applicata per il raffreddamento all’interno delle soglie previste, ovvero del 40% inferiore rispetto ai livelli normali. Un risultato notevole a tal punto che Google prevede di adottare lo stesso sistema all’interno di tutti i propri data center entro la fine dell’anno.

La peculiarità dell’uso dell’intelligenza artificiale “per risparmiare sulla bolletta della luce” è che il sistema può essere impiegato all’interno di qualsiasi ambiente senza richiedere cambiamenti di alcun tipo. Grazie alla sua natura general purpose, può essere efficace anche in ambiti completamente diversi, come nell’ottimizzazione dell’uso di acqua nelle strutture o addirittura per ottimizzare il consumo energetico dell’intera rete nazionale. Mustafa Suleyman, co-fondatore di DeepMind, ha già dichiarato di essere entrato in contatto con alcune realtà per portare la nuova tecnologia al di fuori di Google, come in impianti industriali di società terze.

DeepMind ha pianificato il rilascio di documenti in cui verranno spiegati nel dettaglio i benefici del machine learning in questo particolare ambito, come è stato sviluppato l’algoritmo e come potrà essere implementato nel prossimo futuro.

Autore: Le news di Hardware Upgrade